“L’apocalisse”

 

Le sirene risuonarono a lungo, per molti minuti, mentre il cielo si stava oscurando di nubi nere sopra le teste delle persone. Qualcuno cadde in ginocchio sulle macerie, fissando quello spettacolo spaventoso. Ovunque c’erano richiami di aiuto, urla soffocate dalla polvere che ricopriva tutti, sia vivi che morti.

“I vulcani sono esplosi!” aveva urlato qualcuno prima di fuggire via. Poi la terra aveva tremato, lacerando strade e sbriciolando case ed edifici. I cornicioni furono i primi a cadere, uccidendo le persone sui marciapiedi. Le auto danzavano, gli antifurto gemevano, la gente cadeva nelle voragini che si allargavano sulle strade.

Il colonnato di S. Pietro cadde. La basilica collassò su sé stessa.

Roma fu la prima città a venire dilaniata dalla natura.

Diego Vorra si ritrovò all’interno della catastrofe, fu uno degli spettatori inconsapevoli della fine di tutto. Il genere umano sarebbe sopravvissuto?

Un sacerdote uscì dal suo nascondiglio, da sotto un’auto parcheggiata in Via della Conciliazione, e si alzò in piedi a stento. Del sangue gli usciva da una ferita alla testa, alcune lacrime gli rigavano le guance. Cadde in ginocchio, stremato, l’abito sporco di polvere: “Che Dio ci perdoni!” disse alzando gli occhi al cielo. Le nubi nere, le polveri piroclastiche stavano coprendo il sole. L’ombra inghiottì la luce. La cenere cominciò a scendere sulle rovine di Roma, quasi fosse neve.

Diego spostò lo sguardo sul sacerdote, quando la terra tremò di nuovo e si aprì una voragine larga due metri. Vide il prete precipitare negli abissi profondi. Non fece in tempo a salvarlo.

Che cosa stai facendo? Non reagisci? Non ricordi chi sei?

Diego si guardò intorno, senza scorgere nessuno. Si chiese se avesse delle allucinazioni.

“C’è qualcuno?” urlò. I gemiti, le richieste di aiuto non si sentivano più. Si trovava al centro della strada, si voltò osservando l’orizzonte, che adesso era libero perché non esisteva più una costruzione che gli impedisse di vedere.

Roma era stata rasa al suolo.

Si pulì il viso con la manica del giubbotto, si tolse la cenere dalla testa.

* * *

Roma – 21 dicembre 2012 – ore 18:00 circa.

Mi chiamo Diego Vorra e sto scrivendo un diario su cui annotare tutto quello che mi accade. L’umanità non verrà annientata, questo lo so per certo, anche se non posso rivelarvi tutto. Ci sono cose che vorrei rimanessero mie.

Non crederete a tutto quello che scriverò su questi fogli di carta, ma poco importa sapete? L’importante è che lasci un segno del mio passaggio, una sorta di biografia degli ultimi giorni, delle ultime ore che passerò su questa terra.

Credete in Dio? Se la risposta è no, forse, letto quello che ho da dirvi, cambierete idea.

Una volta ero un angelo, poi sono diventato un diavolo, infine di nuovo un angelo. E’ stato un percorso di crescita il mio. In principio ero una creatura ultraterrena, finché mi è stato chiesto di scendere sulla terra, di occupare un corpo e di vivere secondo le vostre regole. Avevo un compito, più di uno per la verità.

Oggi, dopo quello che è successo, mi è stato assegnato un nuovo obiettivo: salvare qualcuno per far sopravvivere il genere umano. E quello lo farò ad ogni costo, che Dio mi sia testimone!

Siamo arrivati sulla terra in quattordici, sette angeli e sette diavoli, ognuno con il suo compito da portare a termine. Il bene e il male, il bianco e il nero. Ma oggi tutto è cambiato, i ruoli sono caduti e i sopravvissuti sono diventati schegge impazzite. Io devo stanarli e cancellarli dalla faccia della terra!

Quando la fine è diventata visibile a tutti, mi sono svegliato e ho capito chi sono. Anzi no! Cosa sono!

Nell’ultima incarnazione sono un agente della Squadra Alpha, che fa parte di un’agenzia non governativa del Vaticano. Non sono un prete, ma solo un uomo che sa affrontare situazioni che gli umani non saprebbero superare. Ah, i miei compagni sono tutti morti durante l’ultimo terremoto che ha devastato la capitale della cristianità. Sono rimasto solo io, ma gli uomini non sono stati cancellati dalla faccia della terra, non ancora, ma il punto di non ritorno è molto vicino. I secondi, i minuti e le ore stanno per scadere.

Le città degli uomini sono diventate tombe piene di polvere e detriti!

Onde gigantesche hanno pulito le coste uccidendo milioni di persone.

Da quando sono sceso sulla terra, ho ucciso molte persone, ho indossato i loro corpi di cellule e carne e ho vissuto l’esperienza più devastante che potessi immaginare. Ho imparato ad amare e odiare, ho pianto e riso e ho passato anni fra la gente. Mi sono adeguato alla legge del più forte, che in certi casi rende la vita più facile.

Vivere non è mai stato facile!

Una volta, mesi fa, incontrai un angelo e un diavolo incarnati. Avevano trovato un equilibrio, si amavano e avevano formato una famiglia. Chissà se avevano dimenticato da dove venivano.

Qualcuno, leggendo queste pagine, potrebbe chiedersi come abbia fatto a riconoscerli. Semplice, ho usato un paio di occhiali dalle lenti speciali, che riescono a vedere il colore dell’aura che circonda ogni essere vivente. La loro aura era azzurra e rossa, gli umani ce l’hanno bianca.

Stavano facendo shopping, si tenevano a braccetto, quando ho estratto un fucile particolare, simile all’acciaio, oppure all’argento. Indossavo i miei occhiali, un soprabito nero e quel fucile particolare: si sono immobilizzati sul marciapiede e non dimenticherò mai il sorriso dell’uomo quando mi ha visto. Si è trasformato in una smorfia di orrore e paura. Ho sparato un colpo al petto dell’angelo, mentre la donna è riuscita a sprofondare nell’asfalto. Beatrix era riuscita solo a rimandare la sua morte, mentre Atipicoz era evaporato come ghiaccio al sole. Terminato come dovevano finire tutti gli angeli mandati sulla terra.

Roma – 22 dicembre 2012 – ore 08:20 circa.

Gli sciacalli stanno rovistando fra cumuli di macerie, gruppi di persone che tentano di sopravvivere nell’inferno salito sulla terra. Li lascio fare, purché non intralcino il mio destino.

La vita sulla terra non sarà più la stessa, in quanto la società è caduta, come è caduto tutto quello che l’uomo ha costruito nei secoli dei secoli. Giustizia divina? Può anche essere, non spetta a me giudicare.

Voglio parlarvi del mio passato, di quello che ho fatto mesi prima che tutto cominciasse.

Ho fatto ricerche lunghe, viaggi estenuanti, fino a giungere nelle città scelte dalle mie vittime, quando ero ancora un servitore dell’oscurità. Ho ucciso Mavelle nella stanza di un albergo.

L’ho svegliata toccandola con la canna del fucile, nel buio della stanza. Ho aspettato che si mettesse seduta sul letto e accendesse l’abatjour, e le ho sorriso sparandole in faccia. Una morte indolore, istantanea.

Una settimana dopo sono andato a trovare Cosimo Bernardo, un altro angelo, e ho atteso che rientrasse in casa. Per quella morte avevo pensato a qualcosa di spettacolare: un cappio fissato alla trave del tetto. Minacciandolo col fucile, l’ho obbligato a salire sulla sedia e mettersi il cappio al collo. Ho spinto la sedia e mi sono divertito a guardare il suo corpo dondolare. Non era morto, un angelo non può morire impiccato, così gli ho sparato un colpo all’addome. L’ho visto dissolversi tra le urla. Ero un diavolo a quei tempi, uno dei più cattivi che avessero calpestato la terra.

Poi è toccato a Nata Libera, mentre faceva sesso con un umano. Quasi mi dispiaceva interrompere i suoi gemiti di piacere. La camera di albergo era di lusso, con tanto di vasca a idromassaggio. Era sera e avevano consumato una cena in camera, del vino rosso e del dessert per finire in bellezza. Ho usato un passepartout di un cameriere per non disturbarli.

Mi sono fermato a fissarli, mi sono seduto su una sedia e ho appoggiato il fucile sulle gambe. La stanza era in penombra, con l’angelo che si muoveva sopra l’umano godendo di ogni piccolo movimento. Ho atteso qualche minuto, finché lei potesse raggiungere l’orgasmo. L’ho afferrata per i capelli e ho fatto fuoco. Sono morti tutti e due, lei si è dissolta nel nulla mentre l’uomo è morto per infarto.

Questi sono alcuni esempi di quello che ho fatto tempo fa, momenti che non dimenticherò mai perché fanno parte del mio passato, un cattivo passato. Togliere di mezzo gli angeli, e chi avrebbe avuto il coraggio di rifiutare una simile proposta? Ne ero entusiasta.

Sapete, quando creature come noi scendono sulla terra, succede qualcosa che le rende speciali. Forse perché ricevono un dono che non avevamo mai ricevuto: vivere nel mondo e rimanere accecati dall’umanità, con tutti i pregi e difetti che comporta. Si entra nel corpo scelto e si vive attimo dopo attimo, senza riuscire a fare progetti a lungo termine. Col tempo, poi, s’impara a fare anche quello.

Si avvicina qualcuno al mio nascondiglio, forse riprenderò a scrivere più tardi.

Roma – 23 dicembre 2012 – ore 22:05 circa.

Sono riuscito a ritagliare un po’ di tempo da dedicare al diario. Ieri dove eravamo rimasti? Ah si, agli angeli. Posso essere sincero? Credo di aver aiutato molto la stirpe dei diavoli togliendo di mezzo parecchi, come dire, nemici. Mi dispiace per questo, ma solo adesso mi accorgo dell’errore che ho fatto tempo fa.

Ho conosciuto un angelo che mi ha aiutato a cambiare. Questo è successo pochi mesi fa, quando dopo ho sentito una voce nella mia testa. Mi ha ricordato quello che ero secoli prima e cosa fossi diventato dopo: un servitore dell’ombra. Un essere votato al male, che vive per esso e si nutre di sentimenti come l’odio, il rancore, l’invidia, la gelosia.

Un giorno ho visto una Luce e l’ho seguita. Ho capito chi fossi in principio e perché avevo scelto di servire il male. Ma poi tutto è degenerato davanti all’orrore. Stavo cominciando a conoscere quell’angelo, quando Beatrix ci ha raggiunti.

Stavamo in una radura sopra a una collina. Era sera e le stelle, la luna, illuminavano tutto con flebili bagliori. Quel diavolo è apparso dall’oscurità della notte, armato di pugnali simili all’argento. Ci ha sorriso: “Diego, Luce è un piacere vedervi!” e ha lanciato il pugnale colpendola al petto. Non ho fatto in tempo a proteggerla che si è dissolta fra le mie braccia.

Mi sono girato a fissarla con odio, che non provavo da chissà quanto tempo, e ho tirato fuori il fucile da sotto il plaid. Lei ha fatto dei passi indietro, cercando di fuggire sotto terra, ma non ha funzionato. Un proiettile l’ha colpita alla testa ed è scomparsa fra le fiamme che la divoravano. Quel diavolo è stato il primo a morire per mano mia.

Così, da quel giorno, ho cominciato a dare la caccia a tutti i compagni di Beatrix. Volevo sterminare tutti i diavoli giunti con me sulla terra. La vendetta stava per riavvicinarmi al potere dell’ombra. Stavo per ripetere lo stesso errore e per smarrire la strada che avevo ripreso a percorrere.

* * *

Diego Vorra si nascose fra le macerie della città, saccheggiando alcune provviste prese in alcuni supermercati, fra quello che ne rimaneva.

Ascoltami bene, disse la voce nella sua testa, cerca i due bambini e conducili all’isola, che si trova sempre nel Lazio. Il cammino è lungo, pieno di insidie e tu devi portarlo a termine!

Diego aveva acceso un falò fra cemento e mattoni, dietro al furgone dell’agenzia per cui aveva lavorato. Teneva le chiavi in tasca, come fossero la cosa più importante che avesse. Gli occhiali dalle lenti speciali, il fucile dal colore argento. Sapeva che quegli oggetti gli sarebbero stati utili finché fosse rimasto in vita.

“Va bene” disse osservando il fuoco, “farò come dici!”.

Si alzò in piedi e si sgrullò i pantaloni della divisa dalla polvere. Quanto gli dispiaceva vedere il mondo in quello stato. Gli si è sgretolato davanti agli occhi e nessuno poteva far niente, se non vivere quegli attimi di pura distruzione.

Aprì il portellone laterale del furgone e si mise seduto. Afferrò il suo diario dalla copertina di cuoio e lo sfogliò leggendo quello che aveva scritto. Parole impresse sulla carta, ricordi di tempi passati, sangue e lacrime, vita.

* * *

Prima di compiere il mio dovere è giusto che vi racconti degli ultimi tempi a cui ho dato la caccia ai diavoli. Ero accecato dall’ira e, davanti ai miei occhi, non vedevo altro che quelle luride creature votate al male.

Un angelo accecato dall’ira è qualcosa che non è mai esistito. Ecco perché avevo deciso di intraprendere la strada della vendetta, estirpare il male assoluto sulla terra e infilarmi in chissà quale buco per vivere da solo tutti i giorni che mi restavano.

Prima di diventare un agente della Squadra Alpha, rintracciai Morfeo, Erinny, Queen e Sabrynna. Ho ucciso questi diavoli a sangue freddo, senza assaporare la loro morte. Non sentivo nulla quando le pallottole speciali sono penetrate nei loro corpi, né quando il fuoco ha divorato le loro essenze. Dovevo solo eliminare quelle presenze. Mi volete condannare per quello che sto raccontando? Fate pure, uomini, fate quello che avete sempre fatto. Giudicate senza conoscere a fondo le dinamiche, le scelte prese anche se dettate da impulsi umani.

Ma ora vi lascio, perché inizia il mio viaggio verso l’Isola.

* * *

Diego richiuse il diario e lo nascose sotto il sedile posteriore. Saltò sui sedili anteriori del furgone e lo accese. Mise le quattro ruote motrici e partì fra la polvere e le macerie di Roma. Riuscì a percorrere tutta Via della Conciliazione, anche se non poteva raggiungere una velocità sostenuta. Non vide anima viva fino al primo ponte sul Tevere, o quello che ne restava.

Abbassò il finestrino e sentì molte voci provenire dall’ansa sul fiume.

Li senti? Fra quelle persone ci sono coloro che devi salvare, disse la voce.

“E come faccio a sapere chi sono?” chiese Diego, gli occhi che fissavano un punto del ponte crollato.

Che domande idiote! Li chiamerai per nome, si volteranno e capirai di chi si tratta.

“E… posso sapere i loro nomi per favore?”.

Adamo e Eva.

“Ma dai! Dici sul serio? E non potevi scegliere due nomi più originali, al passo coi tempi?”.

Ci fu silenzio, la voce non rispose. Andiamo, Diego, non fare del sarcasmo con me! Ho deciso quei nomi e non si discute!

L’uomo emise un sospiro: “Come vuoi, stavo solo scherzando. A me quei nomi vanno benissimo!”.

Ecco, bravo, adesso va meglio.

Diego aprì il cruscotto e afferrò un piccolo telecomando, quello del verricello montato sul paraurti anteriore. Si sarebbe calato fino alla banchina del Tevere, se ce n’era rimasta una.

Afferrò il fucile d’assalto mettendoselo a tracolla: girare disarmati, di questi tempi, era imprudente.

* * *

Anagni – 25 dicembre 2012 – ore 15:45 circa.

Finalmente i ragazzi dormono sui sedili posteriori del furgone.

Ah, scusate, non potete saperne nulla di Adamo ed Eva, i piccoli che ho dovuto strappare alle persone che volevano portarseli via. Il piano era questo: trovarli e condurli in un luogo sicuro, che conosco soltanto io e forse un’altra persona. Ma a quello ci arriverò a tempo debito.

Comunque sono sceso sulla riva del fiume e ho affrontato due losche figure. Come avevo fatto a non capirlo subito? Per fortuna che mi ero portato dietro gli occhiali e il fucile speciale.

Carroll e la Signora occupavano quel piroscafo semi affondato, convinte che i due ragazzi non li avrebbe presi nessuno. Oh, come avevano torto povere diavole.

Mi hanno visto scendere con il verricello, puntare il fucile a distanza e fare fuoco. Lo sapevate che ho una mira impeccabile? Ecco perché, quando ero entrato a far parte dell’agenzia, mi avevano dato in mano un fucile di precisione.

A conti fatti, su questa terra martoriata, siamo rimasti solo in due: Dave e Diego. Mi dispiace toglierlo di mezzo, ma devo farlo per finire quello che ho cominciato. Schegge impazzite, ricordate? Schegge impazzite!

Dave è convinto di essere la mano sinistra di Dio, ma lui non sa che è diventato una cosa pericolosa e io sono la cura.

* * *

Qualcuno bussò al vetro del furgone, Diego quasi ci rimase secco. Vide una faccia familiare, un sorriso cordiale.

“Ti sei fermato sui miei campi da tennis! Ti decidi a togliere quel cazzo di mostro a quattro ruote, oppure ci penso io a forza di calci nel culo?”.

Diego si girò verso Adamo ed Eva: “Potete mettere le vostre mani sulle orecchie? E aspettate dentro il furgone, mi raccomando!”. I ragazzi eseguirono senza fare commenti, però volevano vedere cosa sarebbe successo.

“Va bene, testa di cazzo!” mormorò Diego.

Aprì lo sportello con violenza e Dave si ritrovò a terra, a faccia in giù.

“Scusa tanto se ho calpestato questi…” fissò quello che rimaneva di un circolo sportivo. Non c’era più nulla che assomigliasse a dei campi sportivi.

Diego lo fissò per un attimo, mentre Dave si rimetteva in piedi. Non pensava di trovarlo ancora lì, in mezzo alla distruzione totale. Che fosse un segno del destino?

Diego fece due passi indietro per afferrare il fucile argentato, controllò i colpi in canna e puntò l’arma verso l’uomo. “Siamo fratelli, ma devo finire quello che ho cominciato!”.

Dave alzò le mani in segno di resa, indietreggiò inciampando sulla rete di un campo da tennis, adesso sembrava più uno straccio gettato in terra.

“Ma tu non puoi essere…”.

Diego fece un segno affermativo con la testa: “Lo sono invece. I miei peccati sono stati perdonati e ora sono un angelo come te.”.

“Avevo sentito dire che i diavoli erano stati uccisi tutti, persino la Signora e Carroll!”.

“E chi sarà stato? La buona fatina del cazzo?”. Diego fece segno di indietreggiare e lui lo fece.

Giunsero ai margini di una piscina semi distrutta e Dave inciampò cadendoci dentro. Finì nell’acqua che ne ricopriva solo una parte e annaspò finché un colpo lo raggiunse alla testa. Il suo corpo si dissolse come neve al sole.

Diego gettò il fucile nell’acqua e tornò dai ragazzi. Attese due ore, finché giunsero quattro persone che circondarono il furgone.

Blossom bussò alla portiera, al suo fianco c’erano Siu, Regole e Madame Pit.

“Consegnaci i ragazzi e tu sarai libero di andare.” disse la donna in tono cordiale.

La voce confermò quello che gli era stato detto, così, a Diego, non rimase altro che guardarli andare via. I ragazzi tenevano per mano le quattro persone che li stavano portando verso l’Isola.

 

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“Io, Katy e Lupo” 2° Parte

Una ad una le quattro squadre entrarono all’interno dell’edificio, controllando ogni stanza nel massimo silenzio. Si appostarono alle finestre per difendere il perimetro e renderlo sicuro. Si muovevano coordinati, con schemi studiati migliaia di volte.

Il tempo scorreva inesorabile e, Jonathan Stoud, decise come muoversi per eseguire la fase successiva. Scelse un compagno per iniziare l’attacco al perimetro adiacente all’edificio, ma prima dovevano osservare l’obiettivo e valutare come muoversi.

Bobby Groum e Jonathan Stoud salirono sul tetto, fatto solo di cemento scadente e piatto: solo un basso muretto gli forniva una copertura sicura. Si mossero strisciando a terra, con prudenza, sicuri che anche l’oscurità li avrebbe resi invisibili.

Preparano l’attrezzatura nel massimo silenzio: due balestre, due funi, alcune imbracature e due carrucole. Collegarono due arpioni in acciaio alle balestre.

“Bobby, passami il telemetro!” disse a bassa voce il capo Team.

Il cecchino, prima di eseguire l’ordine, fissò a terra il suo M40, poi gli passò una sorta di binocolo a raggi infrarossi. Osservarono la recinzione senza dirsi nulla, solo dopo passarono alle torrette perimetrali. Videro due uomini sulla torretta ovest: il loro obiettivo. Le due sentinelle parlavano fra loro, gesticolavano, senza interessarsi di quello che accadeva all’esterno della struttura. Uno di questi si accese una sigaretta e buttò fuori una nuvola di fumo. Sulle spalle tenevano le armi, due fucili AK 47.

Jonathan e Bobby rimasero fermi inquadrando la torretta ovest, finché il capo Team spostò la visuale lungo la recinzione: “Pattuglia a ore undici, vedo quattro bersagli!” disse al microfono.

Il compagno inquadrò la pattuglia, confermando che si spostavano lungo il perimetro della base. “Quelli dobbiamo proprio evitarli.” aggiunse seguendoli con il mirino dell’arma.

Attesero altri minuti interminabili, studiando il movimento dei quattro soldati in uniforme: non erano afgani, probabilmente stranieri. Indossavano divise militari leggere standard, elmetti regolari e imbracciavano dei fucili mitragliatori.

Jonathan studiò il percorso che avrebbe fatto, poi chiamò gli altri due uomini del suo Team: “Team Dream 1, a rapporto sul tetto…siamo pronti a muoverci!”.

John Neil ed Harry Council li raggiunsero sul tetto, sdraiati accanto a loro.

Team Dream 1 apre le danze, chiediamo massima copertura!” disse al microfono Jonathan. I capi Team delle altre squadre gli risposero che erano pronti alla massima assistenza. Il Team Dream 2 corse sul tetto, in cui avrebbe preso posto per proteggerli dall’alto.

Harry e John imbracciarono le balestre, controllando che la fune fosse libera, e mirarono alla torretta ovest. Bobby Groum, intanto, teneva sotto tiro i due uomini mentre continuavano a chiacchierare. Sarebbe durato in tutto poche decine di secondi. Adesso, tutti gli uomini dei quattro Team, dovevano liberare la mente e pensare a come portare a termine questa missione e, se possibile, riportare la pelle a casa. I dubbi e le incertezze non venivano contemplati e si sparava per uccidere, non per fare prigionieri.

“Bobby, voglio due colpi perfetti!” disse Jonathan, “Me li devi far stramazzare all’interno della torretta!”.

Bobby Groum chiuse gli occhi per tre secondi, liberò la mente e acquistò la massima concentrazione sui due bersagli. Il suo fucile, ora, divenne il prolungamento del suo braccio.

Mirò alla testa dell’uomo più vicino alle scale e fece come aveva fatto altre volte: premette il grilletto, si udì uno sbuffo smorzato e vide l’uomo accasciarsi a terra. L’altro bersaglio non fece in tempo a capire nulla, quando una pallottola lo raggiunse sul lato sinistro della testa e schizzi di sangue imbrattarono il pavimento della torretta. La sigaretta cadde vicino a lui, consumandosi lentamente.

Partirono due colpi secchi e gli arpioni si conficcarono alla base della torretta, in un punto nascosto dall’interno della base.

L’azione continuò fluida, veloce, senza alcun contrattempo. A coppia si agganciarono alla carrucola scivolando veloci nell’oscurità, finché i quattro uomini conquistarono la torretta ovest.

“A tutte le squadre, Team Dream 1 penetra all’interno della base!” disse Jonathan Stoud.

“Vi vediamo! Avete campo libero al momento!” rispose il capo della seconda squadra, “Veglieremo su di voi!”.

“Bobby, coprici le chiappe!” disse John.

Jonathan fece segno di proseguire fra il palazzo principale, il più grande, e quello che si trovavano di fronte. “Attraverseremo il corridoio fra i due edifici, Bobby si sposterà, nascosto, e farà fuori chiunque ci troveremo di fronte.”.

Il cecchino fece un segno di assenso, lo sguardo serio e le labbra serrate.

Controllarono armi e munizioni e imbracciarono l’HK MP7 e il mitragliatore MG 42, i caricatori di riserva erano all’interno delle tasche e pronti all’uso.

Si mossero tutti e quattro nella penombra, correndo chini fino a raggiungere terra. Si divisero, nascondendosi dietro qualsiasi riparo. Non parlavano più fra loro, troppo rischioso, ma si capivano a gesti.

Jonathan Stoud fece segno di proseguire lungo il corridoio: Harry e John corsero verso il corridoio, fermandosi dietro alcune casse di legno e scrutando in avanti. Si bloccarono quando videro un paio di ombre in lontananza e udirono un paio di sbuffi alle loro spalle. Le ombre svanirono, ma si materializzarono un paio di corpi riversi in terra.

“Fateli sparire all’istante!” udirono agli auricolari. La voce era del capo Team, tesa e autoritaria come non l’avevano mai sentita, ubbidirono all’istante trascinando verso le casse i cadaveri dei due soldati che avevano fatto ingresso nello stretto corridoio.

Jonathan e Bobby corsero fino alle casse, facendo segno agli atri due di proseguire fino alla fine del corridoio. Sulla destra, pochi metri dopo l’angolo dell’edificio, c’era il piccolo locale che accoglieva la centrale elettrica dell’intera base.

Il Team Dream 1 s’impadronì dei due angoli delle due strutture, sbirciarono per essere sicuri che non ci fossero minacce e guadagnarono l’ingresso della centrale. John Neil si occupò di forzare la serratura, mentre gli altri lo coprivano a distanza: non c’erano pattuglie, né le luci perimetrali potevano farlo individuare facilmente.

Una volta aperto l’ingresso, attesero che piazzasse l’esplosivo C4 per danneggiare l’intero fabbricato. La corrente sarebbe mancata all’intera struttura, le recinzioni elettrificate sarebbero venute meno, così le altre squadre avrebbero fatto il loro ingresso, occupando le aree di loro competenza.

John Neil uscì di corsa e si nascose vicino a Jonathan: in mano teneva stretto un piccolo telecomando e disse al capo Team: “Quando vuoi!”.

Team Dream 1 sull’obiettivo primario, cinque secondi e potete entrare in campo!” disse Jonathan Stoud. Passati cinque secondi ci fu un’esplosione che fece sparire l’intera struttura della centrale elettrica, danneggiando anche alcune pareti della palazzina costruita nelle vicinanze. L’onda d’urto fu notevole, il rumore echeggiò per l’intera Kabul.

L’esplosione provocò una nuvola di fumo, che salì lentamente verso l’alto. L’intera base si mise in allarme, mentre il primo Team conquistò punti strategici, iniziando un capillare sterminio dei soldati ostili. Si levarono le prime grida, i primi spari singoli, che poi si trasformarono in lunghe raffiche.

Bobby Groum si piazzò sulla torretta est, sdraiato in cima alle scale, e uccise tutti gli uomini che uscivano dall’ingresso della palazzina principale.

Team Dream 4 in posizione. Abbiamo occupato il primo obiettivo, potete procedere con la fase due!”.

Jonathan Stoud rispose alla radio: “Ricevuto! Procediamo col prelievo del pacchetto, poi usciremo tutti quanti da quest’inferno!”. I Team 2 e 3 dovevano fiancheggiare la prima squadra mentre procedeva nella missione.

Un uomo in camice bianco varcò l’uscita controllata dal primo Team, fu in quel momento che Jonathan diede l’ordine di cessare il fuoco e di muoversi allo scoperto.

Altri otto uomini, tutti vestiti in mimetica scura e muniti di visori notturni, si nascosero dietro alcuni camion. Si sparpagliarono riparandosi e acquisirono i bersagli più vicini e vulnerabili. “Team Dream 1, procedete subito e noi vi terremo impegnati gli ostili!”.

Jonathan li vide con la coda dell’occhio, solo dopo diede l’ordine di muoversi. Fu superato da John Neil e da Harry Council, mentre Bobby Groum continuava a sparare colpi singoli ma micidiali.

I soldati nemici erano rimasti in pochi, ma forse sarebbero sopraggiunti altri rinforzi dall’esterno. Nascosti e privi di attrezzature idonee al combattimento notturno, questi cercavano solo ripari casuali e rispondevano al fuoco in maniera sporadica, quasi senza mirare.

“Io, Katy e Lupo” 1° Parte

 

 

La base militare di Kabul era in fermento, veicoli di terra e aria avevano i motori accesi e la polvere si sollevava in aria come se stesse passando un tornado. La fanteria non avrebbe preso parte a questa operazione, ma solo quattro squadre ben equipaggiate di armi e attrezzature.

Il quartier generale della base aveva l’obbligo di inviare dati e avvenimenti in tempo reale a Mark Collins, a Park Lake. Il circuito di video conferenza era sempre attivo.

Il sole stava tramontando in Afghanistan e, le tenebre, avrebbero protetto l’intera operazione.

Alcuni satelliti militari spiavano una struttura in città, una sorta di castello protetto da recinzioni elettrificate, da torrette di vedetta con uomini di guardia ogni ora del giorno e della notte. Una struttura quasi inaccessibile.

Il supporto aereo era in attesa di partire, mentre i quattro Team avrebbero attraversato alcuni quartieri di Kabul, per attaccare le difese perimetrali e poi fare irruzione.

Jonathan Stoud, capo Team Dream 1, fece segno di muoversi. La preparazione dell’equipaggiamento era terminata, adesso sarebbe sopraggiunta l’azione. Quanto amava sentire l’adrenalina scorrergli nelle vene. Era convinto che anche gli altri amassero sentirsi così, quasi in bilico fra la vita e la morte.

Le quattro squadre montarono su quattro Humvee, zaini e armi nel vano di carico. Le radio e gli auricolari accesi sulle frequenze stabilite. Ogni membro portava con sé anche i visori notturni.

Il Team Dream 1 aveva il compito di aprire le danze e Jonathan aveva già dato istruzioni su come portare a termine il loro primo obiettivo. Un piano studiato a tavolino, ma senza escludere qualsiasi inconveniente. La sua squadra era quasi una famiglia, quattro fratelli che si conoscevano da tempo, che avevano dovuto fare gruppo per sopravvivere. Non si trattava di cameratismo, ma forse di apprezzare pregi e difetti di ognuno e conviverci. Spesso si salvavano la pelle a vicenda, si coprivano le spalle da eventuali nemici e fuggivano assieme verso i Punti di Raccolta stabiliti in precedenza. Questa era la vita degli uomini delle Forze Speciali.

L’operazione Dream cominciò alle 18 in punto, ora locale. Ogni Capo Squadra aveva una piccola telecamera montata sull’elmetto, la trasmissione audio e video veniva trasmessa tramite satellite e ricevuta dal quartier generale.

Jonathan si chiese dell’interesse morboso dei suoi superiori per quello che stavano per fare: salvare un solo uomo a discapito di quattro Team, sedici uomini, ma con anni di addestramenti alle spalle e decine di interventi riusciti senza errori.

La jeep sobbalzava ad ogni buca e il flusso di pensieri si dissolse come nebbia al sole. Jonathan osservava le case del quartiere che gli sfilavano di lato, povere di tutto, persino di finestre e infissi.

Le strade vuote, poche auto parcheggiate e tutte sporche o abbozzate. Osservava la miseria e la povertà. Un paio di cani attraversarono prima che loro potessero rallentare, ma non successe nulla: salvi per miracolo.

“Avete tutto in mente?” chiese Jonathan, “Ci sono domande?”. Guardò ogni singolo volto, ogni fratello di armi, sangue e sudore.

John Neil, esperto in esplosivi, si tolse l’elmetto e se lo girò fra le mani. Aveva un sorriso che non presagiva nulla di buono, almeno per chi lo conosceva.

“Soldato Neil, cancella quel sorriso da figlio di puttana e sputa il rospo!” disse il capo Team in tono serio. “Ti conosco fin troppo bene per capire che c’è qualcosa che non va.”.

Tergiversò osservando fuori dal finestrino opaco, oltre i due compagni che gli sedevano di fronte: “Posso parlare liberamente, capo?”.

Jonathan acconsentì.

“Oggi non faremo prigionieri e possiamo usare tutto l’esplosivo che vogliamo, a patto che portiamo fuori quel tizio in camice bianco.” fece una pausa, come per scegliere le parole adatte, “Qual’è la fregatura, capo?”.

“Nessuno ha detto che sarà una passeggiata.” rispose Jonathan fissandolo negli occhi.

“Insomma, non avremo a che fare con i talebani, vero?” chiese Bobby Groum.

“No, oggi no. Avremo di fronte uomini ben più preparati, forse russi o chissà cosa. Il comando non ha spiegato ogni singolo dettaglio perché confida nella nostra professionalità.”.

“Dettagli…” ripeté Harry Council, fuciliere e più giovane della squadra. “Oggi qualcosa andrà storto, me lo sento.”.

* * *

Le quattro jeep si fermarono ad un centinaio di metri dalla struttura e gli uomini smontarono velocemente, armi e attrezzature alla mano. Si dispiegarono lungo la via e attesero che il primo Team raggiungesse un punto riparato.

Correvano chini, si appostavano e coprivano gli altri Team. Facevano poco rumore, non parlavano ma facevano gesti con le mani: un’intesa perfetta.

L’adrenalina scorreva a fiumi, come sempre in questo tipo di operazioni. Prima di muoversi da un punto sicuro, era importante valutare ogni possibilità di errore. Non dovevano essere scoperti, altrimenti l’intera missione sarebbe stata annullata.

Il Team Dream 1 guidava le operazioni e aveva il compito di raggiungere per primo l’edificio diroccato che sorgeva nelle vicinanze delle recinzioni.

Bobby Groum si staccò dal resto della squadra e si appostò vicino all’angolo ovest dell’ultimo incrocio. Davanti a sé c’era una macchina parcheggiata, la carrozzeria abbozzata e finestrini distrutti.

Prese il suo M40 (fucile da cecchino) e si appostò sotto al paraurti anteriore. Usò l’obiettivo dell’arma per controllare il perimetro recintato, poi le due torrette poste agli angoli. Controllò i movimenti delle sentinelle, o che non ci fossero minacce immediate.

“Qui Uno Quattro: la via è sgombra! Stanno controllando l’interno!” disse sottovoce.

Si girò a destra e vide i compagni che corsero verso l’ingresso dello stabile. Per scrupolo controllò una seconda volta le torrette. Gli uomini di guardia avevano altro a cui pensare, per adesso.

Gli altri due Team seguirono il primo.

Avevano guadagnato il primo obiettivo: conquistare l’edificio che si ergeva di fronte alla struttura che dovevano attaccare di lì a poco.

“Uno Quattro, adesso è il tuo turno! Le torrette sono sotto tiro, muoviti!”.

Bobby si nascose dietro la fiancata dell’auto e si preparò a correre verso l’ingresso.

 

“La rivolta”

 

Domenica 27 febbraio 2011 – Roma.

L’uomo fissò l’anziano per alcuni istanti, esitando a fargli la prima domanda. Prese la tazza di tè ancora fumante e sorseggiò. Si sentiva a disagio perché l’interlocutore non aveva mai abbassato lo sguardo, come se lo stesse scrutando nel profondo.

Il vecchio sorrise. Portava la barba e i baffi ben curati, i capelli corti e bianchi, quasi argentei e un volto gioviale. Le sue rughe gli mostravano quanto fosse avanzata la sua età.

Va bene”, disse l’uomo più giovane, “cominciamo da una domanda semplice: come si chiama?”.

Il mio nome non ha importanza.” rispose secco. Anche se aveva una certa età, l’anziano era vestito in giacca e cravatta. Gli abiti scuri davano risalto alla capigliatura bianca.

Ma lei aveva detto che aveva una storia strana da raccontarmi!” protestò in tono seccato.

E con questo? E’ vero, ho una storia per la sua rivista, ma il nome, come le ho già detto, non serve!”.

Guardi” disse il giornalista abbassando il tono, “se le chiedo un nome è per il semplice fatto che mi serve per citare la fonte.”.

Lei senta prima la storia, poi del nome ne riparleremo.”.

L’uomo fece un segno di assenso con la testa, afferrò il micro registratore e schiacciò il tasto di registrazione.

Di cosa si tratta?”. A questo punto s’incuriosì, chiedendosi cosa mai potrebbe raccontare un vecchio di così sensazionale.

Il signore anziano allungò le gambe fin sotto al tavolo, alla sua destra proveniva la luce del sole che illuminava la sua sagoma. Ne parve quasi infastidito, così estrasse un paio di occhiali da sole e se li mise. Trasse un profondo respiro e parlò.

Viviamo in un mondo pieno di sofferenza, omicidi, suicidi e tutti gli atti che l’uomo potrebbe infliggere al genere umano.” sorrise, “mi sento quasi inutile alla causa!”.

Gli porse un foglio con una frase in latino e tradotta in italiano.

Sarete esiliati per quello che avete fatto, per le vostre intenzioni, finché un peccato non verrà commesso alla vostra presenza.

Il giornalista sgranò gli occhi, incredulo. Ma il vecchio non si scompose, anzi, parve esserne compiaciuto.

Lei crede in Dio?” ma non attese la risposta, fissò il giornalista in modo divertito come se già la conoscesse. “E adesso le dirò alcune cose che la lasceranno a bocca aperta, lo farò solo per avere la sua totale attenzione, signor Domenico Gianti.”.

Il giornalista fece per rispondere, ma il vecchio lo zittì precedendolo.

Conosco le sue paure e quanto lei sia cinico.” sorrise compiaciuto, “E che ha perso sua moglie, ma anche che la tradiva da anni. Il rapporto con i suoi figli è disastroso e non li sente quasi mai. Preferisce che se la cavino da soli, così non dovrà sentirsi responsabile per il loro futuro. Se vuole, vado avanti!”.

Il giornalista si fece bianco in volto, non sembrava stare bene. Cercò di sciogliere il nodo della cravatta in maniera goffa. Dopo alcuni istanti, sembrò riprendere il controllo di quella strana intervista. Fece un respiro profondo, terminò il tè e disse: “Non so come diavolo ha fatto, ma è riuscito a stupirmi!”.

Va bene, ha la mia attenzione. Partiamo da quella frase scritta in latino: la riguarda personalmente?”.

Che lei ci creda o no, fa poca differenza. In effetti mi riguarda.” disse il vecchio, spostando più avanti la sedia di fronte alla scrivania del giornalista. Voleva ridurre la distanza che c’era fra lui e l’uomo più giovane, sentire, percepire, scandagliare. Rimasero in silenzio studiandosi, così, il giornalista, poteva sentirsi ancora più a disagio.

Secoli fa, io e altri sei siamo stati esiliati in un luogo chiamato Aesilium, che erano sette palle di marmo, situate all’interno di Castel S. Angelo. Il luogo è simbolico, ma l’esilio è stato reale per centinaia di anni.”.

Il giornalista rise: “Non credo di comprendere, ma il suo sarcasmo mi piace! Sa, conosco un buon psichiatra che la potrebbe aiutare…”. Il vecchio lo osservò, la bocca un’esile fessura. Si tolse gli occhiali e gli occhi si erano fatti scuri, quasi neri. L’uomo tacque, spaventato.

Ha finito?” disse. “Posso proseguire senza essere interrotto?”. Il giornalista non rispose, poté solo tirare un respiro di sollievo osservando gli occhi, che ora tornavano ad essere del colore originale.

E’ a conoscenza dell’omicidio commesso all’interno del castello?”.

Si, l’ho sentito nei telegiornali, alla radio. Anche la mia rivista ne ha scritto un articolo. Direi che sia quasi inquietante!”.

Rilegga quel foglio, colleghi il motivo per il quale sono tornato libero, e faccia le sue deduzioni, se ne è capace!”.

Domenico Gianti si mise più comodo sulla sedia: un atteggiamento per prendere tempo, riflettere sulle ultime battute. “Mi sfugge il motivo della sua intervista, e cosa voglia da me!”.

Il vecchio andò subito al sodo: “Il mondo, per quello che è, fra poco cambierà! Ci stiamo preparando all’ultima battaglia fra gli uomini!”. Fissò il registratore con la luce rossa accesa, vide il nastro girare e proseguì.

Parlo dell’ultimo respiro prima del balzo, ma lei non mi crede e non m’importa!”.

Chi è lei?”, il giornalista si corresse: “Cosa è lei!”.

L’anziano si rimise gli occhiali: “Vedo che fa dei progressi! Io sono un Diavolo, quello che gli uomini hanno etichettato della Fierezza!”.

Lo sa, una volta ero un uomo come lei: un vecchio che sapeva molte cose e aiutava il popolo con consigli, che quasi lo guidava. Avevo raggiunto una notorietà e ne ero fiero e corruttibile. L’orgoglio, quando travalica un esile confine, provoca danni devastanti. E così sono diventato schiavo di me stesso. Ma la cosa buffa è che adoro vivere in questo stato.”.

Il giornalista non disse nulla, lasciò il vecchio parlare perché adesso sembrava innocuo.

Il mio nome, una volta, era Saryo il saggio. Adesso…ho tanti nomi, tante identità. Sono stato scelto per essere la miccia, per innescare quello che deve avvenire.”.

Non ho ancora capito bene: intende dire che ci saranno rappresaglie?”.

L’anziano scosse la testa, ma poi si fece caparbio: “Ha presente le sommosse che sono cominciate in Africa e nelle regioni mussulmane?”.

Vuole dire che le ha provocate lei?”. Poi aggiunse: “Dio Santo!” portandosi le mani sulle guance.

Non sia così credulone, non sono stato io. Ricorda? Ero in esilio!”.

E’ vero! Ma…” l’uomo parve colpito da un’illuminazione, così significativa da apparire troppo audace. “…lo sa che quasi iniziavo a crederci?” e rise. “Lei è un uomo astuto, sa giocare con le parole, però non ha menzionato il Libero Arbitrio. Non riuscirà ad accendere una miccia in Italia per innescare tutto quel casino.”. Il tono della voce si era fatto convinto, come se fosse riuscito a scoprire una bufala nel suo intervistato e in tutta quella storia che aveva raccontato.

Bene, vedo che almeno un po’ si è informato! E le dirò un’altra cosa, farò proprio leva sul Libero Arbitrio per innescare quello che ho in mente. Nessuno potrà fermare quello che avverrà dopo, perché il tempo è quello giusto.”.

Il vecchio si alzò dalla sedia, si affacciò alla finestra che dava sul Tevere, osservando il traffico caotico che scorreva sotto di lui. “E’ stato un piacere conversare con lei. Il tempo dell’intervista è terminato e adesso devo andare.”. Si girò verso il giornalista, poi, il corpo del vecchio si accasciò a terra lentamente, privo di vita.

Domenico Gianti si alzò di scatto dalla sedia, fece due passi per soccorrerlo e gli mise due dita alla gola: costatò solo che non respirava più. Il vecchio giaceva a terra, morto.

Decise di chiamare un’ambulanza: si mise in piedi mentre le parole del vecchio gli vorticavano ancora nella mente. Inoltre, nel suo ufficio, percepiva di non essere solo. La stanza era vuota, ma sentiva che qualcuno lo stava fissando da dietro. Alcuni brividi gli percorsero la spina dorsale, sentì la sua pelle accapponarsi. Ebbe un giramento di testa e la vista gli si annebbiò, finché scivolò sulla scrivania, poi a terra. Sentì un ultimo pensiero prima di perdere i sensi: Il tuo corpo è più giovane, proprio quello di cui avevo bisogno!

Domenico Gianti uscì dall’ufficio e scese in strada. Si fermò sul ciglio aspettando che il semaforo pedonale diventasse verde e attraversò Ponte S. Angelo. Di fronte a lui si ergeva il castello, dall’altra parte del Tevere. Si fermò ad osservare le dieci statue di marmo: esse raffiguravano degli Angeli. Di questi ne conosceva sette.

Sorrise e si sistemò la giacca, riparandosi dal freddo pungente. Il cielo era terso, privo di nuvole, mentre il sole cominciava il suo lento declino e l’ombra iniziava a prendere il sopravvento sulla luce.

Superò Castel S. Angelo finché giunse al parcheggio, nei pressi di Via della Conciliazione. Diede un’occhiata fugace a S. Pietro, infine si dedicò al suo compito: notò una pattuglia della Guardia di Finanza posteggiata nel parcheggio. Nei pressi del castello c’erano alcuni venditori ambulanti, tutti extracomunitari.

Il giornalista fissò il finanziere alla guida della pattuglia.

Non li vedi? Se ne stanno a cinquanta metri da te e ti prendono per il culo! Quante volte gli sei corso dietro senza mai riuscire a catturarli? E quante volte i tuoi colleghi ti hanno sbeffeggiato perché non hai fiato? Sei un fallito come uomo se non riesci a contrastare la criminalità! Devi solo afferrare la pistola e premere il grilletto. Potrai sempre dire che eri stato minacciato, che non erano dei semplici ambulanti con i polmoni pieni d’aria!

Il finanziere scese dall’auto, mentre il collega gli chiedeva dove stesse andando. Accadde tutto in pochi minuti. L’omicidio, il capannello di curiosi, la rivolta popolare verso le forze dell’ordine accusata di eccesso di difesa.

La Battaglia Finale era appena cominciata!

 

“Quando il sole muore” 6° Parte

 

Glen Johnson fu di nuovo solo nell’appartamento, dopo che Tom Wilson rivalutò il tizio del camper e tutto quello che gli aveva raccontato sul conto di Glen. I due uomini uscirono dalla stanza 211 senza quasi nemmeno salutarlo. Il vice sceriffo avrebbe messo volentieri le manette al presunto rapitore della bambina, se solo le avesse portate con sé.

Posso uscire adesso?” la voce di Lucy era incerta e spaventata.

Glen trasalì: “Certo che puoi, piccola!” e l’aspettò davanti all’ingresso della camera.

Lucy Carson aprì la porta e si tuffò fra le sue braccia, abbracciandolo stretto. Aveva gli occhi lucidi e rossi, come se avesse pianto da poco. Non gli disse nulla ma rimasero fermi: Glen era in ginocchio e teneva stretta Lucy a sé. Le avrebbe detto mille parole per rassicurarla, ma forse il silenzio che si era creato, quell’atmosfera di sicurezza, valevano più di tutte le frasi che gli vorticavano nella testa.

Lucy si allontanò da lui: “Grazie per quello che stai facendo!”.

Glen le sorrise e si mise in piedi, un fascio di luce penetrò nella stanza dalle persiane ancora socchiuse, illuminando il pavimento. Il sole si stava alzando, scacciando via qualsiasi minaccia della notte precedente. E presto avrebbero proseguito il viaggio verso Resurrection.

Adesso una buona colazione non ce la toglie nessuno.” le disse Glen. Ed era anche certo che Lucy sarebbe uscita dall’appartamento con lui.

Si chiusero la porta alle spalle e si fermarono a fissare il cielo azzurro, uno vicino all’altra. Il camper era parcheggiato nei pressi delle tettoie e l’aria era frizzante e fresca. Glen si chiese cosa stesse pensando Lucy in quel momento: la conosceva da un giorno appena e non sapeva cosa provasse per lei. Forse tenerezza, perché era una ragazzina piuttosto sveglia, vivace non proprio anche per quello che le stava accadendo intorno. Si ritrovò a pensare al regalo che le aveva fatto la sera prima: un pigiama semplice, che forse l’avrebbe fatta sorridere perché non ne indossava uno da chissà quanto tempo.

Oasi Park era circondato da colline e boschi di abeti e altri alberi a grosso fusto, praticamente un paradiso piuttosto isolato, solo da un lato c’era l’ingresso dell’Interstatale 46. Poco cemento in ettari di natura quasi incontaminata. Anche l’aria che si respirava sembrava pulita dai fumi di scarico delle auto.

Ti piace questo posto?” chiese a Lucy.

E’ tutto troppo tranquillo e silenzioso.” gli rispose alzando lo sguardo su di lui. “Però mette fame!” disse sorridendo.

Alcuni bambini, insieme ai genitori, passeggiavano nell’area pick nick e le loro voci avevano attirato l’attenzione di Glen e di Lucy. Poteva sembrare tutto normale, come se la gente potesse permettersi di progettare vacanze o scampagnate, ma era tutta apparenza.

Buon giorno.” disse Betty ad entrambi, indossava un camice bianco senza alcuna macchia, un paio di jeans e degli scarponcini con il tacco basso. I capelli scuri erano legati in una lunga coda e il viso era raggiante e illuminato dal sole.

Buon giorno.” risposero in coro Glen e Lucy. Quel saluto li aveva fatti girare dalla parte dell’ingresso dello Store.

C’è un tavolo pronto per voi, se volete fare colazione.”.

Era proprio quello che volevamo fare.” rispose Glen con un sorriso, “”E grazie per l’ospitalità.”.

Mangiarono con appetito un’abbondante colazione quasi senza dirsi nulla. Nella sala non erano soli, ma in compagnia di alcune famiglie, o persone che viaggiavano sole. C’era un camionista in fondo all’ultimo tavolo, che spesso osservava dalla finestra il panorama, i parcheggi e le tettoie. Era un uomo corpulento, con baffi e barba nera e folta e indossava dei jeans logori e una camicia a scacchi colorata. A Glen gli sembrava piuttosto un boscaiolo per l’abbigliamento, non uno che portasse dei camion. Decise che l’avrebbe tenuto d’occhio: spesso il suo sesto senso sbagliava di rado.

Ti squilla il telefono!” lo avvisò Lucy.

Glen sorrise alla bambina, si pulì la bocca con il tovagliolo e fissò il cellulare che s’illuminava ad intermittenza. “E’ solo un messaggio.” le volle precisare come a non dargli importanza.

Leggilo, magari è importante. Anzi, puoi farlo ad alta voce?”.

Glen non le rispose, ma infondo che male c’era? Il mittente era David Cooper, il suo amico programmatore, quasi un segretario per lui. Un aiuto inestimabile di questi tempi, soprattutto per chi era un Agente Federale in missione. Poteva procurargli qualsiasi tipo d’informazioni perché sapeva dove cercarle e aveva molte fonti.

Ciao Glen. Spero tu sia ancora ad Oasi Park e, se hai intenzione di partire oggi, rinuncia e trovati un posto sicuro per le prossime 24 ore. Non ve la passerete bene lì, te l’assicuro, e se non c’è un bunker sotterraneo, trovati qualcosa di simile. Chiamami appena leggi il messaggio, il mio numero è pulito.

Glen Johnson aggrottò le sopracciglia, non aveva letto l’intero messaggio ad alta voce per non spaventare Lucy. “Aspettami un attimo qui, torno subito, intanto finisci di mangiare, ok?” le disse alzandosi dal tavolo. La bambina capì che c’era qualcosa che non andava, non era stupida, ma non fece domande.

Uscì dal locale raggiungendo le tettoie sotto cui era parcheggiata la sua Tuareg. Si appoggiò allo sportello lato guida e fece partire la chiamata verso Cooper, intanto controllava di essere solo.

Ti ascolto!” disse appena sentì la sua voce dall’altra parte della linea.

David rise: “Nemmeno un saluto?”.

Per i saluti c’è tempo, per le informazioni vitali ne abbiamo un po’ meno!” gli rispose secco.

Cooper non rispose subito, Glen sentiva che stava schiacciando dei tasti per avviare chissà quale programma. “C’è un problema grosso Glen, in quella zona sta per arrivare una tempesta veloce ma distruttiva. Venti costanti e raffiche potenti: potrebbero spazzare via l’intera Oasi. In più sai bene cosa succede quando nuvole basse e molto scure coprono una zona durante il giorno…”.

E’ come se la notte arrivasse prima.” continuò Glen al posto suo. Sapeva bene cosa intendeva dire, gli era già accaduto quando aveva perso parte della sua vita, quando Jennifer non era sopravvissuta e lui si. Un giorno maledetto quello, che lui non scorderà mai per il resto della vita.

Ci sei ancora?” gli chiese Cooper.

Certo!” rispose serio.

Allora non partire, ma coinvolgi tutti quelli che ti possono aiutare per passare vivi queste ventiquattro ore. Sei tu la mente operativa, io non saprei da che parte cominciare fossi in te.”.

Glen sorrise: “A volte riesci a tirare su il morale, sai?”.

No, sono solo un topo da scrivania, che sta bene nella sua tana e non cerca rogne fuori di qui!”.

Ho bisogno di prove concrete per convincere la gente a collaborare. Alcuni mi seguiranno senza fare commenti, ma altri mi creeranno parecchie grane.”.

Glen, vai nell’ufficio dell’Oasi, ti sto mandando un fax della copia del bollettino, così la mostrerai a chi farà delle storie. Sarà una mappa molto dettagliata sulle coordinate, sui venti di rinforzo e le pressioni a terra. Ah, le fonti sono più che attendibili.”.

Glen decise a mente come si sarebbe comportato, con chi avrebbe parlato per primo e anche come scongiurare la probabile fine dell’Oasi. Ma si fece alcune domande, che le comunicò a Cooper: “Perché il Servizio Nazionale Meteorologico non ne ha dato notizia?”.

David Cooper fece una risata amara, come se non volesse parlare di questo argomento ma Glen era testardo.

Nelle città non ce la passiamo molto bene come vogliono far credere. Durante le notti ci sono sempre più vittime, le strutture presto cominceranno a collassare ed è sempre più difficile sopravvivere per gente come me. Alcuni satelliti hanno smesso di funzionare e i governi in tutto il mondo cominciano una graduale censura sulle notizie che vanno date.”.

Glen se l’aspettava una simile risposta. Salutò David Cooper e mise il telefono in tasca, poi andò spedito verso l’ufficio di Betty e per parlare con Tom Wilson.