Il mondo perfetto [Seconda Parte]

Una settimana dopo, all’esterno di Andromeda.

Ramon rimase fermo, decidendo di abbassare la sua arma ML47 per non indispettire quelle quattro figure. Sapeva che lo avevano visto e aveva capito che lo stavano solo osservando, al momento non sembravano ostili.

Fu sconcertato vedendole avvicinarsi oltrepassando il canneto, non immaginava che simili creature potessero sopravvivere nel mondo esterno. I dettagli erano…

Alzò il braccio sinistro ed aprì una tastiera ergonomica applicata al polso, lo schermo da pochi pollici si accese e il cursore lampeggiò in attesa di un input. Nella Banca Dati del computer principale esisteva una mole infinita di dati, immagini, files: a lui non rimaneva che cercare per capire cosa fossero.

Non ti faremo del male!

Una voce entrò di prepotenza nella sua mente, anche se non era molto ricettivo in quel momento. Gli sembrò femminile e tranquillizzante. Con l’altra mano digitò: Entità Biologiche e la ricerca cominciò scandagliando files e immagini.

“Chi siete?”, la voce gli era uscita nitida e forte, nonostante portasse la maschera facciale completa, due filtri gli permettevano di respirare aria pulita per circa otto ore.

Ci hanno sempre chiamati i Grigi e noi ci siamo adattati a questo nome.

Un’immagine comparve classificando quella razza come Entità Biologiche denominate Grigi Alsaziani. Ramon osservò gli occhi neri di forma ovale, il naso piccolo e la pelle che si avvicinava al grigio chiaro. Indossavano tute blu aderenti, che rendevano la corporatura piccola e appariscente. Le mani di quegli esseri erano composte da sei dita lunghe ed esili. La testa calva era porosa e più grande rispetto al corpo, ma l’espressione dei visi era buona e trasmetteva dolcezza. La piccola bocca con labbra esili quasi non si notava, anche perché non la usavano per comunicare con lui.

Ai piedi, anch’essi muniti di sei dita, non portavano nulla. A Ramon apparvero troppo lunghi per la corporatura che avevano, non riusciva neanche a distinguere il sesso delle quattro figure, essendo molto simili fra loro.

Non andare verso la città, ma tieniti a debita distanza.

Quella frase fu l’ultima che sentì penetrare nella sua mente, che giungeva senza alcun preavviso. Vide le quattro creature rientrare nel canneto, sentendo appena i passi nella fanghiglia della palude. Rimase alcuni minuti in ascolto, mentre, nella sua testa confusa, un turbinio di domande si facevano strada, domande a cui non era sicuro di poter dare delle risposte.

Ramon avviò la funzionalità Termo Immagine, controllando che nelle vicinanze non vi fossero altre sorprese. Il visore notturno controllava ogni centimetro della sua visuale, se la temperatura fosse mutata, un suono acuto lo avrebbe avvisato e, una scala di colori accesi, gli avrebbe mostrato la fonte.

S’incamminò imbracciando l’arma che gli aveva sempre dato sicurezza.

Era un paesaggio strano quello che stava attraversando, una foschia spettrale stava salendo dalla superficie della terra, lentamente, sospinta da una leggera brezza. La scarsa luce notturna la rendeva quasi iridescente. Ramon non udiva alcun suono, a parte i suoi passi su ciò che, una volta, poteva essere catalogato come un bosco in rovina.

Gli alberi, in quella zona, sembravano morti. I rami spogli si levavano al cielo come tante braccia che cercavano di attirare l’attenzione. L’oscurità avvolgeva il mondo esterno con il suo mantello privo di colori e luci.

Il computer al polso dell’uomo emise dei segnali acuti, che richiamarono l’attenzione di Ramon: l’attrezzatura di rilevamento segnalava una nuova fonte di luce. Essa proveniva da Nord-Est. Una bussola elettronica gli indicò dove girarsi.

Il visore di Termo Immagine lampeggiò, un mirino elettronico analizzò ciò che aveva davanti, inquadrando e rendendo l’immagine alla portata del soldato.

Ramon rimase fermo, un po’ era spaventato, ma la curiosità ebbe il sopravvento su quello strano spettacolo: uno spicchio luminoso stava nascendo dalla terra, sul display lampeggiava una sola parola: Moon.

Il candore dell’astro fu subito aggressivo perché lui non aveva mai visto una luce del genere. Era viva, e sembrava pulsare di vita propria rifrangendosi su tutto ciò che lo circondava; avanzava all’orizzonte, che non aveva più ostacoli come un tempo.

“Nasconditi!”

Ramon rimase fermo, ma il sangue gli si era gelato in un istante. Fece un lungo respiro e attivò il suo ML 47: un lungo suono lo aveva avvisato che il mirino laser era operativo.

La sua mente aveva memorizzato tutto intorno a sé, persino possibili posti in cui potevano nascondersi delle minacce. Sapeva dove si trovava chi o cosa aveva pronunciato quella parola.

“Stanno per arrivare gli Slorm!”

Il mondo perfetto [Prima parte]

Un uomo dai capelli bianchi stava attraversando il quartiere Scientifico di Andromeda, la città sotterranea. Erano anni che studiava un modo per ripulire la terra, o ciò che ne era rimasto, per sperare, un giorno, di tornare ad abitarla. Quanto gli mancava, nessuno era in grado di dirlo.

Tutto era cambiato da quando era stata fondata Andromeda, persino il modo di muoversi da una via all’altra, attraverso mezzi all’avanguardia.

L’uomo scese dall’auto, una macchina dall’aspetto aerodinamico con sportelli ad ali di gabbiano. Pochi istanti e si richiuse emettendo uno sbuffo: le luci si spegnevano a comando vocale, grazie ad una sofisticata centralina.

Il dottor Maximilian Droe si era fermato sotto l’ampio ingresso del palazzo, una grande tettoia che proteggeva l’entrata dell’edificio. Prima di spingersi oltre, si era fermato a osservare le grandi scritte dell’azienda: P. O. A. (Program Ologram Active).

Sorrise, perché si trattava di una copertura per quello che stavano tentando di creare.

Si aggiustò l’abito, come sempre aveva fatto, e proseguì verso la vetrata. Alcuni robot si muovevano all’interno dell’edificio, il rumore dei cingoli quasi non si sentiva dall’esterno. Erano esseri piccoli, a cui non ci si faceva caso, ma possedevano armi micidiali se attaccavano gli intrusi.

Era tutto cambiato nel giro di cinquanta anni, le società scientifiche avevano investito milioni di dollari per fondare la città più complessa che il genere umano avesse mai visto e che avesse mai abitato.

Il robot 451 girò all’improvviso convergendo verso l’ingresso, i suoi sensori avevano captato qualcosa nelle vicinanze. Un puntatore laser aveva agganciato una possibile minaccia, così lo teneva sotto tiro. Un congegno di lettura, nel frattempo, stava misurando dei valori, il tutto in pochi istanti, in un battito di ciglia. La risposta giunse al robot, l’ordine era di non fare fuoco.

Il dottor Droe non era a conoscenza di quello che era appena successo, si stava solo avvicinando al lettore posto di fianco all’ingresso. Era tutto nella norma, dopo che un lettore ottico gli aveva controllato l’iride e l’impronta vocale.

“Benvenuto, dottor Droe.” aveva detto una voce femminile. La porta a cristalli si era aperta di lato, lasciandolo entrare.

Maximilian osservò in silenzio l’ambiente, quella grande stanza che una volta accoglieva l’ufficio pass e relazioni con il pubblico: c’era solo un bancone bianco, persino i computer si erano portati via. Era tutto cambiato, ora. Le macchine, nel tempo, avevano preso il posto dell’uomo. Sofisticati microchip erano migliori del cervello di un essere umano, erano più affidabili e non si ammalavano. Che tristezza, pensò. Gli mancava il contatto umano.

Scacciò quei tristi ricordi e si avviò per prendere l’ascensore. Un centinaio di led controllavano i suoi movimenti, quelli di qualsiasi essere avesse varcato quella porta.

Un altro lettore ottico era stato installato di fianco all’ascensore, che fece esattamente il suo dovere, mentre, alle sue spalle, i robot della sorveglianza controllavano il perimetro dello stabile. Erano silenziose, quelle macchine, silenziose e non commettevano mai errori.

“Portami al quarantacinque!” disse il dottore appena era entrato, “Come desidera, signore.” rispose la stessa voce dell’ingresso.

“Ha passato una felice notte?” L’uomo si era innervosito, erano anni che gli veniva fatta la stessa domanda, ogni volta che riprendeva a lavorare. Ma, d’altronde, non erano altro che programmi, facevano solo quello che gli veniva chiesto, niente più e niente meno.

Non appena entrò nel suo studio, il dottor Droe, si era lasciato tutto alle spalle, persino quanto gli desse fastidio il contatto con le macchine. “Le fredde creature dell’uomo”, così le aveva sempre definite.

“Buon giorno, dottore” disse Stan Conbar. Era seduto davanti alla sua postazione e gli era bastato udire i soliti rumori che faceva per riconoscerlo, non appena si era tolto la vecchia giacca a doppio petto e aveva poggiato l’antiquata valigetta di cui non si separava mai. Il dottore non era altro che un anziano abitudinario.

Stan si era voltato per lanciargli un sorriso, uno strano sorriso, dicendogli: “Venga a vedere con i suoi occhi!” Poi si era accorto che anche il dottore non stava più nella pelle e che aveva capito dal suo sguardo, dalla soddisfazione per alcuni risultati inaspettati.

“In queste ultime dieci ore siamo progrediti su tutti i fronti, ci daranno altri stanziamenti, ne sono convinto!”

Max si era quasi tuffato al suo fianco, osservando i cinque monitor fissati alla grande scrivania. Leggeva i dati a mente, i suoi occhi scorrevano su tutto ciò che c’era scritto nella finestra di progressione.

“I Naniz sono una realtà!” disse con tono di trionfo.

“Non ci speravo proprio.” ribatté Max spostando lo sguardo sul Primo Assistente, “E li abbiamo già creati?” chiese. Tornò a leggere gli schermi, mentre Stan gli spiegava le modalità di sfruttamento.

“Non è tutto!” disse sorridendogli: “Abbiamo ultimato gli Ologrammi, entro questa notte dovrebbero diventare attivi.” Stan si era appoggiato di peso allo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto, aspettando altri complimenti dal dottore. Ma questi non giunsero: Maximilian si aspettava altre sorprese, la classica ciliegina sulla torta.

“Tutto qui?” chiese Droe, il suo volto era mutato in delusione perché aveva altre aspettative sulle ultime ore.

“No! Non è tutto qui.” Stan Conbar aprì una cartella elettronica e prese una penna ottica che diresse sull’apice destro del foglio elettronico. Digitò un codice segreto che conoscevano in pochi e, sui cinque schermi al plasma, comparve una scritta lampeggiante:

Progetto Eclissi Totale

Program starting

Dal computer lampeggiarono cinque led rossi e alcuni processori lavorarono ad un codice criptato, infine comparve una data, un giorno, un mese e un anno.

“E’ fra una settimana!” gridò Maximilian Droe, alcune lacrime gli rigarono le guance, ma a lui non importava perché il sogno di una vita si stava per realizzare. Quante ore, o giorni, o mesi ci aveva lavorato? Non lo sapeva quantificare, ma presto la terra sarebbe stata purificata e l’uomo sarebbe potuto tornare a vivere in superficie.

“Grazie!” gli aveva urlato mentre si lanciava in una sorta di abbraccio, “Grazie per aver creduto in questo progetto!”

Il ponte

Il ponte innevato

Anno 2065 – la terra era immersa in una nuova era glaciale.

Nick avanzava tra la neve che gli arrivava fino alle ginocchia. Il vento gelido non gli permetteva di sentire bene ma sapeva che si stava avvicinando. Si abbassò di più il cappello di lana sulla testa e udì una voce.

“Nick! Ancora dieci metri e potrai camminare più velocemente!”.

Udì quasi tutte le parole urlate da Maya: “Che cosa?”.

“Ci sei quasi!”.

Nick avanzò di un paio di passi, poi urtò contro un gradino che quasi lo fece cadere. A destra intravide una struttura in ferro, un telaio di un ponte lungo un centinaio di metri. Alzò la testa e non vide la fine dell’armatura che ne rimaneva. Una sorta di tetto proteggeva il ponte dalle intemperie, almeno una parte di essa. Salì il gradino aggrappandosi al corrimano e avanzò.

“Segui le mie impronte!” gli suggerì la donna.

Nick fece lo stesso sentiero di Maya cercando di non guardare in basso. La bufera, adesso, sembrava essersi placata. Era giunto oltre la metà, quando una parte del camminamento si staccò cadendo giù. Nick si aggrappò al corrimano urlando e imprecando: soffriva di vertigini. I suoi piedi scalciavano nel vuoto.

Maya corse verso di lui e una decina di metri li separavano. “Resisti! Ti tirerò una corda!” gli gridò.

Nick iniziava a non sentire più le mani, i guanti cominciavano a perdere la presa e si girò verso Maya come a darle l’ultimo saluto.

Lei capì quello che stava per fare: “No! Non ti lasciare andare amore!”.

“Non ce la faccio. E tu non riuscirai a tirarmi su!”.

Maya cercò di non piangere, di trattenere le lacrime, poi decise di dirgli tutto: “Non puoi abbandonare me e tuo figlio!”.

Un figlio?” chiese per conferma. Nick richiamò a sé tutte le forze che gli rimanevano, alzò l’altra mano e la strinse in cima al corrimano mentre con gli scarponi trovò un punto d’appoggio. Arrivò in cima stremato, nuvole di vapore gli uscivano dalla bocca.

Maya lo aiutò ad alzarsi afferrandogli il braccio: “Fra pochi mesi saremo in tre!” gli disse baciandolo sulla bocca.

Si abbracciarono senza dirsi nulla, poi un rumore sospetto li pietrificò.

Una parte di asfalto si sgretolò a causa del peso e Nick vide Maya precipitare nel buco, le braccia in alto come a cercare un appiglio.

Nick rimase immobile per la sorpresa, davanti ai suoi occhi apparve la scritta Game Over e si tolse dalla testa il congegno che aveva acquistato da poco: L’Oculus Rift. Il nuovo game a tre dimensioni lo aveva lasciato senza parole.

Primaveranimata

Any manAngeli Diavoli e Zombie

E’ primavera, siamo in aprile, e volevo darvi una bella notizia: i miei due libri, per chi ancora non li avesse letti, sono in promozione fino alla fine del mese. Lettere Animate Editore, attraverso #Primaveranimata, abbassa i costi degli e-book a 0,99 centesimi.

Primaveranimata

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Buone letture a tutti!

 

Ultime letture di gennaio

Iliade Z

Ed eccoci qui a scrivere un altro post: il primo di quest’anno. Al momento non sto scrivendo molto ma presto ricomincerò a farlo: ho un romanzo da terminare e un po’ di lettori che lo aspettano da molto molto tempo. E anche io sono impaziente di leggerne la fine.

Oggi vi parlerò di un paio di libri. Uno di questi l’ho appena terminato di leggere in formato digitale e lo potrete acquistare anche in formato cartaceo…

http://www.amazon.it/Iliade-Z-Igor-Zanchelli-ebook/dp/B018HF471C/ref=pd_sim_351_3?ie=UTF8&dpID=41jFQE96RcL&dpSrc=sims&preST=_UX300_PJku-sticker-v3%2CTopRight%2C0%2C-44_AC_UL160_SR114%2C160_&refRID=1T4Z2EHC4E172BA8CKEE

 

Eccovi la sinossi.

L’assedio della città più famosa della letteratura è avvenuto in tempi oramai remoti. Ma chi dice che non possa accadere nuovamente, magari in un futuro appena dietro l’angolo? Iliade Z è proprio questo: una nuova Troia, una nuova guerra. Due schieramenti opposti in un futuro post-apocalittico infestato dai morti viventi. In Italia, un domani oramai non distante, il mondo sarà molto diverso da come lo conosciamo. La civiltà sarà caduta ed una delle piaghe più temute dall’uomo moderno, quella degli zombie, infesterà la Terra e ne decimerà la popolazione. Un nuovo Omero si appresta a raccontarci una storia di eroi, folli ed astuti strateghi, dove Achille significa forza bruta ed Ulisse astuzia, Agamennone complotti e Briseide amore. Paride scatenerà una guerra per Elena e Menelao, feroce, lo inseguirà con un intero esercito per scontrarsi contro le mura della città di Priamo, guardianata dal temibile Ettore. La storia si ripete. La guerra torna, inesorabile, e la morte cammina per le strade. Affamata.

Il libro Iliade Z è una storia scritta a più mani, da gente che scrive per passione da molto tempo. E’ stato un esperimento studiato e maturato nel tempo: personalmente mi ha fatto passare due pomeriggi piacevoli, incollato al mio lettore e-book. Sette autori che impersonano altrettanti personaggi. Scritto in prima persona, con diversi stili differenti, sono riusciti a costruire una trama che ricalca quella dell’omonimo libro, traslandola in un futuro dominato dalla morte che cammina sulla terra. Lo consiglio a tutti gli appassionati di horror e anche a chi volesse leggere una storia scritta bene, intrigante, e mai banale.

SAMSUNG

E adesso veniamo ad un altro argomento, sempre legato alla lettura e sempre sul genere horror. Con piacevole sorpresa, in una Feltrinelli della capitale, mi sono imbattuto in un libro che pensavo di ordinare. Mi riferisco a Apocalisse anno 10, scritto da Nicola Furia e di cui ho letto il primo libro: Diario di guerra contro gli zombie. Quest’ultimo l’ho letto anni fa e l’ho apprezzato molto, soprattutto per come l’autore l’aveva impostato, anche per i personaggi e l’insolita location: Rieti.

Tornando al piacevole ritrovamento, sono felice di averlo acquistato in una libreria e di averlo visto tra altri libri editi dalle più grandi case editrici. Adesso è in coda di lettura ma presto sarà il suo turno.

Per ora è tutto. Buona lettura!

 

Angeli, Diavoli e Zombie

Angeli Diavoli e Zombie

Angeli, Diavoli e Zombie” è uscito ufficialmente, proprio oggi. Sono contento di presentarvelo su questo blog e mi scuso per la mia lunga assenza ma, per chi volesse, c’è sempre qualche storia da leggere. Ringrazio anche la casa editrice Lettere Animate per continuare a credere nei miei progetti.

 

http://www.amazon.it/Angeli-Diavoli-Zombie-Francesco-Zappulla-ebook/dp/B01A07W4P6/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1451580444&sr=1-1&keywords=angeli%2C+diavoli

 

Spero che le storie vi piacciano, grazie per la pazienza e a chi mi segue leggendo questo blog.

Buon 2016 a tutti coloro che passeranno di qui.

Ecco la sinossi del mio nuovo libro…

“Angeli, Diavoli e Zombie” è una raccolta di 13 racconti horror, fantasy e fantascienza. Alcuni di questi sono collegati fra loro, anche se si possono leggere separatamente.
La guerra fra il bene e il male convive da sempre con l’essere umano. Angeli e Diavoli si scontreranno sulla terra, fino all’avvento dell’Apocalisse.
Un virus infetta alcune persone in un magazzino. Una fialetta viene rotta all’interno di un’università, a Roma. Nel 2015 la capitale italiana viene sigillata – e messa in Quarantena – a causa di un virus che contagia la gente. Tre racconti collegati fra loro trasporteranno il lettore attraverso l’orrore. Alcuni Team militari tenteranno di proteggere i cittadini dalla pandemia.
Quando il sole calava, e il buio aveva il sopravvento sulla luce, l’uomo non era più il dominatore della terra, ma solo una preda qualunque. Vivevano così da mesi, da quando questo stato di cose era cambiato. L’oscurità, adesso, era una minaccia per tutti, ecco perché erano state create Zone Sicure per passare ancora una notte vivi.

Ultime novità

Angelo e Diavolo

Salve a tutti! Il blog non è morto, anche se è fermo da qualche mese. L’ultimo post spero vi sia piaciuto, quello sul Zombie Survival Camp. In questo periodo non ho molto da aggiungere, nemmeno qualche raccontino inedito, per il momento. Però ho voglia di aggiornarvi, anche per quei pochi lettori che passano qui.

Nel 2007 aprii il mio canale su Youtube e, nel tempo, ho iniziato a fare video e a pubblicarli. Beh, il video sul Zombie Survival Camp ha battuto tutti i record di quelli precedenti (quasi 1000 visualizzazioni!). Quindi, il tempo libero che non lo passavo a scrivere, l’ho usato per girarne di nuovi.

Ecco il nuovo trailer del canale!

Intanto Any man – Uomini semplici in storie fantastiche continua ad essere letto. Presto uscirà la versione cartacea, in attesa del mio prossimo libro: Angeli, Diavoli e Zombie.

Per adesso vi saluto. Presto tornerò a scrivere diversi post al mese.

Zombie Survival Camp

Zombie Survival Camp

Sabato 16 maggio 2015 – ore 11 – Bugnara, Abruzzo.

Arrivo in questa località non sapendo esattamente cosa aspettarmi. L’e-mail che mi è arrivata diceva chiaro: Ordine di evacuazione immediato! Non è un’esercitazione! Preparare l’equipaggiamento e recarsi il prima possibile…

Ero curioso di partecipare a questa novità, così mi sono iscritto appena ho letto la locandina dell’evento.

La zona in cui mi trovo è fra le montagne, otto ettari di boschi e colline e un paio di strade sterrate. Una location che ti lascia senza fiato.

Comunque esco dalla strada provinciale per Bugnara e percorro un centinaio di metri di strada bianca. Parcheggio in uno spiazzo dove ci sono una mezza dozzina di auto, e sospiro. Il tempo è incerto, nuvole scure attraversano le montagne che sovrastano quella specie di valle. Spero che il tempo regga.

A una decina di metri c’è un recinto da cui due donne mi fissano e muovono le braccia verso di me. Non salutano ma rantolano e hanno ferite al volto. Le osservo meglio e apro lo sportello. Un tizio mi si avvicina. Indossa una tuta bianca, ha un fucile a tracolla, una mascherina al volto e una ricetrasmittente.

Ehm, deduco che quella non sia una zona sicura. Le due zombie non smettono di urlare e afferrare i paletti di legno che ci separano. L’uomo mi scorta fino a un casolare e mi presenta a tutte le altre persone.

Faccio conoscenza con tre istruttori – sempre armati – e gli atri sopravvissuti come me. Saremo in dodici a dovercela sbrigare fra zombie, preparare cibo, accendere fuochi per cucinare e fare missioni di sopravvivenza.

L’inizio è stato d’impatto, un piacevole impatto.

Prima prova: armarsi e ispezionare il perimetro in cerca di cibo.

La squadra di cui faccio parte è composta da tre adulti e due bambini di otto anni. Ci procurano due pistole e tre mitra da soft-air. Un istruttore ci accompagna lungo il percorso, in totale silenzio e muovendoci piano. I bersagli sono sagome di zombie. Ci muoviamo quasi come fossimo un Team militare. Prendiamo dimestichezza con le armi, con la mira e con i gesti con cui ci coordiniamo.

Il bottino sarà parte della cena. Ho apprezzato la pazienza degli istruttori, la serietà con cui hanno gestito la prima e anche tutte le altre prove.

Accensione del fuoco.

A questa vitale prova si è offerto volontario Il cacciatore di Zombie, come anche quella di cucinare per il gruppo. Ogni mansione, durante un’ipotetica sopravvivenza, è importante per unire il gruppo.

Ricerca del bambino.

Questa zona immersa nella natura è composta da una serie di poligoni per esercitazioni a sparare, strutture più o meno fatiscenti e resti di vecchie abitazioni. Mi ricorda un piccolo villaggio abbandonato e ha il suo fascino.

Dopo esserci rifocillati per bene, l’istruttore Capo ha spiegato alcune linee guida sulla sopravvivenza. Ci ha parlato di armi da fuoco e di armi bianche. Teoria che non fa mai male. Nello sguardo dei sopravvissuti non ho visto noia, ma interesse e curiosità.

Appena sistemata la zona ristoro, inizia una nuova missione ma sarà individuale.

La location è in una delle casette diroccate. Non ci sono porte, non ci sono finestre. Somigliano a orbite vuote che ti osservano mentre ti avvicini.

Tocca a me. Entro assieme all’istruttore ed entrambi siamo armati per ispezionare ogni stanza, abbattere sagome di zombie e salvare questo famigerato bambino.

Giungiamo davanti all’ultima stanza e sento un pianto di neonato, ma non solo quello. Qualcuno ringhia e si dimena sopra un altro corpo più piccolo, credo di una ragazza. Uno zombie banchetta proprio in quella stanza, mentre il bimbo urla più forte.

L’istruttore mi tiene l’arma mentre io procedo a prelevare un bambolotto poggiato in un angolo della stanza. E’ stata una delle prove che mi è piaciuta di più per come è stata concepita dagli organizzatori.

Poligono di tiro.

Un’altra prova individuale. A turno si spara a bersagli fissi e semoventi in un percorso separato da vecchi copertoni. Anche qui si testano armi e mira dei vari sopravvissuti.

Fuga dagli zombie.

Durante il rientro al Campo Base ci imbattiamo in cinque zombie. Siamo disarmati, così non ci resta che nasconderci in un fitto bosco. Gli istruttori cercano di abbatterli, ma non tutti finiscono a faccia in giù fra polvere e sassi, così non ci rimane che la fuga verso il campo.

Ricerca di provviste nel tunnel.

Premetto che questa location è una delle più suggestive. La galleria è profonda quattrocento metri, l’interno è umido e disseminato di macerie e sassi. Le nostre torce riescono a malapena a squarciare l’oscurità. Ci muoviamo come un Team di professionisti: senza parlare e coprendoci le chiappe fra di noi. Alcuni bersagli sono in vista e raffigurano zombie. Ci mettiamo ginocchio a terra, prendiamo la mira e crivelliamo di buchi quelle sagome fameliche. Ogni sopravvissuto si cala perfettamente nella parte e questo è molto importante per godere appieno di questa novità assoluta in Italia.

Verso metà tunnel ci imbattiamo in due zombie. Igor lancia un sasso verso la parete più distante e riesce a distrarli.

All’uscita ci aspetta l’ennesima creatura: stesso giochetto che ha fatto Igor e portiamo alla base una cassa di bottigliette d’acqua.

Le missioni sono state molte e tutte mi hanno coinvolto. Il posto in cui abbiamo passato quasi due giorni è da visitare almeno una volta nella vita, magari cercando di sfuggire ad orde di zombie.

Gli organizzatori dell’evento sono persone semplici, che amano quello che fanno e lo si vede. Ho anche conosciuto belle persone, che hanno abbandonato città e abitudini per affrontare un gioco. Gente che ha voluto provare nuove emozioni insieme a me, per il gusto e il piacere di ritrovarsi insieme in qualcosa di nuovo e di grande.

Consiglio a tutti di partecipare al nuovo Zombie Survival Camp, ne vale la pena.

Un ringraziamento agli attori che hanno interpretato gli zombie e a chi li ha truccati. Un ottimo lavoro!

Ultime novità

Navigando...Sopravvissuti-di-Susan-Moretto-

Questa settimana ho avuto più tempo del solito, più tempo da dedicare a quello che più mi piace: leggere e scrivere. E oggi voglio dedicare un post proprio a questo.
Sto leggendo due libri, di cui nel prossimo post vi parlerò delle mie impressioni.
Sopravvissuti” di Susan Moretto, edito da Diversa Sintonia e “Navigando tra i confini della realtà”, scritto da Ken Bi e edito da Lettere Animate Editore.
E questo per quanto riguarda la lettura.
Venendo al discorso scrittura, posso dire che ho ripreso con i miei lavori, quelli che ho lasciato fermi già da troppo tempo.
Angeli, Diavoli e Zombie” è terminato e ora è nelle mani dell’editore in attesa di una possibile pubblicazione. Spero che anche a loro piaccia.
Dreamworld – Io, Katy e Lupo” lo sto proseguendo e mi mancano oggettivamente due capitoli per mettere la parola fine. Un romanzo che iniziai a scrivere nel 2009.

Non aprite quel container7 Non aprite quel container4

Ho un’altra storia da raccontarvi, dal tiolo “Non aprite quel container”, che questa volta non scriverò da solo. Già, è possibile che lo faccia con un’altra persona e sono curioso di leggere cosa ne uscirà fuori.
Intanto vi auguro un sereno fine settimana.

“In magazzino”

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George Katy aveva spinto avanti Barbara con il calcio del fucile. Ne era nata una colluttazione tra Alan, Stephen e il soldato.

“Soldato!” urlò il caporale John Turow, “Sei autorizzato a sparare se questi civili non eseguiranno gli ordini!”, infine, anche il caporale aveva armato l’arma, colpo in canna e fucile puntato su Alan Donnick.

La porta della centrale comunicazione si era chiusa con impeto ed era intervenuto il sergente per sedare quella scaramuccia.

“Abbassate le armi!” gridò al caporale, “questo è un ordine diretto! Vale per tutti e due!”. Gli occhi erano fissi sul graduato inferiore, il soldato semplice aveva già eseguito l’ordine senza recriminare.

“Ho detto di abbassare il fucile, Caporale! Queste persone non stavano tentando di carpire alcun segreto. Si sono trovate in un posto sbagliato, nel momento sbagliato. Esegua l’ordine!”.

Il caporale abbassò l’arma, ma mandò verso Alan uno sguardo carico di ostilità.

Barbara si era alzata aiutata da Stephen, con aria un po’ scossa. L’attenzione di tutti era rivolta verso i tre uomini in mimetica.

Raggiunsero la Sala Mensa, che si trovava in fondo al corridoio. Era un vasto ambiente composto da pareti con lunghe vetrate che davano sull’altra struttura. Fra i due edifici c’erano una decina di metri di distanza. Due jeep militari sfrecciarono davanti alle finestre. I mezzi erano entrambi armati di mitra montato sul tettino.

“Il menù del giorno prevede polpette della nonna e purea di patate, scusate se non siamo forniti di tante scelte, ma temo vi dovrete accontentare.” Il cuoco, anch’egli in divisa, cominciò a riempire i piatti e a distribuirli.

Ogni membro dei due gruppi si scelse un posto. I tavoli erano disposti lungo le pareti, numerose sedie giacevano capovolte sulla loro superficie.

“Non credo di andargli molto a genio.” disse Alan tra un boccone e l’altro, riferendosi al caporale. Il sergente parlottava con Charles Berry e i membri dell’altro gruppo, mentre il caporale e il soldato semplice erano piazzati davanti alla porta della mensa. Non parlavano affatto, nemmeno tra loro, almeno quando erano in presenza dei civili. Il sergente, invece, sembrava fatto di un’altra pasta: appariva molto più socievole.

Tratto da “In magazzino” uno dei racconti horror inseriti nel libro “Any man – Uomini semplici in storie fantastiche”.