“Un mese senza te”

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E’ un mese che te ne sei andato e ci manchi da morire.

In questi anni mi hai ispirato molte storie, solo osservando i tuoi comportamenti, cercando di comprendere il tuo carattere. Mi hai dato tanto Amore.

Mi sei sempre stato vicino, anche durante momenti difficili. A volte bastava guardarti per farmi tornare il sorriso e il buonumore.

Scodinzolavi e cercavi carezze, un po’ d’affetto, e la tua casa – la tua tana – si riscaldava d’Amore.

Grazie per tutto il tempo che hai trascorso al nostro fianco.

Max si comportava come un genitore apprensivo: restava sveglio ad aspettare il nostro rientro.

La notte del 20 ti ho sognato. Eri sdraiato sul letto, al mio fianco, poi hai sorriso appena mi hai visto seduto.

Una volta sveglio mi sono alzato di buon umore.

Oggi vorrei riproporre la prima parte di un racconto che scrissi tempo fa.

Ecco il link per la seconda.

https://carlofzappulla.wordpress.com/2012/07/30/una-banda-a-quattro-zampe-2-parte/

 

Una banda a quattro zampe

Maya1

Quando il mondo degli esseri umani si trova in guai seri, c’è qualcuno che cerca di correre ai ripari. Non capirete mai di chi sto parlando, finché non li vedrete con i vostri occhi entrare in azione.

 

La porta di casa era chiusa dall’esterno e non c’era nessuno, in apparenza.

Fuori pioveva, anche se lo scroscio d’acqua quasi non si udiva.

Max se ne stava sdraiato sul divano a due posti, occhi chiusi e respiro appena pronunciato. Ogni tanto le zampe anteriori si muovevano di scatto. Forse stava sognando.

Il cane aprì gli occhi all’improvviso e alzò la testa: rimase immobile per una decina di secondi nella penombra del soggiorno silenzioso. Le narici si aprivano annusando l’aria, fiutando odori che gli umani non avrebbero mai sentito.

Scattò giù dal divano, atterrando sul tappeto soffice e caldo. Annusò ancora l’aria che proveniva da sotto la porta e corse verso di essa. C’era qualcosa che lo attirava in modo oppressivo, così iniziò anche ad abbaiare.

Un altro cane si era fermato davanti alla porta di quella casa, un Labrador color crema, una femmina che Max conosceva molto bene.

Gli umani non sono a conoscenza del mondo animale, forse lo sono in modo marginale, superficiale. I cani, per esempio, riescono a parlare fra loro in un modo del tutto speciale, non solo attraverso gesti, oppure comportamenti.

Ehi, Max, sei troppo impegnato per farti una passeggiata con me? Chiese Maya dall’altra parte della porta.

Max si mise seduto: Fuori piove ancora?

Maya aveva il manto fradicio, così si scrollò via un po’ d’acqua e guardò il cielo grigio, da cui cadevano leggere gocce d’acqua. Temo di sì, non ha mai smesso!

Davanti all’ingresso passarono due persone con gli ombrelli aperti, si fermarono ad osservare il cane, che stava fermo davanti a quella porta e non aveva nessun guinzaglio, né vedevano il padrone nei paraggi.

Maya abbaiò un paio di volte, tanto per fugare qualche dubbio, e quelli ripresero a camminare per la loro strada.

Ah, falso allarme. I curiosi se ne sono andati! Disse Maya, annusando sotto la porta. Si mise seduta in attesa che Max uscisse.

Va bene, aspettami che sto uscendo…

Un piccolo sportello, a lato della porta, divenne visibile. Una specie di porta basculante, che era stata costruita per ogni evenienza. I padroni di Max avevano pensato a tutto, anche ad una via di fuga se ci fossero stati problemi in casa.

Eccomi qua, disse Max facendo capolino con la testa. Annusò la sua amica, prima sul muso, quasi a darle un bacio, poi l’annusò dietro. Il gesto gli fu ricambiato come un rituale che facevano con regolarità.

Cos’era tutta questa urgenza di uscire? Chiese Max alzando gli occhi al cielo. Qualche goccia gli era caduta sul muso, provocandogli fastidio. Lo sai che odio la pioggia, no?

Maya si girò a destra. La via in cui abitava Max era quasi al centro di Roma, con l’ingresso che dava direttamente sulla strada – per loro fortuna – così, per le loro scorribande, non avevano molti problemi a uscire fuori. Anche il Labrador aveva quasi la stessa possibilità di uscire, senza che nessuno se ne accorgesse. Entrambi odiavano gli appartamenti.

Max imitò l’amica, annusando l’aria. C’era qualcosa che non li convinceva.

Seguimi senza fare domande, disse Maya all’improvviso. Corsero entrambi per la via, fermandosi al primo incrocio. Un paio di motorini sfrecciarono davanti a loro, senza prestare alcuna attenzione. Max aveva approfittato per annusare l’angolo dell’incrocio e per segnarvi il suo territorio.

Attraversarono proseguendo verso Borgo Pio. Di domenica non c’è la confusione degli altri giorni, pochi negozi sono aperti e, quando piove, anche la gente preferisce rintanarsi al caldo.

Max si scrollò l’acqua dal pelo umido e accelerò raggiungendo la compagna: Manca molto? E poi cos’è tutto questo mistero?

Maya si fermò in mezzo alla via e guardò Max negli occhi. Non senti anche tu questo odore? Sta per succedere qualcosa che non mi piace.

Max annusò di nuovo l’aria umida e fece due passi avanti, giungendo all’incrocio con Borgo Pio. Alla sua sinistra c’era un bar aperto e, davanti all’ingresso, un motorino parcheggiato.

In effetti c’è qualcosa di strano, disse affacciandosi dalla porta a vetri. Maya l’affiancò, guardando l’interno. E videro due uomini con i caschi sulla testa, avevano qualcosa in mano che non avevano mai visto. Sentivano l’odore della paura, dell’adrenalina infestare quel luogo.

Cosa facciamo? Chiese Max.

Maya non smise di guardare, ma rispose: Ci vorrebbero Peter e Lucio!

“Una banda a quattro zampe” 4° Parte

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Un elicottero Agusta giunse a Castel S. Angelo. I reparti speciali avevano deciso di spostarsi via aria a causa della congestione del traffico. Così, due squadre dei N.O.C.S. si erano fatti trasportare nel piazzale più vicino, nascosti dai curiosi e dai giornalisti.

Le pale del velivolo giravano ancora, nubi di terra e polvere si alzavano mentre otto uomini uscivano e correvano chini verso le auto della polizia. Qualcuno li stava aspettando con ansia.

Squadre Alpha e Bravo a rapporto!” disse uno di questi appena giunto. Si erano messi al riparo quando l’elicottero ripartì sollevandosi. Adesso potevano anche abbassare il tono della voce.

Eravamo in pensiero! Ma finalmente siete arrivati!” disse un uomo che indossava la divisa della polizia di stato.

Com’è la situazione? Vorremmo gli ultimi aggiornamenti!” l’uomo fece un gesto con una mano, gli altri membri delle squadre si appostarono, ognuno con il compito già assegnato.

Sembra tutto tranquillo, per ora. Lo psicotico non dà segni aggressivi e pare che non abbia fatto del male agli ostaggi. Guardi, sono laggiù!”.

Alpha 1 seguì il graduato della polizia, appostandosi fra un albero e la ringhiera di ferro. Usò un binocolo per osservare il sequestratore e gli ostaggi. Come pensava, l’uomo usava gli ostaggi come scudi, facendoli stare fermi di fronte a lui. Nemmeno i reparti speciali potevano essere certi di colpire solo il sequestratore.

L’uomo parlò agli auricolari: “Alpha 2, cosa vedi dalla tua postazione?”.

Vedo il bersaglio, ma è parzialmente coperto dalla bambina! Sembra che la stringa fra le braccia. Il volto è scoperto e sembra contratto. Credo sia nervoso!”.

Alpha 1 indossava l’uniforme blu scuro – come gli altri membri delle squadre – e aveva il volto coperto dal passamontagna. Ma da come aveva chiuso le labbra, sembrò piuttosto riluttante a tentare la via dell’abbattimento del bersaglio.

Purtroppo dovevano ancora attendere ulteriori sviluppi, prima di decidere come muoversi.

Speravamo di liberare la famiglia prima di notte” disse l’uomo, “ma immagino che voi dobbiate avere la certezza di non colpire anche gli ostaggi.”.

Alpha 1 fece un segno di assenso. “Chi ci ha parlato?”.

Ho avuto io il piacere, ma non mi ha detto molto. Sembrava in attesa di qualcosa, come se non fosse stato il momento giusto per cominciare una trattativa.”.

Alpha 1 smise di guardare dal binocolo e si girò verso l’ufficiale al suo fianco. “Vorrei mandare Bravo 1 per cominciare a dialogare con lui. Ho in mente un piano ma, prima di agire, devo avere la certezza che gli ostaggi non corrano rischi inutili.”.

Faccia come vuole. La responsabilità, adesso, è caduta nelle vostre mani.”.

Bravo 1 superò la ringhiera scendendo fino alla zona dei giochi per bambini. La donna era certa che avrebbe avuto più successo del suo predecessore. Le trattative con i sequestratori non erano un campo facile per nessuno, ma lei era in grado di comprendere la psicologia di quelle persone. Ed ora si trovava di fronte ad un’altra prova, una delle tante, in cui non aveva ancora fallito. Intanto era certa che fosse un disoccupato.

Quando era giunta a una ventina di metri, il sequestratore si era messo in allarme. Si era alzato urlando verso la famiglia di mettersi in piedi. Aveva preso la bambina fra le sue braccia e, con una pistola puntata alla tempia, aveva urlato: “Se ti avvicini ancora, sarà la prima a cadere!”.

Bravo 1 si era fermata mostrando i palmi delle mani. “Sono venuta a portarti una delle nostre radio. Ci serve che tu ne tenga una e la usi per chiederci qualunque cosa. Dobbiamo sempre restare in contatto con te.”.

Sei venuta solo per questo? Pensavo volessi parlare un po’ con me per capire cosa voglio. Magari per distrarmi e piantarmi una pallottola in testa!”.

L’operatrice della squadra Bravo valutò cosa dirgli, non certo che gli avrebbe sparato volentieri alla prima occasione. “Non siamo qui per toglierti di mezzo. Se hai sequestrato quattro persone ci deve essere un motivo, giusto? Forse anche più di uno, dico bene Anonimo?”.

Come mai hanno mandato una donna dei reparti speciali?”.

Perché, al momento, sono la più preparata per affrontare crisi di questo genere!”.

L’uomo sorrise e lo vide anche Bravo 1.

Posso consegnarti questa radio?”.

Facciamo così, mando la piccola a prenderla. Tu non muovere un muscolo, oppure ammazzerò il fratellino, va bene?”.

La bambina, prima di uscire dal cancello, diede un’occhiata ai genitori. Scese i gradini voltandosi indietro più volte, cercando di vedere se il fratello stesse bene. Quando arrivò davanti alla donna in tuta blu e un passamontagna a coprirle il volto, prese la radio e corse indietro. La consegnò all’uomo che lasciò andare il bambino.

Sembrò ritornare la calma, una calma apparente.

Gli operatori del N.O.C.S. avevano osservato tutto attraverso binocoli, oppure i visori agganciati alle armi di precisione. Avevano anche ascoltato ogni singola parola che si erano detti. Ma chi diavolo era questo Anonimo? Cosa voleva?

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Max e Maya si fermarono in Via della Conciliazione: non avevano mai visto tante macchine ferme. Peter annusò l’angolo dell’incrocio e fece suo quel nuovo territorio.

Un altro passo, e batterò il record di distanza da casa! disse osservandoli.

Max si sgrullò l’umidità dal pelo e si mise seduto. Osservava la fila interminabile di auto, poi si girò verso il bassotto: ma se ti spingi tutti i giorni fino al castello!

Certo, ma ci vado sempre con la mamma!

Perché ti ostini a chiamarla mamma? Gli umani non hanno niente a che vedere con noi! ribatté Maya. Lei stava ferma sul marciapiede, a contemplare le macchine che avanzavano lentamente. Per tutti i San Bernardo della terra, deve essere successo qualcosa da queste parti. Chi vuole dare un’occhiata alzi la zampa!

Max si grattò un orecchio con la zampa posteriore e tornò a guardare l’amica: io la zampa non la alzo, però ti seguo!

Maya digrignò i denti, una sorta di sorriso, e disse: allora si va a vedere!

I due, senza attendere la decisione di Peter, avanzarono verso Castel S. Angelo procedendo sul marciapiede. Il bassotto rimase immobile, gli occhi sui due compagni che si allontanavano.

Ehi, aspettatemi! Cosa combinerete senza di me? e corse cercando di raggiungerli.

Giunsero nell’area del parcheggio di fronte agli ingressi del parco, ma non potevano proseguire oltre: l’area era transennata e decine di poliziotti non facevano passare nessuno. Maya annusò un paio di transenne e fece pipì. Sapeva di aver attirato lo sguardo degli uomini in divisa blu. Tre cani sciolti senza padroni che li seguissero avrebbero attirato la curiosità di chiunque.

Allora, come vogliamo procedere? Chiese Peter. Si mise a sedere guardando prima il labrador, poi lo York Shire.

Perché non passiamo sotto? Scendiamo sull’argine del fiume e usciamo dall’altra parte, propose Max.

E non sarà la stessa cosa dall’altra parte? Io dico di tornarcene a casa finché possiamo farlo! disse Peter. Alcuni poliziotti parlavano fra loro, forse chiedendosi cosa ci facessero tre cani senza guinzagli e padroni lì davanti.

Ma tutti i bassotti della terra sono fifoni come te? fece Maya. Muoviamoci, prima che gli umani decidano di catturarci! E il labrador proseguì lungo le transenne fino alle scalette che portavano al Tevere. Max e Peter la seguirono senza fare commenti.

Sotto il lungotevere, nell’argine sinistro, tirava molto vento. I peli di Max erano quelli che ne risentivano di più, rendendolo buffo. Hai le orecchie rovesciate! bofonchiò Peter.

Max scosse tutto il pelo e quasi sbandò finendo nel fiume. Si riprese quasi subito: Odio quando le orecchie mi si rovesciano. Odio quando piove e quando tira vento. Maya, sei sicura che qua sopra ci sia qualcosa che valga la pena vedere?

Il labrador si girò senza rallentare l’andatura, ogni tanto annusava l’asfalto. Ti dico che c’è qualcosa di interessante, lo sento da quando siamo arrivati alle transenne!

Sarà, ma secondo me faremmo meglio a tornare a casa, disse Peter.

Mandarono avanti il bassotto, che si affacciò quasi davanti all’ingresso di Castel S. Angelo. L’area era sgombra, nemmeno l’ombra di un umano.

Cosa vedi? chiese Max.

Tutto libero, rispose Peter.

Maya uscì allo scoperto annusando l’aria, procedendo lungo il muretto che sovrastava il fiume. A poche decine di metri c’erano altre transenne e qualche uomo che controllava l’ingresso del parco.

I tre cani si fermarono fissando l’entrata, le orecchie alzate a captare rumori, i tartufi si aprivano annusando l’aria pregna di nuovi odori.

Defiliamoci sulla sinistra, forse non ci noteranno, disse Maya.

Se lo dici tu, le rispose Max.

Mi scappa, devo farla, s’intromise Peter.

Maya si girò verso il bassotto e le uscì una specie di guaito: devi farla per la paura?

Peter la fissò per qualche istante, noi bassotti siamo i cani più coraggiosi, ricordalo, anche se… forse questa situazione mi ha stimolato un po’.

Seguitemi senza dare nell’occhio! Maya avanzò un passo dopo l’altro finché raggiunse le ultime transenne sulla sinistra. Max e Peter le correvano dietro, varcando il cancello in ferro.

Ehi, è stato facile, quasi come spaventare un gatto! esclamò il bassotto.

Maya digrignò i denti, come per ridere. Parli tu, che non spaventeresti nemmeno un cucciolo di gatto…

Max allargò la bocca in un sorriso: Già, un bassotto che spaventa i gatti, non credo si sia mai visto!

Cos’è una coalizione contro di me? Se continuate così, vi tolgo il saluto.

Uh, come siamo permalosi, ribatté Maya.

I tre cani si fermarono all’improvviso, uno vicino all’altro, e si misero ad annusare l’aria. A sinistra c’era una ringhiera e, sotto di essa, una stradina che conduceva verso il parco giochi per bambini: gli odori sembravano provenire da lì.

 

“Una banda a quattro zampe” 3° Parte

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I due rapinatori vennero ammanettati, fra alcuni turisti che si erano fermati incuriositi per la scena.

Il cielo, intanto, era diventato sereno, e un sole tiepido aveva iniziato ad asciugare le stradine del centro di Roma. E dei tre cani? Non c’era più traccia. Apparsi come tre spettri, così se ne erano andati chissà in quale altro luogo.

Ma quella domenica, la gente, difficilmente l’avrebbe dimenticata. Come mai? Intanto si erano alzati in volo due elicotteri, che sorvolavano la zona di Castel S. Angelo e il Lungo Tevere. Accadeva raramente e, quando succedeva, voleva dire che si era messo in moto l’apparato della sicurezza. Non c’erano manifestazioni quel giorno, tanto meno incidenti da richiedere l’intervento di due elicotteri.

Pattuglie della polizia di stato, dei carabinieri, guardia di finanza e vigili urbani stavano convogliando verso Castel S. Angelo. I due elicotteri controllavano la zona dall’alto. Le sirene dei mezzi squarciavano il silenzio di quella domenica pomeriggio, inducendo la gente ad affacciarsi alle finestre. Curiosità per quanti mezzi attraversassero Via della Conciliazione, il traffico bloccato, mentre molti agenti piazzavano transenne a formare un enorme perimetro intorno a quel monumento.

Il vallo esterno venne chiuso. Tutto il giardino esterno del castello non era più transitabile, nemmeno a piedi.

Qualche curioso si era avvicinato per chiedere, ma nessuno poté rispondere: quelli erano gli ordini. Un gruppo di giornalisti aveva piazzato il furgone nello spiazzo adiacente a Via della Conciliazione, altri ne sarebbero giunti presto. Qualcosa stava accadendo, qualcosa di sensazionale, che tutti i media avrebbero voluto raccontare all’Italia e al mondo intero.

Le auto pattuglie attraversarono il parco di Castel S. Angelo, fermandosi lungo la via alberata: i lampeggianti illuminavano parte dei tronchi d’albero. Gli agenti scendevano con le pistole in pugno, lasciando le portiere aperte e le radio che gracchiavano.

Il questore di Roma era giunto con un’auto blu, fermandosi ad osservare la zona riservata ai bambini, ora completamente sgombra.

Avete notizie dell’uomo?” chiese a uno degli agenti.

Il poliziotto lo salutò: “Non ancora, Signor Questore. Si è asserragliato laggiù e tiene in ostaggio quattro persone, una famiglia sembra, composta da padre, madre, un figlio e una figlia. Al momento non ci ha fatto pervenire nessuna richiesta!”.

Il questore prese un binocolo dalle mani del poliziotto, avanzò di due passi, osservò attraverso il binocolo tutto il parco. Si fermò quando vide alcune scalette e una rientranza. Un cancello sbarrava l’ingresso, non c’erano vie di fuga, per quel che ne poteva vedere.

Le alte sfere delle armi chiamate in causa si riunirono: ufficiali dei Carabinieri e della Polizia dovevano prendere alcune decisioni. Si misero in disparte per non intralciare gli uomini che dovevano tenere d’occhio la zona. Il rapitore veniva guardato a vista. Nessuno poteva muovere un solo dito senza un ordine diretto.

Un uomo in divisa scese nella zona sottostante, scivolando piano tra l’erba e terra, finché giunse su un sentiero sterrato. I suoi occhi erano fissi sul castello, sulla scalinata, su quella rientranza che finiva con una porta chiusa da molto tempo.

Intravide cinque persone, fra cui due bambini.

Alzò le mani e iniziò ad avanzare un passo dopo l’altro. Agganciata alla cinta c’era una radio portatile, nessuna traccia di armi.

Si fermò a dieci metri di distanza: “Ehi, sono disarmato e sono qui per avere un contatto con te!”.

Nessuno rispose e quelle cinque persone ferme sembravano sagome, oppure manichini.

Mi senti?” proseguì il poliziotto, “Ho bisogno che tu mi risponda, devo dare la conferma ai miei superiori che va tutto bene!”.

Non va bene un cazzo di niente!” urlò l’uomo.

L’agente stava per avanzare, ma ci ripensò: “Come sarebbe a dire? Hai quattro ostaggi lì con te, ma ti consiglio di non torcere un solo capello a quelle persone.”.

Stanno bene, per adesso! Ma tu che cazzo vuoi? Chi sei?”.

Sono solo il contatto, quasi un ambasciatore. Voglio solo farti qualche domanda e, se sei d’accordo, mi vorrei avvicinare!” fece un giro su se stesso alzando le braccia in alto. “Hai visto? Non porto armi con me!”.

Se fai un altro passo, giuro che li ammazzo, sbirro di merda!”.

Posso sapere almeno il tuo nome? Devo portare qualcosa ai miei capi, capisci? Devo far sapere che collaborerai e che non farai del male a nessuno!”. Abbassò le braccia e attese.

Non ho nomi, non ho patria, né una madre che mi sta aspettando a casa! Ti può bastare?”.

Il poliziotto osservò quelle sagome nascoste nell’ombra, “Ho capito” gli rispose, “allora ti chiamerò Anonimo, visto che non hai nomi da darmi.”.

L’agente fece ritorno dai superiori. Un capannello di ufficiali quasi lo aveva circondato e così disse: “Viene dal nord Italia, forse dal Veneto, per quel che ne ho capito. Non ha nome né cognome e ci siamo accordati per chiamarlo Anonimo, per ora.”.

Gli ostaggi stanno bene?” chiese qualcuno.

Fece un gesto di assenso. “Volete un mio parere? Fate intervenire i N.O.C.S, oppure il reparto dei G.I.S.” si accese una sigaretta e fece un paio di tiri. “C’è sufficiente spazio per ucciderlo con un colpo di precisione.”.

Ha fatto richieste?”.

Non ancora, potrebbe anche trattarsi di un invasato, di uno che non sa nemmeno quello che sta facendo…” fece una pausa, osservando quel buco in cui si era nascosto con i quattro ostaggi.

A pensarci bene, mi ha detto che non ha nomi, né una madre e nemmeno una patria. Quello che ha detto non ha una logica. Chiamate quei dannati reparti speciali e facciamo la finita prima di sera!”.

 

“Una banda a quattro zampe” 2° Parte

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Ogni tuo desiderio è un ordine! Serve aiuto?

Maya abbassò lo sguardo e vide il muso di Peter – un bassotto – comparire da sotto la sua pancia e quasi sorrise mostrando i denti a Max.

Hai visto? Forse basta nominarli per farli comparire.

Max fece il suo bisogno sulla parete del bar, nelle immediate vicinanze della porta a vetri, mostrando i denti di rimando: Secondo te un bassotto potrebbe esserci utile?

Ehi! Perché tutto questo astio? Peter annusò il luogo dove Max era appena passato, alzò la zampa posteriore destra ed urinò, fissandolo a mò di sfida.

Max ora era fermo davanti all’incrocio con Borgo Pio, alla sua sinistra c’era la porta a vetri del bar da cui provenivano delle grida: lui e Maya erano giunti fin là per un motivo.

I due uomini con i caschi in testa dovevano essere agitati, urlavano chissà quali strane parole e l’odore che li aveva attirati era aumentato. Peter ne fu attratto.

Maya si guardò intorno, le mancava un altro cane all’appello: Ehi, dov’è Lucio?

Peter si avvicinò al vetro del bar, con il respiro appannava la parte inferiore dell’ingresso. Non è riuscito a uscire di casa. I padroni non sono usciti e lui non è potuto venire.

Ce la caveremo anche in tre, disse Maya. Seguitemi, ho un piano.

Max e Peter si scambiarono un’occhiata e corsero dietro all’amica.

I tre cani sbucarono quasi davanti all’entrata principale del bar. Davanti alla porta c’era un motorino parcheggiato, il motore ancora acceso.

Maya annusò la ruota anteriore del mezzo mentre valutava come muoversi. I suoi amici, invece, erano inquieti a causa degli odori che avevano percepito.

Abbiamo bisogno di un diversivo, te la senti Peter?

Il bassotto non rispose a parole, ma digrignò i denti e il pelo sul dorso si fece arruffato. I muscoli delle zampe si fecero tesi e le unghie artigliarono i sampietrini.

Lo prendiamo come un sì, disse Max.

Maya si appostò sul lato destro dell’ingresso, Max su quello opposto e Peter doveva restare davanti al motorino, in attesa.

Maya, il cane con la corporatura più grande, si accucciò a terra, le zampe tese per il salto e i peli della coda tozza sembravano dritti per l’adrenalina che le scorreva nel sangue. Max stava seduto e fissava l’amica. Gli occhi fissi su di lei.

La porta del bar si aprì verso l’esterno e le voci degli umani erano tese, urlavano. Una mano apparve dall’interno e si era appoggiata alla maniglia. Max la vedeva benissimo.

Infine, il corpo di un uomo si materializzò davanti agli occhi dei tre cani. Peter stava fermo vicino al motorino, gli occhi scuri che fissavano la preda e il muso che mostrava i denti.

Il primo uomo si girò verso il mezzo, fece due lunghi passi per salire sulla sella e non vide nemmeno il piccolo bassotto che gli azzannò una caviglia. All’inizio sentì qualcosa che gli tirava i jeans, poi delle fitte di dolore gli salirono al cervello. Imprecò togliendosi il casco, cercando di capire…

Accadde tutto in meno di un minuto.

Uscì il secondo uomo e si ritrovò a terra. La sorpresa fu grande quando vide un labrador salirgli sopra la giacca e quel muso, quei denti, tentare di afferrargli il collo.

Entrambi gli uomini urlavano, cercando di afferrare i cani e allontanarli via. Lottarono invano perché avevano perso le pistole e la busta con i soldi. Il motorino era finito in terra. E, tutto quel movimento convulso, aveva attirato molti curiosi. La gente stava per uscire dal bar per aiutare quei tre cani. Tre cani? Le persone non riuscivano nemmeno a realizzare cosa stessero vedendo: una cosa incredibile!

Un auto della polizia aveva fatto ingresso nella via, i lampeggianti accesi.

 

“Una banda a quattro zampe” 1° Parte

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Quando il mondo degli esseri umani si trova in guai seri, c’è qualcuno che cerca di correre ai ripari. Non capirete mai di chi sto parlando, finché non li vedrete con i vostri occhi entrare in azione.

La porta di casa era chiusa dall’esterno e non c’era nessuno, in apparenza.

Fuori pioveva, anche se lo scroscio d’acqua quasi non si udiva.

Max se ne stava sdraiato sul divano a due posti, occhi chiusi e respiro appena pronunciato. Ogni tanto, le zampe anteriori, si muovevano di scatto. Forse stava sognando.

Il cane aprì gli occhi all’improvviso e alzò la testa: rimase immobile per una decina di secondi nella penombra del soggiorno silenzioso. Le narici si aprivano annusando l’aria, fiutando odori che gli umani non avrebbero mai sentito.

Scattò giù dal divano, atterrando sul tappeto soffice e caldo. Annusò ancora l’aria che proveniva da sotto la porta e corse verso di essa. C’era qualcosa che lo attirava in modo oppressivo, così iniziò anche ad abbaiare.

Un altro cane si era fermato davanti alla porta di quella casa, un Labrador color crema, una femmina che Max conosceva molto bene.

Gli umani non sono a conoscenza del mondo animale, forse lo sono in modo marginale, superficiale. I cani, per esempio, riescono a parlare fra loro in un modo del tutto speciale, non solo attraverso gesti, oppure comportamenti.

Ehi, Max, sei troppo impegnato per farti una passeggiata con me? Chiese Maya dall’altra parte della porta.

Max si mise seduto: Fuori piove ancora?

Maya aveva il manto fradicio, così si scrollò via un po’ d’acqua e guardò il cielo grigio, da cui cadevano leggere gocce d’acqua. Temo di si, non ha mai smesso!

Davanti all’ingresso passarono due persone con gli ombrelli aperti, si fermarono ad osservare il cane, che stava fermo davanti a quella porta e non aveva nessun guinzaglio, né vedevano il padrone nei paraggi.

Maya abbaiò una paio di volte, tanto per fugare qualche dubbio, e quelli ripresero a camminare per la loro strada.

Ah, falso allarme. I curiosi se ne sono andati! Disse Maya, annusando sotto la porta. Si mise seduta in attesa che Max uscisse.

Va bene, aspettami che sto uscendo…

Un piccolo sportello, a lato della porta, divenne visibile. Una specie di porta basculante, che era stata costruita per ogni evenienza. I padroni di Max avevano pensato a tutto, anche ad una via di fuga se ci fossero stati problemi in casa.

Eccomi qua, disse Max facendo capolino con la testa. Annusò la sua amica, prima sul muso, quasi a darle un bacio, poi l’annusò dietro. Il gesto gli fu ricambiato come un rituale che facevano con regolarità.

Cos’era tutta questa urgenza di uscire? Chiese Max alzando gli occhi al cielo. Qualche goccia gli era caduta sul muso, provocandogli fastidio. Lo sai che odio la pioggia, no?

Maya si girò a destra. La via in cui abitava Max era quasi al centro di Roma, con l’ingresso che dava direttamente sulla strada – per loro fortuna – così, per le loro scorribande, non avevano molti problemi a uscire fuori. Anche il Labrador aveva quasi la stessa possibilità di uscire, senza che nessuno se ne accorgesse. Entrambi odiavano gli appartamenti.

Max imitò l’amica, annusando l’aria. C’era qualcosa che non li convinceva.

Seguimi senza fare domande, disse Maya all’improvviso. Corsero entrambi per la via, fermandosi al primo incrocio. Un paio di motorini sfrecciarono davanti a loro, senza prestare alcuna attenzione. Max aveva approfittato per annusare l’angolo dell’incrocio e per segnarvi il suo territorio.

Attraversarono proseguendo verso Borgo Pio. Di domenica non c’è la confusione degli altri giorni, pochi negozi sono aperti e, quando piove, anche la gente preferisce rintanarsi al caldo.

Max si scrollò l’acqua dal pelo umido e accelerò raggiungendo la compagna: Manca molto? E poi cos’è tutto questo mistero?

Maya si fermò in mezzo alla via e guardò Max negli occhi. Non senti anche tu questo odore? Sta per succedere qualcosa che non mi piace.

Max annusò di nuovo l’aria umida e fece due passi avanti, giungendo all’incrocio con Borgo Pio. Alla sua sinistra c’era un bar aperto e, davanti all’ingresso, un motorino parcheggiato.

In effetti c’è qualcosa di strano, disse affacciandosi dalla porta a vetri. Maya l’affiancò, guardando l’interno. E videro due uomini con i caschi sulla testa, avevano qualcosa in mano che non avevano mai visto. Sentivano l’odore della paura, dell’adrenalina infestare quel luogo.

Cosa facciamo? Chiese Max.

Maya non smise di guardare, ma rispose: Ci vorrebbero Peter e Lucio!