Big One

Apocalisse

Come tutti sapete, due delle mie grandi passioni sono leggere e scrivere. Quando non scrivo, mi butto sulla lettura. In questi giorni ho ricominciato a lavorare su Dreamworld – Io, Katy e Lupo dopo molto tempo che non ci rimettevo le mani. L’avevo cominciato nel 2009 e scrivevo tutti i santi giorni. E’ una storia in cui credo molto e spero che possa piacere a tanti.

Spesso, quando sto per finire un romanzo, mi vengono idee su cosa scrivere dopo. E oggi vi presento questa idea, nata quasi per gioco.

Big One” un romanzo di fantascienza e post apocalittico.

Eccovi una possibile sinossi.

Big One

Anno 2017, sono passati cinque giorni dal grande sisma che ha raso al suolo molte città, fra cui Los Angeles. Charles Ramon è uno dei sopravvissuti, che sta cercando di raggiungere sua moglie July. La società, per come la conosciamo noi, non esiste più. E’ collassata assieme ai palazzi e alle strutture cinque giorni prima. Adesso vige la legge del più forte, oppure quella del compromesso.

Nel prossimo post pubblicherò ancora qualcosa su Io, Katy e Lupo.

A presto.

Zombie Survival Camp

Zombie Survival Camp

Sabato 16 maggio 2015 – ore 11 – Bugnara, Abruzzo.

Arrivo in questa località non sapendo esattamente cosa aspettarmi. L’e-mail che mi è arrivata diceva chiaro: Ordine di evacuazione immediato! Non è un’esercitazione! Preparare l’equipaggiamento e recarsi il prima possibile…

Ero curioso di partecipare a questa novità, così mi sono iscritto appena ho letto la locandina dell’evento.

La zona in cui mi trovo è fra le montagne, otto ettari di boschi e colline e un paio di strade sterrate. Una location che ti lascia senza fiato.

Comunque esco dalla strada provinciale per Bugnara e percorro un centinaio di metri di strada bianca. Parcheggio in uno spiazzo dove ci sono una mezza dozzina di auto, e sospiro. Il tempo è incerto, nuvole scure attraversano le montagne che sovrastano quella specie di valle. Spero che il tempo regga.

A una decina di metri c’è un recinto da cui due donne mi fissano e muovono le braccia verso di me. Non salutano ma rantolano e hanno ferite al volto. Le osservo meglio e apro lo sportello. Un tizio mi si avvicina. Indossa una tuta bianca, ha un fucile a tracolla, una mascherina al volto e una ricetrasmittente.

Ehm, deduco che quella non sia una zona sicura. Le due zombie non smettono di urlare e afferrare i paletti di legno che ci separano. L’uomo mi scorta fino a un casolare e mi presenta a tutte le altre persone.

Faccio conoscenza con tre istruttori – sempre armati – e gli atri sopravvissuti come me. Saremo in dodici a dovercela sbrigare fra zombie, preparare cibo, accendere fuochi per cucinare e fare missioni di sopravvivenza.

L’inizio è stato d’impatto, un piacevole impatto.

Prima prova: armarsi e ispezionare il perimetro in cerca di cibo.

La squadra di cui faccio parte è composta da tre adulti e due bambini di otto anni. Ci procurano due pistole e tre mitra da soft-air. Un istruttore ci accompagna lungo il percorso, in totale silenzio e muovendoci piano. I bersagli sono sagome di zombie. Ci muoviamo quasi come fossimo un Team militare. Prendiamo dimestichezza con le armi, con la mira e con i gesti con cui ci coordiniamo.

Il bottino sarà parte della cena. Ho apprezzato la pazienza degli istruttori, la serietà con cui hanno gestito la prima e anche tutte le altre prove.

Accensione del fuoco.

A questa vitale prova si è offerto volontario Il cacciatore di Zombie, come anche quella di cucinare per il gruppo. Ogni mansione, durante un’ipotetica sopravvivenza, è importante per unire il gruppo.

Ricerca del bambino.

Questa zona immersa nella natura è composta da una serie di poligoni per esercitazioni a sparare, strutture più o meno fatiscenti e resti di vecchie abitazioni. Mi ricorda un piccolo villaggio abbandonato e ha il suo fascino.

Dopo esserci rifocillati per bene, l’istruttore Capo ha spiegato alcune linee guida sulla sopravvivenza. Ci ha parlato di armi da fuoco e di armi bianche. Teoria che non fa mai male. Nello sguardo dei sopravvissuti non ho visto noia, ma interesse e curiosità.

Appena sistemata la zona ristoro, inizia una nuova missione ma sarà individuale.

La location è in una delle casette diroccate. Non ci sono porte, non ci sono finestre. Somigliano a orbite vuote che ti osservano mentre ti avvicini.

Tocca a me. Entro assieme all’istruttore ed entrambi siamo armati per ispezionare ogni stanza, abbattere sagome di zombie e salvare questo famigerato bambino.

Giungiamo davanti all’ultima stanza e sento un pianto di neonato, ma non solo quello. Qualcuno ringhia e si dimena sopra un altro corpo più piccolo, credo di una ragazza. Uno zombie banchetta proprio in quella stanza, mentre il bimbo urla più forte.

L’istruttore mi tiene l’arma mentre io procedo a prelevare un bambolotto poggiato in un angolo della stanza. E’ stata una delle prove che mi è piaciuta di più per come è stata concepita dagli organizzatori.

Poligono di tiro.

Un’altra prova individuale. A turno si spara a bersagli fissi e semoventi in un percorso separato da vecchi copertoni. Anche qui si testano armi e mira dei vari sopravvissuti.

Fuga dagli zombie.

Durante il rientro al Campo Base ci imbattiamo in cinque zombie. Siamo disarmati, così non ci resta che nasconderci in un fitto bosco. Gli istruttori cercano di abbatterli, ma non tutti finiscono a faccia in giù fra polvere e sassi, così non ci rimane che la fuga verso il campo.

Ricerca di provviste nel tunnel.

Premetto che questa location è una delle più suggestive. La galleria è profonda quattrocento metri, l’interno è umido e disseminato di macerie e sassi. Le nostre torce riescono a malapena a squarciare l’oscurità. Ci muoviamo come un Team di professionisti: senza parlare e coprendoci le chiappe fra di noi. Alcuni bersagli sono in vista e raffigurano zombie. Ci mettiamo ginocchio a terra, prendiamo la mira e crivelliamo di buchi quelle sagome fameliche. Ogni sopravvissuto si cala perfettamente nella parte e questo è molto importante per godere appieno di questa novità assoluta in Italia.

Verso metà tunnel ci imbattiamo in due zombie. Igor lancia un sasso verso la parete più distante e riesce a distrarli.

All’uscita ci aspetta l’ennesima creatura: stesso giochetto che ha fatto Igor e portiamo alla base una cassa di bottigliette d’acqua.

Le missioni sono state molte e tutte mi hanno coinvolto. Il posto in cui abbiamo passato quasi due giorni è da visitare almeno una volta nella vita, magari cercando di sfuggire ad orde di zombie.

Gli organizzatori dell’evento sono persone semplici, che amano quello che fanno e lo si vede. Ho anche conosciuto belle persone, che hanno abbandonato città e abitudini per affrontare un gioco. Gente che ha voluto provare nuove emozioni insieme a me, per il gusto e il piacere di ritrovarsi insieme in qualcosa di nuovo e di grande.

Consiglio a tutti di partecipare al nuovo Zombie Survival Camp, ne vale la pena.

Un ringraziamento agli attori che hanno interpretato gli zombie e a chi li ha truccati. Un ottimo lavoro!

“Un nuovo corpo”

Angelo e Diavolo

Saryo, dopo essere uscito dalle caverne infernali, aveva vagabondato fino in Italia (sotto forma di spirito!). Aveva deciso di ficcarsi dentro un’anfora antica, un reperto archeologico, finché il caso, oppure il destino, decidesse per lui.

La nave approdò a New York e, il prezioso carico, venne calato sul molo del porto: le casse furono caricate su dei furgoni e Saryo attese, attese, attese. Pensava al suo cane, lasciato nelle caverne con ByC, Erinny, Carroll, Morfeo, Queen, mentre la SignoraNessuno pensava a una fottuta  sfida da fare con i sette Angeli.

Quando Saryo aveva preso la decisione di andarsene, ricordò i pianti dei compagni, ma anche che avevano tirato fuori delle bottiglie di champagne, dei bicchieri per l’occasione, e… no! Non erano pianti quelli, ma festeggiamenti e lacrime di gioia! Chissà che scempio dopo la sua partenza: chi si sarà accaparrato la sua caverna? Ci sarebbe stata una lotta all’ultimo sangue per quei luridi metri quadrati di roccia e polvere (per la gioia di ByC e qualcun altro!).

L’anfora venne aperta e Saryo si sentì risucchiato. Aprì gli occhi e, con stupore, capì di essere finito dentro a un corpo umano. C’erano degli uomini intorno a lui, tutti vestiti di nero, con cappelli neri, scarpe nere. Cazzo, pensò, a questa gente piace il nero!

Saryo aprì la bocca per dire qualcosa, ma la prima parola che gli uscì fu: “Minchia!”, poi disse “Dove minchia mi trovo!”. [N.d.S. Nota di Saryo: da adesso, quando leggerete i dialoghi, siete pregati di dare inflessione sicula, per chi ne è capace, così da rendere più verosimile il tutto! Grazie per la collaborazione.].

“Minchia Capo, ti trovi nel tuo covo! E noi i tuoi picciotti siamo!” il tizio sorrise, ma nell’arcata superiore gli mancavano tre denti. L’uomo si accorse del disgusto che provava Saryo e indicò lo spazio fra i denti: “Sono stati quei fetusi di sbirri! Con il calcio della pistola me lo fecero!”.

“Adesso ricordo!” disse il capo, cercando di fingere. Gli venne un sospetto: tutti gli uom…ehm i picciotti, erano più alti di lui. “Portatemi subito uno specchio!”, li guardò mentre loro lo fissavano, interdetti: “In che minchia di lingua devo dirvelo? Voglio un fottuto specchio!”.

Un picciotto dal tono calmo gli disse: “Capo, se urli ancora ti sale la pressione e che minchia ci diciamo a u dottore?”.

“E’ vero!” disse un altro, “L’ultima visita la fece ieri e ti ha proibito di urlare. Poi, gli specchi, ce li hai fatti portare via perché non sopporti la tua immagine. Madre natura non è stata magnanima col nostro capo!”.

In quale minchia di corpo sono finito, pensò Saryo. Ecco, adesso penso anche in questa strana lingua!

“Comunque sei il più ricco e rispettato di tutte le nostre famiglie. I tuoi affari vanno a gonfie vele e fra due ore ti vedrai con il commissario di zona! Minchia capo, non ti ricordi più un cazzo!?!”.

Saryo fece due passi avanti, esaminò l’ambiente. Si trovava all’interno di un garage che conteneva centinaia di casse di legno. Arrivava con il mento al piano del tavolo, ne dedusse che doveva raggiungere il metro e trenta centimetri. Piccolo e tracagnotto si sentiva, ma di una cattiveria diabolica. Un concentrato di cattiveria!

“Da oggi mi chiamerete Don Saryo!” disse sfidando gli sguardi di tutti i picciotti presenti. “E come si chiama il commissario che dovrò incontrare?”.

Un picciotto si fece avanti, si mise sull’attenti e urlò: “Si fa chiamare Prince, Signore!”. Rimase fermo come una statua di marmo, petto in fuori, pancia in dentro.

Don Saryo mise le piccole mani dietro la schiena ed esaminò il picciotto che aveva di fronte: “E che minchia gli è successo a questo qui! Perché urla in questo modo?”.

“Perdonalo, Don Saryo, ma ieri ha visto Full Metal Jacket e…”.

“Riposo, soldato!”. Il picciotto si mise sul riposo formale. “Rompete le righe!” disse il capo e il sold…ehm il picciotto uscì dal garage.

   Sono circondato da minchioni, pensò osservando gli altri uomini schierati nel garage.

Il commissario si faceva chiamare Prince! Quel nome non gli era nuovo, e se fosse stata quella la prova che dovevano fare gli Angeli e i Diavoli? Il Bene contro il Male in una città come New York.

“La sfida”

Angeli e Diavoli

All’interno delle grotte regnava la confusione totale, da girone dantesco. I Diavoli stavano scontrandosi tutti contro tutti, cercando di avere la meglio uno sull’altro. C’erano dei diverbi, come sempre, e la ragione veniva annientata dalla forza del sopruso, dalla violenza, dalla prevaricazione. I Diavoli vivevano in questo mondo da sempre, più o meno.

Un giorno, però, qualcosa cambiò. Successe quando qualcuno aveva osato ficcare il naso in affari che non gli riguardavano. Anche i Diavoli hanno una mente (perversa e cattiva, ma ce l’hanno!).

La SignoraNessuno tirò un urlo che si disperse in echi fra gli antri. Tutti si immobilizzarono come statue di sale: Saryo, con in braccio il suo cane e la pistola nell’altra mano, rimase interdetto. ByC mosse un labbro per la disapprovazione ed esclamò: “Che palle! Proprio ora che stava per scorrere il sangue a fiumi!”.

Morfeo ed Erinny si svegliarono. “Che cazzo succede?” chiesero in coro e gettarono i nani da giardino dentro la Fiamma Eterna.

Gli altri attesero.

“Non vi siete accorti che ci spiano?” chiese SignoraNessuno. Queen tirò su con il naso, accarezzando i capelli corti. Quanto avrebbe voluto scannare chiunque le avesse fatto quel lurido scherzo!

Carroll si avvicinò di soppiatto alla Signora: “Di chi cazzo parli?”, ByC sorrise in modo strano mentre, Morfeo ed Erinny, si guardavano non capendo.

“Di chi parlo? Possibile che non abbiate un minimo di fantasia? E se vi dicessi che i guardoni sono quelli del piano di sopra?”. La SignoraNessuno sorrise.

“Mhm” disse ByC, “mi è venuta voglia di carne di pollo! Soprattutto quattro paia di ali, le più tenere!” e rise sguaiatamente.

“Queen! So chi è stato.” fissò i capelli della diavolessa, “E so anche chi è stato a gettare le polpette al cane di Saryo.” continuò la Signora. Saryo posò il cane a terra, tolse il caricatore dalla pistola e ne inserì uno con sette proiettili. Un caricatore speciale!

Morfeo esordì con un colpo di tosse: “E come facciamo? Lui vede e sa tutto! Quale giustificazione hai in mente?”.

“Una prova, tanto per non farli annoiare. So che Prince ha superato il quintale e le nuvole fanno fatica a reggerlo. CosimoBernardo non fa altro che dormire sui prati. E gli altri, bhè, si stanno facendo pigri. E Lui non fa altro che dir loro di fare movimento: detesta vedere i suoi Angeli diventare rincoglioniti, peggio dei drogati.”.

Risero tutti, come pazzi.

“Allora, vogliamo spaccare il culo ai passerotti?” urlò la SignoraNessuno.

Un coro di “Si!” echeggiò nelle caverne.

Fra Angeli e Diavoli c’era un patto, un patto eterno. Lui l’aveva suggellato, a meno che non venisse rotto da un solo esponente di una delle due parti. Ogni fazione doveva vivere in perfetta armonia (un termine che i Diavoli non concepivano, ma fa lo stesso!) e non dovevano essere spiati da nessuno. Come Prince poteva far apparire uno schermo paradisiaco, così i Diavoli potevano captare un’interferenza, una spia fra loro.

Prince e SignoraNessuno furono ricevuti in udienza da Lui in “persona”, e venne deciso di indire una sfida fra i quattordici membri: sette Angeli e sette Diavoli. Nessuna ricompensa, ma l’eterno schiaffo morale in caso di vittoria, da ambo le parti. E se gli Angeli avessero perso? Un probabile esilio dal Regno Dei Cieli.

SignoraNessuno strinse la mano di Prince, ma un sinistro barlume provenne dal suo ghigno.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (seconda parte)

I 4 magazzinieri dell'apocalisse

David Cook era corso per i corridoi che separavano tutti i box dell’enorme magazzino, anche spezzando in due il fiato che gli rimaneva in gola. Aveva sempre pensato che i coreani tenessero lì dentro qualcosa di pericoloso, anche perché non volevano essere seguiti quando trasportavano le casse di legno. Spesso venivano di notte, quando la sorveglianza interna era ridotta al minimo personale.

La sua mente, nonostante la corsa a perdifiato, cercava di plasmare qualche frase di perdono. Li aveva portati in quel box lui stesso ma, prima di condurceli, aveva controllato l’interno di una delle casse. Quella provetta dal liquido trasparente sembrava fare al caso suo: i quattrocento dollari non li avrebbe mai scuciti di sua spontanea volontà. Maledisse il fratello, che aveva intuito qualcosa, poi giunse a una decina di metri dal Box 81 e la sua gola si fece talmente secca, che faceva fatica a deglutire.

“Signor Ching, signora Ching, state tutti bene?”. In mano stringeva la chiave per aprire la porta: “Adesso vi faccio uscire! Ehm, c’è stato un malinteso e vi ho accompagnato al box sbagliato. E…” David appoggiò l’orecchio alla porta e rimase interdetto, gli era sembrato di sentire un rantolo, poi dei rumori come se qualcuno sbattesse ripetutamente i denti.

“Adesso giro la chiave e vi faccio uscire, d’accordo?” chiese. Con la mano destra inserì la chiave nella serratura ma rimase in ascolto. Qualcuno, dall’altra parte, tastava la superficie di ferro come se cercasse di scardinarla. Niente voci, niente maledizioni dette in lingua cinese, e questo gli risultò molto strano.

“Volete che apra la porta?”. Riuscì solo a sentire uno strano ringhio, poi una spallata fece tremare l’intero box e David si ritrovò a terra.

Una mano strinse la sua spalla e David urlò di paura: vide il fratello in piedi dietro di lui, poi gli altri due soci che correvano nella loro direzione.

“Siamo arrivati appena in tempo” disse Alfred, “quella credo che non sia più la famiglia Ching, la fiala li ha cambiati. Se solo non fossi corso via in quel modo…”.

Borys riprese fiato, le mani appoggiate alle gambe, lo sguardo a terra.

“Dobbiamo sbarazzarci di quei cosi prima che tornino i coreani.” disse Charles.

David Cook, prima di rialzarsi, chiese: “Avete qualche fottuta idea su come aprire quella porta senza che escano?”.

“Forse non sono poi così aggressivi.” disse il fratello.

Borys era il più grasso del gruppo, così puntellò una mano sulla porta. La famiglia Ching emetteva sempre quei suoni anomali. “Non credo che terrà per molto. Qualsiasi idea andrà bene, però sbrigatevi!”.

Charles indietreggiò di un paio di passi dicendo: “Vado a prendere qualcosa nel seminterrato! Voi intanto teneteli occupati, ok?”.

Borys cominciava a fare fatica, mentre i colpi inferti alla porta iniziavano a sbriciolare l’intonaco vicino alla serratura. “Li teniamo occupati? E con cosa? Ah, improvviseremo uno spettacolino coreografico!” urlò Alfred. I due fratelli si misero ad aiutare Borys cercando di non far cedere l’ingresso al box.

Passarono pochi minuti e udirono dei passi nel corridoio. “Allora ti sei sbrigato! Alla buon’ora!” urlò Borys. Tre figure si materializzarono nel loro corridoio, non era Charles ma tre tizi vestiti in abiti scuri, capelli corti e neri e indossavano degli occhiali da sole. Erano i Coreani.

“Oh cazzo! E adesso che gli diciamo a questi?” chiese David a bassa voce. Sia Borys che Alfred rimasero interdetti, paralizzati, con i palmi delle mani appoggiate alla porta del Box 81. Anche i nuovi arrivati si fermarono a cinque metri dai tre ragazzi ed uno di essi inclinò leggermente la testa, come per capire cosa stesse succedendo. I coreani non parlavano bene la loro lingua, però si facevano capire.

Il coreano che aveva inclinato la testa frugò nella tasca interna della giacca ed estrasse un piccolo vocabolario, lo lesse per alcuni istanti. “Voi, mocciosi, che ci fate qui?”.

Fu Borys a rispondere, aveva la maglietta fradicia di sudore e i capelli scompigliati: “Abbiamo sentito dei rumori qui dentro, però adesso è tutto tranquillo.”. il suo tono non fu dei più sicuri e, come per risposta, ci fu uno scrollone che costrinse i tre ragazzi a puntellare di nuovo la porta.

Altri passi lungo il corridoio e rumori di ferraglia fecero voltare i clienti del Box 81. Charles, appena li vide, rallentò il passo. Teneva in mano un piede di porco, una pala, un rastrello e un secchio di plastica con all’interno una spara chiodi. Il tizio con il vocabolario in mano lo sfogliò. Alzò un dito al cielo, poi lo puntò verso Charles, con fare minaccioso (o almeno quello era l’intento), e disse sbirciando fra le pagine del libretto.

“Voi adesso restate fermi dove siete e mi dite cosa…”, abbassò gli occhi sul testo e trovò la parola giusta, “cazzo sta succedendo qui! Altrimenti…”. Gli altri due non dissero nulla, sfilarono dalle giacche due pistole automatiche nere e lucidissime. Caricarono il colpo in canna con una mossa fluida e ne puntarono una su Charles, l’altra verso Borys e gli altri due soci.

Charles fece cadere tutto a terra e alzò le mani, come se fosse davanti a tre rapinatori di banca. Il rumore echeggiò nel corridoio e, un’altra spallata dall’interno del box, mandò a sbattere i tre magazzinieri contro l’altra parete. La serratura cedette di schianto e la porta si spalancò verso l’esterno.

La famiglia Ching si riversò fuori del box ma non vide i tre ragazzi nascosti dalla porta d’ingresso. I quattro cinesi (padre, madre e due adolescenti) avanzarono a passi lenti verso i Coreani. L’uomo con il vocabolario lo fece cadere a terra e si tolse gli occhiali in una mossa lenta, come se quella allucinazione fosse colpa degli occhiali che aveva indossato. Imprecò nella sua lingua mentre gli altri due scaricavano tutti i colpi che c’erano nei caricatori. La famiglia Ching, un componente per volta, cadde a terra lungo il corridoio. La puzza di polvere da sparo permeava in quell’ambiente stretto, anche l’assordante suono degli spari cessò dopo alcuni attimi interminabili. E i tre coreani prima sorrisero, poi gli uscì una risata sguaiata e irritante finché non videro il signor Ching alzarsi sulle ginocchia.

Charles Moore fuggì per primo urlando dalla paura e dirigendosi verso l’ufficio soppalcato. Le urla dei tre coreani si dispersero fra i corridoi che s’intersecavano in quel magazzino.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (prima parte)

Magazzino Di.A.Ra.

Alfred Cook prese la telecamera e la piazzò sul treppiede. Fece diverse prove prima di accenderla: voleva essere sicuro che il primo piano gli venisse perfetto. Aveva tutto in mente, non gli servivano fogli di carta scritti, né appunti riassuntivi. L’ufficio in cui si trovava non era altro che una stanza senza finestre, un paio di prese d’aria rendevano l’ambiente più vivibile.

Si mise seduto sulla sedia con quattro rotelle e sprofondò di qualche centimetro, poi accese la telecamera lasciandola in stand by: la sua immagine apparve in uno dei video piazzati sulla scrivania.

“Hei, tutto bene lì dentro?”, la voce proveniva da fuori la stanza. “Dai, apri questa cazzo di porta e ne parliamo!” disse David Cook, il fratello.

“Puoi scordartelo! Sto ancora guardando il casino che hai fatto nel Box 81!”.

“Non puoi farmene una colpa! Che cazzo ne sapevo che quei fottuti coreani ci tenevano quella schifezza lì dentro!”.

Ci fu un attimo di silenzio, Alfred non riusciva a togliere gli occhi dal video numero 5, quello che inquadrava l’interno del Box 81. “Registrerò tutto e lo pubblicherò su Youtube! Abbiamo bisogno di aiuto.”.

Una risata provenne da fuori l’ufficio. “Sei sicuro di quello che fai? Nessuno crederà al tuo maledetto video. Penseranno che sia un fake!”.

“Genio di merda! Cosa pretendi che faccia? Hai distrutto una famiglia intera.”.

“Erano solo dei cinesi e il Signor Ching era un baro a poker: mi ha fottuto quattrocento dollari in poche mani. Ti prego, apri questa maledetta porta!”. David batté quattro colpi alla porta, come se bastasse perché il fratello cambiasse idea. Salirono altre due persone, si trattava degli altri due soci del The Last Warehouse, il magazzino che gestivano assieme da quasi un anno.

“Alfred, sono Charles, perché non dai retta un attimo a tuo fratello?”.

“Perché adesso si fa a modo mio!”.

“Non usare il telefono, non ti servirebbe a nulla! Borys ha appena distrutto la centralina e non hai campo per telefonare con il tuo cellulare.”.

Alfred si alzò di scatto dalla sedia, portandosi davanti alla porta dell’ufficio: “Che cos’ha fatto Borys?” urlò quasi isterico.

Charles Moore si avvicinò alla porta che li divideva quei pochi centimetri: “Mi hai sentito, cazzo! Ha distrutto la centralina telefonica. Adesso ce la dobbiamo cavare da soli, come abbiamo sempre fatto! A proposito, come sta la famiglia Ching?”.

“Non c’è più quella nebbia, adesso vedo solo quattro persone distese a terra!”.

“Sono morti?” chiese David titubante.

“Che casino di merda.” imprecò Borys alle spalle degli altri due.

“Aspetta che glielo chiedo! Ma che domande fai? Comunque, se sono morti, come facciamo a toglierci da questo casino? Qualcuno verrà a cercarli!”.

“Li seppelliremo nel deserto!” disse il fratello.

“Li seppellirai, il casino l’hai fatto tu.”.

Borys girò la maniglia della porta senza riuscire ad aprirla. “Dai, facci entrare e decideremo tutti e quattro come tirarci fuori da questo casino.”.

“Aspettate, ho visto un braccio muoversi. O forse me lo sono immaginato!”.

“Di che diavolo parli? Quel gas che è uscito dalla cassa dei coreani non credo sia Aerosol.” disse Charles in tono apprensivo.

Alfred fece due passi indietro, la schiena finì contro la porta ancora chiusa. “Cristo!” disse a voce bassa ma lo sentirono anche gli altri tre. La chiave girò e la serratura scattò, così gli altri si precipitarono all’interno. Si fermarono tutti e quattro con gli occhi fissi sul video che trasmetteva le immagini della famiglia Ching. I quattro corpi si muovevano lentamente, come se si stessero risvegliando da un lungo sonno. I vestiti erano parzialmente lacerati in più punti e, il primo a tentare a rialzarsi, fu il capofamiglia che si mise in ginocchio e cominciò a guardarsi intorno, finché vide la telecamera con un led rosso che lampeggiava.

“Sono vivi!” disse David Cook e corse fuori dall’ufficio.

Alfred rimase immobilizzato davanti allo schermo, come gli altri due, mentre cercava di capire cosa ci fosse che non andava in quel quadretto familiare. Avrebbe voluto urlare al fratello di non scendere fino ai box e di aspettare ulteriori sviluppi, perché quel tizio che fissava la telecamera non sembrava lo stesso uomo di poco tempo prima. Però non aveva alcuna prova che alla famiglia Ching fosse accaduto qualcosa di brutto, anche se erano tutti e quattro in piedi.

Borys fu il primo a liberarsi dal torpore e fece due passi avanti per vedere meglio l’immagine trasmessa: “Prova ad accendere l’audio?” disse ad Alfred.

In effetti nessuno di loro ci aveva pensato: la telecamera a circuito chiuso aveva anche un piccolo microfono. Alfred si sedette sulla sedia e digitò alcuni tasti al pc. Udirono un breve fruscio poi delle voci basse simili a dei lamenti. Rimasero tutti e tre in ascolto.

“Ti sembra normale?” chiese Charles fissando le immagini.

“Cosa diavolo c’era in quella cassa?” chiese Borys.

“Perché mio fratello è sceso laggiù? L’ho sempre detto che è un perfetto idiota!”. Alfred mise la mano su un joistick a lato della tastiera e cominciò a muovere la telecamera in cerca di altri dettagli. Inquadrò la cassa coreana e parte del suo contenuto ma non riuscì a vedere nulla d’importante, a parte una fiala rotta all’interno.

“Era una specie di gas, credo.” disse Borys.

“Deve essersi disperso negli altri box, se la coibentazione non tiene.” affermò Charles Moore.

“Voi due dite solo cazzate” sbottò Alfred senza guardarli, “quello che mi preoccupa sono quei quattro disgraziati che sono rinchiusi lì dentro. Sono riuscito a vedere gli occhi del primo che si è alzato: avevano un colore che non avevo mai visto.”.

Charles posò i palmi delle mani sul piano della scrivania e disse in modo cupo: “Perché se ne stanno lì fermi? Non urlano, non chiedono aiuto. Forse dovremmo correre giù e fermare tuo fratello.”.

In quel momento udirono dei passi vicino all’ingresso del box e videro la famiglia Ching che si spostava verso la fonte del rumore.

“Tutto in una notte”

Tutto in una notte

 

     Charles Evenmoore fu l’ultimo ad arrivare a destinazione, cioè allo splendido chalet di montagna che usavano ogni anno per fuggire dalle città. L’unico rumore era quello del motore dell’auto, che aveva spinto gli altri ad uscire da quella tana calda e accogliente.

“Pensavamo non arrivassi più” esordì Brigitte Colt raggiungendolo per un abbraccio. Alcuni lumi appoggiati agli scorrimano in legno si dimenavano per una folata di vento gelido e secco, ma in quel luogo non si stava poi così male, il freddo era differente da quello di città e l’aria era pulita e fresca.

“Non me lo sarei perso per nulla al mondo, questo incontro” rispose Charles ancora avvinghiato alla ragazza, poi chiuse la portiera della macchina. David Callbrun ed Eloyse Rupert attendevano pazienti dalla piccola veranda coperta dal tetto dell’abitazione.

“Ci vediamo una volta l’anno ma ti fai sempre desiderare, vero?”. La voce di David era sarcastica, come lo era la domanda.

“In effetti non credo di essere mai cambiato, è più forte di me. Mi piace che gli altri aspettino il mio arrivo.” rispose sorridendo, dopo averci pensato per qualche istante. Prima di salire i due gradini del patio, Charles si fermò ad ascoltare il silenzio del luogo. Il cielo era macchiato di stelle mentre la neve rifletteva la luce più tenue; il vento muoveva le cime più alte ed esili degli abeti che li circondavano. Inspirò un paio di volte a pieni polmoni quell’aria di dicembre.

“Felice di rivederti” lo accolse Eloyse con un abbraccio.

La porta di legno cigolò sui cardini, a parte quell’insignificante difetto, l’interno era come se lo ricordava: un ambiente caldo e accogliente. Un solo piano che conteneva tutto quello di cui potevano aver bisogno.

“Vino o birra?” chiese David afferrando una bottiglia e mostrando un barilotto di birra alla spina.

“Il vino è italiano, marca Illuminati d’Abruzzo, che è anche un ottimo vino per questo periodo!” aggiunse Brigitte afferrando la bottiglia. “Vogliamo che sia un venerdì speciale.”.

“Solo perché questa volta tocca a me cominciare?” chiese Charles spogliandosi del cappotto e cercando di sfoderare un sorriso smagliante.

“Può darsi!” disse Eloyse mettendosi seduta a tavola.

“Ragazzi non ho pensato a nessuna storia” ammise Charles osservando i loro volti, sperava solo che non ci rimanessero troppo male, sarebbe stata la sua prima volta presentarsi senza una storia da raccontare. Si mise seduto sulla panca, accanto all’amica, e si arrotolò le maniche della camicia azzurra: la temperatura dello chalet era piacevolmente calda. Nel camino, davanti al tavolo, scoppiettava della legna secca.

Optarono per la bottiglia di vino rosso, che si abbinava bene con della carne cotta alla brace, mentre i quattro chiacchieravano di quello che combinavano il resto dell’anno. Charles, l’oratore di apertura per i loro incontri, era piuttosto taciturno. C’era un’idea che non lo aveva mai abbandonato da un paio di giorni: per la verità si trattava di un sogno che lo aveva lasciato sgomento per molte ore, dato che era di un paio di notti fa.

“Forse riesco a salvare la mia faccia.” disse Charles, versando del vino nei quattro bicchieri. “Prosit!” e mandò giù un paio di sorsi. L’attenzione dei tre amici fu calamitata da quell’esclamazione inattesa.

“Comincia pure, allora” lo invitò David incrociando lo sguardo con il suo, “vediamo se riesci a spaventarci come hai sempre fatto.”.

“Sà di sfida!” s’intromise Eloyse.

La storia ha inizio in un albergo in cui si ritrovano molte persone, fra cui un certo Charles – che potrei non essere io – ma che è il personaggio principale.”.

“Cos’è una storia vera?” chiese Brigitte interrompendolo. Lui non si scompose, distogliendo lo sguardo dal bicchiere con ancora del vino dentro, quel colore rosso rubino gli aveva fatto ricordare…

“Non importa” disse, “comunque no, non credo sia una storia vera, o almeno…spero non lo sia.”.

Charles tornò a fissare intensamente quel colore.

Charles si osservò intorno, non appena aveva messo piede nella hall. Un tappeto rosso bordot ricopriva l’intero pavimento di quella stanza, e forse anche il resto della struttura. Soffice come la lana, non riusciva a sentire il rumore dei suoi passi.

Si guardò intorno osservando le persone, quei volti che non conosceva ma che erano lì come lui, senza uno scopo apparente. Poi si soffermò sull’arredamento non troppo antico, né moderno, ma che sembrava calzare con quel colore di sfondo.”.

Fece una pausa involontaria, forse cercando un filo conduttore a tutti quei pensieri che lo assillavano.

Si spostarono nella sala da pranzo, seguendo un cameriere che li condusse lì, senza dire una sola parola. Charles era in compagnia di altre cinque persone. Presero posto ad un tavolo rettangolare, occupandone solo la metà, vista la lunghezza esagerata. All’inizio nessuno disse una sola parola, erano gli sguardi che parlavano, l’imbarazzo per colui che avrebbe dovuto rompere gli indugi, rompere il ghiaccio.”.

Charles si sentiva osservato, non sapeva come, ma sentiva che tutti pendevano dalle sue labbra, dalle frasi che avrebbe pronunciato dopo. S’inumidì la bocca con un altro sorso di vino.

Qualcuno aveva chiesto dell’acqua, ma sul tavolo non c’era nulla, a parte una brocca colma d’acqua. Nemmeno un bicchiere da riempire.

<<Cameriere!>> chiamò qualcuno.

Charles si girò verso l’ingresso della sala sperando di vedere qualcuno attraversarlo, ma un’altra voce lo fece rigirare. <<Guardate la brocca!>> urlò una delle ragazze. Lui non vide nulla di anormale, solo la trasparenza del vetro e del liquido che era dentro. Qualcuno si era alzato di scatto, come spaventato da qualcosa, fu in quel momento che Charles vide il manico della brocca. Così rimase immobile a fissare quell’oggetto che ruotava da solo. La mente vuota, priva di pensieri, gli impediva di farsi delle domande, anche le più semplici.

<<Ma che diavolo sta succedendo?>> gridò qualcun altro. Charles fu scosso da un altro urlo quasi isterico, così seguì lo sguardo della ragazza che gli sedeva di fianco e vide…”.

“Se non dovesse piacervi non esitate a dirlo, potremmo passare ad un altra storia. Non mi offendo!” disse Charles osservando i tre amici.

“No no no, continua pure! Credo di parlare anche a nome di loro due” intervenne David. L’antipasto era finito, per la carne c’era ancora da aspettare. Si versarono ancora un po’ di vino, così Charles ne aveva approfittato per bagnarsi la gola.

…la sedia vuota. Gli altri, che sedevano dalla parte opposta, si erano alzati per osservare meglio: le quattro zampe della sedia erano a cinque centimetri da terra, e questa stava ruotando lentamente di trenta gradi.

<<Direi di spostarci nella hall, tanto non credo che mangeremo qualcosa oggi, almeno parlo per me>> disse Charles al resto del gruppo. Gli altri si limitarono ad annuire senza togliere lo sguardo da quel curioso fenomeno.

Si alzarono in piedi e cominciarono a dirigersi da dove erano venuti, ma fecero mezzo passo che il gruppo si sparpagliò per la stanza. Aveva fatto ingresso una strana creatura a quattro zampe. Un cane, Charles lo riconobbe subito come Setter Inglese a pelo bianco e chiazze nere. Ma questo era un cane morto, solo che camminava verso di lui senza interessarsi degli altri.

Charles si pietrificò, sentiva il cuore pompare sangue velocemente, mentre gli occhi vitrei e opachi di quella cosa lo stavano fissando. L’odore che emanava era nauseabondo, quasi di uova marce. Le orecchie gli penzolavano come cartilagine secca, che si sarebbe staccata da un momento all’altro. Il cane ringhiò mostrando gli ultimi denti che gli rimanevano, mentre il dorso non si muoveva affatto, visto che era morto. Le costole erano visibili, come se la pelle volesse entrare nelle esili fessure.

Charles gli abbozzò un sorriso, o almeno tentò di farlo, per cercare di placare quel suono che emetteva. Prese coraggio e fece scivolare la mano aperta verso la testa della creatura. Toccò i peli bianchi del cranio, mentre altri ciuffi di peli si staccavano dalle zampe esili. Forse fu quel gesto amichevole, ma il suono – quella specie di ringhio – cessò di colpo.

Il cane si avvicinò alla sua gamba destra, come se cercasse un contatto fisico, amichevole, amorevole, forse dell’affetto. Charles tentò di sopportare quella puzza, quel cadavere che ora si stava strofinando sui pantaloni. E si dissolse nel nulla.

La stanza era vuota adesso, a parte Charles che tentava di capire cosa gli stava accadendo. Gli ospiti che erano con lui, sembravano aver seguito la sorte del cane.

Chiuse gli occhi per qualche secondo, cercando di non impazzire, infine li riaprì sgranandoli.”.

La carne era cotta. Mangiarono in silenzio mentre Charles si chiedeva se la storia fosse piaciuta davvero, oppure se i suoi amici non avessero il coraggio di dirgli che questa volta la sua storia non aveva fatto effetto su di loro. Eppure i ricordi che aveva dentro di sé erano così dannatamente reali.

Si sentì osservato, così tornò in sé e vide che tutti e tre stavano aspettando senza fare alcun commento.

Charles riprese a raccontare.

Aprì gli occhi e vide di trovarsi in un’altra stanza dell’albergo. C’era un letto con due donne sedute su una coperta rossa bordot, vicino alla finestra notò un uomo appoggiato al marmo interno e teneva le braccia incrociate sul petto. Stavano ridendo finché smisero, girandosi a guardarlo. Si sentiva un intruso, così tentò di scusarsi: <<Non mi ero accorto che nella stanza ci fosse qualcuno>> cercò di scusarsi, <<sapete di che è?>>.

Una delle donne, senza dire nulla, fece un gesto con il capo indicando l’attaccapanni appeso al muro. Charles vide un bastone da anziano, in legno scuro, il manico intarsiato formava una “L” con il resto del bastone. <<Grazie! E scusate per il disturbo!>> disse girandosi per uscire, ma uno strillo lo fece desistere.

Si girò verso le due ragazze e notò che una di esse aveva portato una mano alla bocca, l’altra fissava solo la parete, come anche l’uomo alla finestra. Ci risiamo, pensò Charles girandosi verso l’attaccapanni.”.

La pendola a muro fece dei rintocchi distraendo la mente del narratore. Segnava le 23 e 30. Mancava poco alla mezzanotte.

“Queste pause non mi piacciono” disse Eloyse osservando l’amico, “spero che vorrai finire la storia”. Charles si schiarì la voce con un colpo di tosse.

Il bastone si era sollevato dall’attaccapanni sotto gli occhi di tutti, finché scese quasi a toccare terra. Charles si fece coraggio e avanzò di un passo, poteva quasi sentire la paura che provavano gli altri tre, ma tentò di capire se c’era qualche trucco.

L’oggetto era immobile, sospeso in aria come se fosse legato a un filo invisibile. La mano di Charles si avvicinava tremante sopra al manico, non lo avrebbe toccato, ma l’avrebbe fatta passare sopra al bastone, solo per capire. Non sentì nulla, solo uno strano formicolio sulla pelle mentre passava a pochi centimetri dal legno. Nella stanza udirono un suono, quasi un ringhio, e ricomparve lo stesso cane della sala da pranzo. Gli occhi vitrei osservavano gli occupanti della stanza, finché si fermarono a fissare quelli di Charles.

Le due donne e l’uomo fuggirono cercando di trattenere le urla di orrore, mentre Charles capì che era tornato per lui. Questa volta la paura era minore e forse sarebbe riuscito anche a controllarla.

Il muso dell’animale si avvicinò alle sue gambe, mentre il ringhio risuonava fra le sue corde vocali quasi distrutte dallo stato in cui versava l’essere.

<<Ti chiamerò Rock!>> disse al cane, infine abbassò lentamente la mano sul cranio quasi senza peli. Charles riusciva a vedere le ossa del teschio, mentre aveva notato come la pelle si stesse disfacendo dal resto del corpo. Presto, Rock, sarebbe diventato un mucchio di polvere.”.

“Adesso potete insultarmi, se volete, perché la storia è finita.”.

Nessuno parlò, finché David disse: “E’ da brividi, davvero. Non credo di averla capita fino in fondo, ma l’orrore è quasi palpabile. Mi chiedevo come ti fosse venuta in mente.”.

La pendola batté la mezzanotte, tutti e quattro si guardarono in faccia sorridendo. Eloyse esclamò: “Non è successo niente, il 21 dicembre 2012 era solo una frottola!”. Prese il bicchiere di vino e lo vuotò tutto di un fiato. Uno strano rumore li fece ammutolire. Qualcosa grattava alla porta.

Brigitte urlò, la mano sospesa vicino al collo della bottiglia mentre tutti osservavano l’etichetta. La bottiglia stava ruotando in senso orario, lentamente. Uno strano ringhio proveniva dall’esterno dello chalet, mentre quel rumore, un ringhiare sommesso, non cessava affatto. Finché non lo udirono provenire da tutte le pareti della casa.

“L’alba di un nuovo giorno” 2° Parte

Apocalisse

 

Marco Bellisan telefonò alla trasmissione radiofonica in cui avevano annunciato dello strano sogno. La sua voce era spaventata, atterrita.

Come hai detto che ti chiami?” chiese lo speaker.

Marco!”. Ci fu un lungo silenzio, infine continuò: “ho fatto anche io quel fottuto sogno!”.

Gli chiesero di moderare i termini, altrimenti avrebbero interrotto la telefonata, la seconda in ordine di tempo. La prima a chiamare era stata Teresa, ma non aveva parlato abbastanza per dar modo di comprendere se anche lei fosse coinvolta in quello strano caso.

E’ stato un sogno…” disse Marco cercando le parole giuste, “…ecco si: un sogno lucido, di cui ricordo anche i minimi particolari. E non mi era mai successo prima d’ora!”.

Gli speaker gli chiesero di raccontarlo in diretta e Marco acconsentì.

* * *

Gbagbo” questa è la parola che mi frullava in mente appena sveglio, mentre il cervello cercava di prendere il sopravvento. Mi sentivo frustrato, avvilito, per il sogno che si era appena concluso.

Ma andiamo con ordine, perché al momento mi sembra tutto così complesso, quasi reale, tangibile. Credo di aver fatto un sogno lucido.

Quando sogno – e questo credo sia normale – non riesco a viverlo come tale, soprattutto questo. Ne sono uscito sconvolto, anche perché sembrava reale.

Mi trovo all’interno di un salone, forse in un albergo, e sono circondato da tavoli ricoperti da tovaglie, sedie sparse per la sala. Non sono solo ma in compagnia di persone (di nazionalità italiana, credo) e saranno, a occhio, un centinaio.

L’aria che si respira è di attesa. Qualcuno urla, mormorii, gente che parla ma non capisco di cosa. Ho paura. Loro hanno paura.

Chiudo gli occhi.

C’è rumore intorno a me, riapro gli occhi.

Mi trovo su una spiaggia, le onde mi lambiscono i piedi. Mi guardo intorno: alberi a fusto esile, palme e, alle mie spalle, vedo una veranda fatta in legno. E’ una struttura a sé, di forma ottagonale.

Come nel salone, c’è altra gente. La battigia è piena di persone, vestite con abiti normali, colorati. Parlano fra loro, ascolto il vociare sommesso.

La terra trema, gli alberi si scuotono, le foglie cadono a terra. Non potrei dire quanto sia durato, forse alcuni secondi, forse di più.

Torno ad osservare l’orizzonte, che muta all’improvviso. Vedo qualcosa di scuro che avanza: una linea nera si staglia sul mare.

L’acqua si ritira, sempre più veloce. Non riesco a sentire alcun suono, nemmeno un solo uccello che canti. E vedo un muro d’acqua che avanza.

Alcuni sanno cosa sta succedendo, ma restano lì, paralizzati a fissare la natura che si scatena. Si alza uno strano vento, improvviso. La gente comincia a urlare e a fare qualche passo indietro.

Lo tsunami si mostra nel suo “splendore” catastrofico: un muro d’acqua che inghiotte tutto e tutti.

Salgo su un albero, a fatica ma lo faccio, imitando i più veloci. L’albero si abbassa con violenza e finisco in acqua ma riesco a restare aggrappato. Minuti che sembrano ore, poi lascio la presa e vengo trasportato dalla corrente. Vedo donne, bambini, uomini.

Annaspo in cerca d’aria, chiudo gli occhi.

Li riapro e vedo distruzione, cadaveri e macerie. Penso alla Natura che distrugge la Natura.

L’acqua si è ritirata e arrivano le jeep militari, i soldati e un tizio che sembra essere un leader. Ci chiedono di non opporre resistenza, che i dissidenti sarebbero stati fucilati sul posto.

Chiudo gli occhi.

Li riapro e mi ritrovo nella sala da pranzo dell’albergo. Qualcuno fra i presenti annuncia lo scoppio di alcune testate nucleari. Suggerisce di nasconderci nel rifugio dell’albergo, ma abbiamo poca acqua, poco cibo e il posto non riuscirebbe a contenerci tutti.

Mi risveglio con quella dannata parola che ripeto come fosse una nenia: “Gbagbo”.

“L’alba di un nuovo giorno” 1° Parte

apocalisse1

 

L’alba di un nuovo giorno arriverà e, quando accadrà, l’uomo risorgerà dalle sue ceneri. Aprirà gli occhi e piangerà compatendosi. Quando avrà versato anche l’ultima lacrima, egli si guarderà intorno, calpestando rovine e città distrutte. Laghi prosciugati, coste devastate e carne in decomposizione.

All’alba di un nuovo giorno, il sole tornerà a sorgere mostrando a tutti quello che è accaduto. La terra avrà preso nuovi confini, gli oceani circonderanno nuovi continenti. L’uomo sarà il primo testimone dell’orrore che ha scosso tutto e tutti.

La società, per come un tempo la conoscevamo, cesserà di esistere. Collasserà con chi ha tentato di stillarla nelle generazioni. Una società che ha insegnato poco o nulla i valori su cui credere. E’ andata verso l’orlo di un abisso profondo, cadendo negli oscuri recessi. Ma gli errori insegneranno alla generazione sopravvissuta. Gli uomini, come hanno sempre fatto, si tireranno su le maniche e ricominceranno a vivere rispettando la natura: questa volta sul serio, perché solo la natura circonderà il genere umano.

* * *

Teresa afferrò il cellulare e digitò il numero della redazione radiofonica.

Pronto?”.

Ciao, sei in onda. Sei anche la prima ascoltatrice a chiamare. Qual’è il tuo nome?”.

Teresa, ma…”.

Scusa se t’interrompo! Come mai hai chiamato? Curiosità, oppure c’è dell’altro?”.

Teresa si ammutolì, per puro caso aveva fatto un giro fra le frequenze radio quella sera e, quando aveva sentito il titolo del brano in lettura, era rimasta incuriosita. Sembrava tanto un sermone stile romanzi di fantascienza, di quelli catastrofici che a lei neanche piacevano.

Ma come vi permettete di leggere delle simili assurdità?”.

Cosa c’è, queste parole ti provocano paura?”.

Non è questo il fatto, è solo che molta gente potrebbe spaventarsi!”.

E allora che cambino stazione! Viviamo in una democrazia, fino a prova contraria. E siamo un’emittente nuova. Mi permetti un’ultima domanda?”.

Teresa attese qualche secondo, la rabbia le stava scivolando via: “Va bene, ma che sia l’ultima!”.

Va bene Teresa. In questi giorni tu, o qualche tuo conoscente, hai fatto un sogno su un terremoto, uno tsunami e su una catastrofe nucleare?”.

Nessuna risposta.

Teresa, sei ancora lì?”. La linea venne interrotta, il programma proseguì.

* * *

Decine di persone hanno fatto un sogno, giorni fa. Un utente di un blog, che fa parte di questo gruppo, ha scritto l’incubo e lo ha pubblicato. Alcune testate giornalistiche lo stanno riportando in queste ore e, l’eccezionalità dell’evento, si sparge tra gli internauti come una macchia d’olio.

La domanda è questa, cari ascoltatori: perché tutte queste persone hanno fatto lo stesso sogno? Alcuni esperti l’hanno già definito Sogno Collettivo, oppure Sogno Globale. Ma la domanda resta senza risposta, al momento. Perché?

* * *

Teresa spense la radio ma rimase a fissarla per parecchi secondi. Le veniva da vomitare. Si chiese perché avesse chiamato quel numero e per quale motivo avesse ascoltato quella dannata trasmissione.

Ho bisogno di bere!” disse a sé stessa, al suo riflesso sul vetro della finestra del soggiorno. Roma, anche se di notte, viveva le serate primaverili di marzo.

Quando lo speaker parlava del Sogno Globale, lei ebbe un colpo al cuore e una strana sensazione, un cattivo presagio. Anche lei faceva parte di quel ristretto gruppo di sognatori, ma ancora non aveva commentato quel post sul blog.

Si versò un bicchiere di vino rosso e si mise seduta sulla poltrona e meditò a lungo.

 apocalisse2

“L’apocalisse”

 

Le sirene risuonarono a lungo, per molti minuti, mentre il cielo si stava oscurando di nubi nere sopra le teste delle persone. Qualcuno cadde in ginocchio sulle macerie, fissando quello spettacolo spaventoso. Ovunque c’erano richiami di aiuto, urla soffocate dalla polvere che ricopriva tutti, sia vivi che morti.

“I vulcani sono esplosi!” aveva urlato qualcuno prima di fuggire via. Poi la terra aveva tremato, lacerando strade e sbriciolando case ed edifici. I cornicioni furono i primi a cadere, uccidendo le persone sui marciapiedi. Le auto danzavano, gli antifurto gemevano, la gente cadeva nelle voragini che si allargavano sulle strade.

Il colonnato di S. Pietro cadde. La basilica collassò su sé stessa.

Roma fu la prima città a venire dilaniata dalla natura.

Diego Vorra si ritrovò all’interno della catastrofe, fu uno degli spettatori inconsapevoli della fine di tutto. Il genere umano sarebbe sopravvissuto?

Un sacerdote uscì dal suo nascondiglio, da sotto un’auto parcheggiata in Via della Conciliazione, e si alzò in piedi a stento. Del sangue gli usciva da una ferita alla testa, alcune lacrime gli rigavano le guance. Cadde in ginocchio, stremato, l’abito sporco di polvere: “Che Dio ci perdoni!” disse alzando gli occhi al cielo. Le nubi nere, le polveri piroclastiche stavano coprendo il sole. L’ombra inghiottì la luce. La cenere cominciò a scendere sulle rovine di Roma, quasi fosse neve.

Diego spostò lo sguardo sul sacerdote, quando la terra tremò di nuovo e si aprì una voragine larga due metri. Vide il prete precipitare negli abissi profondi. Non fece in tempo a salvarlo.

Che cosa stai facendo? Non reagisci? Non ricordi chi sei?

Diego si guardò intorno, senza scorgere nessuno. Si chiese se avesse delle allucinazioni.

“C’è qualcuno?” urlò. I gemiti, le richieste di aiuto non si sentivano più. Si trovava al centro della strada, si voltò osservando l’orizzonte, che adesso era libero perché non esisteva più una costruzione che gli impedisse di vedere.

Roma era stata rasa al suolo.

Si pulì il viso con la manica del giubbotto, si tolse la cenere dalla testa.

* * *

Roma – 21 dicembre 2012 – ore 18:00 circa.

Mi chiamo Diego Vorra e sto scrivendo un diario su cui annotare tutto quello che mi accade. L’umanità non verrà annientata, questo lo so per certo, anche se non posso rivelarvi tutto. Ci sono cose che vorrei rimanessero mie.

Non crederete a tutto quello che scriverò su questi fogli di carta, ma poco importa sapete? L’importante è che lasci un segno del mio passaggio, una sorta di biografia degli ultimi giorni, delle ultime ore che passerò su questa terra.

Credete in Dio? Se la risposta è no, forse, letto quello che ho da dirvi, cambierete idea.

Una volta ero un angelo, poi sono diventato un diavolo, infine di nuovo un angelo. E’ stato un percorso di crescita il mio. In principio ero una creatura ultraterrena, finché mi è stato chiesto di scendere sulla terra, di occupare un corpo e di vivere secondo le vostre regole. Avevo un compito, più di uno per la verità.

Oggi, dopo quello che è successo, mi è stato assegnato un nuovo obiettivo: salvare qualcuno per far sopravvivere il genere umano. E quello lo farò ad ogni costo, che Dio mi sia testimone!

Siamo arrivati sulla terra in quattordici, sette angeli e sette diavoli, ognuno con il suo compito da portare a termine. Il bene e il male, il bianco e il nero. Ma oggi tutto è cambiato, i ruoli sono caduti e i sopravvissuti sono diventati schegge impazzite. Io devo stanarli e cancellarli dalla faccia della terra!

Quando la fine è diventata visibile a tutti, mi sono svegliato e ho capito chi sono. Anzi no! Cosa sono!

Nell’ultima incarnazione sono un agente della Squadra Alpha, che fa parte di un’agenzia non governativa del Vaticano. Non sono un prete, ma solo un uomo che sa affrontare situazioni che gli umani non saprebbero superare. Ah, i miei compagni sono tutti morti durante l’ultimo terremoto che ha devastato la capitale della cristianità. Sono rimasto solo io, ma gli uomini non sono stati cancellati dalla faccia della terra, non ancora, ma il punto di non ritorno è molto vicino. I secondi, i minuti e le ore stanno per scadere.

Le città degli uomini sono diventate tombe piene di polvere e detriti!

Onde gigantesche hanno pulito le coste uccidendo milioni di persone.

Da quando sono sceso sulla terra, ho ucciso molte persone, ho indossato i loro corpi di cellule e carne e ho vissuto l’esperienza più devastante che potessi immaginare. Ho imparato ad amare e odiare, ho pianto e riso e ho passato anni fra la gente. Mi sono adeguato alla legge del più forte, che in certi casi rende la vita più facile.

Vivere non è mai stato facile!

Una volta, mesi fa, incontrai un angelo e un diavolo incarnati. Avevano trovato un equilibrio, si amavano e avevano formato una famiglia. Chissà se avevano dimenticato da dove venivano.

Qualcuno, leggendo queste pagine, potrebbe chiedersi come abbia fatto a riconoscerli. Semplice, ho usato un paio di occhiali dalle lenti speciali, che riescono a vedere il colore dell’aura che circonda ogni essere vivente. La loro aura era azzurra e rossa, gli umani ce l’hanno bianca.

Stavano facendo shopping, si tenevano a braccetto, quando ho estratto un fucile particolare, simile all’acciaio, oppure all’argento. Indossavo i miei occhiali, un soprabito nero e quel fucile particolare: si sono immobilizzati sul marciapiede e non dimenticherò mai il sorriso dell’uomo quando mi ha visto. Si è trasformato in una smorfia di orrore e paura. Ho sparato un colpo al petto dell’angelo, mentre la donna è riuscita a sprofondare nell’asfalto. Beatrix era riuscita solo a rimandare la sua morte, mentre Atipicoz era evaporato come ghiaccio al sole. Terminato come dovevano finire tutti gli angeli mandati sulla terra.

Roma – 22 dicembre 2012 – ore 08:20 circa.

Gli sciacalli stanno rovistando fra cumuli di macerie, gruppi di persone che tentano di sopravvivere nell’inferno salito sulla terra. Li lascio fare, purché non intralcino il mio destino.

La vita sulla terra non sarà più la stessa, in quanto la società è caduta, come è caduto tutto quello che l’uomo ha costruito nei secoli dei secoli. Giustizia divina? Può anche essere, non spetta a me giudicare.

Voglio parlarvi del mio passato, di quello che ho fatto mesi prima che tutto cominciasse.

Ho fatto ricerche lunghe, viaggi estenuanti, fino a giungere nelle città scelte dalle mie vittime, quando ero ancora un servitore dell’oscurità. Ho ucciso Mavelle nella stanza di un albergo.

L’ho svegliata toccandola con la canna del fucile, nel buio della stanza. Ho aspettato che si mettesse seduta sul letto e accendesse l’abatjour, e le ho sorriso sparandole in faccia. Una morte indolore, istantanea.

Una settimana dopo sono andato a trovare Cosimo Bernardo, un altro angelo, e ho atteso che rientrasse in casa. Per quella morte avevo pensato a qualcosa di spettacolare: un cappio fissato alla trave del tetto. Minacciandolo col fucile, l’ho obbligato a salire sulla sedia e mettersi il cappio al collo. Ho spinto la sedia e mi sono divertito a guardare il suo corpo dondolare. Non era morto, un angelo non può morire impiccato, così gli ho sparato un colpo all’addome. L’ho visto dissolversi tra le urla. Ero un diavolo a quei tempi, uno dei più cattivi che avessero calpestato la terra.

Poi è toccato a Nata Libera, mentre faceva sesso con un umano. Quasi mi dispiaceva interrompere i suoi gemiti di piacere. La camera di albergo era di lusso, con tanto di vasca a idromassaggio. Era sera e avevano consumato una cena in camera, del vino rosso e del dessert per finire in bellezza. Ho usato un passepartout di un cameriere per non disturbarli.

Mi sono fermato a fissarli, mi sono seduto su una sedia e ho appoggiato il fucile sulle gambe. La stanza era in penombra, con l’angelo che si muoveva sopra l’umano godendo di ogni piccolo movimento. Ho atteso qualche minuto, finché lei potesse raggiungere l’orgasmo. L’ho afferrata per i capelli e ho fatto fuoco. Sono morti tutti e due, lei si è dissolta nel nulla mentre l’uomo è morto per infarto.

Questi sono alcuni esempi di quello che ho fatto tempo fa, momenti che non dimenticherò mai perché fanno parte del mio passato, un cattivo passato. Togliere di mezzo gli angeli, e chi avrebbe avuto il coraggio di rifiutare una simile proposta? Ne ero entusiasta.

Sapete, quando creature come noi scendono sulla terra, succede qualcosa che le rende speciali. Forse perché ricevono un dono che non avevamo mai ricevuto: vivere nel mondo e rimanere accecati dall’umanità, con tutti i pregi e difetti che comporta. Si entra nel corpo scelto e si vive attimo dopo attimo, senza riuscire a fare progetti a lungo termine. Col tempo, poi, s’impara a fare anche quello.

Si avvicina qualcuno al mio nascondiglio, forse riprenderò a scrivere più tardi.

Roma – 23 dicembre 2012 – ore 22:05 circa.

Sono riuscito a ritagliare un po’ di tempo da dedicare al diario. Ieri dove eravamo rimasti? Ah si, agli angeli. Posso essere sincero? Credo di aver aiutato molto la stirpe dei diavoli togliendo di mezzo parecchi, come dire, nemici. Mi dispiace per questo, ma solo adesso mi accorgo dell’errore che ho fatto tempo fa.

Ho conosciuto un angelo che mi ha aiutato a cambiare. Questo è successo pochi mesi fa, quando dopo ho sentito una voce nella mia testa. Mi ha ricordato quello che ero secoli prima e cosa fossi diventato dopo: un servitore dell’ombra. Un essere votato al male, che vive per esso e si nutre di sentimenti come l’odio, il rancore, l’invidia, la gelosia.

Un giorno ho visto una Luce e l’ho seguita. Ho capito chi fossi in principio e perché avevo scelto di servire il male. Ma poi tutto è degenerato davanti all’orrore. Stavo cominciando a conoscere quell’angelo, quando Beatrix ci ha raggiunti.

Stavamo in una radura sopra a una collina. Era sera e le stelle, la luna, illuminavano tutto con flebili bagliori. Quel diavolo è apparso dall’oscurità della notte, armato di pugnali simili all’argento. Ci ha sorriso: “Diego, Luce è un piacere vedervi!” e ha lanciato il pugnale colpendola al petto. Non ho fatto in tempo a proteggerla che si è dissolta fra le mie braccia.

Mi sono girato a fissarla con odio, che non provavo da chissà quanto tempo, e ho tirato fuori il fucile da sotto il plaid. Lei ha fatto dei passi indietro, cercando di fuggire sotto terra, ma non ha funzionato. Un proiettile l’ha colpita alla testa ed è scomparsa fra le fiamme che la divoravano. Quel diavolo è stato il primo a morire per mano mia.

Così, da quel giorno, ho cominciato a dare la caccia a tutti i compagni di Beatrix. Volevo sterminare tutti i diavoli giunti con me sulla terra. La vendetta stava per riavvicinarmi al potere dell’ombra. Stavo per ripetere lo stesso errore e per smarrire la strada che avevo ripreso a percorrere.

* * *

Diego Vorra si nascose fra le macerie della città, saccheggiando alcune provviste prese in alcuni supermercati, fra quello che ne rimaneva.

Ascoltami bene, disse la voce nella sua testa, cerca i due bambini e conducili all’isola, che si trova sempre nel Lazio. Il cammino è lungo, pieno di insidie e tu devi portarlo a termine!

Diego aveva acceso un falò fra cemento e mattoni, dietro al furgone dell’agenzia per cui aveva lavorato. Teneva le chiavi in tasca, come fossero la cosa più importante che avesse. Gli occhiali dalle lenti speciali, il fucile dal colore argento. Sapeva che quegli oggetti gli sarebbero stati utili finché fosse rimasto in vita.

“Va bene” disse osservando il fuoco, “farò come dici!”.

Si alzò in piedi e si sgrullò i pantaloni della divisa dalla polvere. Quanto gli dispiaceva vedere il mondo in quello stato. Gli si è sgretolato davanti agli occhi e nessuno poteva far niente, se non vivere quegli attimi di pura distruzione.

Aprì il portellone laterale del furgone e si mise seduto. Afferrò il suo diario dalla copertina di cuoio e lo sfogliò leggendo quello che aveva scritto. Parole impresse sulla carta, ricordi di tempi passati, sangue e lacrime, vita.

* * *

Prima di compiere il mio dovere è giusto che vi racconti degli ultimi tempi a cui ho dato la caccia ai diavoli. Ero accecato dall’ira e, davanti ai miei occhi, non vedevo altro che quelle luride creature votate al male.

Un angelo accecato dall’ira è qualcosa che non è mai esistito. Ecco perché avevo deciso di intraprendere la strada della vendetta, estirpare il male assoluto sulla terra e infilarmi in chissà quale buco per vivere da solo tutti i giorni che mi restavano.

Prima di diventare un agente della Squadra Alpha, rintracciai Morfeo, Erinny, Queen e Sabrynna. Ho ucciso questi diavoli a sangue freddo, senza assaporare la loro morte. Non sentivo nulla quando le pallottole speciali sono penetrate nei loro corpi, né quando il fuoco ha divorato le loro essenze. Dovevo solo eliminare quelle presenze. Mi volete condannare per quello che sto raccontando? Fate pure, uomini, fate quello che avete sempre fatto. Giudicate senza conoscere a fondo le dinamiche, le scelte prese anche se dettate da impulsi umani.

Ma ora vi lascio, perché inizia il mio viaggio verso l’Isola.

* * *

Diego richiuse il diario e lo nascose sotto il sedile posteriore. Saltò sui sedili anteriori del furgone e lo accese. Mise le quattro ruote motrici e partì fra la polvere e le macerie di Roma. Riuscì a percorrere tutta Via della Conciliazione, anche se non poteva raggiungere una velocità sostenuta. Non vide anima viva fino al primo ponte sul Tevere, o quello che ne restava.

Abbassò il finestrino e sentì molte voci provenire dall’ansa sul fiume.

Li senti? Fra quelle persone ci sono coloro che devi salvare, disse la voce.

“E come faccio a sapere chi sono?” chiese Diego, gli occhi che fissavano un punto del ponte crollato.

Che domande idiote! Li chiamerai per nome, si volteranno e capirai di chi si tratta.

“E… posso sapere i loro nomi per favore?”.

Adamo e Eva.

“Ma dai! Dici sul serio? E non potevi scegliere due nomi più originali, al passo coi tempi?”.

Ci fu silenzio, la voce non rispose. Andiamo, Diego, non fare del sarcasmo con me! Ho deciso quei nomi e non si discute!

L’uomo emise un sospiro: “Come vuoi, stavo solo scherzando. A me quei nomi vanno benissimo!”.

Ecco, bravo, adesso va meglio.

Diego aprì il cruscotto e afferrò un piccolo telecomando, quello del verricello montato sul paraurti anteriore. Si sarebbe calato fino alla banchina del Tevere, se ce n’era rimasta una.

Afferrò il fucile d’assalto mettendoselo a tracolla: girare disarmati, di questi tempi, era imprudente.

* * *

Anagni – 25 dicembre 2012 – ore 15:45 circa.

Finalmente i ragazzi dormono sui sedili posteriori del furgone.

Ah, scusate, non potete saperne nulla di Adamo ed Eva, i piccoli che ho dovuto strappare alle persone che volevano portarseli via. Il piano era questo: trovarli e condurli in un luogo sicuro, che conosco soltanto io e forse un’altra persona. Ma a quello ci arriverò a tempo debito.

Comunque sono sceso sulla riva del fiume e ho affrontato due losche figure. Come avevo fatto a non capirlo subito? Per fortuna che mi ero portato dietro gli occhiali e il fucile speciale.

Carroll e la Signora occupavano quel piroscafo semi affondato, convinte che i due ragazzi non li avrebbe presi nessuno. Oh, come avevano torto povere diavole.

Mi hanno visto scendere con il verricello, puntare il fucile a distanza e fare fuoco. Lo sapevate che ho una mira impeccabile? Ecco perché, quando ero entrato a far parte dell’agenzia, mi avevano dato in mano un fucile di precisione.

A conti fatti, su questa terra martoriata, siamo rimasti solo in due: Dave e Diego. Mi dispiace toglierlo di mezzo, ma devo farlo per finire quello che ho cominciato. Schegge impazzite, ricordate? Schegge impazzite!

Dave è convinto di essere la mano sinistra di Dio, ma lui non sa che è diventato una cosa pericolosa e io sono la cura.

* * *

Qualcuno bussò al vetro del furgone, Diego quasi ci rimase secco. Vide una faccia familiare, un sorriso cordiale.

“Ti sei fermato sui miei campi da tennis! Ti decidi a togliere quel cazzo di mostro a quattro ruote, oppure ci penso io a forza di calci nel culo?”.

Diego si girò verso Adamo ed Eva: “Potete mettere le vostre mani sulle orecchie? E aspettate dentro il furgone, mi raccomando!”. I ragazzi eseguirono senza fare commenti, però volevano vedere cosa sarebbe successo.

“Va bene, testa di cazzo!” mormorò Diego.

Aprì lo sportello con violenza e Dave si ritrovò a terra, a faccia in giù.

“Scusa tanto se ho calpestato questi…” fissò quello che rimaneva di un circolo sportivo. Non c’era più nulla che assomigliasse a dei campi sportivi.

Diego lo fissò per un attimo, mentre Dave si rimetteva in piedi. Non pensava di trovarlo ancora lì, in mezzo alla distruzione totale. Che fosse un segno del destino?

Diego fece due passi indietro per afferrare il fucile argentato, controllò i colpi in canna e puntò l’arma verso l’uomo. “Siamo fratelli, ma devo finire quello che ho cominciato!”.

Dave alzò le mani in segno di resa, indietreggiò inciampando sulla rete di un campo da tennis, adesso sembrava più uno straccio gettato in terra.

“Ma tu non puoi essere…”.

Diego fece un segno affermativo con la testa: “Lo sono invece. I miei peccati sono stati perdonati e ora sono un angelo come te.”.

“Avevo sentito dire che i diavoli erano stati uccisi tutti, persino la Signora e Carroll!”.

“E chi sarà stato? La buona fatina del cazzo?”. Diego fece segno di indietreggiare e lui lo fece.

Giunsero ai margini di una piscina semi distrutta e Dave inciampò cadendoci dentro. Finì nell’acqua che ne ricopriva solo una parte e annaspò finché un colpo lo raggiunse alla testa. Il suo corpo si dissolse come neve al sole.

Diego gettò il fucile nell’acqua e tornò dai ragazzi. Attese due ore, finché giunsero quattro persone che circondarono il furgone.

Blossom bussò alla portiera, al suo fianco c’erano Siu, Regole e Madame Pit.

“Consegnaci i ragazzi e tu sarai libero di andare.” disse la donna in tono cordiale.

La voce confermò quello che gli era stato detto, così, a Diego, non rimase altro che guardarli andare via. I ragazzi tenevano per mano le quattro persone che li stavano portando verso l’Isola.