“Piekary”

 

 

David attraversò ettari di terreno con la sua macchina e la parcheggiò vicino a uno dei grossi alberi di quercia. Il sole stava calando ed era tempo di mettere da parte tutta la sua vita per dedicarsi al suo nuovo lavoro.

Uscì dall’auto e tirò su le braccia per stiracchiare le membra provate dal lungo viaggio. Respirò a pieni polmoni l’aria pulita, piena d’ossigeno e lontana da quel veleno che aveva respirato nelle grandi metropoli. Un’oasi di pace e tranquillità: proprio quello di cui aveva bisogno.

Si fermò per alcuni secondi a contemplare le querce secolari che circondavano la tenuta di famiglia, alberi enormi, più alti della casa a due piani che si apprestava ad abitare.

L’estate stava finendo, lasciando spazio a un autunno freddo, forse piovoso e malinconico, ma l’ideale per procurargli concentrazione e dedizione al romanzo per eccellenza: Il romanzo perfetto. Sapeva di magia, di una magia antica come lo erano le fondamenta di Piekary.

David era rimasto solo, la moglie e la figlia erano morte in un incidente stradale due anni prima lasciandolo a vivere una vita povera di tutte quelle certezze che aveva avuto. Le fondamenta stesse che si era costruito in oltre trenta anni, dopo quel giorno, crollarono come un castello di carte.

Questo posto è speciale!” urlò alzando le braccia al cielo. Non era ancora tempo di varcare la soglia della sua nuova casa, c’era abbastanza luce per osservare la natura intorno a lui, i rami, le foglie che presto sarebbero planate in terra, le chiome maestose cullate da un vento quasi gelido. “Che meraviglia!”.

Fece un giro su sé stesso, come quando era piccolo e giocava con gli altri coetanei, poi ne fece un altro e iniziò a ridere. Si alzò la brezza, che prese ad agitargli la giacca che indossava, oltre ad alberi e piante, come se volesse dargli il benvenuto in quell’angolo di paradiso. Isolato, tagliato fuori dal mondo e da molte comodità che l’uomo si era creato nei secoli.

David voleva godere appieno di ciò che il destino gli aveva servito su un piatto d’argento.

Destino!” aveva urlato fermandosi a fissare l’ingresso a due battenti. Una piccola veranda proteggeva l’entrata, due maestose colonne di marmo reggevano il peso del tetto esterno. La struttura, i muri esterni, sembravano in buone condizioni nonostante l’età centenaria. Erano passati venti anni dall’ultima sua visita a Piekary e ancora possedeva ricordi della sua infanzia in quel luogo dominato dalla natura, dalle gocce di sudore versate dai suoi antenati e lontani parenti. Ora Piekary era sua, ogni zolla, ogni centimetro quadrato, ogni albero o scoiattolo che vi dimorasse.

Alcuni sussurri accolsero David all’ingresso, forse provocati dal vento che attraversava tronchi d’albero o piccole fessure fra vecchie tegole che formavano il tetto. Misteri della vita. Quando era ragazzo li aveva sentiti, ogni tanto.

Una civetta cantò non lontano dall’abitazione, altre le risposero dopo qualche istante di silenzio.

Prima di aprire la porta, David tornò alla macchina per prendere i bagagli, compreso il suo portatile per scrivere la sua storia. Fu quando chiuse il portabagagli dell’auto che si fermò a guardare la dimora e a gioire per quello che aveva davanti. Quanto avrebbe voluto avere al suo fianco la sua famiglia e dividere con loro quello che provava. Una sensazione che tutti avevano avuto varcando il primo cancello d’ingresso. Accoglienza. Non esistono posti che possano accogliere le persone, ma Piekary non era un posto qualunque. C’è sempre stato qualcosa che ha accolto ospiti o famigliari, oppure amici. Ma da anni non veniva nessuno.

David portò i bagagli fin sotto la veranda e cercò le chiavi. La serratura non era arrugginita e, di questo, ne fu contento; non vedeva l’ora di entrare e dare un’occhiata all’interno e già si pregustava un tiepido focolare nel camino di uno dei soggiorni. Ricordava quanto fossero fredde le notti in quel luogo.

La porta cigolò e David fu inghiottito dall’oscurità, finché trovò l’interruttore. Quanti ambienti, quante stanze erano state costruite? Abbandonò in terra i bagagli e cominciò ad ispezionare la casa. Alcuni ricordi assalirono parte del suo cervello, quello che immagazzina i ricordi vecchi di anni. L’odore del pane cotto al forno, le voci di sua madre e dei tanti zii che avevano condiviso con lui alcuni momenti della sua adolescenza.

Aprì l’ennesima porta ed entrò in una stanza ampia, forse una delle più illuminate per le due finestre che si affacciavano su un lato della casa: da lì nasceva il sole fra gli alberi, fra i boschi di betulla e querce che circondavano Piekary.

David si fermò a contemplare il cielo e aprì la doppia finestra per far cambiare aria all’ambiente. La puzza di chiuso era uno degli odori predominanti. Quasi gli sembrò di sentire la sua voce di quando era piccolo, tanta era l’emozione di rimettere piede dopo tanti anni. La spensieratezza dell’età. Quanto era cambiata la sua vita? Tanto!

Spesso le emozioni giocano brutti scherzi, quasi ti distolgono dalla realtà, spingendoti a chiuderti in te stesso e proteggere il mondo che stai contemplando.

Papà, questo posto è favoloso! Posso andare a giocare fuori?

David si fermò a guardare Ellys, la sua piccola Ellys, con le lacrime agli occhi. I capelli biondi legati in una lunga treccia, la faccia espressiva di chi vorrebbe che un desiderio si avverasse, le piccole mani che poggiavano sul tavolo di quercia.

Dovresti chiederlo alla mamma” disse David in un sussurro. L’immagine di sua figlia si mosse verso la porta da cui era entrato, dissolvendosi lentamente.

Non credo sia una buona idea. David si voltò verso il camino e vide Amanda che spingeva due ciocchi di legno all’interno del camino fatto di ghisa. Sua moglie si voltò e gli sorrise: fuori fa freddo!

David non disse nulla, afferrò solo una sedia e si mise seduto senza smettere di fissare Amanda. Non voleva smettere di guardarla, nemmeno per tutto l’oro del mondo.

David balbettò qualcosa verso di lei, qualcosa di impercettibile che attirò l’attenzione della donna. Lei gli mandò un sorriso carico d’amore che gli provocò un attacco di pianto: alcune lacrime gli rigarono le guance. “Ti prego, non te ne andare…”.

L’immagine della donna si dissolse come fumo spazzato via dal vento e lui si accasciò al tavolo cingendosi la faccia con le braccia.

Qualcosa bussava alla finestra e David aprì gli occhi spaesato. Era seduto, si doveva essere addormentato. Il soggiorno era rimasto come la sera prima e stava facendo giorno.

David alzò la testa di scatto e guardò alla finestra, fissando la creatura che vi era affacciata. Un piccolo picchio se ne stava appoggiato a un ramo di vite, che da quel lato colorava le pareti esterne come fosse una ragnatela fatta negli anni. L’uccellò volò via emettendo dei richiami.

Il sole era sorto da poco, colorando il mondo che circondava la sua nuova casa e David si sentiva confuso, spaesato, stordito. Aveva un sapore disgustoso in bocca e sentiva le palpebre pesanti. Non aveva lo stesso umore di poche ore prima.

David non aveva superato il dolore per la perdita dei suoi cari, di Amanda e Ellys, ma come aveva potuto vederle, sentirle, quasi toccarle? Si portò le mani alle guance pensando alla notte prima. Doveva anche avere una brutta cera, la barba incolta e…

E’ solo suggestione.” si disse, mentre era in bagno. L’acqua fredda lo avrebbe svegliato, dando un po’ di vigore alla faccia pallida e trasandata che aveva visto allo specchio. “E’ solo roba da film horror di seconda serie”. Si asciugò e cercò di vedere nella sua faccia quel bravo scrittore che era sempre stato.

Sei solo una vecchia casa!” gridò David, “Quei sussurri, quelle visioni, provengono solo dalla mia fantasia. E ne ho tanta, sai?”. L’acqua continuava a scrosciare finché del vapore salì fino allo specchio, appannandolo. David trasalì, non ricordava che avessero messo boiler in quel bagno. Poi c’era solo un rubinetto per l’acqua fredda.

Chiuse l’acqua e raggiunse il soggiorno, quello vicino alla porta d’ingresso.

Udì un cigolio all’esterno, alcune risate. “Che diavolo succede qua dentro?” urlò David, così uscì per capirci qualcosa.

Più forte, più forte mamma! Voglio toccare il cielo con un dito. David udì quella voce, inconfondibile, quella di Ellys. La vide sull’altalena fissata ad una quercia, Amanda la spingeva sempre più in alto.

David si portò le mani al volto coprendosi gli occhi.

Amore, non vieni? Amanda lo fissava da lontano, facendo un gesto con la mano libera.

Dai papà, spingimi anche tu, come facevi al parco, ricordi?

David sentì le gambe pesanti, le ginocchia non reggevano più il peso del corpo, la mente gli suggeriva di fuggire. Le lacrime tornarono ad affacciarsi cercando un varco.

Non mi vuoi più bene? Chiese la bimba e gli sorrise.

David cadde in ginocchio credendo che sarebbe impazzito, sperando che quel dannato cuore si fermasse per sempre, che morisse in quell’istante. Raccolse tutto il fiato che gli rimaneva in corpo e urlò: “Perché, perché mi stai facendo questo?

Noi ti amiamo, siamo una famiglia unita. La mano di Amanda gli accarezzò la spalla in un gesto affettuoso, come aveva sempre fatto quando rientrava in casa dopo una giornata pesante.

Mi vuoi bene papà? Chiese Ellys ferma davanti a lui. Erano faccia a faccia e gli occhi di Ellys luccicavano come se stesse per piangere. Le manine abbracciarono le spalle del padre, mentre Amanda cantava una nenia che David conosceva a memoria, perché la cantavano sempre prima che la piccola si addormentasse.

Vieni con noi, staremo per sempre insieme, disse Amanda. La mamma prese per mano la figlia andando verso il bosco. Si girarono entrambe verso David, aspettandolo.

Lui si alzò in piedi e le osservò in silenzio, mentre tentava di fermare l’angoscia che provava. Mosse i primi passi verso di loro e le vide sorridere. Lo presero per mano e s’incamminarono in una galleria di abeti.

Piecary tornò silenziosa.

 

“Una banda a quattro zampe” 4° Parte

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Un elicottero Agusta giunse a Castel S. Angelo. I reparti speciali avevano deciso di spostarsi via aria a causa della congestione del traffico. Così, due squadre dei N.O.C.S. si erano fatti trasportare nel piazzale più vicino, nascosti dai curiosi e dai giornalisti.

Le pale del velivolo giravano ancora, nubi di terra e polvere si alzavano mentre otto uomini uscivano e correvano chini verso le auto della polizia. Qualcuno li stava aspettando con ansia.

Squadre Alpha e Bravo a rapporto!” disse uno di questi appena giunto. Si erano messi al riparo quando l’elicottero ripartì sollevandosi. Adesso potevano anche abbassare il tono della voce.

Eravamo in pensiero! Ma finalmente siete arrivati!” disse un uomo che indossava la divisa della polizia di stato.

Com’è la situazione? Vorremmo gli ultimi aggiornamenti!” l’uomo fece un gesto con una mano, gli altri membri delle squadre si appostarono, ognuno con il compito già assegnato.

Sembra tutto tranquillo, per ora. Lo psicotico non dà segni aggressivi e pare che non abbia fatto del male agli ostaggi. Guardi, sono laggiù!”.

Alpha 1 seguì il graduato della polizia, appostandosi fra un albero e la ringhiera di ferro. Usò un binocolo per osservare il sequestratore e gli ostaggi. Come pensava, l’uomo usava gli ostaggi come scudi, facendoli stare fermi di fronte a lui. Nemmeno i reparti speciali potevano essere certi di colpire solo il sequestratore.

L’uomo parlò agli auricolari: “Alpha 2, cosa vedi dalla tua postazione?”.

Vedo il bersaglio, ma è parzialmente coperto dalla bambina! Sembra che la stringa fra le braccia. Il volto è scoperto e sembra contratto. Credo sia nervoso!”.

Alpha 1 indossava l’uniforme blu scuro – come gli altri membri delle squadre – e aveva il volto coperto dal passamontagna. Ma da come aveva chiuso le labbra, sembrò piuttosto riluttante a tentare la via dell’abbattimento del bersaglio.

Purtroppo dovevano ancora attendere ulteriori sviluppi, prima di decidere come muoversi.

Speravamo di liberare la famiglia prima di notte” disse l’uomo, “ma immagino che voi dobbiate avere la certezza di non colpire anche gli ostaggi.”.

Alpha 1 fece un segno di assenso. “Chi ci ha parlato?”.

Ho avuto io il piacere, ma non mi ha detto molto. Sembrava in attesa di qualcosa, come se non fosse stato il momento giusto per cominciare una trattativa.”.

Alpha 1 smise di guardare dal binocolo e si girò verso l’ufficiale al suo fianco. “Vorrei mandare Bravo 1 per cominciare a dialogare con lui. Ho in mente un piano ma, prima di agire, devo avere la certezza che gli ostaggi non corrano rischi inutili.”.

Faccia come vuole. La responsabilità, adesso, è caduta nelle vostre mani.”.

Bravo 1 superò la ringhiera scendendo fino alla zona dei giochi per bambini. La donna era certa che avrebbe avuto più successo del suo predecessore. Le trattative con i sequestratori non erano un campo facile per nessuno, ma lei era in grado di comprendere la psicologia di quelle persone. Ed ora si trovava di fronte ad un’altra prova, una delle tante, in cui non aveva ancora fallito. Intanto era certa che fosse un disoccupato.

Quando era giunta a una ventina di metri, il sequestratore si era messo in allarme. Si era alzato urlando verso la famiglia di mettersi in piedi. Aveva preso la bambina fra le sue braccia e, con una pistola puntata alla tempia, aveva urlato: “Se ti avvicini ancora, sarà la prima a cadere!”.

Bravo 1 si era fermata mostrando i palmi delle mani. “Sono venuta a portarti una delle nostre radio. Ci serve che tu ne tenga una e la usi per chiederci qualunque cosa. Dobbiamo sempre restare in contatto con te.”.

Sei venuta solo per questo? Pensavo volessi parlare un po’ con me per capire cosa voglio. Magari per distrarmi e piantarmi una pallottola in testa!”.

L’operatrice della squadra Bravo valutò cosa dirgli, non certo che gli avrebbe sparato volentieri alla prima occasione. “Non siamo qui per toglierti di mezzo. Se hai sequestrato quattro persone ci deve essere un motivo, giusto? Forse anche più di uno, dico bene Anonimo?”.

Come mai hanno mandato una donna dei reparti speciali?”.

Perché, al momento, sono la più preparata per affrontare crisi di questo genere!”.

L’uomo sorrise e lo vide anche Bravo 1.

Posso consegnarti questa radio?”.

Facciamo così, mando la piccola a prenderla. Tu non muovere un muscolo, oppure ammazzerò il fratellino, va bene?”.

La bambina, prima di uscire dal cancello, diede un’occhiata ai genitori. Scese i gradini voltandosi indietro più volte, cercando di vedere se il fratello stesse bene. Quando arrivò davanti alla donna in tuta blu e un passamontagna a coprirle il volto, prese la radio e corse indietro. La consegnò all’uomo che lasciò andare il bambino.

Sembrò ritornare la calma, una calma apparente.

Gli operatori del N.O.C.S. avevano osservato tutto attraverso binocoli, oppure i visori agganciati alle armi di precisione. Avevano anche ascoltato ogni singola parola che si erano detti. Ma chi diavolo era questo Anonimo? Cosa voleva?

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Max e Maya si fermarono in Via della Conciliazione: non avevano mai visto tante macchine ferme. Peter annusò l’angolo dell’incrocio e fece suo quel nuovo territorio.

Un altro passo, e batterò il record di distanza da casa! disse osservandoli.

Max si sgrullò l’umidità dal pelo e si mise seduto. Osservava la fila interminabile di auto, poi si girò verso il bassotto: ma se ti spingi tutti i giorni fino al castello!

Certo, ma ci vado sempre con la mamma!

Perché ti ostini a chiamarla mamma? Gli umani non hanno niente a che vedere con noi! ribatté Maya. Lei stava ferma sul marciapiede, a contemplare le macchine che avanzavano lentamente. Per tutti i San Bernardo della terra, deve essere successo qualcosa da queste parti. Chi vuole dare un’occhiata alzi la zampa!

Max si grattò un orecchio con la zampa posteriore e tornò a guardare l’amica: io la zampa non la alzo, però ti seguo!

Maya digrignò i denti, una sorta di sorriso, e disse: allora si va a vedere!

I due, senza attendere la decisione di Peter, avanzarono verso Castel S. Angelo procedendo sul marciapiede. Il bassotto rimase immobile, gli occhi sui due compagni che si allontanavano.

Ehi, aspettatemi! Cosa combinerete senza di me? e corse cercando di raggiungerli.

Giunsero nell’area del parcheggio di fronte agli ingressi del parco, ma non potevano proseguire oltre: l’area era transennata e decine di poliziotti non facevano passare nessuno. Maya annusò un paio di transenne e fece pipì. Sapeva di aver attirato lo sguardo degli uomini in divisa blu. Tre cani sciolti senza padroni che li seguissero avrebbero attirato la curiosità di chiunque.

Allora, come vogliamo procedere? Chiese Peter. Si mise a sedere guardando prima il labrador, poi lo York Shire.

Perché non passiamo sotto? Scendiamo sull’argine del fiume e usciamo dall’altra parte, propose Max.

E non sarà la stessa cosa dall’altra parte? Io dico di tornarcene a casa finché possiamo farlo! disse Peter. Alcuni poliziotti parlavano fra loro, forse chiedendosi cosa ci facessero tre cani senza guinzagli e padroni lì davanti.

Ma tutti i bassotti della terra sono fifoni come te? fece Maya. Muoviamoci, prima che gli umani decidano di catturarci! E il labrador proseguì lungo le transenne fino alle scalette che portavano al Tevere. Max e Peter la seguirono senza fare commenti.

Sotto il lungotevere, nell’argine sinistro, tirava molto vento. I peli di Max erano quelli che ne risentivano di più, rendendolo buffo. Hai le orecchie rovesciate! bofonchiò Peter.

Max scosse tutto il pelo e quasi sbandò finendo nel fiume. Si riprese quasi subito: Odio quando le orecchie mi si rovesciano. Odio quando piove e quando tira vento. Maya, sei sicura che qua sopra ci sia qualcosa che valga la pena vedere?

Il labrador si girò senza rallentare l’andatura, ogni tanto annusava l’asfalto. Ti dico che c’è qualcosa di interessante, lo sento da quando siamo arrivati alle transenne!

Sarà, ma secondo me faremmo meglio a tornare a casa, disse Peter.

Mandarono avanti il bassotto, che si affacciò quasi davanti all’ingresso di Castel S. Angelo. L’area era sgombra, nemmeno l’ombra di un umano.

Cosa vedi? chiese Max.

Tutto libero, rispose Peter.

Maya uscì allo scoperto annusando l’aria, procedendo lungo il muretto che sovrastava il fiume. A poche decine di metri c’erano altre transenne e qualche uomo che controllava l’ingresso del parco.

I tre cani si fermarono fissando l’entrata, le orecchie alzate a captare rumori, i tartufi si aprivano annusando l’aria pregna di nuovi odori.

Defiliamoci sulla sinistra, forse non ci noteranno, disse Maya.

Se lo dici tu, le rispose Max.

Mi scappa, devo farla, s’intromise Peter.

Maya si girò verso il bassotto e le uscì una specie di guaito: devi farla per la paura?

Peter la fissò per qualche istante, noi bassotti siamo i cani più coraggiosi, ricordalo, anche se… forse questa situazione mi ha stimolato un po’.

Seguitemi senza dare nell’occhio! Maya avanzò un passo dopo l’altro finché raggiunse le ultime transenne sulla sinistra. Max e Peter le correvano dietro, varcando il cancello in ferro.

Ehi, è stato facile, quasi come spaventare un gatto! esclamò il bassotto.

Maya digrignò i denti, come per ridere. Parli tu, che non spaventeresti nemmeno un cucciolo di gatto…

Max allargò la bocca in un sorriso: Già, un bassotto che spaventa i gatti, non credo si sia mai visto!

Cos’è una coalizione contro di me? Se continuate così, vi tolgo il saluto.

Uh, come siamo permalosi, ribatté Maya.

I tre cani si fermarono all’improvviso, uno vicino all’altro, e si misero ad annusare l’aria. A sinistra c’era una ringhiera e, sotto di essa, una stradina che conduceva verso il parco giochi per bambini: gli odori sembravano provenire da lì.

 

“Una banda a quattro zampe” 3° Parte

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I due rapinatori vennero ammanettati, fra alcuni turisti che si erano fermati incuriositi per la scena.

Il cielo, intanto, era diventato sereno, e un sole tiepido aveva iniziato ad asciugare le stradine del centro di Roma. E dei tre cani? Non c’era più traccia. Apparsi come tre spettri, così se ne erano andati chissà in quale altro luogo.

Ma quella domenica, la gente, difficilmente l’avrebbe dimenticata. Come mai? Intanto si erano alzati in volo due elicotteri, che sorvolavano la zona di Castel S. Angelo e il Lungo Tevere. Accadeva raramente e, quando succedeva, voleva dire che si era messo in moto l’apparato della sicurezza. Non c’erano manifestazioni quel giorno, tanto meno incidenti da richiedere l’intervento di due elicotteri.

Pattuglie della polizia di stato, dei carabinieri, guardia di finanza e vigili urbani stavano convogliando verso Castel S. Angelo. I due elicotteri controllavano la zona dall’alto. Le sirene dei mezzi squarciavano il silenzio di quella domenica pomeriggio, inducendo la gente ad affacciarsi alle finestre. Curiosità per quanti mezzi attraversassero Via della Conciliazione, il traffico bloccato, mentre molti agenti piazzavano transenne a formare un enorme perimetro intorno a quel monumento.

Il vallo esterno venne chiuso. Tutto il giardino esterno del castello non era più transitabile, nemmeno a piedi.

Qualche curioso si era avvicinato per chiedere, ma nessuno poté rispondere: quelli erano gli ordini. Un gruppo di giornalisti aveva piazzato il furgone nello spiazzo adiacente a Via della Conciliazione, altri ne sarebbero giunti presto. Qualcosa stava accadendo, qualcosa di sensazionale, che tutti i media avrebbero voluto raccontare all’Italia e al mondo intero.

Le auto pattuglie attraversarono il parco di Castel S. Angelo, fermandosi lungo la via alberata: i lampeggianti illuminavano parte dei tronchi d’albero. Gli agenti scendevano con le pistole in pugno, lasciando le portiere aperte e le radio che gracchiavano.

Il questore di Roma era giunto con un’auto blu, fermandosi ad osservare la zona riservata ai bambini, ora completamente sgombra.

Avete notizie dell’uomo?” chiese a uno degli agenti.

Il poliziotto lo salutò: “Non ancora, Signor Questore. Si è asserragliato laggiù e tiene in ostaggio quattro persone, una famiglia sembra, composta da padre, madre, un figlio e una figlia. Al momento non ci ha fatto pervenire nessuna richiesta!”.

Il questore prese un binocolo dalle mani del poliziotto, avanzò di due passi, osservò attraverso il binocolo tutto il parco. Si fermò quando vide alcune scalette e una rientranza. Un cancello sbarrava l’ingresso, non c’erano vie di fuga, per quel che ne poteva vedere.

Le alte sfere delle armi chiamate in causa si riunirono: ufficiali dei Carabinieri e della Polizia dovevano prendere alcune decisioni. Si misero in disparte per non intralciare gli uomini che dovevano tenere d’occhio la zona. Il rapitore veniva guardato a vista. Nessuno poteva muovere un solo dito senza un ordine diretto.

Un uomo in divisa scese nella zona sottostante, scivolando piano tra l’erba e terra, finché giunse su un sentiero sterrato. I suoi occhi erano fissi sul castello, sulla scalinata, su quella rientranza che finiva con una porta chiusa da molto tempo.

Intravide cinque persone, fra cui due bambini.

Alzò le mani e iniziò ad avanzare un passo dopo l’altro. Agganciata alla cinta c’era una radio portatile, nessuna traccia di armi.

Si fermò a dieci metri di distanza: “Ehi, sono disarmato e sono qui per avere un contatto con te!”.

Nessuno rispose e quelle cinque persone ferme sembravano sagome, oppure manichini.

Mi senti?” proseguì il poliziotto, “Ho bisogno che tu mi risponda, devo dare la conferma ai miei superiori che va tutto bene!”.

Non va bene un cazzo di niente!” urlò l’uomo.

L’agente stava per avanzare, ma ci ripensò: “Come sarebbe a dire? Hai quattro ostaggi lì con te, ma ti consiglio di non torcere un solo capello a quelle persone.”.

Stanno bene, per adesso! Ma tu che cazzo vuoi? Chi sei?”.

Sono solo il contatto, quasi un ambasciatore. Voglio solo farti qualche domanda e, se sei d’accordo, mi vorrei avvicinare!” fece un giro su se stesso alzando le braccia in alto. “Hai visto? Non porto armi con me!”.

Se fai un altro passo, giuro che li ammazzo, sbirro di merda!”.

Posso sapere almeno il tuo nome? Devo portare qualcosa ai miei capi, capisci? Devo far sapere che collaborerai e che non farai del male a nessuno!”. Abbassò le braccia e attese.

Non ho nomi, non ho patria, né una madre che mi sta aspettando a casa! Ti può bastare?”.

Il poliziotto osservò quelle sagome nascoste nell’ombra, “Ho capito” gli rispose, “allora ti chiamerò Anonimo, visto che non hai nomi da darmi.”.

L’agente fece ritorno dai superiori. Un capannello di ufficiali quasi lo aveva circondato e così disse: “Viene dal nord Italia, forse dal Veneto, per quel che ne ho capito. Non ha nome né cognome e ci siamo accordati per chiamarlo Anonimo, per ora.”.

Gli ostaggi stanno bene?” chiese qualcuno.

Fece un gesto di assenso. “Volete un mio parere? Fate intervenire i N.O.C.S, oppure il reparto dei G.I.S.” si accese una sigaretta e fece un paio di tiri. “C’è sufficiente spazio per ucciderlo con un colpo di precisione.”.

Ha fatto richieste?”.

Non ancora, potrebbe anche trattarsi di un invasato, di uno che non sa nemmeno quello che sta facendo…” fece una pausa, osservando quel buco in cui si era nascosto con i quattro ostaggi.

A pensarci bene, mi ha detto che non ha nomi, né una madre e nemmeno una patria. Quello che ha detto non ha una logica. Chiamate quei dannati reparti speciali e facciamo la finita prima di sera!”.