“Sogno globale” (Prima parte)

tsunami

   L’alba di un nuovo giorno arriverà e, quando accadrà, l’uomo risorgerà dalle sue ceneri. Aprirà gli occhi e piangerà compatendosi. Quando avrà versato anche l’ultima lacrima, egli si guarderà intorno, calpestando rovine e città distrutte. Laghi prosciugati, coste devastate e carne in decomposizione.

   All’alba di un nuovo giorno, il sole tornerà a sorgere mostrando a tutti quello che è accaduto. La terra avrà preso nuovi confini, gli oceani circonderanno nuovi continenti. L’uomo sarà il primo testimone dell’orrore che ha scosso tutto e tutti.

   La società, per come un tempo la conoscevamo, cesserà di esistere. Collasserà con chi ha tentato di stillarla nelle generazioni. Una società che ha insegnato poco o nulla i valori su cui credere. E’ andata verso l’orlo di un abisso profondo, cadendo negli oscuri recessi. Ma gli errori insegneranno alla generazione sopravvissuta. Gli uomini, come hanno sempre fatto, si tireranno su le maniche e ricominceranno a vivere rispettando la natura: questa volta sul serio, perché solo la natura circonderà il genere umano.

* * *

Teresa afferrò il cellulare e digitò il numero della redazione radiofonica.

“Pronto?”

“Ciao, sei in onda. Sei anche la prima ascoltatrice a chiamare. Qual è il tuo nome?”

“Teresa, ma…”

“Scusa se t’interrompo! Come mai hai chiamato? Curiosità, oppure c’è dell’altro?”

Teresa si ammutolì, per puro caso aveva fatto un giro fra le frequenze radio quella sera e, quando aveva sentito il titolo del brano in lettura, era rimasta incuriosita. Sembrava tanto un sermone stile romanzi di fantascienza, di quelli catastrofici che a lei neanche piacevano.

“Ma come vi permettete di leggere delle simili assurdità?”

“Cosa c’è, queste parole ti provocano paura?”

“Non è questo il fatto, è solo che molta gente potrebbe spaventarsi!”

“E allora che cambino stazione! Viviamo in una democrazia, fino a prova contraria. E siamo un’emittente nuova. Mi permetti un’ultima domanda?”

Teresa attese qualche secondo, la rabbia le stava scivolando via: “Va bene, ma che sia l’ultima!”

“Va bene Teresa. In questi giorni tu, o qualche tuo conoscente, avete fatto un sogno su un terremoto, uno tsunami e su una catastrofe nucleare?”

Nessuna risposta.

“Teresa, sei ancora lì?”. La linea venne interrotta, il programma proseguì.

* * *

   Decine di persone hanno fatto un sogno, giorni fa. Un utente di un blog, che fa parte di questo gruppo, ha scritto l’incubo e lo ha pubblicato. Alcune testate giornalistiche lo stanno riportando in queste ore e, l’eccezionalità dell’evento, si sparge tra gli internauti come una macchia d’olio.

   La domanda è questa, cari ascoltatori: perché tutte queste persone hanno fatto lo stesso sogno? Alcuni esperti l’hanno già definito Sogno Collettivo, oppure Sogno Globale. Ma la domanda resta senza risposta, al momento. Perché?

* * *

Teresa spense la radio ma rimase a fissarla per parecchi secondi. Le veniva da vomitare. Si chiese perché avesse chiamato quel numero e per quale motivo avesse ascoltato quella dannata trasmissione.

“Ho bisogno di bere!” disse a sé stessa, al suo riflesso sul vetro della finestra del soggiorno. Roma, anche se di notte, viveva le serate primaverili di marzo.

Quando lo speaker parlava del Sogno Globale, lei ebbe un colpo al cuore e una strana sensazione, un cattivo presagio. Anche lei faceva parte di quel ristretto gruppo di sognatori, ma ancora non aveva commentato quel post sul blog.

Si versò un bicchiere di vino rosso e si mise seduta sulla poltrona e meditò a lungo.

“Tanti progetti per la testa”

Copertina - Any man

Un uomo qualsiasi va a gonfie vele, anche perché ho ricominciato a scrivere. Questa finestra sul mondo, che mi da la possibilità di interfacciarmi all’esterno, credo che mi serva per esercitarmi e per sfidare di continuo la mia fantasia. Una fantasia che va alimentata con nuove idee, nuovi progetti e poi gettata nel mio blog in pasto a un potenziale lettore.

Sono contento di aver scritto gli ultimi due racconti dopo una pausa ininterrotta di quindici mesi. Mi hanno ridato fiducia e voglia di proseguire sul mio sentiero, in continua salita. La vetta è ancora lontana!

Lupo

Intanto, prima di cimentarmi in un’altra storia, devo rileggere “Dreamworld – Io, Katy e Lupo” e proseguire la stesura degli ultimi due capitoli. Credo molto in questo romanzo, di cui ho anche iniziato a scrivere una sceneggiatura di un possibile episodio pilota. Una volta terminato questo romanzo, mi dedicherò ai racconti. Sapete, “Any man – uomini semplici in storie fantastiche” è terminato ed è solo in attesa di una possibile pubblicazione. Però la mia passione non deve fermarsi mai, anche perché a me piace immaginare una trama, alcuni personaggi e cercare di renderli vivi a me e a chi volesse leggere.

Di solito non scrivo post del genere, preferisco andare al sodo con racconti brevi o lunghi. Sul mio blog ci sono anche interi capitoli di futuri romanzi, che attendono di essere terminati. E’ come se fosse un grande cassetto con dentro molte storie: alcune, per adesso, sono incomplete. Tutte le persone che amano scrivere hanno stralci di racconti abbandonati in quel cassetto. E’ più che normale. C’è sempre bisogno che l’idea venga sviluppata in maniera ottimale. Alcune idee hanno bisogno di tempo, finché tutti i particolari siano visibili all’autore stesso.

In questi ultimi due mesi mi sto guardando intorno: ci sono parecchi blog interessanti che seguo. Proprio uno di questi mi ha dato l’idea su quale racconto proseguire. Sogno globale, una storia nata da un incubo che ho fatto qualche anno fa. Chissà se riuscirò a farvelo piacere.

Intanto vi ringrazio per la pazienza. Buon fine settimana a tutti.

“Team Omega” (Decima parte)

Roma di notte

In quel momento a San Pietro.

Finalmente Piazza San Pietro aveva riacquisito silenzio e tranquillità. Il muro di contenimento sembrava proteggere bene quello spazio limitato dal resto di Roma. Il Team Alpha si trovava sopra al colonnato: nella zona sicura. Il capo squadra stava valutando chi sarebbe sceso per il pattugliamento del perimetro.

“Alpha 2 e 3 scenderanno sulla piazza. Portatevi armi e caricatori per sicurezza.” disse il Tenente.

“Ma non dovevamo uscire in cerca di sopravvissuti?” chiese Alpha 4, il nome di battesimo era Max.

“Inizialmente erano queste le disposizioni, poi sono cambiate molte cose. Rispetteremo gli ordini del Colonnello!” nessuno aggiunse altro, Elena Delzi e Philip si prepararono a scendere dal colonnato.

Iniziarono dal lato ovest, camminando vicino ai basamenti di cemento e lastre di plexiglas che separavano la zona infetta dal resto della piazza. Quel muro riusciva anche a fermare quasi del tutto il rumore che provocavano gli infetti dall’altra parte, inoltre era opaco e le sagome apparivano quasi delle ombre innocue.

Elena, durante la perlustrazione, non aveva detto una sola parola. Imbracciava il mitra e dava delle occhiate fugaci su quello che le si stagliava davanti.

“A cosa stai pensando?” le chiese il compagno.

“A quel tizio, al giornalista. E’ riuscito a sopravvivere per due mesi in questo fottuto casino. Mi domando come abbia fatto.”

“Fortuna?” disse Philip, “O forse è stato aiutato da qualcuno.”

“No. Credo ci sia molto di più.” Si fece silenziosa, poi disse: “Abbiamo mai visto in faccia Cristiano Turri? Qualche documento che attesti la sua identità?”

Philip non rispose, però valutò quello che aveva appena sentito.

“Va bene, la mia è solo una stupida ipotesi, una supposizione. Chi conosce questa storia oltre noi e lui?”

“Diego Vorra, immagino.” disse Philip senza pensarci molto.

Il Team Alpha si riunì vicino alla postazione radio, Alpha 4 afferrò il microfono: “Centro Comando, qui Alpha 4, rispondete Passo!”

Apaches 3

In quel momento, nell’Edificio Obiettivo.

All’interno c’erano tavoli rovesciati, computer distrutti e monitor sbriciolati. Se qualcuno avesse voluto spostarsi senza fare rumore, gli sarebbe stato impossibile.

Julie corse lungo il corridoio di sinistra, Trevor l’aveva vista con la coda dell’occhio. Lui si riparò dietro la prima scrivania ribaltata.

I Team Bravo e Delta scelsero il corridoio di destra, tentando di nascondersi dietro oggetti abbastanza solidi. Al loro ingresso erano stati accolti a colpi di arma da fuoco, schegge di legno e pezzi d’intonaco volavano ovunque.

Il sergente accese il Visore Interattivo e vide gli otto puntini blu dislocati nell’edificio. Ne vide sei al piano di sotto, mentre due dovevano trovarsi al piano superiore, quello soppalcato.

Chiamò Julie, ordinandole di restare ferma e a terra. Il cane ubbidì e aspettò il compagno. Attesero in silenzio e nella semi oscurità dell’ambiente: Trevor stava valutando un piano sicuro per uscirne entrambi vivi.

Le altre due squadre erano salite al piano superiore, coprendosi a vicenda. Ci furono degli spari, colpi singoli in rapida successione. Dopo qualcuno aveva detto per radio: Soppalco libero!

Rimase un solo ambiente da ripulire: il seminterrato. Trevor vide i sei bersagli dislocati quasi a coppie, quindi decise di usare le cariche di C4, quelle progettate per Julie con l’innesco a tempo. Ne lanciò due sul lato nord e sud, finché udì le urla dei tizi che tentavano di sfuggire all’esplosione.

Le detonazioni avvennero puntuali, dieci secondi dopo aver toccato terra. Nubi di detriti e polvere salirono fino al piano superiore. Persino pareti e muri avevano subito tremori rischiando di collassare su sé stessi.

Passati cinque minuti, il sergente chiamò il Centro Comando.

“Centro Comando, qui Omega 1: bersagli a terra, ripeto: bersagli a terra! L’obiettivo primario non è all’interno dell’edificio. Diego Vorra non è qui. Team Omega richiede Punto di Estrazione per rientro alla base.”

Non gli giunse nessuna risposta.

Hangar

Hangar Sala Operativa Centro Comando.

C’era un insolito silenzio all’interno dell’Hangar, fogli sparsi a terra, un monitor giaceva in un angolo con al centro un foro di proiettile. Vicino alla postazione radio c’erano due persone e, una di queste, era il Colonnello John Stewart. Alla radio tentavano di mettersi in contatto con il S.O.C.C. senza riuscirci. Dietro alcune scrivanie giacevano una decina di corpi.

“E’ stata una mossa astuta la sua” disse il Colonnello, “spacciarsi per un giornalista che nessuno ha mai visto in faccia.”

Diego Vorra sorrise, in mano stringeva una pistola. “Adesso basta con i complimenti ipocriti! Voglio solo un elicottero e un volo per il tuo paese!” disse in tono seccato, quasi fosse annoiato per la situazione.

Il Colonnello non sembrava agitato, cercava solo di prendere tempo. “Se il mondo collassasse per l’epidemia, lei cosa farebbe?”

Vorra rise: “Quando un uomo come me ingegna un piano di questo tipo, puoi starne certo, c’è sempre un posto dove andare. Comunque ho in mente una cosa in grande stile, un sogno che hanno avuto uomini come Cesare, Napoleone, o lo stesso Hitler: governare il mondo e disciplinarlo secondo i miei voleri.”

“Uccidendo il genere umano?”

“Non necessariamente. Sopravvivrà solo chi mi serve.”

“E la piaga che ha rilasciato su Roma?”

“Un piccolo monito. Chi produce questo virus sarà presto cancellato dalla faccia della terra!” disse Diego Vorra con un sorriso sulle labbra. Per radio giunsero alcune notizie dalla Corea del Nord: Diversi ordigni nucleari sono esplosi all’interno della Corea del Nord. Una nube radioattiva si muove verso il Giappone. Varie scosse sismiche sono state registrate oggi, con epicentro proprio Pyongyang.

“Pensavo di avere più tempo.” disse Diego Vorra. Alcuni elicotteri si stavano avvicinando all’hangar, pale e rotori provocavano un rumore assordante.

“Perché non richiami i tuoi superiori e gli suggerisci di farmi usare uno dei vostri elicotteri?” armò la pistola puntandola alla tempia del Colonnello. “Ho degli affari che mi attendono!”

Il Colonnello s’irrigidì temendo il peggio ma aveva una domanda da porgli: “Allora mi conferma che non ci sia alcuna cura per questo virus?”

“Certo che esiste.”

La porta d’ingresso saltò in aria, una nube di polvere e detriti finì all’interno e il Team Omega fece ingresso. Julie corse tra i banchi rovesciati dall’onda d’urto: aveva pochi istanti per bloccare il soggetto. Diego Vorra sparò un colpo che andò a vuoto ma Trevor lo centrò in pieno petto.

Altri uomini varcarono l’entrata: Bersaglio a terra! Riponete le armi, è tutto finito! disse una voce per radio.

Il corpo di Vorra era disteso a terra, del sangue gli usciva dalla bocca ma ancora era in grado respirare. Il Colonnello Stewart s’inginocchiò davanti a lui e gli sostenne la testa: “L’unica cura al virus ero io” disse l’uomo, “ecco perché avevo la certezza di quello che stavo facendo. Il mio sangue contiene l’antidoto!”

Diego Vorra morì domenica 8 febbraio 2015 e con lui anche la possibilità di guarire da quel virus. Il mondo conobbe l’inferno in terra, cominciando da Roma e propagandosi per tutta l’Europa, fino al resto del mondo.

“Team Omega” (Nona parte)

apache - squadra

Trevor Johnson controllò lo zaino tattico e prese un nuovo congegno tecnologico: un Visore Interattivo. Poteva sembrare un normale elmetto. Lo indossò e abbassò una visiera gialla. Il Visore si attivò, collegandosi a due satelliti sempre on-line. Dopo alcuni secondi, davanti ai suoi occhi, apparve una mappa dei quartieri di Roma. Alcuni puntini rossi sembravano fermi, immobili, inoltre poteva vedere le coordinate di spostamento per raggiungere il Punto Alpha –Bravo.

“Ah, la tecnologia” disse il sergente, “non è stupenda?”. Julie alzò la testa e lo guardò abbaiando un paio di volte.

“Forse hanno paura che ci perdiamo per le strade di Roma.” e sorrise.

Julie 4

Il Team Omega si preparò a scendere dalla zona sicura, Julie venne imbragata e calata con una corda. Il Team Alpha controllò l’area da cui sarebbero usciti: sotto il colonnato di San Pietro, dove ancora giacevano i metal detector con due dita di polvere sopra. I palazzi nelle vicinanze erano parzialmente anneriti, le finestre distrutte. C’erano segni di esplosioni e incendi avvenuti nei due mesi di completo abbandono. Diverse auto erano state lasciate in mezzo alle strade.

Trevor e Julie uscirono dalla piazza, spostandosi velocemente. Si fermavano ad ogni riparo occasionale, evitando di fare rumore. Il Visore Interattivo gli mostrava quali strade evitare: quelle con troppi puntini rossi. Gli infetti sembravano statue di sale, probabilmente aspettavano un rumore, un suono, oppure un odore che gli risvegliasse interesse e fame.

Raggiunsero il Punto Alpha – Bravo dopo appena dieci minuti, evitando di attirare su di sé sgradevoli attenzioni. Si fermarono all’incrocio con Piazza Risorgimento, l’edicola era distrutta e, al centro della piazza, era visibile la carcassa dell’elicottero. Erano passati appena due mesi dal giorno dell’incidente e Roma sembrava perduta per sempre.

I Team Bravo e Delta giunsero in piazza: entrambe le squadre erano all’interno di un blindato Lince. Erano otto uomini – quattro per squadra – e dovevano collaborare con il Team Omega. Erano appena passate le 13:02.

Lince 2

Il blindato spostò due auto messe di traverso, mentre dal cielo rumori di elicotteri si sentivano sempre più vicini. Due AH64 Apache sorvolarono Piazza Risorgimento, alzando polvere e cartacce disperse sulle strade.

Julie era a terra vicino a una fiancata di un’auto, lo sportello lato guida aperto. Dentro, sul sedile opposto, c’era un infetto che non poteva muoversi a causa della cintura di sicurezza ancora allacciata. La puzza di bruciato e carne andata a male era ovunque.

Il sergente era in ginocchio a fianco del cane, pensava fosse un riparo sicuro prima che l’infetto si accorgesse di loro. Quella cosa lì dentro cominciò ad agitarsi, a ringhiare e muovere le braccia in avanti. Trevor afferrò il coltello dal fodero ed entrò nell’abitacolo. La lama penetrò nella tempia sinistra del mostro, il sangue non uscì quasi per niente, come fosse coagulato quasi del tutto. Il rumore che emetteva cessò quasi subito.

Team Omega in posizione e in attesa!” disse Trevor per radio.

Vi vediamo. Convergete su Edificio Obiettivo e trovatevi un riparo sicuro.

“Ricevuto, chiudo!”

Il blindato riprese a muoversi ma fu circondato da una decina di infetti: uomini, donne e un paio di bambini. Trevor vide la torretta superiore muoversi, ruotare sugli assalitori e sparare fiamme fino a tre metri di distanza. Gli infetti presero fuoco, si dimenarono cercando di entrare all’interno del mezzo, poi caddero a terra mentre le fiamme continuavano a bruciare vestiti e carne.

Trevor osservò attraverso il Visore Interattivo: non c’erano minacce nelle vicinanze. “Forza Julie, è il momento di muoversi!” disse spostandosi verso il muro più vicino. Il cane gli camminava al fianco.

Il blindato passò sopra alcuni cadaveri, dirigendosi all’incrocio tra la piazza e via Porcari. A destra c’era un grande edificio, una volta era stata una scuola, all’incrocio successivo c’era il palazzo che interessava alle tre squadre.

Trevor vide otto puntini blu sulla visiera, proprio all’interno dell’edificio che dovevano neutralizzare. Non si trattava di infetti, ma di persone vive e che respiravano ancora. Si fermarono davanti all’Edificio Obiettivo e non c’era alcun riparo nei pressi.

Il palazzo era uno dei più bassi, forse tre piani contando il seminterrato, e aveva finestre ad ogni lato. Il sergente si affacciò da una finestra e vide un piano soppalcato, qualcuno si era mosso: i vetri opachi non gli permettevano di vedere bene, ma il Visore Interattivo non mentiva.

Alle spalle del sergente giunse il blindato, i due Apache volavano sopra Piazza Risorgimento tenendo sotto controllo il loro bersaglio.

Il portellone posteriore del Lince si aprì e scesero velocemente entrambi i Team Bravo e Delta: un solo uomo sarebbe rimasto all’interno e controllava la torretta superiore.

Trevor e Julie si misero di lato alla porta, mentre un uomo della Delta portava con sé un ariete e dell’esplosivo.

“Sfondiamo e entriamo! Qualsiasi cosa che si muova va abbattuta, ripuliamo tutto l’edificio e torniamo al Punto di Evacuazione. Domande?” disse un uomo del Team Bravo.

“Ricevuto!” disse il sergente Trevor, “Però il cane entra per primo!”

Fu sufficiente l’ariete per abbattere i cardini della porta e, due secondi dopo, Julie varcò la soglia correndo all’interno. Una densa nube di polvere faceva vedere poco, alcuni spari accolsero le tre squadre che fecero ingresso. Il sergente imbracciava il suo FNF2000, montava una piccola torcia allo iodio per illuminare gli ambienti in penombra o al buio. Ogni Team prese una direzione diversa.

“Team Omega” (Ottava parte)

SOCC

In quel preciso istante.

Domenica 8 febbraio 2015 – S.O.C.C. (Sala Operativa Centro Comando).

L’hangar, in poche ore, venne trasformato in una sala strategica degna di questo nome. C’era un tavolo enorme al centro esatto, su cui poggiava una carta molto dettagliata di Roma. Questa si estendeva fino al Grande Raccordo Anulare, da cui iniziava l’esile confine di Quarantena. Vicino alle pareti c’erano decine di altre scrivanie, con schermi al plasma e potenti computer di ultima generazione. Il Colonnello John Stewart gestiva tutto questo assieme ai suoi assistenti.

Una porta a due battenti si aprì e fece ingresso un gruppo di uomini in divisa, alcuni portavano faldoni di documenti e carte arrotolate. Il Maggiore Rossi era il responsabile dell’U.I.R. (Ufficio Informazioni Riservate).

Era un uomo sulla sessantina e, nonostante il mondo vivesse sull’orlo dell’apocalisse, indossava una divisa impeccabile, pulita. Portava capelli corti e brizzolati.

Gli uomini del Colonnello si fermarono, mentre il Maggiore attraversava l’hangar a passo svelto.

“Le avevo chiesto di diramare l’ordine per la nuova operazione!” disse al Colonnello. Erano entrambi faccia a faccia, solo l’enorme tavolo posto al centro dell’edificio li divideva.

“L’Operazione Contenimento è quasi terminata, che ne dice di attendere un paio d’ore?” disse in tono pacato.

“Lei non è qui per suggerire ma per eseguire le direttive!”

Il colonnello sorrise: “Come pretende di vincere battaglie se sposta a casaccio le forze in campo? Ah, ho capito! Vuole far felice qualche fottuto graduato!”

“Ho qui con me mappe satellitari. Adesso lei ordina ai suoi di far spostare quegli uomini e iniziare l’Operazione Drago di Fuoco. Non ora, immediatamente!” disse il Maggiore.

“Non si azzardi mai più a darmi ordini, soprattutto davanti ai miei uomini!” ribatté il Colonnello.

Il Maggiore rise: “Lei non sa chi rappresento.”

“Per quel che mi riguarda, potrebbe rappresentare anche il presidente in persona. Sono un Colonnello, lei è un Maggiore e si metta sugli attenti per rispetto di gradi e anzianità. Questo è un ordine diretto!”

Il Maggiore gettò i due faldoni a terra, aveva le labbra serrate per la rabbia. Si mise sugli attenti e fece il saluto formale. Il colonnello rispose al saluto con un velato sorriso sulle labbra.

“Adesso contatterò le squadre Alpha e Omega e chiederò l’esito dell’operazione. Soltanto dopo diramerò le coordinate per la nuova operazione.” disse il Colonnello in tono pacato, come se nulla fosse successo.

I due uomini si fissarono per altri secondi, finché il colonnello parlò: “Adesso può andare, Maggiore!”

Il Maggiore uscì dall’hangar, seguito dai suoi assistenti. L’aria, all’interno dell’edificio, era quasi immobile, come lo erano tutti gli uomini del Colonnello. In quei momenti nessuno si era azzardato a muovere un muscolo. Una voce alla radio fece tornare tutti al presente, ricordando che c’era una guerra da combattere.

Centro Comando, qui Alpha 1. Operazione Contenimento terminata. Piazza San Pietro è sicura! Adesso possiamo accogliere gruppi di sopravvissuti e trasportarli oltre il perimetro di Quarantena, chiudo.

Il Colonnello sorrise. “Abbiamo il primo civile da evacuare: mandate un elicottero a prelevarlo!”

Apaches al tramonto

A Piazza San Pietro, pochi minuti dopo.

Uno sparo echeggiò nella piazza e il sergente Trevor Johnson tirò a sé l’otturatore: un bossolo da 12 mm cadde rimbalzando fra i sampietrini. “Bersaglio a terra!” disse.

“Sergente” affermò il Tenente Conti per radio, “se continua così, finirà tutti gli infetti in serata!”

Julie mugugnò, allungò le zampe anteriori sul marmo, poi si rimise a terra. Era uno dei suoi modi per attirare l’attenzione su di sé. Il sergente controllò ancora Via della Conciliazione: decine di cadaveri erano immobili. Sapeva che non si sarebbero più rialzati e che, forse, adesso avevano trovato una specie di pace eterna.

“Ore 12, elicottero in arrivo!” disse Elena Delzi. Rumori di eliche si avvicinavano e, pochi minuti dopo, un AH64 Apache apparve all’orizzonte. I portelloni laterali erano aperti e l’equipaggio iniziava l’operazione di recupero. Per radio, il pilota, diede gli ordini al Team Alpha su dove portare il civile per trasportarlo a bordo. Venne calata una scala di corda su cui il giornalista si arrampicò. Prima di salire a bordo, Cristiano Turri si era messo degli occhiali da sole, infine aveva salutato tutti con un gesto della mano. L’elicottero prese quota e scomparve alla visuale.

Julie 2

Appena trascorsi pochi minuti di silenzio, una voce ruppe il silenzio radio. Il Centro Comando chiedeva di parlare con i comandanti dei Team Alpha e Omega.

Messaggio prioritario – disse il Colonnello Stewart – nuove direttive per Team Alpha.

“In attesa!” rispose il Tenente.

Presidiare la piazza e difendere da possibili attacchi. Ci fu rumore di statica, poi udirono di nuovo la stessa voce: Team Omega si sposta su nuove coordinate gps. Sincronizzazione con Visore Interattivo. Due satelliti operativi agganciati su griglia. Ordini d’ingaggio: sparare solo se necessario. Al Punto Alpha – Bravo congiungersi con Team Bravo e Delta. La nuova Operazione ha inizio immediato e, nome in codice, sarà Operazione Drago di Fuoco. Confermate ricezione nuove direttive?

Trevor si alzò in ginocchio, accarezzò Julie sulla testa e le sorrise: “Confermo ricezione nuove direttive! Qual è il bersaglio?”

Bersagli multipli. Priorità primo obiettivo: catturare soggetto di nome Diego Vorra, possibilmente vivo. Catturare o eliminare cellule Isis. Controllare eventuale documentazione. Distruggere edificio – obiettivo. Supporto aereo: elicotteri di attacco Apaches. Il colonnello si schiarì la voce. Adesso parlo a titolo personale, ragazzi. Non credo nel destino, ma nelle scelte dei singoli individui. Oggi abbiamo squadre che, nel 2011, non sono riuscite a gestire una situazione più grande di loro. Oggi, mentre la razza umana è in declino, c’è la possibilità di rimettere tutto in ordine. Mi auspico che facciate le scelte giuste! Inoltre ricordate: per affrontare gli infetti servono sangue freddo, astuzia, velocità e tattica. Che Dio vi protegga. Chiudo.

“Team Omega” (Settima parte)

Elicottero da trasposrto

La peste del ventunesimo secolo, ecco come l’hanno chiamata nel 2011. I servizi segreti vaticani e Squadre Tattiche sono riusciti a contenerlo per miracolo. Sono morte decine di persone, però l’hanno fermato in tempo.” continuò il giornalista.

Trevor guardò attraverso l’ottica del fucile, vide una donna sul marciapiede e ne osservò i movimenti: barcollava però si dirigeva verso la piazza. Ripensò alle parole del giornalista mentre tratteneva il respiro e premette il grilletto. Il proiettile ci mise due secondi a raggiungere il bersaglio e penetrare l’occhio sinistro. L’infetta cadde giù come un birillo. “Bersaglio neutralizzato!” disse alla radio.

L’operazione Contenimento proseguiva senza sosta. Gli elicotteri da trasporto mettevano giù cemento e lastre trasparenti, gli uomini a terra li rendevano stabili. Il Team Omega vegliava dall’alto e li proteggeva dalla lunga distanza. Si trattava di un lavoro che doveva essere ultimato il prima possibile.

“Lo sa sergente che quel giorno venne dato per la prima volta il Codice Rosso?”

“Non ne so nulla di questa storia.” rispose Trevor.

“Eppure le dovrebbe interessare, perché oggi vive in questo mondo a causa di avvenimenti e persone responsabili di questa catastrofe.”

Il sergente si girò di nuovo e lo fissò negli occhi.

“Ho una sola fonte, che poi è la stessa che ha provocato l’incidente nel 2011 e anche questa nel dicembre 2014!”

Trevor si tolse microfono e auricolari e chiese: “Conosce di persona questa fonte?”

“Certo, ecco perché hanno tentato di uccidermi parecchie volte. Si chiama Diego Vorra!”

“Il nome non mi dice niente.” disse il sergente.

“Non dirà nulla a lei ma lo chieda a qualche suo superiore e vedrà cosa ne pensa.”

Julie 3

Trevor diede due carezze a Julie, dopo si concentrò a perlustrare le zone vicine alla piazza. Non c’erano infetti da abbattere e tutto sembrava andare meglio del previsto. Gli elicotteri d’attacco avevano fatto una pulizia eccellente. Si rimise microfono e auricolari.

“Il 7 dicembre 2014 io ero in piazza per incontrare quel tipo. Voleva che scrivessi un articolo su quello che stava per compiere: il più grande genocidio fatto dall’uomo.”

Trevor non si girò verso il suo interlocutore, qualsiasi minaccia poteva apparire in qualunque momento: “Continui pure, la ascolto.” disse inquadrando il primo incrocio con Via della Conciliazione. Vide un altro infetto, un anziano che aveva voltato l’angolo attirato dai rumori degli elicotteri. Fece partire un colpo e lo vide accasciarsi sul cofano di una macchina abbandonata.

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“Non ci siamo incontrati di persona, credo che avesse paura di essere scoperto. Così ha cambiato strategia: ha contattato l’equipaggio dell’elicottero privato e li ha pagati per aspettare. Ha versato una fialetta intera di quel virus all’interno della cabina di comando. Il resto lo ha visto con i suoi occhi.”

Rimasero un po’ in silenzio, mentre in Piazza San Pietro avevano quasi finito l’Operazione di Contenimento.

“Conosco anche chi ha fornito il virus a Vorra.”

“Lei è una minaccia per quei balordi. Immagino la vorranno morta, oppure infetto di quel dannato virus.”

“Se n’è accorto anche lei?” chiese il giornalista.

“Chi erano quei tizi che erano sulle sue tracce?”

“Cellule dell’Isis. Mercenari che sguazzano felici in un mondo come questo. L’importante è che vengano pagati per quello che valgono e per quello che fanno.”

“Visto che mi vuole raccontare tutto, chi ha dato a Vorra quella fiala?” chiese Trevor controllando i proiettili nel caricatore.

“Vedo che l’ho incuriosita, bene, perché il suo paese, gli Stati Uniti d’America, hanno contribuito a quello che stiamo vivendo.”

“Non ci credo!” disse Trevor.

“Non ufficialmente, però in un magazzino chiamato The Last Warehouse venivano nascoste fiale contenenti quel virus. Anche lì è scoppiato un focolaio dell’epidemia: la stampa non dice nulla a riguardo.” Il giornalista si zittì mentre in piazza veniva calato l’ultimo tratto di muro di contenimento. Il Team Alpha stava lavorando senza sosta e, presto, sarebbero risaliti sopra al tetto del colonnato.

“Va bene, alcuni coreani avevano affittato un box e, in questi mesi, stoccavano casse contenenti fiale con questo virus.” Prima che il sergente gli facesse un’altra domanda, lui si affrettò a terminare: “Parlo della Corea del Nord, naturalmente.”

“Team Omega” (Sesta parte)

littlebird

Avevano pochi secondi per trovare riparo: il Team Alpha si gettò a terra. Il giornalista, appena ripresosi dallo spavento, si mise vicino Philip.

“Alpha 3, proteggi il civile! Non deve cadere nelle loro mani e non deve morire!” disse il Tenente.

“Può scommetterci quello che vuole, Signore!”

Il capo Team si portò il microfono vicino alla bocca: “Sergente Trevor, grazie per l’aiuto. Quanti bersagli vede?”

Trevor, che non aveva smesso di osservare le colonne dalla parte opposta, rispose: “Altri tre bersagli armati di kalashnikov e lanciarazzi.” Scarrellò di nuovo ed inquadrò un altro bersaglio. Siamo arrivati da appena un giorno e abbiamo già un comitato di accoglienza, pensò.

“Alpha 4, ripristina il contatto con il comando e chiedi subito supporto!” Il Tenente, assieme alla donna, strisciarono fino alla fine del tetto del colonnato.

“Se attirate l’attenzione su di voi, posso abbatterli uno alla volta!” disse il sergente Trevor. Via della Conciliazione iniziò a diventare affollata. Una, due, poi decine di sagome si muovevano lentamente verso le fonti di rumore. Uscivano dagli incroci, dalle vetrine sfondate, come un esercito silenzioso e inarrestabile.

“Abbiamo compagnia.” costatò il Tenente.

xm25

Trevor ebbe un’idea: rovistò nella sacca delle armi e tirò fuori il suo XM25, un lancia granate che aveva in dotazione. Si girò a guardare Julie e le diede l’ordine di rimanere a terra. “So che le esplosioni t’innervosiscono, ma devi fare come ti dico!”. Il cane guaì e mise il muso fra le zampe. Sapeva che doveva attendere.

Caricò la granata nell’alloggio e alzò la mira verso i bersagli.

“Sergente, non li eliminerà mai con le granate: hanno troppi ripari!”

“Mi lasci fare, Tenente, so quello che faccio!”

Gli infetti si avvicinavano alla piazza, alcuni barcollavano e tentavano di intercettare la fonte del rumore. Sembravano confusi. Allo scoppio della prima granata, si voltarono tutti a sinistra e s’incamminarono verso il fumo denso e i detriti che rotolavano in terra. Il piano del sergente stava dando i suoi frutti, così lanciò altre granate e le urla dei vivi ne attirarono degli altri. Gli infetti oltrepassarono le ringhiere inciampando su di esse per poi rialzarsi. Gli spari dei Kalashnikov ne attiravano degli altri.

“Comando! Siamo sotto attacco!” urlò Alpha 4 per sovrastare il rumore degli spari.

Quanti infetti?

“Non si tratta di infetti, ma un gruppo ostile – quattro unità per adesso – armati di armi leggere e RPG. Arrivo stimato per supporto aereo?”

Dieci minuti, approssimativo.

“Roger!”

Ci furono rumori di statica, poi la voce del Colonnello: Devo sapere l’etnia dell’unità!

“Europea, chiudo!” rispose Alpha 4.

I colpi di mitra diminuirono e Trevor lasciò che gli infetti cancellassero la minaccia. Un gruppo di dieci bloccò a terra l’ultima vittima e, mentre la divoravano, un’ultima sventagliata di proiettili scalfì una colonna.

Dei rumori di elicottero si avvicinavano rimbalzando nelle vie del centro di Roma. All’orizzonte apparvero due Littlebird e quattro Chinhook. I velivoli più grandi avevano delle funi di acciaio a cui erano appesi pannelli di plexiglas e basamenti di cemento. Oscillavano a causa del vento.

Una voce per radio disse: Cinque passaggi di rastrellamento. Rimanete al sicuro!

Trevor e Julie erano sempre sull’angolo esterno, quello più vicino a Via della Conciliazione, e potevano vedere bene. Due Littlebird si abbassarono a un metro da terra e, in volo stabile, spararono con mitra automatici M230 da 30 mm. Il rumore era assordante, polvere e detriti si spargevano ovunque. Gli infetti venivano falciati come bambole di pezza. I piccoli elicotteri si alternavano una volta finiti i proiettili.

Julie 4

Julie li osservava, orecchie basse, mentre provocavano quei rumori assordanti. Sapeva che non gli avrebbero fatto nulla, li aveva già visti in azione molte altre volte. Sentì una mano posarsi sul suo fianco: Trevor l’accarezzava per farla sentire meno irrequieta.

Gli elicotteri d’attacco terminarono l’operazione di ripulitura e nuovi ordini giunsero dal comando.

Confermate Piazza San Pietro come zona potenzialmente sicura?

“Conferma visiva!” disse il Tenente Alfredo Conti.

Roger! Team Omega in copertura dall’alto. Il superstite deve raggiungere la sua posizione e rimanere al sicuro. Team Alpha si disimpegna per ancoraggio mura di contenimento!

“Confermo nuovi ordini ricevuti! Chiudo!” disse il Tenente.

Il giornalista Cristiano Turri si spostò lungo il tetto del colonnato e raggiunse il sergente Trevor e Julie. “A quanto pare vi devo fare compagnia” gli disse mettendosi seduto vicino a loro.

Trevor si tolse la coperta mimetica e riprese il fucile di precisione: lo sistemò sul treppiede e cambiò un altro caricatore. “Se non parla gliene sarò grato.” rispose secco Trevor.

Il giornalista prese una giacca pesante dalla borsa di Trevor: “Non si offende se me la metto? Fa un freddo cane oggi.” Julie si girò a fissarlo, poi tornò ad osservare la piazza. Il Team Alpha si stava calando con delle corde. Trasportavano armi e una cassetta con degli attrezzi. Li vide correre vicino all’obelisco, saltando corpi dei cadaveri che giacevano lì da ore.

Quattro Chinhook, gli elicotteri più grandi, scendevano lentamente per posare a terra basamenti di cemento e lastre di plexiglass. I quattro membri dell’Alpha si divisero in due squadre e cominciarono l’ancoraggio del muro di contenimento.

“Lo sa che a tre isolati da qui, il 21 maggio 2011, ci fu un versamento di un virus all’interno dell’Università Cattolica?” disse il giornalista.

Trevor sentì tutto, nonostante il rumore degli elicotteri.

“Parlo di un virus aerobico, probabilmente lo stesso con cui oggi possiamo vederne le conseguenze.”

Trevor si girò: “Come diavolo fa a saperlo?”