“Baudrink”

faro2

Liberty Island – 18:40.

Carmelo, il picciotto numero 55, s’inginocchiò sulla scalinata che conduceva alle stanze della mega villa. Tremava, aveva una fottuta paura di guardare negli occhi il fantomatico Don Saryo. Quest’ultimo odiava le brutte notizie.

Don Saryo scese le scale, accompagnato da due picciotti vestiti in nero. Lo sforzo gli aveva provocato una specie di asma, così si fermò cinque scalini prima di Carmelo. Fece mente locale: la prima volta che avesse incontrato quel miserabile di Destino, gli avrebbe strappato gli occhi dalle orbite. Rise sguaiatamente, afferrò un block notes dalla tasca e scrisse i suoi pensieri.

Carmelo abbassò la testa, fissando lo scalino più vicino. Lui era il responsabile del “Bau Drink”, un locale che adesso non serviva più a nessuno. Chiuso dai sigilli di quei fetusi di sbirri. La scientifica di New York aveva aperto un’indagine per il canicidio di tre cani. E il locale l’avevano trovato semi distrutto e l’incasso…sparito.

“Perché sei qui?” chiese Don Saryo dopo una lunga pausa (l’aveva usata per riprendere fiato!). Fissò il dipendente e scandì queste parole: “Gennaro, perché non sei al locale?!?”.

Un picciotto gli fece umilmente notare che si chiamava Carmelo, non Gennaro.

Don Saryo riprese il taccuino e scrisse un appunto: i picciotti indosseranno maglie con il proprio nome stampato sul petto! Non poteva ricordarsi mille e passa fottuti nomi.

Carmelo singhiozzò, poi riuscì a riprendersi: “Ho una brutta notizia da portarvi!”.

“Brutta o bruttissima?” fece Don Saryo.

“La seconda che avete detto!”.

Don Saryo deglutì a fatica, cadde indietro finendo seduto su un gradino. La faccia divenne rossa, il respiro quasi un rantolo. Il sudore gli imperlava la fronte.

“I vostri cani…”, Carmelo fece un respiro profondo, infine fece un gesto eloquente: passò il pollice vicino alla gola.

“Tutti morti sono! Sembra sia stata l’Angelo dell’amore. Si faceva chiamare Angelina Jolie – Tomb Raider! Una bella figa!”.

Don Saryo si accasciò a terra, chiuse gli occhi per l’ultima volta e, il cuore, gli si spezzò letteralmente. I funerali sarebbero avvenuti nel giro di due giorni, per la gioia dei pretendenti al trono.

Stanza Bianca – 19:00 ore locali di New York.

Saryo si guardò intorno, circondato da quattro pareti bianche. Non c’erano né soffitto, né pavimento. Destino comparve alle sue spalle, senza provocare rumori. Amava spaventare chi saliva nella sua stanza. Ma Saryo non si fece cogliere impreparato: si voltò e lo afferrò per la gola eterea.

I due corpi fluttuavano, ma la mano del vecchio Diavolo…

Destino rantolò, piagnucolò qualcosa di indefinito.

“Adesso mi devi un favore enorme” sibilò il Diavolo, “voglio un corpo indistruttibile, perché devo tornare subito laggiù! Mi stanno aspettando!”.

[TumpTumpTump!].

“Mi è rimasto Robocop! Fanne buon uso. Ah, i colpi sono infiniti, ma non uccidere persone innocenti, o qualcuno lassù potrebbe incazzarsi di brutto.”.

Saryo sorrise e si ritrovò nel corpo cibernetico di Robocop.

New York – 19:01 – Commissariato di zona.

L’auto pattuglia 49 si fermò davanti alla scalinata del commissariato, lo sportello sinistro si aprì di scatto e ne uscì un nuovo agente: Robocop Saryo salì gli scalini. Il traffico della zona si era paralizzato, curiosi si stavano radunando per capire se stessero girando un film.

L’agente varcò l’ingresso e tirò fuori due pistole d’acciaio, automatiche, con colpi infiniti. Vide Angelina Jolie – Tomb Raider girata di spalle. Inconfondibile con quella treccia, quel portamento da figa di Hollywood.

“Ferma!” gridò l’agente.

Nata Libera si paralizzò, forse aveva un brutto presentimento.

“Sei in stato d’arresto per il canicidio di tre cani, per il furto dell’incasso del Bau Drink, danneggiamento alla proprietà privata…”.

Angelina avvicinò la mani alle fondine, si voltò lentamente e Robocop Saryo sparò 150 colpi uccidendola all’istante. Rimise le pistole negli alloggiamenti metallici, mentre il fumo ancora usciva dalle canne delle pistole.

“…E per resistenza all’arresto! Ti saresti fatta qualche annetto di galera!”.

Sononatalibera tornò da Destino per un altro corpo.

“Un mese senza te”

SAMSUNG

E’ un mese che te ne sei andato e ci manchi da morire.

In questi anni mi hai ispirato molte storie, solo osservando i tuoi comportamenti, cercando di comprendere il tuo carattere. Mi hai dato tanto Amore.

Mi sei sempre stato vicino, anche durante momenti difficili. A volte bastava guardarti per farmi tornare il sorriso e il buonumore.

Scodinzolavi e cercavi carezze, un po’ d’affetto, e la tua casa – la tua tana – si riscaldava d’Amore.

Grazie per tutto il tempo che hai trascorso al nostro fianco.

Max si comportava come un genitore apprensivo: restava sveglio ad aspettare il nostro rientro.

La notte del 20 ti ho sognato. Eri sdraiato sul letto, al mio fianco, poi hai sorriso appena mi hai visto seduto.

Una volta sveglio mi sono alzato di buon umore.

Oggi vorrei riproporre la prima parte di un racconto che scrissi tempo fa.

Ecco il link per la seconda.

https://carlofzappulla.wordpress.com/2012/07/30/una-banda-a-quattro-zampe-2-parte/

 

Una banda a quattro zampe

Maya1

Quando il mondo degli esseri umani si trova in guai seri, c’è qualcuno che cerca di correre ai ripari. Non capirete mai di chi sto parlando, finché non li vedrete con i vostri occhi entrare in azione.

 

La porta di casa era chiusa dall’esterno e non c’era nessuno, in apparenza.

Fuori pioveva, anche se lo scroscio d’acqua quasi non si udiva.

Max se ne stava sdraiato sul divano a due posti, occhi chiusi e respiro appena pronunciato. Ogni tanto le zampe anteriori si muovevano di scatto. Forse stava sognando.

Il cane aprì gli occhi all’improvviso e alzò la testa: rimase immobile per una decina di secondi nella penombra del soggiorno silenzioso. Le narici si aprivano annusando l’aria, fiutando odori che gli umani non avrebbero mai sentito.

Scattò giù dal divano, atterrando sul tappeto soffice e caldo. Annusò ancora l’aria che proveniva da sotto la porta e corse verso di essa. C’era qualcosa che lo attirava in modo oppressivo, così iniziò anche ad abbaiare.

Un altro cane si era fermato davanti alla porta di quella casa, un Labrador color crema, una femmina che Max conosceva molto bene.

Gli umani non sono a conoscenza del mondo animale, forse lo sono in modo marginale, superficiale. I cani, per esempio, riescono a parlare fra loro in un modo del tutto speciale, non solo attraverso gesti, oppure comportamenti.

Ehi, Max, sei troppo impegnato per farti una passeggiata con me? Chiese Maya dall’altra parte della porta.

Max si mise seduto: Fuori piove ancora?

Maya aveva il manto fradicio, così si scrollò via un po’ d’acqua e guardò il cielo grigio, da cui cadevano leggere gocce d’acqua. Temo di sì, non ha mai smesso!

Davanti all’ingresso passarono due persone con gli ombrelli aperti, si fermarono ad osservare il cane, che stava fermo davanti a quella porta e non aveva nessun guinzaglio, né vedevano il padrone nei paraggi.

Maya abbaiò un paio di volte, tanto per fugare qualche dubbio, e quelli ripresero a camminare per la loro strada.

Ah, falso allarme. I curiosi se ne sono andati! Disse Maya, annusando sotto la porta. Si mise seduta in attesa che Max uscisse.

Va bene, aspettami che sto uscendo…

Un piccolo sportello, a lato della porta, divenne visibile. Una specie di porta basculante, che era stata costruita per ogni evenienza. I padroni di Max avevano pensato a tutto, anche ad una via di fuga se ci fossero stati problemi in casa.

Eccomi qua, disse Max facendo capolino con la testa. Annusò la sua amica, prima sul muso, quasi a darle un bacio, poi l’annusò dietro. Il gesto gli fu ricambiato come un rituale che facevano con regolarità.

Cos’era tutta questa urgenza di uscire? Chiese Max alzando gli occhi al cielo. Qualche goccia gli era caduta sul muso, provocandogli fastidio. Lo sai che odio la pioggia, no?

Maya si girò a destra. La via in cui abitava Max era quasi al centro di Roma, con l’ingresso che dava direttamente sulla strada – per loro fortuna – così, per le loro scorribande, non avevano molti problemi a uscire fuori. Anche il Labrador aveva quasi la stessa possibilità di uscire, senza che nessuno se ne accorgesse. Entrambi odiavano gli appartamenti.

Max imitò l’amica, annusando l’aria. C’era qualcosa che non li convinceva.

Seguimi senza fare domande, disse Maya all’improvviso. Corsero entrambi per la via, fermandosi al primo incrocio. Un paio di motorini sfrecciarono davanti a loro, senza prestare alcuna attenzione. Max aveva approfittato per annusare l’angolo dell’incrocio e per segnarvi il suo territorio.

Attraversarono proseguendo verso Borgo Pio. Di domenica non c’è la confusione degli altri giorni, pochi negozi sono aperti e, quando piove, anche la gente preferisce rintanarsi al caldo.

Max si scrollò l’acqua dal pelo umido e accelerò raggiungendo la compagna: Manca molto? E poi cos’è tutto questo mistero?

Maya si fermò in mezzo alla via e guardò Max negli occhi. Non senti anche tu questo odore? Sta per succedere qualcosa che non mi piace.

Max annusò di nuovo l’aria umida e fece due passi avanti, giungendo all’incrocio con Borgo Pio. Alla sua sinistra c’era un bar aperto e, davanti all’ingresso, un motorino parcheggiato.

In effetti c’è qualcosa di strano, disse affacciandosi dalla porta a vetri. Maya l’affiancò, guardando l’interno. E videro due uomini con i caschi sulla testa, avevano qualcosa in mano che non avevano mai visto. Sentivano l’odore della paura, dell’adrenalina infestare quel luogo.

Cosa facciamo? Chiese Max.

Maya non smise di guardare, ma rispose: Ci vorrebbero Peter e Lucio!

“Un mafioso a quattro zampe”

08032011248

[A Max.]

Angeli e Diavoli, tutti a New York, a parte pochi che sono rimasti a scaldare caverne e nuvolette. Ma come non raccontare la piccola storia dell’unico essere vivente che non si è incarnato in nessun corpo?

Una creatura indifesa, simpatica, bellissima e… incazzatissima.

Nessuno ha capito di chi si parla?

Atipicoz aveva pensato a tutto, anche di recapitare quel povero cane a quattro brutti ceffi – picciotti – per l’esattezza. Quattro scagnozzi di Don Saryo, se vogliamo essere più precisi.

Quel cane era paziente, e aveva anche lui uno scopo in quella fottuta città. Ma andiamo con ordine, perché la storia non è semplice, ci sono molte cose in ballo: aspirazioni, vendette, una sfida, l’orgoglio di esseri che non mettono piede sulla terra da quanto tempo? Solo Lui lo può sapere!

Max attese che gli uomini del mafioso più rispettabile d’America discutessero animatamente su minchiate futili. E così avvenne. Si mise seduto a fissarli, mentre il primo pugno centrava la guancia del picciotto più piccolo: 1 metro e ottanta con un corpo da armadio a quattro ante! Uscì in strada mentre la prima sedia volava sulla schiena di un altro picciotto.

Mise le zampe sul marciapiede e corse via, finalmente libero.

Nel giro di dieci minuti superò due isolati, tre incroci a multipla percorrenza, due negozi per cani e si fermò davanti alla scalinata che conduceva a un commissariato. Si, avete capito di quale commissariato…

Attese l’arrivo di un furgone bianco, dal quale gli vennero affidati alcuni articoli sanitari.

Max (per prima cosa) entrò negli uffici: c’erano alcune donne affascinanti, poliziotti che sbavavano al solo vederle e la luce di uno stanzino spenta. Afferrò con la bocca la spina e la riattaccò. Miracolo! La Play Station si riaccese, Prince e Atipicoz ripresero in mano i pad, come mossi da movimenti meccanici.

Dopo soli due minuti, Max tornò trascinando un carrello con il seguente materiale: due flebo, due cateteri. Prince schiacciò pausa e si mise quegli arnesi e costrinse Atipicoz a fare altrettanto. Avrebbero giocato a calcio per settimane senza nessuna pausa…

Max corse fuori e salì sul furgone bianco, che aveva il motore acceso e lo aspettava.

Sapete chi c’era all’interno?

Maya1

Bassotto

Maya e Gigi guidavano il furgone, Max gli sedeva accanto.

Percorsero Williamsburg Bridge per intero, finché raggiunsero un negozio particolare: Schachner Fashions Lingerie. Maya stava al volante, Gigi lavorava sui pedali e Max indicava dove fermarsi.

Ah, non vi ho mai menzionato del nuovo navigatore satellitare Bau Bau? Per cani che non devono chiedere mai! Ecco, Max lo possiede. Come possiede una serie di carte di credito e le striscia lui!

Parcheggiarono il furgone a lato, lo sportello si aprì e Max trotterellò fino al negozio: acquistò cinque completi intimi per donna e li fece caricare dai dipendenti (sempre più stupiti!).

Maya fece inversione e tornò sull’altro lato della strada. Max aveva visto due negozi, uno si chiamava Bang, l’altro Bank. Decise di fermarsi a far compre.

Il trio canino uscì da Bang (negozio di armi) ed entrò nel retro del furgone. Uscirono dopo qualche minuto e, agganciati al collare, avevano due fucili Winchester carichi, un post – it con su scritto nella lingua umana: questa è una rapina. Versate il contante in questi due borsoni, oppure faremo una caninicina. E avevano con sé anche i due borsoni di cuoio.

Entrarono nell’altro negozio: Bank e ottennero subito l’attenzione che volevano. Gigi sparò due colpi (ha le zampe piccole e non ha avuto problemi!). Fu il direttore, dopo essersela fatta sotto, a portare gentilmente le borse all’interno del furgone. Il trio salutò il gentiluomo con un abbaio smorzato, salirono sul mezzo e se la diedero a gamb, ehm a zampe levate.

Portarono il malloppo a Don Saryo (nel garage con le casse di legno), salutarono scodinzolando e fuggirono verso la meta agoniata: un nuovo locale “Bau Drink”. Si misero seduti a un tavolo (senza sedie), ordinarono un latte e croccantini e presero un mazzo di carte. Giocarono a poker col morto fino a tarda sera.

Che dite, Don Saryo ha vinto la sfida?!? Per la cronaca, Don Saryo spedì al commissariato i cinque pacchi di lingerie femminile, per le quattro donzelle rimaste a fissare con gli occhi vitrei i due babbei attaccati alla Play Station.

“Liberty Island”

Faro1

Eccomi qui a riempire un altro post per il mio blog, che sarebbe il primo di quest’anno. Ho intenzione di iniziare una nuova categoria, quella di libri che sto leggendo ultimamente. Non ho scritto molto in questi ultimi mesi, anche se ho sempre voglia di cominciare nuove storie, nuovi personaggi, nuove avventure…

Tranquilli, finché il mio cuore batterà, cercherò sempre di proseguire con la mia passione.

Intanto oggi vorrei aggiungere un altro breve racconto che scrissi nel 2011. Come gli altri due, sarà piuttosto divertente, almeno lo spero.

Buona lettura.

                                                                          Liberty Island

L’incontro si tenne nella residenza di Don Saryo: sull’isola di Liberty Island, a poche miglia dalla costa newyorchese.

La Statua della Libertà osservava gli uomini che si fronteggiavano.

Don Saryo era circondato dai suoi picciotti, tutti armati, tutti vestiti di nero. Giunti sull’isola con uno yacht, una lussuosa imbarcazione varata un’ora prima e chiamata Max in onore del suo cane.

Il commissario Prince, invece, aveva dovuto usare la flotta della Guardia Costiera (circa una ventina di piccoli motoscafi).

Sotto quell’enorme monumento c’erano due soli uomini – il Bene e il Male, il Crimine e la Legge – chi dei due avrebbe prevalso?

Liberty Island veniva calpestata da così tante persone, che nemmeno i turisti che l’avevano visitata potevano competervi per il numero.

Don Saryo si fermò due gradini sopra il commissario Prince e lo guardò sorridendo. Somigliava a Brad Pitt, con un corpo più statuario, fisico asciutto, sguardo intellig…

Naaa, Saryo ricordava lo sguardo dell’Angelo della Spiritualità, era qualcosa di vacuo, di indefinibile per tutta quell’erba che si fumava! Ma adesso quel pollo, ehm Angelo, stava in quel corpo perfetto, invidiabile. Destino aveva giocato un brutto scherzo al nostro Diavolo e, un giorno o l’altro, se ne sarebbe pentito.

“Qualsiasi cosa tu abbia in mente, per favore, fallo subito! Minchia, sono stanco di aspettare!” disse Prince.

Don Saryo ghignò e disse: “Il commissario ha da fare! Minchia, lo avete sentito?!?”. Un’enorme risata scaturì dalle parole del capo. Anche qualche poliziotto rise, non per la battuta, ma per paura, perché si trovavano in un territorio ostile, pericoloso, inaffidabile.

Don Saryo, il piccolo capo ma puro concentrato di cattiveria, poteva – con un solo schiocco delle dita – decretare la fine di quegli insulsi sbirri, compreso il commissario Rex…ehm Prince!

Ma il commissario era a conoscenza di questo fatto e, sapeva anche che – Don Saryo – non fosse in grado di schioccare due dita. Battere le mai si, schioccare due dita no! Ecco perché, nella sua mega villa, tutto si accende con un battere di mani (clapper), altrimenti resterebbe sempre al buio (ma questa è un’altra triste storia!).

Il commissario Prince si guardò intorno, poi si fermò con gli occhi sul suo rivale: “La tregua è compromessa!”, abbassò il tono della voce per rendere la chiacchierata più intima. “E’ Lui che mi ha mandato, dobbiamo risolvercela tra noi, e chi vincerà…”.

“Minchia!” ribatté Don Saryo portandosi una mano al mento e massaggiandoselo. “E così sono il fottuto prescelto? Colui che deciderà della sorte dei Diavoli? Colui che…”.

“Si, si, tutta quella roba là!” lo interruppe Prince.

Don Saryo alzò gli occhi al cielo e scosse la testa, sorrise compiaciuto: “Che la fottuta sfida abbia inizio!”.

Prince afferrò un braccio di Saryo, ne scaturì uno sferragliare di armi.

“Di quale minchia di sfida parli?”.

“Rapinerò una banca senza essere catturato, questo decreterà la mia vittoria!”. Salì di un gradino puntando il dito indice sul commissario: “Giocheremo a guardia e ladri!”.