“Non è un giorno come gli altri” 2° Parte

Faro1

 

Markus si avvicinò alla Macchina del Tempo, di fianco si era ritrovato Eveleen e rimasero a fissare quel piccolo cilindro. Non osavano toccarlo perché sembrava così fragile, anche se era composto da materiale resistente: mai vista una cosa tanto curiosa.

Lo scienziato si spostò in fondo alla stanza per armeggiare con una telecamera montata su un treppiedi. “Dobbiamo rendere tutto ufficiale, sapete…”, inquadrò il congegno e avviò la registrazione, “…adesso possiamo cominciare!”. In lontananza udirono Polar Star che abbaiava, ma presto non ci fecero più caso, appena entrati nell’atmosfera dell’esperimento…

Henry prese un normale pezzo di carta e lo mostrò alla telecamera: “Massima trasparenza e tutto in diretta.”, si mise a scrivere un messaggio.

Qual’è la ricerca che più ha entusiasmato Henry Port?

Se tutto dovesse andare come previsto, dovremmo ritrovare un foglio analogo nel cilindro, con la risposta esatta e scritta da me dal futuro”. Si girò a guardare Markus e la ragazza, esitò ma poi si fece più convinto: “Soltanto io conosco la risposta!”. Disse quell’ultima frase come per farsi coraggio.

Mise il foglio all’interno del cilindro e chiuse il coperchio, si pressurizzò e tutti udirono dei sibili. Henry Port si chinò per schiacciare un tasto, il dito fermo a mezz’aria prima di premerlo, poi tutto si mise in movimento con armonia apparente. Qualcosa entrò nelle Camere Stagnanti, un’energia che Markus ed Eveleen non avevano mai visto. Una luce abbagliante fluì dai contenitori ed entrò nel cilindro attraverso dei tubi.

Rimasero in silenzio, fermi, immobili, senza neanche respirare. E il foglio scomparve fra quella strana luce. Il rumore del motore quasi copriva Polar Star, che continuava ad abbaiare a chissà cosa.

E un foglio di carta ricomparve nel cilindro, nello stesso modo in cui se ne era andato.

Qualcosa è andato storto?” chiese Eveleen, gli occhi che scrutavano il nuovo oggetto. Markus sembrava trattenere ancora il respiro, come se avesse paura di rovinare un momento storico per l’intera umanità.

Non direi” disse lo scienziato, “credo sia filato tutto liscio.”. Attese qualche istante prima di aprire il cilindro. Il motore si fermò, come se un meccanismo di sicurezza fosse entrato in funzione, e tutta l’energia, che aveva ricreato quell’oggetto, si dissolse lentamente.

Afferrò il pezzo di carta avvolto su sé stesso, lo srotolò diligentemente mostrandolo alla telecamera e lesse ad alta voce: “Ciao Henry, la risposta è la seguente: Padre Pellegrino Ernetti – Il Cronovisore”.

Henry si girò verso la telecamera, trattenendo a stento un’aria di incredulità ed infinita soddisfazione, mostrando le parole che aveva letto.

Ma il messaggio continuava.

Ti scrivo dall’anno 2012, proprio da questo laboratorio, ma ho poco tempo e poco posso dirti riguardo al futuro. Tu sai che non posso rivelarti troppo a causa del Paradosso ma sappi che nostra nipote sta bene, è in buone mani e devi fidarti della Sigma.

* * *

Il maggiore si mise in ginocchio e tirò fuori il cannocchiale da una tasca laterale del giubbotto. Per alcuni istanti fece scorrere la visuale su ciò che avevano davanti, quindi fece un gesto con il braccio e tutti si mossero con circospezione verso le aree di competenza. Attese che le due squadre si mettessero a copertura dell’intera area, quindi gli incursori iniziarono la perlustrazione.

Nessuno deve rimanere senza appoggio!” si raccomandò prima di procedere.

Penetrarono le fronde e i cespugli strisciando sul terreno sabbioso, finché furono davanti a un grande edificio.

Squadra Alpha! Siamo in posizione e non c’è QRM!” udì il maggiore attraverso gli auricolari, “Visuale libera e procediamo!”. La prima squadra si mosse in avanscoperta fino al muro della struttura: schiena alla parete, controllarono che non ci fosse nessuno da entrambi i lati. La seconda squadra si appostò davanti l’edificio e coprì i movimenti della prima.

Fecero irruzione occupando la prima stanza. “Libero!” urlò il primo uomo con il fucile spianato, ma si ritrovò a terra senza saperne il motivo.

Polar Star agguantò la manica della divisa del soldato, finché si ritrovò immobilizzata da più mani, a terra e senza la possibilità di reagire. Il maggiore Brian Cold estrasse una pistola e la puntò sul cane. Una freccia rossa penetrò nel corpo del labrador, finché smise di agitarsi, di ringhiare verso i suoi aggressori.

Signore! C’è una botola aperta, il resto della struttura è libera. Ci apprestiamo a scendere!” sentì Brian nei suoi  auricolari. Si guardò intorno accorgendosi che la Prima Squadra aveva già coperto il suo ruolo, che minacce sembravano non esserci, così prese la decisione: “Affermativo, Squadra Alpha! Scendete e perlustrate. Fermate tutti gli occupanti della struttura!”. Gli auricolari gracchiarono subito dopo aver udito che procedevano.

* * *

Tutti e tre rimasero in silenzio, dopo che Henry finì di leggere il messaggio ad alta voce.

Markus sembrò voler parlare, ma forse stava cercando le parole adatte: “Allora viene dal futuro, tre anni per l’esattezza.”. Henry annuì con un gesto, poi tornò con lo sguardo sul foglio giunto attraverso il congegno. Rilesse tutto a mente e gli occhi s’inumidirono.

Mia nipote è salva.” disse quasi cercando di rilassarsi. Si avviò verso la telecamera per fermare la registrazione, ma qualcuno attirò la sua attenzione.

Cinque uomini fecero ingresso nel laboratorio, non sembravano aver brutte intenzioni ma erano armati con mitra e, sul volto, indossavano delle maschere. Due di loro si erano messi alla porta, altri due ispezionavano lo strano macchinario, l’ultimo si fermò davanti allo scienziato.

E’ lei Henry Port, lo scienziato che si è ritirato dal Cern?”.

Si! Sono io. E voi chi dovreste essere?”.

Il soldato, prima di rispondergli, parlò attraverso il microfono posizionato vicino alla bocca: “Maggiore, abbiamo lo scienziato!”, si voltò verso i due estranei, scrutandoli e proseguì “Con lui ci sono due soggetti, un maschio e una femmina. Attendo istruzioni, passo!”.

Portateli tutti e tre in superficie e pensate ad imballare l’attrezzatura. Leviamo le tende!”. Infine si rivolse a loro: “Avete sentito il maggiore? Vi chiediamo di collaborare con le buone. Non fatemi alcuna domanda, non posso rispondervi!”.

Salirono al piano superiore, anche se Henry era preoccupato per la sua scoperta, o che quei soldati le facessero qualche danno, furono ricevuti dal maggiore.

Mi dispiace per il trattamento un po’ rude, ma tutti e tre dovrete seguirci.”. Il maggiore portò le mani dietro la schiena e fissò prima lo scienziato. “Mi chiamo Maggiore Brian Cold, capo unità Sigma” osservò poi Markus, infine Eveleen.

A cosa devo l’onore…” lo scienziato esitò per un attimo, “…di conoscerla?”.

L’uomo non se la prese per il tono sarcastico dell’interlocutore, riusciva persino a capirli. “Siete in pericolo, tutti e tre! Perciò, prima ce ne andiamo, prima potremo dire che tutto si sia risolto senza incidenti”.

In pericolo?” chiese lo scienziato, “Quì a Dale?”. Henry Port non trattenne una risata.

Ho detto qualcosa di divertente?”, il maggiore si rivolse a Markus e a Eveleen: “Se avete la minima persuasione sul vostro amico, vi chiedo di attuarla subito prima che succeda l’irreparabile. Voi non avete la minima idea di chi ci sia dietro a tutto questo.”. L’uomo scrutò le loro espressioni perplesse: doveva dissipare ogni dubbio senza scendere troppo nei particolari.

L’unità Sigma è venuta per salvarvi.” si rivolse infine allo scienziato: “Sappiamo dove si trova sua nipote e, solo questo posso dirle, è sana e salva e in ottime mani.”.

La prima unità si presentò a rapporto, un soldato si era presentato formalmente: “Maggiore, l’attrezzatura è imballata e pronta al trasporto. Faccio pulire l’intera zona?”.

Procedete!” rispose prima di congedare il soldato, ma prima che il graduato uscisse, aggiunse: “Ah, sergente, controllate il perimetro dell’isola: non voglio spiacevoli sorprese e ci vedremo al punto di raccolta stabilito!”.

Appena il sergente uscì dalla stanza, il maggiore attese che l’attenzione tornasse su di lui. “C’era un cane all’interno di questo edificio”. Markus si preoccupò, aveva sentito Polar abbaiare per molto tempo, finché non l’aveva sentita più. Stava per replicare al maggiore, ma l’ufficiale non gli diede il tempo, “Non l’abbiamo soppressa, se questo stava per passare nella vostra testa, ma è solo addormentata, sedata. Aveva attaccato uno dei miei uomini.”.

In lontananza si udivano un paio di elicotteri in avvicinamento, il tempo di abbandonare il Faro di Green Dale si stava avvicinando, così uscirono tutti alla luce del sole. La prima squadra si era già diretta alla battigia, sarebbero rientrati con lo stesso mezzo con cui erano giunti, mentre l’unità del maggiore doveva caricare tutto il materiale e gli ospiti. La destinazione, per il momento, era ignota.

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“Non è un giorno come gli altri” 1° Parte

Mangusta

 

Città di Dale – 04 Marzo 2009 – 13:41 Stati Uniti d’America.

Henry Port entrò nel bagno di servizio, quello allocato vicino alla rampa di scale per accedere al faro. Si sentiva eccitato, nervoso, per quello che avrebbe voluto condividere con i due ospiti. Dopo due anni di intensi studi stava per iniziare la fase del collaudo. Aveva persino trovato due testimoni inconsapevoli.

La luce montata sul soffitto illuminava l’intero ambiente, due lampadine di fianco alla specchiera gli mostrarono il suo volto allo specchio.

Fece scorrere l’acqua sul dorso delle mani e fissò gli occhi della sua immagine: Quanto sono invecchiato, pensò. Se tutto questo che ho fatto mi desse una sola possibilità di trovarti, non avrei sprecato due lunghi anni di ricerche, nemmeno per quello che è emerso per il futuro!

Il suo sguardo si fece cupo, Ariel, ovunque tu sia, ti ritroverò!

Lo scienziato aprì la porta, non prima di aver cercato di riacquistare l’espressione che aveva avuto davanti a Markus ed Eveleen: gioviale e fiduciosa.

Trovò i due ospiti e Polar Star ad attenderlo dove li aveva lasciati, ma sempre più curiosi per le ultime rivelazioni.

Non perdiamo altro tempo in chiacchiere” disse Henry, “da questa parte.” e fece strada.

Polar Star li seguiva scodinzolando, mentre Eveleen e Markus si scambiarono un’occhiata interrogativa. “Ha quasi i modi di un maggiordomo” bisbigliò la ragazza.

Si fermarono vicino alla rampa di scale: a sinistra, sotto un vecchio tappeto dai motivi floreali, Henry mostrò loro una botola di legno. “A te l’onore.” disse a Markus. Un occhiello di ferro gli permise di aprire la botola.

Il guardiano del faro fece strada scendendo alcune scale verticali, una decina di gradini, finché si ritrovarono in un tunnel dalle pareti bianche e sdrucciolose. Accese un interruttore e, una serie di semplici lampadine, illuminò il cammino. Polar Star fu costretta ad attenderli vicino la botola.

Sembra una specie di rifugio atomico.” disse Eveleen, Henry sorrise e s’incamminò verso una porta chiusa. “Benvenuti nella Stanza dei Segreti!” disse, poi aprì la porta quasi con reverenza. Il vecchio non sapeva se stava facendo la cosa giusta: mostrare a due estranei ciò che custodiva, senza prima aver pensato ad un collaudo, gli parve poco prudente. Ma non c’era stato tempo. Il grande giorno era quello.

Alcune luci alogene si accesero e illuminarono la stanza. I due ospiti si affacciarono quasi timidamente, ma nelle loro espressioni nacque un po’ di delusione. Videro una grande lavagna fissata a una parete, formule e formule di fisica; dalla parte opposta un panno bianco celava qualcosa.

Mia nipote è scomparsa!” disse lo scienziato senza tanti preamboli. Markus ed Eveleen rimasero come paralizzati e il quadro generale si faceva sempre più complicato. Osservarono il viso di Henry, ora cupo e preoccupato, mentre pochi minuti prima lo avevano visto contento, gioviale ed entusiasta.

Chi è stato?” chiese Markus.

La polizia di Dale brancola nel buio. Spero solo che non l’abbiano rapita per questo”, Henry tirò via la copertura mostrando uno strano congegno.

La mia Macchina del Tempo!”.

Si avvicinarono al tavolo e lo scienziato spiegò di cosa si trattasse: “Al momento possiamo solo interagire con il futuro e viceversa, forse. E’ in via sperimentale e oggi lo collauderemo.”. Indicò un cilindro alto poco meno di venti centimetri: “E’ fatto di Nanotubi di carbonio, la materia più resistente che c’è al momento. E queste le ho chiamate Camere Stagnanti.”. Ai lati c’erano due contenitori trasparenti.

Inserirò nel cilindro un foglio di carta”, Henry si chinò per mostrare un’altra parte della sua invenzione, proprio sotto il tavolo. Agli occhi dei due inesperti sembrò un motore di media dimensione. “Produce elettromagnetismo. Convoglieremo l’energia nelle due Camere Stagnanti, che tratterà l’oggetto da spedire nel futuro.”.

Dopo? Cosa succederà?” chiese Eveleen osservando l’intero congegno.

Forse niente, o forse riceveremo una risposta.”.

Markus guardò lo scienziato con aria perplessa: “Da chi?”.

Da me!” rispose. Henry si accorse che non tutto forse era chiaro: “Se funziona, nel futuro ci sarò io che riceverò un messaggio e risponderò!”.

In entrambi sembrava essersi dissolta l’aria perplessa, o forse solo incredula. “Hai pensato come chiamarla?” gli chiese Eveleen.

Già, un nome. Processo e Trattamento Oggetti di Transito. PeT.O.T.”.

Lei sorrise: “Non è meglio Progetto Ariel? Come il nome di tua nipote!”.

* * *

Il maggiore Brian Cold stava seduto all’interno dell’elicottero e osservava l’oceano dall’alto. Il pilota gli aveva fatto il gesto di guardare giù: la seconda unità stava raggiungendo l’obiettivo via mare. Gli fece segno di aver visto il gommone.

Tempo stimato all’arrivo?” chiese al pilota.

Meno di trenta minuti”.

Brian si voltò a guardare il resto della sua squadra. Altri quattro uomini sedevano dietro e tentavano di parlare nonostante ci fosse il rumore dei rotori. Non era una missione potenzialmente difficile, ma il maggiore sapeva che gli imprevisti, nel suo lavoro, potevano spuntare in qualsiasi momento. Sintonizzò gli auricolari sull’altra frequenza: “Fra meno di trenta minuti saremo sull’obiettivo, preparate l’equipaggiamento e fatela finita di scherzare!”.

Gli uomini si fecero seri e puntarono il pollice in alto. Iniziarono il controllo delle armi, avvicinarono gli zaini tattici pronti da indossare.

L’isola di Green Dale è in vista!” disse il pilota, l’informazione giunse chiara attraverso gli auricolari di tutto l’equipaggio. Una luce rossa si accese nell’abitacolo, tutti dovevano attendere che diventasse verde.

Il maggiore Brian Cold controllò a che punto fosse l’unità di mare: le due squadre dovevano sbarcare insieme, questi erano gli ordini. Si sporse quel tanto per osservare la scia bianca nell’acqua, poi vide il gommone che procedeva fra le onde, a meno di un miglio dall’isola.

Tempestività, freddezza, nessun fottuto errore!” disse ai suoi uomini. C’era movimento dietro di lui, controllo delle funi di discesa, caricamento della armi e preparazione alla missione. Il maggiore si voltò a osservarli mentre terminavano la routine.

L’elicottero scese di quota volando a pochi metri dal pelo d’acqua, il gommone li seguiva poco dietro dirigendosi nella stessa direzione.

Brian tornò a guardare l’isola, il faro che quasi incombeva alto su di loro e pensò solo al presente, cancellando ogni insicurezza dal suo volto. Indossò il casco e raggiunse i suoi uomini.

Attesero che la luce diventasse verde, calarono le funi e scivolarono sulla piccola battigia dell’isola. Si dispiegarono unendosi alla seconda unità, armi alla mano e attesero gli ordini del maggiore.

“Questi mobili, che magia!” 4° Parte

Magazzino Di.A.Ra.

 

Giunsero davanti agli uffici, ma solo scesi dai carrelli si accorsero di una novità, un cambiamento: c’era un allarme attivo. Alcuni lampeggianti arancioni illuminavano parte del soffitto. Udirono una voce da alcuni altoparlanti montati in alto, nei pressi degli angoli dell’edificio. La voce era sempre la stessa: femminile e sensuale.

La Squadra Facchini è stata allertata, tempo di attesa… 10 minuti!”. Era una specie di conto alla rovescia.

Perfetto” disse Alex fissando gli altoparlanti, “niente dura dieci minuti!”.

Charles stava immobile fra il carrello e l’uscita del magazzino: “La vedi?”.

Alex si spostò verso l’interno. “No, ma sento qualcosa!”.

Rimasero immobili cercando di sentire qualsiasi rumore e qualcosa in effetti sentivano: piccoli passi, come se un pezzo di legno cozzasse sul pavimento provocando dei leggeri Toc Toc

Videro la schiena nella zona carrelli, stava percorrendo la prima fila per raggiungerli. Charles si chiese quali intenzioni avesse. Oppure che cosa volesse da loro una schiena di un armadio. E sorrise, anche se non c’era niente di divertente in quello che gli stava capitando. Poi udirono le risate della cassettiera, talmente forti che le sentivano fino alla prima fila. Pensava di essere sul punto di impazzire.

Ho un’idea” disse Alex, spazzando via quei pensieri dalla mente del collega, “l’abbatterò con il carrello, o almeno ci provo.”.

Alex montò sul carrello e lo posizionò con le forche alzate di un metro: aveva la schiena davanti, ad una ventina di metri di distanza. Vide il collega salire sull’altro mezzo e forse erano i posti più sicuri che avessero in quel momento.

Avanzarono paralleli lungo la prima fila, la schiena sembrava fissare entrambi, gli occhi di quel bagliore iridescente.

La Squadra Facchini è in arrivo, tempo stimato… 4 minuti!” li avvisò la voce del computer centrale.

Ancora pochi minuti, vedrai che andrà tutto bene!” urlò Alex.

Mi piace il tuo ottimismo!” gli rispose il collega.

Alex aumentò l’andatura puntando dritto sulla schiena, forse sperava di spaventarla e di farla desistere ma la vide proseguire su di lui. Anzi, si piegò leggermente come a prepararsi all’impatto.

Mancavano cinque metri, poi due, e la schiena si lanciò contro il carrello superando le forche. Cozzò contro la parte anteriore del mezzo e cadde a terra.

Sentirono un rumore di macchina provenire dall’esterno, una sgommata e delle portiere che si chiudevano.

La Squadra Facchini è nelle immediate vicinanze del magazzino, si chiede a tutto il personale di allontanarsi dalla zona di pericolo e di usare le uscite di emergenza, grazie!” annunciò la solita voce.

Charles fermò il carrello ed invertì la marcia: “Cazzo, si sta rialzando, si sta rialzando, torna indietro Alex!”.

Alex tornò indietro di un paio di metri, ma si bloccò contro una barra d’acciaio che faceva parte della prima fila che accoglieva le pedane e la merce: i mobili e le pedane oscillarono per alcuni istanti. Sentirono dei mormorii di disapprovazione, qualche lamento.

La schiena si curvò puntandosi su una pedana poggiata a terra e si rimise in piedi.

Quattro uomini fecero ingresso nel magazzino urlando e sparpagliandosi lungo la prima corsia. “Allontanatevi subito!” gridò uno di loro.

Charles scese dal carrello e fece come gli era stato ordinato, li guardò muoversi coordinati ed erano vestiti con la stessa divisa dei carrellisti, solo che sembravano protetti da caschi, una sorta di imbottitura e muniti di strani congegni.

Uccidetela! Uccidetela!” gridò un altro tizio della squadra.

Charles si trovava dietro i quattro facchini, che sembravano voler circondare la minaccia. Alex per adesso era al sicuro in cima al proprio carrello.

Ma voi non sapete che è pericoloso lavorare sui resi senza il nostro supporto?” chiese uno dei facchini.

Dai, Martin, sono nuovi questi due e poi c’è il solito problema del bug nel programma centrale.” disse un altro della squadra.

E ce lo dite solo adesso che è pericoloso?” urlò Alex verso i nuovi arrivati.

Ma che hanno questi mobili?” chiese Charles.

I facchini avevano circondato la schiena, che adesso saltellava sugli angoli cercando di non farsi sopraffare dagli umani.

Quest’azienda vende dei mobili…particolari.”.

Ce ne siamo accorti!” sbraitò Alex, quasi imbufalito.

Adesso però state zitti e lasciateci lavorare.” li esortò un facchino mentre puntava il congegno alle spalle della schiena. “Martin, attirala verso di te, così la facciamo finita!”.

Il collega si fece seguire mentre l’altro mirava e rilasciava un raggio rosso, che fece a pezzi la schiena non conforme. Le due parti caddero a terra e non si mossero più.

Io penso alla cassettiera, voi date un’occhiata a quelli nuovi, potrebbero essere feriti.”.

In magazzino stava ritornando la calma e l’allarme veniva disinserito. “Allarme resettato come da procedura, i dipendenti sono pregati di tornare ai propri posti entro pochi minuti. La Squadra Facchini, una volta timbrato il badge, può ritornare ai propri alloggi. Grazie per la gentile collaborazione, la direzione!”.

“Questi mobili, che magia!” 3° Parte

SAMSUNG

 

Le luci, nella corsia 56, emisero dei ronzii e cominciarono a spegnersi e accendersi ad intermittenza irregolare.

Che dici, diamo un’occhiata lì dentro?” chiese Alex, sistemandosi gli occhiali sul naso.

Charles fu d’accordo e afferrò la cassettiera protetta da un rigido cartone. Si chiese se all’interno potesse esserci un bambino, ma scosse la testa per l’idea stupida che gli era passata in mente. Tirò fuori il taglierino e tagliò lo scotch aprendo i due lembi di cartone. Sembrava tutto normale, immobile, fermo e silenzioso. Forse potevano essersi immaginati quella risatina, ma l’avevano sentita in due.

Controllarono la cassettiera, estraendo i cassetti ma non notarono nulla di sospetto. La rimpacchettarono proteggendola con il cartone e si fecero perplessi, quando Charles vide uno strano movimento con la coda dell’occhio.

Ma che cazzo…” imprecò Charles spostandosi di lato, appena in tempo prima che una schiena di un armadio gli cadesse in testa. La vide scivolare a terra, quasi come fosse una foglia morta caduta da un albero.

Mentre Alex si stava occupando della cassettiera, Charles raccolse la schiena da terra e la scosse come fosse una cosa viva. Passò solo un istante che gli parve di vedere…

Gettò la schiena lontano, urlando e ritraendosi e quasi cadendo sul collega.

Ma che ti prende!” gli urlò Alex quasi stizzito.

Charles farfugliò una frase: “Aveva…” deglutì a fatica, “Mi ha guardato fisso negli occhi!”.

A questo punto Alex si fece serio, come non lo era mai stato. Si alzò in piedi e lasciò perdere la cassettiera: “Chi ti ha guardato?”.

Charles fece due passi indietro, doveva avere un’espressione incredula e sudava freddo.

Alex si voltò nella direzione in cui stava guardando il collega ed ebbe un sussulto: “Oh Cristo!” disse solamente. Non avevano un’allucinazione, almeno non credevano di averla.

Le luci si spensero per alcuni istanti, la penombra invase il corridoio, mentre la schiena da 90 centimetri stava in piedi e, due piccoli occhi al centro di essa, fissavano i due carrellisti.

Ci hanno drogati, non c’è altra spiegazione.” disse a voce bassa Alex senza spostare lo sguardo da quella cosa immobile di fronte a loro.

Come hanno potuto?” chiese Charles.

Adesso che facciamo, aspettiamo?” disse Alex.

In realtà, quella schiena, non era immobile. Usava gli angoli come fossero piccoli piedi e ondeggiava leggermente. I piccoli occhi nella semi oscurità facevano paura, sembravano quelli dei non vedenti, quasi opachi ed iridescenti. La schiena avanzò prima con un angolo, poi con l’altro.

Alex indietreggiò ancora, portandosi al fianco del carrello. Charles diede un calcio alla cassettiera, mandandola contro la schiena che cadde a terra. Sentirono di nuovo quella voce, ma adesso non rideva, emise solo un borbottio.

Ma che sta succedendo qui dentro?”. Alex si frugò le tasche e tirò fuori il cellulare, ma lì dentro non c’era campo.

Charles rimase immobile, la mano destra teneva stretto il fianco del carrello come ad impedirgli di vedere e sentire: forse era in stato di shock, oppure il suo cervello cercava disperatamente una spiegazione logica a tutto quello che gli stava capitando.

Pensò intensamente ma parlò ad alta voce: “Ci siamo immaginati tutto, Alex, quella roba lì non è viva e non si può muovere a suo piacimento!”.

Dici che ci siamo auto suggestionati?”. Alex si tolse gli occhiali e li pulì come meglio poteva, quando li rimise esclamò: “Allora lo dici tu a quella stronza di schiena di rimanere immobile?”.

La schiena si piegò a novanta gradi e quegli occhi si aprirono di nuovo. Era grottesco, perché sembrava si fosse messa seduta, con gli angoli appoggiati alla pedana come a puntarsi per rimettersi in piedi. Qualche attimo dopo si rimise in piedi. La vocina tornò a farsi sentire, sembrava provenire proprio dalla cassettiera ed emise una risata quasi di scherno.

Oh cazzo! Io direi di darcela a gambe!” suggerì Alex. Fece due passi e salì sul carrello, Charles non se lo fece ripetere due volte e montò sull’altro.

Pigiarono sull’acceleratore proseguendo lungo la corsia 56, urlandosi di correre via veloci. Alex fuggiva per primo, seguito subito dopo da Charles, che non smetteva di guardare quella schiena. Ma gli si gelò il sangue quando la vide avanzare nella loro direzione, con passi lenti ma costanti, come se cercasse di imparare a correre.

Ci sta inseguendo!” urlò Charles. La voce aveva un misto di terrore e incredulità che spinse il collega a non rallentare per nessun motivo.

Svoltarono a sinistra proseguendo verso la zona carrelli e percorsero l’intero corridoio largo. Charles, svoltato l’angolo, non vide più la minaccia e tirò un sospiro di sollievo. Ma non erano ancora al sicuro, questo lo sapeva bene e gli serviva tempo per riflettere su cosa avessero fatto dopo. Guardò lo schermo e vide alcune direttive a cui non aveva fatto caso prima.

In caso di anomalie gravi, contattare la Squadra Facchini Operativa! Premere questo tasto solo per necessità.

Charles controllò di non andare a sbattere e toccò lo schermo. Gli tremava un po’ la mano, ma forse questo era normale vista la situazione. Si guardò dietro e vide la schiena che avanzava verso di loro, un passo alla volta, anche se sembrava aver preso sicurezza nei movimenti.

Lesse ancora le direttive.

Tipologia degli elementi da cui tenersi lontani, a meno che non sia stata allertata prima la Squadra Facchini Operativa.

Le schiene non conformi vanno tenute legate e lontane dalle prime file!

Grazie per averci avvisato prima di mandarci nella corsia 56!” disse Charles allo schermo.

Giunsero nella zona di sosta dei carrelli e girarono ancora a sinistra, dirigendosi verso l’ingresso e gli uffici.

Alex, hai letto le altre direttive sul monitor?” urlò Charles per farsi sentire.

Certo, sei stato tu a premere l’allarme?”.

Credo di si. Che facciamo adesso?”.

Alex non rispose subito, forse ci stava pensando: “Fermiamoci davanti agli uffici e vediamo se l’abbiamo seminata!”.