“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (quarta parte)

ufficio-soppalcato

Si ritrovarono tutti e quattro in ufficio.

“Tutto bene Charles?” gli chiesero.

“Io si, voi?”.

“Tutto bene, a parte i pantaloni da cambiare.” rispose Borys.

“Certo, continuate a fare gli spiritosi, così finiremo come i tre Coreani!” disse Charles.

“Ah, quelli sono morti da un pezzo e non ci devono preoccupare!” ribatté David.

Il fratello non partecipava all’allegra conversazione, pensò solo a controllare i video collegati alle telecamere. Aveva un sospetto, un tremendo sospetto. E se ora fossero in sette a dargli la caccia, si chiese.

“Va bene, siamo in quattro!” disse Charles.

“Anche loro sono in quattro!” gli fece eco David.

Charles lo ignorò: “Per adesso siamo al sicuro!”.

“Siamo in trappola.” affermò Borys. Si mise seduto spalle alla porta e gambe incrociate. Fissò per alcuni istanti Charles, poi gli chiese: “E tutte quelle belle cose che avevi portato dal seminterrato?”.

Charles sgranò gli occhi, poi sconsolato rispose: “Le ho lasciate lì, mentre uno sporco coreano mi puntava una pistola in faccia!”. Senza aggiungere altro, si diresse verso il tavolo che stava sulla parete di destra e ci si mise seduto sopra.

Mentre Alfred continuava a controllare corridoio per corridoio, esclamò: “Ehi, potremmo telefonare ai soccorsi, alla guardia nazionale! Ah, già, qualche testa di cazzo ha distrutto la centralina telefonica!”. Si fece cupo e proseguì: “Inoltre qui dentro non c’è campo per i cellulari.”.

“Mi dispiace” disse Borys, “sapevamo che stavi per fare qualche cazzata, così avevamo deciso di bloccare ogni tuo tentativo. Sono andato io a mettere fuori uso la centralina.”.

“Sapete una cosa?” disse Alfred fissando i monitor, “Possiamo ancora fuggire di qua e chiudere le porte dell’ingresso.”.

“Una cosa è certa! Siamo isolati dal mondo e il paese più vicino è a qualche miglio.” disse Charles, “E non so se sia una cosa positiva.”.

“Comunque siamo nella merda fino al collo!” affermò Alfred, indicando il video numero sette. Si avvicinarono tutti a guardare e notarono quello che non avrebbero mai voluto vedere: i tre Coreani erano diventati come la famiglia Ching.

“Allora sono zombie!” disse Borys.

“Ma non dire cazzate! Gli zombie non esistono.” rispose David.

“E quelli come li chiami?” ribatté Borys indicandoli, “Quelli sono morti che camminano!”.

“Non camminano” disse David, “quelli strisciano!”. I Coreani si trovavano nel corridoio che aveva percorso Charles per fuggire, solo che erano privi di gambe. Strisciavano trascinando il tronco e quello che ne restava degli arti inferiori.

“Dio, che schifo!” affermò Borys.

“Il problema è che stanno venendo dalla nostra parte.” disse Alfred osservando il monitor. Ci fu un attimo di silenzio, mentre lui muoveva la telecamera usando il joistick.

“Come faranno a capire che siamo qui?” chiese Borys.

“Adesso scendo e glielo chiedo!” rispose sarcastico David. Mentre gli altri si voltarono a fissarlo, i tre Coreani, o quel che ne restava, si bloccarono quasi davanti alla rampa delle scale.

Alfred guardò di nuovo il monitor, cupo, chiedendosi come fare a fuggire. L’idea geniale sarebbe stata scegliere qualcuno come esca: scartò subito Borys. Inoltre sarebbe stato opportuno riuscire a prendere quegli oggetti che Charles aveva abbandonato nel corridoio. Quanto avrebbe voluto stringere la sparachiodi in mano, forse l’unica arma decente di cui potevano disporre.

“Ehilà, c’è qualcuno?”, la voce proveniva dall’ingresso, aperto ventiquattro ore su ventiquattro: tutto per soddisfare clienti fissi, o potenziali.

Poi se ne aggiunse un’altra: “Volevamo chiedere delle informazioni!”. Una coppia, un uomo e una donna, apparvero sul monitor uno. Si guardavano intorno, come per capire dove fosse finito il personale del magazzino.

“Forse siamo salvi!” disse Alfred.

Attesero davanti ai video in silenzio finché Alfred disse: “Va bene, o ci muoviamo adesso, oppure finiremo come la famiglia Ching”. Indicò il monitor uno.

“Che fine avranno fatto i cinesi?” chiese Borys. Charles, prima di aprire la porta, si voltò verso quest’ultimo: “Spero solo che siano dall’altra parte del magazzino!”.

“Giusto, muoviamoci!” disse David, poi si accigliò: “E di quei due che ne facciamo?”.

“Saranno il nostro diversivo!” disse il fratello. I Coreani non c’erano più, quindi il passaggio doveva essere libero. Charles aprì la porta e tutti e quattro sgattaiolarono fuori, evitando di fare rumore. Iniziarono a scendere i gradini, cercando di captare il minimo suono. Un passo alla volta, uno per volta, Alfred sentiva l’adrenalina scorrergli nelle vene.

“Cristo, non lo toccare!” fu l’uomo ad urlare e doveva trovarsi oltre la soglia dell’ingresso.

“Ma non ha più le gambe!” disse la donna. Poi l’uomo urlò e si udirono rumori lotta, finché il tizio disse: “Mi ha morso!”. La donna cominciò a piangere, a dire parole senza alcun senso.

Alfred fece segno agli altri di seguirlo e corsero fino all’ingresso. Le porte a vetro erano chiuse e blindate, ma si aprivano grazie a un sensore di movimento: stavano per uscire fuori, quando Borys si fece bianco in volto.

“Chi ha le chiavi per chiudere l’ingresso del magazzino?” chiese a tutti. Gli altri si frugarono nelle tasche ma invano. Nei loro sguardi c’era panico, terrore, sgomento e, infine, rassegnazione. In ufficio c’era una bacheca appesa al muro e tutte le chiavi dovevano essere rimaste lì.

Nella stanza adibita ad ingresso i magazzinieri non dissero nulla. Fu Alfred a parlare per primo: “Nemmeno le chiavi della macchina ho preso!”.

All’improvviso una mano sbatté contro lo stipite della porta. Era insanguinata, con rivoli di sangue che scendevano fino all’avambraccio. Poi vi fu un tonfo e un corpo cadde a terra ben visibile a tutti. Aveva gli occhi ancora aperti, che fissavano un punto indefinito del soffitto, le labbra socchiuse. Del corpo dell’uomo ne era rimasto ben poco.

Rimasero immobili e in silenzio, come se occhi e menti cercassero ancora di dare un senso a quello che gli stava accadendo. Udirono altri rumori, passi strascicati, provenire dal corridoio più vicino a loro e fu allora cha apparve il signor Ching. Occhi dal colore opaco fissarono i ragazzi ancora in vita, le braccia si protesero in avanti e un urlo gutturale, che nulla aveva di umano, gli uscì dalla bocca ancora sporca di sangue.

Fuggirono senza urlare, correndo e cercando di distanziare il più possibile la minaccia. Attraversarono il parcheggio con auto ferme ma inservibili e corsero per miglia e miglia lungo l’unica strada asfaltata che conduceva alle prime case abitate. Il gruppo si disperse, l’ultimo era Borys Eyes.

Nove cadaveri ambulanti uscirono dal magazzino. Quattro avevano il corpo quasi intatto, gli altri cinque avevano difficoltà di movimento, anche se non si sarebbero mai fermati, fino prossima vittima.

Così cominciò la Pandemia Globale Virale che distrusse il genere umano.

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“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (Terza parte)

magazzino

Charles Moore corse come un forsennato senza voltarsi indietro una sola volta, non ne aveva il coraggio. Doveva mettersi in salvo. Salì le scale due a due ripetendosi ossessivamente: “Sono fottuto, sono fottuto, sono…”. Aprì la porta dell’ufficio e la richiuse con il peso del corpo, poi scivolò lentamente a terra. Non pensò nemmeno di chiudersi a chiave. Si asciugò con l’avambraccio alcune lacrime che gli rigavano le guance e tirò su con il naso. La sua mente poteva anche essere evaporata, oppure svanita nel nulla, comunque era bloccata dal terrore che gli attanagliava le viscere.

Gli occhi vagavano per la stanza e inquadrarono un treppiede e una telecamera spenta ma con il vano a cristalli liquidi ancora aperto. Il respiro cominciò a farsi regolare, anche la sua mente iniziò a registrare qualche immagine. Si soffermò sui video che trasmettevano le immagini dal magazzino, quindi si alzò lentamente.

“L’audio” disse ad alta voce, “mi serve l’audio, così capisco cosa succede!”.

Alfred era a terra, come lo erano il fratello e Borys, la porta spalancata del box gli faceva da riparo. Lui poteva vedere, se solo si fosse sporto di lato.

Le urla dei Coreani erano stridule e rimbalzavano per i corridoi, quasi ossessive. A terra c’erano pozzanghere di sangue che si andavano estendendo. Cinicamente si ritrovò a pensare a chi avrebbe dovuto ripulire quel casino, oppure era solo un gioco della sua mente per non pensare a quello che gli stava accadendo. Vide, anzi intravide, la famiglia Ching chinarsi sui tre coreani, inchiodarli a terra con il peso dei loro corpi. Non c’era altro da vedere, ma i suoni flebili di morsi, abiti strappati con violenza, gli fecero quasi dare di stomaco.

Alfred teneva le mani aperte sul pavimento, ben aderenti, come se avesse avuto paura di scivolare verso quello che stava accadendo pochi metri più in là. Gli risultava persino difficile controllare il respiro. Aveva bisogno di pensare a come togliersi da quell’orrendo impiccio.

“Quando avranno finito con loro, toccherà a noi?” piagnucolò David.

Borys, disteso dietro a David, si guardò alle spalle. “Ma Charles che fine ha fatto?”.

“Non fate casino!” intervenne Alfred, “Non voglio che si accorgano di noi.”. Però la domanda gli assillò la mente: che fine aveva fatto Charlie Moore?

In ufficio i monitor erano tutti accesi, Charles aveva spinto via la sedia mentre, chino sulla tastiera, cercava la telecamera che monitorava il corridoio del Box 81. Ma quanti cazzo di corridoi ci sono, si chiese. I box erano un centinaio, le videocamere una decina. Gli bastava trovare quella che mostrava delle persone.

“Eccoli!” disse a voce alta. Zoomò quel tanto per vedere tre persone sdraiate a terra, nascoste da una porta che copriva quasi l’intero corridoio. Oltre si vedeva poco o nulla. Riconobbe un oggetto attaccato alla cintura di Alfred: la ricetrasmittente, e sperò che fosse impostata al minimo volume.

Si spostò a destra, quasi buttando giù il treppiede con la videocamera, e afferrò l’altra radio poggiata sul caricabatterie fisso. Tornò davanti ai video e l’accese.

“Alfred, mi senti?”, dopo ci fu un breve fruscio di statica. “Spostatevi lentamente indietro, senza fare rumore, e raggiungetemi in ufficio!”.

“Indietreggiate cazzo!” ribadì Charles.

Alfred afferrò la ricetrasmittente e se la portò all’orecchio. “E’ Charles, dice di indietreggiare senza farci vedere.” disse girandosi verso gli altri due.

“Che ha detto?” chiese Borys.

“Lo so che per te è complicato. Faresti prima a rotolare!” gli rispose David.

Alfred scosse la testa: ora ci manca che i due idioti si mettano a discutere, pensò.

“Anche se sono così…” fece Borys.

“Grasso!” finì per lui David.

“Oh, perché devi essere così stronzo! Se voglio indietreggio meglio di te!”.

Le urla dei Coreani erano cessate da un po’ di tempo e Alfred non ci aveva fatto caso, troppo impegnato a cercare un modo per scappare, possibilmente senza essere visti.

David continuò a punzecchiare Borys sempre parlando a bassa voce, finché ad Alfred si ghiacciò il sangue quando vide una mano apparire sull’estremità della porta. La faccia del signor Ching spuntò dal nulla. Per fortuna, se la porta fosse rimasta in quella posizione, il corpo non sarebbe potuto andare oltre.

“Cosa ne dite se ce la squagliamo?” disse Alfred senza togliere gli occhi da quella cosa. Il signor Ching emise un urlo agghiacciante, quasi distorto. Aveva la faccia rossa per il sangue, i capelli neri e fini sporchi e unti e gli occhi apparivano opachi. Dalla bocca gli uscirono quattro piccoli tentacoli che si protendevano verso nuove prede.

Alfred si alzò in un breve istante e tentò di indietreggiare ma cadde sugli altri due. David e Borys non avevano avuto gli stessi suoi riflessi: alzarsi e fuggire.

Il panico durò due secondi, poi si alzarono goffamente da terra. Il groviglio di braccia e gambe si districò subito dopo essersi accorti che la porta stava per essere divelta: il signor Ching non era solo, al seguito aveva il resto della famigliola.

“Vi vedo!” disse la voce di Charles attraverso la radio. “Correte in fondo al corridoio, poi voltate a destra: per adesso è tutto libero!”. Ci fu un attimo di silenzio, poi dalla radio udirono di nuovo la sua voce: “Cercate di seminarli!”.

I tre corsero con tutte le loro forze, l’adrenalina pompava nel sangue come non gli era mai accaduto prima e, in pochi secondi, svoltarono a destra. L’urlo del signor Ching si disperdeva fra i corridoi illuminati da lampade al neon, fra decine e decine di porte di box chiusi.

Imboccarono il corridoio più lungo ma si fermarono quasi a metà: Borys sembrò avere l’asma a causa del fiato corto.

“Cosa gli sarà accaduto?” chiese David.

“Non lo so. Ma tu l’hai visto com’era ridotto?” gli rispose il fratello.

“Forse gli ho fatto inalare un virus.” disse David. Alla radio udirono di nuovo la voce di Charles: “Se aspettate ancora un po’, i Ching banchetteranno anche con voi!”.

Borys si riprese dalla corsa, non sentiva più fitte dolorose che quasi gli spezzavano il fiato. “Manca poco!” disse a voce bassa.

Alfred indugiò per alcuni istanti, mentre gli altri due proseguirono a correre verso l’ufficio. Un pensiero cominciò a vorticargli in mente: se si fossero chiusi tutti e quattro in ufficio, non si sarebbero messi in trappola da soli? Ammesso che la famiglia Ching sapesse salire una rampa di scalini ripidi.

Raggiunse gli altri due.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (seconda parte)

I 4 magazzinieri dell'apocalisse

David Cook era corso per i corridoi che separavano tutti i box dell’enorme magazzino, anche spezzando in due il fiato che gli rimaneva in gola. Aveva sempre pensato che i coreani tenessero lì dentro qualcosa di pericoloso, anche perché non volevano essere seguiti quando trasportavano le casse di legno. Spesso venivano di notte, quando la sorveglianza interna era ridotta al minimo personale.

La sua mente, nonostante la corsa a perdifiato, cercava di plasmare qualche frase di perdono. Li aveva portati in quel box lui stesso ma, prima di condurceli, aveva controllato l’interno di una delle casse. Quella provetta dal liquido trasparente sembrava fare al caso suo: i quattrocento dollari non li avrebbe mai scuciti di sua spontanea volontà. Maledisse il fratello, che aveva intuito qualcosa, poi giunse a una decina di metri dal Box 81 e la sua gola si fece talmente secca, che faceva fatica a deglutire.

“Signor Ching, signora Ching, state tutti bene?”. In mano stringeva la chiave per aprire la porta: “Adesso vi faccio uscire! Ehm, c’è stato un malinteso e vi ho accompagnato al box sbagliato. E…” David appoggiò l’orecchio alla porta e rimase interdetto, gli era sembrato di sentire un rantolo, poi dei rumori come se qualcuno sbattesse ripetutamente i denti.

“Adesso giro la chiave e vi faccio uscire, d’accordo?” chiese. Con la mano destra inserì la chiave nella serratura ma rimase in ascolto. Qualcuno, dall’altra parte, tastava la superficie di ferro come se cercasse di scardinarla. Niente voci, niente maledizioni dette in lingua cinese, e questo gli risultò molto strano.

“Volete che apra la porta?”. Riuscì solo a sentire uno strano ringhio, poi una spallata fece tremare l’intero box e David si ritrovò a terra.

Una mano strinse la sua spalla e David urlò di paura: vide il fratello in piedi dietro di lui, poi gli altri due soci che correvano nella loro direzione.

“Siamo arrivati appena in tempo” disse Alfred, “quella credo che non sia più la famiglia Ching, la fiala li ha cambiati. Se solo non fossi corso via in quel modo…”.

Borys riprese fiato, le mani appoggiate alle gambe, lo sguardo a terra.

“Dobbiamo sbarazzarci di quei cosi prima che tornino i coreani.” disse Charles.

David Cook, prima di rialzarsi, chiese: “Avete qualche fottuta idea su come aprire quella porta senza che escano?”.

“Forse non sono poi così aggressivi.” disse il fratello.

Borys era il più grasso del gruppo, così puntellò una mano sulla porta. La famiglia Ching emetteva sempre quei suoni anomali. “Non credo che terrà per molto. Qualsiasi idea andrà bene, però sbrigatevi!”.

Charles indietreggiò di un paio di passi dicendo: “Vado a prendere qualcosa nel seminterrato! Voi intanto teneteli occupati, ok?”.

Borys cominciava a fare fatica, mentre i colpi inferti alla porta iniziavano a sbriciolare l’intonaco vicino alla serratura. “Li teniamo occupati? E con cosa? Ah, improvviseremo uno spettacolino coreografico!” urlò Alfred. I due fratelli si misero ad aiutare Borys cercando di non far cedere l’ingresso al box.

Passarono pochi minuti e udirono dei passi nel corridoio. “Allora ti sei sbrigato! Alla buon’ora!” urlò Borys. Tre figure si materializzarono nel loro corridoio, non era Charles ma tre tizi vestiti in abiti scuri, capelli corti e neri e indossavano degli occhiali da sole. Erano i Coreani.

“Oh cazzo! E adesso che gli diciamo a questi?” chiese David a bassa voce. Sia Borys che Alfred rimasero interdetti, paralizzati, con i palmi delle mani appoggiate alla porta del Box 81. Anche i nuovi arrivati si fermarono a cinque metri dai tre ragazzi ed uno di essi inclinò leggermente la testa, come per capire cosa stesse succedendo. I coreani non parlavano bene la loro lingua, però si facevano capire.

Il coreano che aveva inclinato la testa frugò nella tasca interna della giacca ed estrasse un piccolo vocabolario, lo lesse per alcuni istanti. “Voi, mocciosi, che ci fate qui?”.

Fu Borys a rispondere, aveva la maglietta fradicia di sudore e i capelli scompigliati: “Abbiamo sentito dei rumori qui dentro, però adesso è tutto tranquillo.”. il suo tono non fu dei più sicuri e, come per risposta, ci fu uno scrollone che costrinse i tre ragazzi a puntellare di nuovo la porta.

Altri passi lungo il corridoio e rumori di ferraglia fecero voltare i clienti del Box 81. Charles, appena li vide, rallentò il passo. Teneva in mano un piede di porco, una pala, un rastrello e un secchio di plastica con all’interno una spara chiodi. Il tizio con il vocabolario in mano lo sfogliò. Alzò un dito al cielo, poi lo puntò verso Charles, con fare minaccioso (o almeno quello era l’intento), e disse sbirciando fra le pagine del libretto.

“Voi adesso restate fermi dove siete e mi dite cosa…”, abbassò gli occhi sul testo e trovò la parola giusta, “cazzo sta succedendo qui! Altrimenti…”. Gli altri due non dissero nulla, sfilarono dalle giacche due pistole automatiche nere e lucidissime. Caricarono il colpo in canna con una mossa fluida e ne puntarono una su Charles, l’altra verso Borys e gli altri due soci.

Charles fece cadere tutto a terra e alzò le mani, come se fosse davanti a tre rapinatori di banca. Il rumore echeggiò nel corridoio e, un’altra spallata dall’interno del box, mandò a sbattere i tre magazzinieri contro l’altra parete. La serratura cedette di schianto e la porta si spalancò verso l’esterno.

La famiglia Ching si riversò fuori del box ma non vide i tre ragazzi nascosti dalla porta d’ingresso. I quattro cinesi (padre, madre e due adolescenti) avanzarono a passi lenti verso i Coreani. L’uomo con il vocabolario lo fece cadere a terra e si tolse gli occhiali in una mossa lenta, come se quella allucinazione fosse colpa degli occhiali che aveva indossato. Imprecò nella sua lingua mentre gli altri due scaricavano tutti i colpi che c’erano nei caricatori. La famiglia Ching, un componente per volta, cadde a terra lungo il corridoio. La puzza di polvere da sparo permeava in quell’ambiente stretto, anche l’assordante suono degli spari cessò dopo alcuni attimi interminabili. E i tre coreani prima sorrisero, poi gli uscì una risata sguaiata e irritante finché non videro il signor Ching alzarsi sulle ginocchia.

Charles Moore fuggì per primo urlando dalla paura e dirigendosi verso l’ufficio soppalcato. Le urla dei tre coreani si dispersero fra i corridoi che s’intersecavano in quel magazzino.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (prima parte)

Magazzino Di.A.Ra.

Alfred Cook prese la telecamera e la piazzò sul treppiede. Fece diverse prove prima di accenderla: voleva essere sicuro che il primo piano gli venisse perfetto. Aveva tutto in mente, non gli servivano fogli di carta scritti, né appunti riassuntivi. L’ufficio in cui si trovava non era altro che una stanza senza finestre, un paio di prese d’aria rendevano l’ambiente più vivibile.

Si mise seduto sulla sedia con quattro rotelle e sprofondò di qualche centimetro, poi accese la telecamera lasciandola in stand by: la sua immagine apparve in uno dei video piazzati sulla scrivania.

“Hei, tutto bene lì dentro?”, la voce proveniva da fuori la stanza. “Dai, apri questa cazzo di porta e ne parliamo!” disse David Cook, il fratello.

“Puoi scordartelo! Sto ancora guardando il casino che hai fatto nel Box 81!”.

“Non puoi farmene una colpa! Che cazzo ne sapevo che quei fottuti coreani ci tenevano quella schifezza lì dentro!”.

Ci fu un attimo di silenzio, Alfred non riusciva a togliere gli occhi dal video numero 5, quello che inquadrava l’interno del Box 81. “Registrerò tutto e lo pubblicherò su Youtube! Abbiamo bisogno di aiuto.”.

Una risata provenne da fuori l’ufficio. “Sei sicuro di quello che fai? Nessuno crederà al tuo maledetto video. Penseranno che sia un fake!”.

“Genio di merda! Cosa pretendi che faccia? Hai distrutto una famiglia intera.”.

“Erano solo dei cinesi e il Signor Ching era un baro a poker: mi ha fottuto quattrocento dollari in poche mani. Ti prego, apri questa maledetta porta!”. David batté quattro colpi alla porta, come se bastasse perché il fratello cambiasse idea. Salirono altre due persone, si trattava degli altri due soci del The Last Warehouse, il magazzino che gestivano assieme da quasi un anno.

“Alfred, sono Charles, perché non dai retta un attimo a tuo fratello?”.

“Perché adesso si fa a modo mio!”.

“Non usare il telefono, non ti servirebbe a nulla! Borys ha appena distrutto la centralina e non hai campo per telefonare con il tuo cellulare.”.

Alfred si alzò di scatto dalla sedia, portandosi davanti alla porta dell’ufficio: “Che cos’ha fatto Borys?” urlò quasi isterico.

Charles Moore si avvicinò alla porta che li divideva quei pochi centimetri: “Mi hai sentito, cazzo! Ha distrutto la centralina telefonica. Adesso ce la dobbiamo cavare da soli, come abbiamo sempre fatto! A proposito, come sta la famiglia Ching?”.

“Non c’è più quella nebbia, adesso vedo solo quattro persone distese a terra!”.

“Sono morti?” chiese David titubante.

“Che casino di merda.” imprecò Borys alle spalle degli altri due.

“Aspetta che glielo chiedo! Ma che domande fai? Comunque, se sono morti, come facciamo a toglierci da questo casino? Qualcuno verrà a cercarli!”.

“Li seppelliremo nel deserto!” disse il fratello.

“Li seppellirai, il casino l’hai fatto tu.”.

Borys girò la maniglia della porta senza riuscire ad aprirla. “Dai, facci entrare e decideremo tutti e quattro come tirarci fuori da questo casino.”.

“Aspettate, ho visto un braccio muoversi. O forse me lo sono immaginato!”.

“Di che diavolo parli? Quel gas che è uscito dalla cassa dei coreani non credo sia Aerosol.” disse Charles in tono apprensivo.

Alfred fece due passi indietro, la schiena finì contro la porta ancora chiusa. “Cristo!” disse a voce bassa ma lo sentirono anche gli altri tre. La chiave girò e la serratura scattò, così gli altri si precipitarono all’interno. Si fermarono tutti e quattro con gli occhi fissi sul video che trasmetteva le immagini della famiglia Ching. I quattro corpi si muovevano lentamente, come se si stessero risvegliando da un lungo sonno. I vestiti erano parzialmente lacerati in più punti e, il primo a tentare a rialzarsi, fu il capofamiglia che si mise in ginocchio e cominciò a guardarsi intorno, finché vide la telecamera con un led rosso che lampeggiava.

“Sono vivi!” disse David Cook e corse fuori dall’ufficio.

Alfred rimase immobilizzato davanti allo schermo, come gli altri due, mentre cercava di capire cosa ci fosse che non andava in quel quadretto familiare. Avrebbe voluto urlare al fratello di non scendere fino ai box e di aspettare ulteriori sviluppi, perché quel tizio che fissava la telecamera non sembrava lo stesso uomo di poco tempo prima. Però non aveva alcuna prova che alla famiglia Ching fosse accaduto qualcosa di brutto, anche se erano tutti e quattro in piedi.

Borys fu il primo a liberarsi dal torpore e fece due passi avanti per vedere meglio l’immagine trasmessa: “Prova ad accendere l’audio?” disse ad Alfred.

In effetti nessuno di loro ci aveva pensato: la telecamera a circuito chiuso aveva anche un piccolo microfono. Alfred si sedette sulla sedia e digitò alcuni tasti al pc. Udirono un breve fruscio poi delle voci basse simili a dei lamenti. Rimasero tutti e tre in ascolto.

“Ti sembra normale?” chiese Charles fissando le immagini.

“Cosa diavolo c’era in quella cassa?” chiese Borys.

“Perché mio fratello è sceso laggiù? L’ho sempre detto che è un perfetto idiota!”. Alfred mise la mano su un joistick a lato della tastiera e cominciò a muovere la telecamera in cerca di altri dettagli. Inquadrò la cassa coreana e parte del suo contenuto ma non riuscì a vedere nulla d’importante, a parte una fiala rotta all’interno.

“Era una specie di gas, credo.” disse Borys.

“Deve essersi disperso negli altri box, se la coibentazione non tiene.” affermò Charles Moore.

“Voi due dite solo cazzate” sbottò Alfred senza guardarli, “quello che mi preoccupa sono quei quattro disgraziati che sono rinchiusi lì dentro. Sono riuscito a vedere gli occhi del primo che si è alzato: avevano un colore che non avevo mai visto.”.

Charles posò i palmi delle mani sul piano della scrivania e disse in modo cupo: “Perché se ne stanno lì fermi? Non urlano, non chiedono aiuto. Forse dovremmo correre giù e fermare tuo fratello.”.

In quel momento udirono dei passi vicino all’ingresso del box e videro la famiglia Ching che si spostava verso la fonte del rumore.