Il mondo perfetto [Prima parte]

Un uomo dai capelli bianchi stava attraversando il quartiere Scientifico di Andromeda, la città sotterranea. Erano anni che studiava un modo per ripulire la terra, o ciò che ne era rimasto, per sperare, un giorno, di tornare ad abitarla. Quanto gli mancava, nessuno era in grado di dirlo.

Tutto era cambiato da quando era stata fondata Andromeda, persino il modo di muoversi da una via all’altra, attraverso mezzi all’avanguardia.

L’uomo scese dall’auto, una macchina dall’aspetto aerodinamico con sportelli ad ali di gabbiano. Pochi istanti e si richiuse emettendo uno sbuffo: le luci si spegnevano a comando vocale, grazie ad una sofisticata centralina.

Il dottor Maximilian Droe si era fermato sotto l’ampio ingresso del palazzo, una grande tettoia che proteggeva l’entrata dell’edificio. Prima di spingersi oltre, si era fermato a osservare le grandi scritte dell’azienda: P. O. A. (Program Ologram Active).

Sorrise, perché si trattava di una copertura per quello che stavano tentando di creare.

Si aggiustò l’abito, come sempre aveva fatto, e proseguì verso la vetrata. Alcuni robot si muovevano all’interno dell’edificio, il rumore dei cingoli quasi non si sentiva dall’esterno. Erano esseri piccoli, a cui non ci si faceva caso, ma possedevano armi micidiali se attaccavano gli intrusi.

Era tutto cambiato nel giro di cinquanta anni, le società scientifiche avevano investito milioni di dollari per fondare la città più complessa che il genere umano avesse mai visto e che avesse mai abitato.

Il robot 451 girò all’improvviso convergendo verso l’ingresso, i suoi sensori avevano captato qualcosa nelle vicinanze. Un puntatore laser aveva agganciato una possibile minaccia, così lo teneva sotto tiro. Un congegno di lettura, nel frattempo, stava misurando dei valori, il tutto in pochi istanti, in un battito di ciglia. La risposta giunse al robot, l’ordine era di non fare fuoco.

Il dottor Droe non era a conoscenza di quello che era appena successo, si stava solo avvicinando al lettore posto di fianco all’ingresso. Era tutto nella norma, dopo che un lettore ottico gli aveva controllato l’iride e l’impronta vocale.

“Benvenuto, dottor Droe.” aveva detto una voce femminile. La porta a cristalli si era aperta di lato, lasciandolo entrare.

Maximilian osservò in silenzio l’ambiente, quella grande stanza che una volta accoglieva l’ufficio pass e relazioni con il pubblico: c’era solo un bancone bianco, persino i computer si erano portati via. Era tutto cambiato, ora. Le macchine, nel tempo, avevano preso il posto dell’uomo. Sofisticati microchip erano migliori del cervello di un essere umano, erano più affidabili e non si ammalavano. Che tristezza, pensò. Gli mancava il contatto umano.

Scacciò quei tristi ricordi e si avviò per prendere l’ascensore. Un centinaio di led controllavano i suoi movimenti, quelli di qualsiasi essere avesse varcato quella porta.

Un altro lettore ottico era stato installato di fianco all’ascensore, che fece esattamente il suo dovere, mentre, alle sue spalle, i robot della sorveglianza controllavano il perimetro dello stabile. Erano silenziose, quelle macchine, silenziose e non commettevano mai errori.

“Portami al quarantacinque!” disse il dottore appena era entrato, “Come desidera, signore.” rispose la stessa voce dell’ingresso.

“Ha passato una felice notte?” L’uomo si era innervosito, erano anni che gli veniva fatta la stessa domanda, ogni volta che riprendeva a lavorare. Ma, d’altronde, non erano altro che programmi, facevano solo quello che gli veniva chiesto, niente più e niente meno.

Non appena entrò nel suo studio, il dottor Droe, si era lasciato tutto alle spalle, persino quanto gli desse fastidio il contatto con le macchine. “Le fredde creature dell’uomo”, così le aveva sempre definite.

“Buon giorno, dottore” disse Stan Conbar. Era seduto davanti alla sua postazione e gli era bastato udire i soliti rumori che faceva per riconoscerlo, non appena si era tolto la vecchia giacca a doppio petto e aveva poggiato l’antiquata valigetta di cui non si separava mai. Il dottore non era altro che un anziano abitudinario.

Stan si era voltato per lanciargli un sorriso, uno strano sorriso, dicendogli: “Venga a vedere con i suoi occhi!” Poi si era accorto che anche il dottore non stava più nella pelle e che aveva capito dal suo sguardo, dalla soddisfazione per alcuni risultati inaspettati.

“In queste ultime dieci ore siamo progrediti su tutti i fronti, ci daranno altri stanziamenti, ne sono convinto!”

Max si era quasi tuffato al suo fianco, osservando i cinque monitor fissati alla grande scrivania. Leggeva i dati a mente, i suoi occhi scorrevano su tutto ciò che c’era scritto nella finestra di progressione.

“I Naniz sono una realtà!” disse con tono di trionfo.

“Non ci speravo proprio.” ribatté Max spostando lo sguardo sul Primo Assistente, “E li abbiamo già creati?” chiese. Tornò a leggere gli schermi, mentre Stan gli spiegava le modalità di sfruttamento.

“Non è tutto!” disse sorridendogli: “Abbiamo ultimato gli Ologrammi, entro questa notte dovrebbero diventare attivi.” Stan si era appoggiato di peso allo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto, aspettando altri complimenti dal dottore. Ma questi non giunsero: Maximilian si aspettava altre sorprese, la classica ciliegina sulla torta.

“Tutto qui?” chiese Droe, il suo volto era mutato in delusione perché aveva altre aspettative sulle ultime ore.

“No! Non è tutto qui.” Stan Conbar aprì una cartella elettronica e prese una penna ottica che diresse sull’apice destro del foglio elettronico. Digitò un codice segreto che conoscevano in pochi e, sui cinque schermi al plasma, comparve una scritta lampeggiante:

Progetto Eclissi Totale

Program starting

Dal computer lampeggiarono cinque led rossi e alcuni processori lavorarono ad un codice criptato, infine comparve una data, un giorno, un mese e un anno.

“E’ fra una settimana!” gridò Maximilian Droe, alcune lacrime gli rigarono le guance, ma a lui non importava perché il sogno di una vita si stava per realizzare. Quante ore, o giorni, o mesi ci aveva lavorato? Non lo sapeva quantificare, ma presto la terra sarebbe stata purificata e l’uomo sarebbe potuto tornare a vivere in superficie.

“Grazie!” gli aveva urlato mentre si lanciava in una sorta di abbraccio, “Grazie per aver creduto in questo progetto!”