Big One

Apocalisse

Come tutti sapete, due delle mie grandi passioni sono leggere e scrivere. Quando non scrivo, mi butto sulla lettura. In questi giorni ho ricominciato a lavorare su Dreamworld – Io, Katy e Lupo dopo molto tempo che non ci rimettevo le mani. L’avevo cominciato nel 2009 e scrivevo tutti i santi giorni. E’ una storia in cui credo molto e spero che possa piacere a tanti.

Spesso, quando sto per finire un romanzo, mi vengono idee su cosa scrivere dopo. E oggi vi presento questa idea, nata quasi per gioco.

Big One” un romanzo di fantascienza e post apocalittico.

Eccovi una possibile sinossi.

Big One

Anno 2017, sono passati cinque giorni dal grande sisma che ha raso al suolo molte città, fra cui Los Angeles. Charles Ramon è uno dei sopravvissuti, che sta cercando di raggiungere sua moglie July. La società, per come la conosciamo noi, non esiste più. E’ collassata assieme ai palazzi e alle strutture cinque giorni prima. Adesso vige la legge del più forte, oppure quella del compromesso.

Nel prossimo post pubblicherò ancora qualcosa su Io, Katy e Lupo.

A presto.

Zombie Survival Camp

Zombie Survival Camp

Sabato 16 maggio 2015 – ore 11 – Bugnara, Abruzzo.

Arrivo in questa località non sapendo esattamente cosa aspettarmi. L’e-mail che mi è arrivata diceva chiaro: Ordine di evacuazione immediato! Non è un’esercitazione! Preparare l’equipaggiamento e recarsi il prima possibile…

Ero curioso di partecipare a questa novità, così mi sono iscritto appena ho letto la locandina dell’evento.

La zona in cui mi trovo è fra le montagne, otto ettari di boschi e colline e un paio di strade sterrate. Una location che ti lascia senza fiato.

Comunque esco dalla strada provinciale per Bugnara e percorro un centinaio di metri di strada bianca. Parcheggio in uno spiazzo dove ci sono una mezza dozzina di auto, e sospiro. Il tempo è incerto, nuvole scure attraversano le montagne che sovrastano quella specie di valle. Spero che il tempo regga.

A una decina di metri c’è un recinto da cui due donne mi fissano e muovono le braccia verso di me. Non salutano ma rantolano e hanno ferite al volto. Le osservo meglio e apro lo sportello. Un tizio mi si avvicina. Indossa una tuta bianca, ha un fucile a tracolla, una mascherina al volto e una ricetrasmittente.

Ehm, deduco che quella non sia una zona sicura. Le due zombie non smettono di urlare e afferrare i paletti di legno che ci separano. L’uomo mi scorta fino a un casolare e mi presenta a tutte le altre persone.

Faccio conoscenza con tre istruttori – sempre armati – e gli atri sopravvissuti come me. Saremo in dodici a dovercela sbrigare fra zombie, preparare cibo, accendere fuochi per cucinare e fare missioni di sopravvivenza.

L’inizio è stato d’impatto, un piacevole impatto.

Prima prova: armarsi e ispezionare il perimetro in cerca di cibo.

La squadra di cui faccio parte è composta da tre adulti e due bambini di otto anni. Ci procurano due pistole e tre mitra da soft-air. Un istruttore ci accompagna lungo il percorso, in totale silenzio e muovendoci piano. I bersagli sono sagome di zombie. Ci muoviamo quasi come fossimo un Team militare. Prendiamo dimestichezza con le armi, con la mira e con i gesti con cui ci coordiniamo.

Il bottino sarà parte della cena. Ho apprezzato la pazienza degli istruttori, la serietà con cui hanno gestito la prima e anche tutte le altre prove.

Accensione del fuoco.

A questa vitale prova si è offerto volontario Il cacciatore di Zombie, come anche quella di cucinare per il gruppo. Ogni mansione, durante un’ipotetica sopravvivenza, è importante per unire il gruppo.

Ricerca del bambino.

Questa zona immersa nella natura è composta da una serie di poligoni per esercitazioni a sparare, strutture più o meno fatiscenti e resti di vecchie abitazioni. Mi ricorda un piccolo villaggio abbandonato e ha il suo fascino.

Dopo esserci rifocillati per bene, l’istruttore Capo ha spiegato alcune linee guida sulla sopravvivenza. Ci ha parlato di armi da fuoco e di armi bianche. Teoria che non fa mai male. Nello sguardo dei sopravvissuti non ho visto noia, ma interesse e curiosità.

Appena sistemata la zona ristoro, inizia una nuova missione ma sarà individuale.

La location è in una delle casette diroccate. Non ci sono porte, non ci sono finestre. Somigliano a orbite vuote che ti osservano mentre ti avvicini.

Tocca a me. Entro assieme all’istruttore ed entrambi siamo armati per ispezionare ogni stanza, abbattere sagome di zombie e salvare questo famigerato bambino.

Giungiamo davanti all’ultima stanza e sento un pianto di neonato, ma non solo quello. Qualcuno ringhia e si dimena sopra un altro corpo più piccolo, credo di una ragazza. Uno zombie banchetta proprio in quella stanza, mentre il bimbo urla più forte.

L’istruttore mi tiene l’arma mentre io procedo a prelevare un bambolotto poggiato in un angolo della stanza. E’ stata una delle prove che mi è piaciuta di più per come è stata concepita dagli organizzatori.

Poligono di tiro.

Un’altra prova individuale. A turno si spara a bersagli fissi e semoventi in un percorso separato da vecchi copertoni. Anche qui si testano armi e mira dei vari sopravvissuti.

Fuga dagli zombie.

Durante il rientro al Campo Base ci imbattiamo in cinque zombie. Siamo disarmati, così non ci resta che nasconderci in un fitto bosco. Gli istruttori cercano di abbatterli, ma non tutti finiscono a faccia in giù fra polvere e sassi, così non ci rimane che la fuga verso il campo.

Ricerca di provviste nel tunnel.

Premetto che questa location è una delle più suggestive. La galleria è profonda quattrocento metri, l’interno è umido e disseminato di macerie e sassi. Le nostre torce riescono a malapena a squarciare l’oscurità. Ci muoviamo come un Team di professionisti: senza parlare e coprendoci le chiappe fra di noi. Alcuni bersagli sono in vista e raffigurano zombie. Ci mettiamo ginocchio a terra, prendiamo la mira e crivelliamo di buchi quelle sagome fameliche. Ogni sopravvissuto si cala perfettamente nella parte e questo è molto importante per godere appieno di questa novità assoluta in Italia.

Verso metà tunnel ci imbattiamo in due zombie. Igor lancia un sasso verso la parete più distante e riesce a distrarli.

All’uscita ci aspetta l’ennesima creatura: stesso giochetto che ha fatto Igor e portiamo alla base una cassa di bottigliette d’acqua.

Le missioni sono state molte e tutte mi hanno coinvolto. Il posto in cui abbiamo passato quasi due giorni è da visitare almeno una volta nella vita, magari cercando di sfuggire ad orde di zombie.

Gli organizzatori dell’evento sono persone semplici, che amano quello che fanno e lo si vede. Ho anche conosciuto belle persone, che hanno abbandonato città e abitudini per affrontare un gioco. Gente che ha voluto provare nuove emozioni insieme a me, per il gusto e il piacere di ritrovarsi insieme in qualcosa di nuovo e di grande.

Consiglio a tutti di partecipare al nuovo Zombie Survival Camp, ne vale la pena.

Un ringraziamento agli attori che hanno interpretato gli zombie e a chi li ha truccati. Un ottimo lavoro!

“Un nuovo corpo”

Angelo e Diavolo

Saryo, dopo essere uscito dalle caverne infernali, aveva vagabondato fino in Italia (sotto forma di spirito!). Aveva deciso di ficcarsi dentro un’anfora antica, un reperto archeologico, finché il caso, oppure il destino, decidesse per lui.

La nave approdò a New York e, il prezioso carico, venne calato sul molo del porto: le casse furono caricate su dei furgoni e Saryo attese, attese, attese. Pensava al suo cane, lasciato nelle caverne con ByC, Erinny, Carroll, Morfeo, Queen, mentre la SignoraNessuno pensava a una fottuta  sfida da fare con i sette Angeli.

Quando Saryo aveva preso la decisione di andarsene, ricordò i pianti dei compagni, ma anche che avevano tirato fuori delle bottiglie di champagne, dei bicchieri per l’occasione, e… no! Non erano pianti quelli, ma festeggiamenti e lacrime di gioia! Chissà che scempio dopo la sua partenza: chi si sarà accaparrato la sua caverna? Ci sarebbe stata una lotta all’ultimo sangue per quei luridi metri quadrati di roccia e polvere (per la gioia di ByC e qualcun altro!).

L’anfora venne aperta e Saryo si sentì risucchiato. Aprì gli occhi e, con stupore, capì di essere finito dentro a un corpo umano. C’erano degli uomini intorno a lui, tutti vestiti di nero, con cappelli neri, scarpe nere. Cazzo, pensò, a questa gente piace il nero!

Saryo aprì la bocca per dire qualcosa, ma la prima parola che gli uscì fu: “Minchia!”, poi disse “Dove minchia mi trovo!”. [N.d.S. Nota di Saryo: da adesso, quando leggerete i dialoghi, siete pregati di dare inflessione sicula, per chi ne è capace, così da rendere più verosimile il tutto! Grazie per la collaborazione.].

“Minchia Capo, ti trovi nel tuo covo! E noi i tuoi picciotti siamo!” il tizio sorrise, ma nell’arcata superiore gli mancavano tre denti. L’uomo si accorse del disgusto che provava Saryo e indicò lo spazio fra i denti: “Sono stati quei fetusi di sbirri! Con il calcio della pistola me lo fecero!”.

“Adesso ricordo!” disse il capo, cercando di fingere. Gli venne un sospetto: tutti gli uom…ehm i picciotti, erano più alti di lui. “Portatemi subito uno specchio!”, li guardò mentre loro lo fissavano, interdetti: “In che minchia di lingua devo dirvelo? Voglio un fottuto specchio!”.

Un picciotto dal tono calmo gli disse: “Capo, se urli ancora ti sale la pressione e che minchia ci diciamo a u dottore?”.

“E’ vero!” disse un altro, “L’ultima visita la fece ieri e ti ha proibito di urlare. Poi, gli specchi, ce li hai fatti portare via perché non sopporti la tua immagine. Madre natura non è stata magnanima col nostro capo!”.

In quale minchia di corpo sono finito, pensò Saryo. Ecco, adesso penso anche in questa strana lingua!

“Comunque sei il più ricco e rispettato di tutte le nostre famiglie. I tuoi affari vanno a gonfie vele e fra due ore ti vedrai con il commissario di zona! Minchia capo, non ti ricordi più un cazzo!?!”.

Saryo fece due passi avanti, esaminò l’ambiente. Si trovava all’interno di un garage che conteneva centinaia di casse di legno. Arrivava con il mento al piano del tavolo, ne dedusse che doveva raggiungere il metro e trenta centimetri. Piccolo e tracagnotto si sentiva, ma di una cattiveria diabolica. Un concentrato di cattiveria!

“Da oggi mi chiamerete Don Saryo!” disse sfidando gli sguardi di tutti i picciotti presenti. “E come si chiama il commissario che dovrò incontrare?”.

Un picciotto si fece avanti, si mise sull’attenti e urlò: “Si fa chiamare Prince, Signore!”. Rimase fermo come una statua di marmo, petto in fuori, pancia in dentro.

Don Saryo mise le piccole mani dietro la schiena ed esaminò il picciotto che aveva di fronte: “E che minchia gli è successo a questo qui! Perché urla in questo modo?”.

“Perdonalo, Don Saryo, ma ieri ha visto Full Metal Jacket e…”.

“Riposo, soldato!”. Il picciotto si mise sul riposo formale. “Rompete le righe!” disse il capo e il sold…ehm il picciotto uscì dal garage.

   Sono circondato da minchioni, pensò osservando gli altri uomini schierati nel garage.

Il commissario si faceva chiamare Prince! Quel nome non gli era nuovo, e se fosse stata quella la prova che dovevano fare gli Angeli e i Diavoli? Il Bene contro il Male in una città come New York.

“La sfida”

Angeli e Diavoli

All’interno delle grotte regnava la confusione totale, da girone dantesco. I Diavoli stavano scontrandosi tutti contro tutti, cercando di avere la meglio uno sull’altro. C’erano dei diverbi, come sempre, e la ragione veniva annientata dalla forza del sopruso, dalla violenza, dalla prevaricazione. I Diavoli vivevano in questo mondo da sempre, più o meno.

Un giorno, però, qualcosa cambiò. Successe quando qualcuno aveva osato ficcare il naso in affari che non gli riguardavano. Anche i Diavoli hanno una mente (perversa e cattiva, ma ce l’hanno!).

La SignoraNessuno tirò un urlo che si disperse in echi fra gli antri. Tutti si immobilizzarono come statue di sale: Saryo, con in braccio il suo cane e la pistola nell’altra mano, rimase interdetto. ByC mosse un labbro per la disapprovazione ed esclamò: “Che palle! Proprio ora che stava per scorrere il sangue a fiumi!”.

Morfeo ed Erinny si svegliarono. “Che cazzo succede?” chiesero in coro e gettarono i nani da giardino dentro la Fiamma Eterna.

Gli altri attesero.

“Non vi siete accorti che ci spiano?” chiese SignoraNessuno. Queen tirò su con il naso, accarezzando i capelli corti. Quanto avrebbe voluto scannare chiunque le avesse fatto quel lurido scherzo!

Carroll si avvicinò di soppiatto alla Signora: “Di chi cazzo parli?”, ByC sorrise in modo strano mentre, Morfeo ed Erinny, si guardavano non capendo.

“Di chi parlo? Possibile che non abbiate un minimo di fantasia? E se vi dicessi che i guardoni sono quelli del piano di sopra?”. La SignoraNessuno sorrise.

“Mhm” disse ByC, “mi è venuta voglia di carne di pollo! Soprattutto quattro paia di ali, le più tenere!” e rise sguaiatamente.

“Queen! So chi è stato.” fissò i capelli della diavolessa, “E so anche chi è stato a gettare le polpette al cane di Saryo.” continuò la Signora. Saryo posò il cane a terra, tolse il caricatore dalla pistola e ne inserì uno con sette proiettili. Un caricatore speciale!

Morfeo esordì con un colpo di tosse: “E come facciamo? Lui vede e sa tutto! Quale giustificazione hai in mente?”.

“Una prova, tanto per non farli annoiare. So che Prince ha superato il quintale e le nuvole fanno fatica a reggerlo. CosimoBernardo non fa altro che dormire sui prati. E gli altri, bhè, si stanno facendo pigri. E Lui non fa altro che dir loro di fare movimento: detesta vedere i suoi Angeli diventare rincoglioniti, peggio dei drogati.”.

Risero tutti, come pazzi.

“Allora, vogliamo spaccare il culo ai passerotti?” urlò la SignoraNessuno.

Un coro di “Si!” echeggiò nelle caverne.

Fra Angeli e Diavoli c’era un patto, un patto eterno. Lui l’aveva suggellato, a meno che non venisse rotto da un solo esponente di una delle due parti. Ogni fazione doveva vivere in perfetta armonia (un termine che i Diavoli non concepivano, ma fa lo stesso!) e non dovevano essere spiati da nessuno. Come Prince poteva far apparire uno schermo paradisiaco, così i Diavoli potevano captare un’interferenza, una spia fra loro.

Prince e SignoraNessuno furono ricevuti in udienza da Lui in “persona”, e venne deciso di indire una sfida fra i quattordici membri: sette Angeli e sette Diavoli. Nessuna ricompensa, ma l’eterno schiaffo morale in caso di vittoria, da ambo le parti. E se gli Angeli avessero perso? Un probabile esilio dal Regno Dei Cieli.

SignoraNessuno strinse la mano di Prince, ma un sinistro barlume provenne dal suo ghigno.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (seconda parte)

I 4 magazzinieri dell'apocalisse

David Cook era corso per i corridoi che separavano tutti i box dell’enorme magazzino, anche spezzando in due il fiato che gli rimaneva in gola. Aveva sempre pensato che i coreani tenessero lì dentro qualcosa di pericoloso, anche perché non volevano essere seguiti quando trasportavano le casse di legno. Spesso venivano di notte, quando la sorveglianza interna era ridotta al minimo personale.

La sua mente, nonostante la corsa a perdifiato, cercava di plasmare qualche frase di perdono. Li aveva portati in quel box lui stesso ma, prima di condurceli, aveva controllato l’interno di una delle casse. Quella provetta dal liquido trasparente sembrava fare al caso suo: i quattrocento dollari non li avrebbe mai scuciti di sua spontanea volontà. Maledisse il fratello, che aveva intuito qualcosa, poi giunse a una decina di metri dal Box 81 e la sua gola si fece talmente secca, che faceva fatica a deglutire.

“Signor Ching, signora Ching, state tutti bene?”. In mano stringeva la chiave per aprire la porta: “Adesso vi faccio uscire! Ehm, c’è stato un malinteso e vi ho accompagnato al box sbagliato. E…” David appoggiò l’orecchio alla porta e rimase interdetto, gli era sembrato di sentire un rantolo, poi dei rumori come se qualcuno sbattesse ripetutamente i denti.

“Adesso giro la chiave e vi faccio uscire, d’accordo?” chiese. Con la mano destra inserì la chiave nella serratura ma rimase in ascolto. Qualcuno, dall’altra parte, tastava la superficie di ferro come se cercasse di scardinarla. Niente voci, niente maledizioni dette in lingua cinese, e questo gli risultò molto strano.

“Volete che apra la porta?”. Riuscì solo a sentire uno strano ringhio, poi una spallata fece tremare l’intero box e David si ritrovò a terra.

Una mano strinse la sua spalla e David urlò di paura: vide il fratello in piedi dietro di lui, poi gli altri due soci che correvano nella loro direzione.

“Siamo arrivati appena in tempo” disse Alfred, “quella credo che non sia più la famiglia Ching, la fiala li ha cambiati. Se solo non fossi corso via in quel modo…”.

Borys riprese fiato, le mani appoggiate alle gambe, lo sguardo a terra.

“Dobbiamo sbarazzarci di quei cosi prima che tornino i coreani.” disse Charles.

David Cook, prima di rialzarsi, chiese: “Avete qualche fottuta idea su come aprire quella porta senza che escano?”.

“Forse non sono poi così aggressivi.” disse il fratello.

Borys era il più grasso del gruppo, così puntellò una mano sulla porta. La famiglia Ching emetteva sempre quei suoni anomali. “Non credo che terrà per molto. Qualsiasi idea andrà bene, però sbrigatevi!”.

Charles indietreggiò di un paio di passi dicendo: “Vado a prendere qualcosa nel seminterrato! Voi intanto teneteli occupati, ok?”.

Borys cominciava a fare fatica, mentre i colpi inferti alla porta iniziavano a sbriciolare l’intonaco vicino alla serratura. “Li teniamo occupati? E con cosa? Ah, improvviseremo uno spettacolino coreografico!” urlò Alfred. I due fratelli si misero ad aiutare Borys cercando di non far cedere l’ingresso al box.

Passarono pochi minuti e udirono dei passi nel corridoio. “Allora ti sei sbrigato! Alla buon’ora!” urlò Borys. Tre figure si materializzarono nel loro corridoio, non era Charles ma tre tizi vestiti in abiti scuri, capelli corti e neri e indossavano degli occhiali da sole. Erano i Coreani.

“Oh cazzo! E adesso che gli diciamo a questi?” chiese David a bassa voce. Sia Borys che Alfred rimasero interdetti, paralizzati, con i palmi delle mani appoggiate alla porta del Box 81. Anche i nuovi arrivati si fermarono a cinque metri dai tre ragazzi ed uno di essi inclinò leggermente la testa, come per capire cosa stesse succedendo. I coreani non parlavano bene la loro lingua, però si facevano capire.

Il coreano che aveva inclinato la testa frugò nella tasca interna della giacca ed estrasse un piccolo vocabolario, lo lesse per alcuni istanti. “Voi, mocciosi, che ci fate qui?”.

Fu Borys a rispondere, aveva la maglietta fradicia di sudore e i capelli scompigliati: “Abbiamo sentito dei rumori qui dentro, però adesso è tutto tranquillo.”. il suo tono non fu dei più sicuri e, come per risposta, ci fu uno scrollone che costrinse i tre ragazzi a puntellare di nuovo la porta.

Altri passi lungo il corridoio e rumori di ferraglia fecero voltare i clienti del Box 81. Charles, appena li vide, rallentò il passo. Teneva in mano un piede di porco, una pala, un rastrello e un secchio di plastica con all’interno una spara chiodi. Il tizio con il vocabolario in mano lo sfogliò. Alzò un dito al cielo, poi lo puntò verso Charles, con fare minaccioso (o almeno quello era l’intento), e disse sbirciando fra le pagine del libretto.

“Voi adesso restate fermi dove siete e mi dite cosa…”, abbassò gli occhi sul testo e trovò la parola giusta, “cazzo sta succedendo qui! Altrimenti…”. Gli altri due non dissero nulla, sfilarono dalle giacche due pistole automatiche nere e lucidissime. Caricarono il colpo in canna con una mossa fluida e ne puntarono una su Charles, l’altra verso Borys e gli altri due soci.

Charles fece cadere tutto a terra e alzò le mani, come se fosse davanti a tre rapinatori di banca. Il rumore echeggiò nel corridoio e, un’altra spallata dall’interno del box, mandò a sbattere i tre magazzinieri contro l’altra parete. La serratura cedette di schianto e la porta si spalancò verso l’esterno.

La famiglia Ching si riversò fuori del box ma non vide i tre ragazzi nascosti dalla porta d’ingresso. I quattro cinesi (padre, madre e due adolescenti) avanzarono a passi lenti verso i Coreani. L’uomo con il vocabolario lo fece cadere a terra e si tolse gli occhiali in una mossa lenta, come se quella allucinazione fosse colpa degli occhiali che aveva indossato. Imprecò nella sua lingua mentre gli altri due scaricavano tutti i colpi che c’erano nei caricatori. La famiglia Ching, un componente per volta, cadde a terra lungo il corridoio. La puzza di polvere da sparo permeava in quell’ambiente stretto, anche l’assordante suono degli spari cessò dopo alcuni attimi interminabili. E i tre coreani prima sorrisero, poi gli uscì una risata sguaiata e irritante finché non videro il signor Ching alzarsi sulle ginocchia.

Charles Moore fuggì per primo urlando dalla paura e dirigendosi verso l’ufficio soppalcato. Le urla dei tre coreani si dispersero fra i corridoi che s’intersecavano in quel magazzino.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (prima parte)

Magazzino Di.A.Ra.

Alfred Cook prese la telecamera e la piazzò sul treppiede. Fece diverse prove prima di accenderla: voleva essere sicuro che il primo piano gli venisse perfetto. Aveva tutto in mente, non gli servivano fogli di carta scritti, né appunti riassuntivi. L’ufficio in cui si trovava non era altro che una stanza senza finestre, un paio di prese d’aria rendevano l’ambiente più vivibile.

Si mise seduto sulla sedia con quattro rotelle e sprofondò di qualche centimetro, poi accese la telecamera lasciandola in stand by: la sua immagine apparve in uno dei video piazzati sulla scrivania.

“Hei, tutto bene lì dentro?”, la voce proveniva da fuori la stanza. “Dai, apri questa cazzo di porta e ne parliamo!” disse David Cook, il fratello.

“Puoi scordartelo! Sto ancora guardando il casino che hai fatto nel Box 81!”.

“Non puoi farmene una colpa! Che cazzo ne sapevo che quei fottuti coreani ci tenevano quella schifezza lì dentro!”.

Ci fu un attimo di silenzio, Alfred non riusciva a togliere gli occhi dal video numero 5, quello che inquadrava l’interno del Box 81. “Registrerò tutto e lo pubblicherò su Youtube! Abbiamo bisogno di aiuto.”.

Una risata provenne da fuori l’ufficio. “Sei sicuro di quello che fai? Nessuno crederà al tuo maledetto video. Penseranno che sia un fake!”.

“Genio di merda! Cosa pretendi che faccia? Hai distrutto una famiglia intera.”.

“Erano solo dei cinesi e il Signor Ching era un baro a poker: mi ha fottuto quattrocento dollari in poche mani. Ti prego, apri questa maledetta porta!”. David batté quattro colpi alla porta, come se bastasse perché il fratello cambiasse idea. Salirono altre due persone, si trattava degli altri due soci del The Last Warehouse, il magazzino che gestivano assieme da quasi un anno.

“Alfred, sono Charles, perché non dai retta un attimo a tuo fratello?”.

“Perché adesso si fa a modo mio!”.

“Non usare il telefono, non ti servirebbe a nulla! Borys ha appena distrutto la centralina e non hai campo per telefonare con il tuo cellulare.”.

Alfred si alzò di scatto dalla sedia, portandosi davanti alla porta dell’ufficio: “Che cos’ha fatto Borys?” urlò quasi isterico.

Charles Moore si avvicinò alla porta che li divideva quei pochi centimetri: “Mi hai sentito, cazzo! Ha distrutto la centralina telefonica. Adesso ce la dobbiamo cavare da soli, come abbiamo sempre fatto! A proposito, come sta la famiglia Ching?”.

“Non c’è più quella nebbia, adesso vedo solo quattro persone distese a terra!”.

“Sono morti?” chiese David titubante.

“Che casino di merda.” imprecò Borys alle spalle degli altri due.

“Aspetta che glielo chiedo! Ma che domande fai? Comunque, se sono morti, come facciamo a toglierci da questo casino? Qualcuno verrà a cercarli!”.

“Li seppelliremo nel deserto!” disse il fratello.

“Li seppellirai, il casino l’hai fatto tu.”.

Borys girò la maniglia della porta senza riuscire ad aprirla. “Dai, facci entrare e decideremo tutti e quattro come tirarci fuori da questo casino.”.

“Aspettate, ho visto un braccio muoversi. O forse me lo sono immaginato!”.

“Di che diavolo parli? Quel gas che è uscito dalla cassa dei coreani non credo sia Aerosol.” disse Charles in tono apprensivo.

Alfred fece due passi indietro, la schiena finì contro la porta ancora chiusa. “Cristo!” disse a voce bassa ma lo sentirono anche gli altri tre. La chiave girò e la serratura scattò, così gli altri si precipitarono all’interno. Si fermarono tutti e quattro con gli occhi fissi sul video che trasmetteva le immagini della famiglia Ching. I quattro corpi si muovevano lentamente, come se si stessero risvegliando da un lungo sonno. I vestiti erano parzialmente lacerati in più punti e, il primo a tentare a rialzarsi, fu il capofamiglia che si mise in ginocchio e cominciò a guardarsi intorno, finché vide la telecamera con un led rosso che lampeggiava.

“Sono vivi!” disse David Cook e corse fuori dall’ufficio.

Alfred rimase immobilizzato davanti allo schermo, come gli altri due, mentre cercava di capire cosa ci fosse che non andava in quel quadretto familiare. Avrebbe voluto urlare al fratello di non scendere fino ai box e di aspettare ulteriori sviluppi, perché quel tizio che fissava la telecamera non sembrava lo stesso uomo di poco tempo prima. Però non aveva alcuna prova che alla famiglia Ching fosse accaduto qualcosa di brutto, anche se erano tutti e quattro in piedi.

Borys fu il primo a liberarsi dal torpore e fece due passi avanti per vedere meglio l’immagine trasmessa: “Prova ad accendere l’audio?” disse ad Alfred.

In effetti nessuno di loro ci aveva pensato: la telecamera a circuito chiuso aveva anche un piccolo microfono. Alfred si sedette sulla sedia e digitò alcuni tasti al pc. Udirono un breve fruscio poi delle voci basse simili a dei lamenti. Rimasero tutti e tre in ascolto.

“Ti sembra normale?” chiese Charles fissando le immagini.

“Cosa diavolo c’era in quella cassa?” chiese Borys.

“Perché mio fratello è sceso laggiù? L’ho sempre detto che è un perfetto idiota!”. Alfred mise la mano su un joistick a lato della tastiera e cominciò a muovere la telecamera in cerca di altri dettagli. Inquadrò la cassa coreana e parte del suo contenuto ma non riuscì a vedere nulla d’importante, a parte una fiala rotta all’interno.

“Era una specie di gas, credo.” disse Borys.

“Deve essersi disperso negli altri box, se la coibentazione non tiene.” affermò Charles Moore.

“Voi due dite solo cazzate” sbottò Alfred senza guardarli, “quello che mi preoccupa sono quei quattro disgraziati che sono rinchiusi lì dentro. Sono riuscito a vedere gli occhi del primo che si è alzato: avevano un colore che non avevo mai visto.”.

Charles posò i palmi delle mani sul piano della scrivania e disse in modo cupo: “Perché se ne stanno lì fermi? Non urlano, non chiedono aiuto. Forse dovremmo correre giù e fermare tuo fratello.”.

In quel momento udirono dei passi vicino all’ingresso del box e videro la famiglia Ching che si spostava verso la fonte del rumore.

“Tutto in una notte”

Tutto in una notte

 

     Charles Evenmoore fu l’ultimo ad arrivare a destinazione, cioè allo splendido chalet di montagna che usavano ogni anno per fuggire dalle città. L’unico rumore era quello del motore dell’auto, che aveva spinto gli altri ad uscire da quella tana calda e accogliente.

“Pensavamo non arrivassi più” esordì Brigitte Colt raggiungendolo per un abbraccio. Alcuni lumi appoggiati agli scorrimano in legno si dimenavano per una folata di vento gelido e secco, ma in quel luogo non si stava poi così male, il freddo era differente da quello di città e l’aria era pulita e fresca.

“Non me lo sarei perso per nulla al mondo, questo incontro” rispose Charles ancora avvinghiato alla ragazza, poi chiuse la portiera della macchina. David Callbrun ed Eloyse Rupert attendevano pazienti dalla piccola veranda coperta dal tetto dell’abitazione.

“Ci vediamo una volta l’anno ma ti fai sempre desiderare, vero?”. La voce di David era sarcastica, come lo era la domanda.

“In effetti non credo di essere mai cambiato, è più forte di me. Mi piace che gli altri aspettino il mio arrivo.” rispose sorridendo, dopo averci pensato per qualche istante. Prima di salire i due gradini del patio, Charles si fermò ad ascoltare il silenzio del luogo. Il cielo era macchiato di stelle mentre la neve rifletteva la luce più tenue; il vento muoveva le cime più alte ed esili degli abeti che li circondavano. Inspirò un paio di volte a pieni polmoni quell’aria di dicembre.

“Felice di rivederti” lo accolse Eloyse con un abbraccio.

La porta di legno cigolò sui cardini, a parte quell’insignificante difetto, l’interno era come se lo ricordava: un ambiente caldo e accogliente. Un solo piano che conteneva tutto quello di cui potevano aver bisogno.

“Vino o birra?” chiese David afferrando una bottiglia e mostrando un barilotto di birra alla spina.

“Il vino è italiano, marca Illuminati d’Abruzzo, che è anche un ottimo vino per questo periodo!” aggiunse Brigitte afferrando la bottiglia. “Vogliamo che sia un venerdì speciale.”.

“Solo perché questa volta tocca a me cominciare?” chiese Charles spogliandosi del cappotto e cercando di sfoderare un sorriso smagliante.

“Può darsi!” disse Eloyse mettendosi seduta a tavola.

“Ragazzi non ho pensato a nessuna storia” ammise Charles osservando i loro volti, sperava solo che non ci rimanessero troppo male, sarebbe stata la sua prima volta presentarsi senza una storia da raccontare. Si mise seduto sulla panca, accanto all’amica, e si arrotolò le maniche della camicia azzurra: la temperatura dello chalet era piacevolmente calda. Nel camino, davanti al tavolo, scoppiettava della legna secca.

Optarono per la bottiglia di vino rosso, che si abbinava bene con della carne cotta alla brace, mentre i quattro chiacchieravano di quello che combinavano il resto dell’anno. Charles, l’oratore di apertura per i loro incontri, era piuttosto taciturno. C’era un’idea che non lo aveva mai abbandonato da un paio di giorni: per la verità si trattava di un sogno che lo aveva lasciato sgomento per molte ore, dato che era di un paio di notti fa.

“Forse riesco a salvare la mia faccia.” disse Charles, versando del vino nei quattro bicchieri. “Prosit!” e mandò giù un paio di sorsi. L’attenzione dei tre amici fu calamitata da quell’esclamazione inattesa.

“Comincia pure, allora” lo invitò David incrociando lo sguardo con il suo, “vediamo se riesci a spaventarci come hai sempre fatto.”.

“Sà di sfida!” s’intromise Eloyse.

La storia ha inizio in un albergo in cui si ritrovano molte persone, fra cui un certo Charles – che potrei non essere io – ma che è il personaggio principale.”.

“Cos’è una storia vera?” chiese Brigitte interrompendolo. Lui non si scompose, distogliendo lo sguardo dal bicchiere con ancora del vino dentro, quel colore rosso rubino gli aveva fatto ricordare…

“Non importa” disse, “comunque no, non credo sia una storia vera, o almeno…spero non lo sia.”.

Charles tornò a fissare intensamente quel colore.

Charles si osservò intorno, non appena aveva messo piede nella hall. Un tappeto rosso bordot ricopriva l’intero pavimento di quella stanza, e forse anche il resto della struttura. Soffice come la lana, non riusciva a sentire il rumore dei suoi passi.

Si guardò intorno osservando le persone, quei volti che non conosceva ma che erano lì come lui, senza uno scopo apparente. Poi si soffermò sull’arredamento non troppo antico, né moderno, ma che sembrava calzare con quel colore di sfondo.”.

Fece una pausa involontaria, forse cercando un filo conduttore a tutti quei pensieri che lo assillavano.

Si spostarono nella sala da pranzo, seguendo un cameriere che li condusse lì, senza dire una sola parola. Charles era in compagnia di altre cinque persone. Presero posto ad un tavolo rettangolare, occupandone solo la metà, vista la lunghezza esagerata. All’inizio nessuno disse una sola parola, erano gli sguardi che parlavano, l’imbarazzo per colui che avrebbe dovuto rompere gli indugi, rompere il ghiaccio.”.

Charles si sentiva osservato, non sapeva come, ma sentiva che tutti pendevano dalle sue labbra, dalle frasi che avrebbe pronunciato dopo. S’inumidì la bocca con un altro sorso di vino.

Qualcuno aveva chiesto dell’acqua, ma sul tavolo non c’era nulla, a parte una brocca colma d’acqua. Nemmeno un bicchiere da riempire.

<<Cameriere!>> chiamò qualcuno.

Charles si girò verso l’ingresso della sala sperando di vedere qualcuno attraversarlo, ma un’altra voce lo fece rigirare. <<Guardate la brocca!>> urlò una delle ragazze. Lui non vide nulla di anormale, solo la trasparenza del vetro e del liquido che era dentro. Qualcuno si era alzato di scatto, come spaventato da qualcosa, fu in quel momento che Charles vide il manico della brocca. Così rimase immobile a fissare quell’oggetto che ruotava da solo. La mente vuota, priva di pensieri, gli impediva di farsi delle domande, anche le più semplici.

<<Ma che diavolo sta succedendo?>> gridò qualcun altro. Charles fu scosso da un altro urlo quasi isterico, così seguì lo sguardo della ragazza che gli sedeva di fianco e vide…”.

“Se non dovesse piacervi non esitate a dirlo, potremmo passare ad un altra storia. Non mi offendo!” disse Charles osservando i tre amici.

“No no no, continua pure! Credo di parlare anche a nome di loro due” intervenne David. L’antipasto era finito, per la carne c’era ancora da aspettare. Si versarono ancora un po’ di vino, così Charles ne aveva approfittato per bagnarsi la gola.

…la sedia vuota. Gli altri, che sedevano dalla parte opposta, si erano alzati per osservare meglio: le quattro zampe della sedia erano a cinque centimetri da terra, e questa stava ruotando lentamente di trenta gradi.

<<Direi di spostarci nella hall, tanto non credo che mangeremo qualcosa oggi, almeno parlo per me>> disse Charles al resto del gruppo. Gli altri si limitarono ad annuire senza togliere lo sguardo da quel curioso fenomeno.

Si alzarono in piedi e cominciarono a dirigersi da dove erano venuti, ma fecero mezzo passo che il gruppo si sparpagliò per la stanza. Aveva fatto ingresso una strana creatura a quattro zampe. Un cane, Charles lo riconobbe subito come Setter Inglese a pelo bianco e chiazze nere. Ma questo era un cane morto, solo che camminava verso di lui senza interessarsi degli altri.

Charles si pietrificò, sentiva il cuore pompare sangue velocemente, mentre gli occhi vitrei e opachi di quella cosa lo stavano fissando. L’odore che emanava era nauseabondo, quasi di uova marce. Le orecchie gli penzolavano come cartilagine secca, che si sarebbe staccata da un momento all’altro. Il cane ringhiò mostrando gli ultimi denti che gli rimanevano, mentre il dorso non si muoveva affatto, visto che era morto. Le costole erano visibili, come se la pelle volesse entrare nelle esili fessure.

Charles gli abbozzò un sorriso, o almeno tentò di farlo, per cercare di placare quel suono che emetteva. Prese coraggio e fece scivolare la mano aperta verso la testa della creatura. Toccò i peli bianchi del cranio, mentre altri ciuffi di peli si staccavano dalle zampe esili. Forse fu quel gesto amichevole, ma il suono – quella specie di ringhio – cessò di colpo.

Il cane si avvicinò alla sua gamba destra, come se cercasse un contatto fisico, amichevole, amorevole, forse dell’affetto. Charles tentò di sopportare quella puzza, quel cadavere che ora si stava strofinando sui pantaloni. E si dissolse nel nulla.

La stanza era vuota adesso, a parte Charles che tentava di capire cosa gli stava accadendo. Gli ospiti che erano con lui, sembravano aver seguito la sorte del cane.

Chiuse gli occhi per qualche secondo, cercando di non impazzire, infine li riaprì sgranandoli.”.

La carne era cotta. Mangiarono in silenzio mentre Charles si chiedeva se la storia fosse piaciuta davvero, oppure se i suoi amici non avessero il coraggio di dirgli che questa volta la sua storia non aveva fatto effetto su di loro. Eppure i ricordi che aveva dentro di sé erano così dannatamente reali.

Si sentì osservato, così tornò in sé e vide che tutti e tre stavano aspettando senza fare alcun commento.

Charles riprese a raccontare.

Aprì gli occhi e vide di trovarsi in un’altra stanza dell’albergo. C’era un letto con due donne sedute su una coperta rossa bordot, vicino alla finestra notò un uomo appoggiato al marmo interno e teneva le braccia incrociate sul petto. Stavano ridendo finché smisero, girandosi a guardarlo. Si sentiva un intruso, così tentò di scusarsi: <<Non mi ero accorto che nella stanza ci fosse qualcuno>> cercò di scusarsi, <<sapete di che è?>>.

Una delle donne, senza dire nulla, fece un gesto con il capo indicando l’attaccapanni appeso al muro. Charles vide un bastone da anziano, in legno scuro, il manico intarsiato formava una “L” con il resto del bastone. <<Grazie! E scusate per il disturbo!>> disse girandosi per uscire, ma uno strillo lo fece desistere.

Si girò verso le due ragazze e notò che una di esse aveva portato una mano alla bocca, l’altra fissava solo la parete, come anche l’uomo alla finestra. Ci risiamo, pensò Charles girandosi verso l’attaccapanni.”.

La pendola a muro fece dei rintocchi distraendo la mente del narratore. Segnava le 23 e 30. Mancava poco alla mezzanotte.

“Queste pause non mi piacciono” disse Eloyse osservando l’amico, “spero che vorrai finire la storia”. Charles si schiarì la voce con un colpo di tosse.

Il bastone si era sollevato dall’attaccapanni sotto gli occhi di tutti, finché scese quasi a toccare terra. Charles si fece coraggio e avanzò di un passo, poteva quasi sentire la paura che provavano gli altri tre, ma tentò di capire se c’era qualche trucco.

L’oggetto era immobile, sospeso in aria come se fosse legato a un filo invisibile. La mano di Charles si avvicinava tremante sopra al manico, non lo avrebbe toccato, ma l’avrebbe fatta passare sopra al bastone, solo per capire. Non sentì nulla, solo uno strano formicolio sulla pelle mentre passava a pochi centimetri dal legno. Nella stanza udirono un suono, quasi un ringhio, e ricomparve lo stesso cane della sala da pranzo. Gli occhi vitrei osservavano gli occupanti della stanza, finché si fermarono a fissare quelli di Charles.

Le due donne e l’uomo fuggirono cercando di trattenere le urla di orrore, mentre Charles capì che era tornato per lui. Questa volta la paura era minore e forse sarebbe riuscito anche a controllarla.

Il muso dell’animale si avvicinò alle sue gambe, mentre il ringhio risuonava fra le sue corde vocali quasi distrutte dallo stato in cui versava l’essere.

<<Ti chiamerò Rock!>> disse al cane, infine abbassò lentamente la mano sul cranio quasi senza peli. Charles riusciva a vedere le ossa del teschio, mentre aveva notato come la pelle si stesse disfacendo dal resto del corpo. Presto, Rock, sarebbe diventato un mucchio di polvere.”.

“Adesso potete insultarmi, se volete, perché la storia è finita.”.

Nessuno parlò, finché David disse: “E’ da brividi, davvero. Non credo di averla capita fino in fondo, ma l’orrore è quasi palpabile. Mi chiedevo come ti fosse venuta in mente.”.

La pendola batté la mezzanotte, tutti e quattro si guardarono in faccia sorridendo. Eloyse esclamò: “Non è successo niente, il 21 dicembre 2012 era solo una frottola!”. Prese il bicchiere di vino e lo vuotò tutto di un fiato. Uno strano rumore li fece ammutolire. Qualcosa grattava alla porta.

Brigitte urlò, la mano sospesa vicino al collo della bottiglia mentre tutti osservavano l’etichetta. La bottiglia stava ruotando in senso orario, lentamente. Uno strano ringhio proveniva dall’esterno dello chalet, mentre quel rumore, un ringhiare sommesso, non cessava affatto. Finché non lo udirono provenire da tutte le pareti della casa.