“Reazione a catena” 1° Parte

Reazione a catena

“Non sono superstizioso, mondo cane!” sbraitò Joshua. Rimase fermo sul tappeto macchiato di pipì del cane, che era fuggito a nascondersi sotto il tavolo della cucina.

“Ah già, oggi è venerdì 17. Il nostro cane l’ha fatta sul tappeto e tu sei in ritardo per il lavoro! Dai che scherzo, andrà tutto bene.” disse la moglie.

Joshua Dunlop si mise la giacca, controllando che non fosse macchiata, e diede un bacio sulle labbra a Jenny. “Non so perché, ma credo che non sarà una giornata molto fortunata!”.

Lei gli sorrise e lo accompagnò fino alla porta d’ingresso, come faceva sempre, quasi fosse un rituale irrinunciabile.

Uscì di casa e venne investito dalla luce solare. Tergiversò alcuni secondi in cerca degli occhiali da sole, chiedendosi dove diavolo li avesse messi. Frugò nelle tasche, mentre davanti a lui il mondo girava caotico. Il traffico congestionava le strade, i clacson suonavano e i pedoni si affrettavano ad attraversare le strade.

Li trovò e se li mise, ma non si era accorto che il semaforo pedonale era cambiato. Un taxi frenò, i freni fischiarono e lui finì sul cofano dell’auto, finché cadde a terra sbalzato un paio di metri più in là.

Un nugolo di persone circondarono quel tratto di strada, curiosi per lo più, attratti da quella scena drammatica.

Un uomo si mise in ginocchio davanti al suo corpo disteso: “Si sente bene? Mi guardi, segua un attimo la mia mano!”. Qualcuno tentava di disperdere i curiosi, che quasi non facevano respirare Joshua.

“Come si chiama?” gli chiese il tizio inginocchiato.

“Joshua Dunlop.” disse togliendosi gli occhiali da sole.

“Dunlop? Come le palline da tennis?”.

“Cos’è successo?” inquadrò il viso del soccorritore e gli rispose con un sorriso imbarazzato: “Esatto, più o meno come le palline da tennis!”.

Joshua poggiò sull’asfalto la mano destra e, senza farlo apposta, diede un’occhiata a quell’altra. Sgranò gli occhi e prese a cercare in terra. “Cazzo! Ho perso la fede!”.

L’altro non si scompose alla sua affermazione e, con la massima calma, gli chiese: “Stavo per rivolgerle la domanda su che lavoro facesse. E’ un sacerdote?”.

Lui smise di cercare: “Come ha detto? Un prete io? Ma cosa diavolo dice! La fede, l’anello nuziale, ha presente?”.  Appoggiò la schiena al taxi, proprio quello che l’aveva investito, mentre in lontananza si sentivano delle sirene. Oh, se farò tardi, pensò Joshua.

“Allora di cosa si occupa, signor Dunlop?”.

Joshua, prima di rispondere, alzò gli occhi sui suoi. “Ma lei chi è? Perché mi fa tutte queste domande? Ci mancano le lampade, una scrivania, due sbirri e mi sentirei davvero davanti ad una interrogazione di terzo grado!”. Divagò con i pensieri ed aggiunse ad alta voce: “Se mia moglie scopre che ho perso la fede, mi ammazza!”.

“Chi sono io? Oh, sono un passante, uno dei tanti e oggi è la giornata della solidarietà. Giro per le strade e, se vedo qualcuno in difficoltà, mi fermo a prestare soccorso.”.

“Ci mancava il buon samaritano oggi!”.

“Se può tirarla su di morale, sono convinto che troverà la sua fede e che sua moglie non l’ammazzerà, non oggi almeno.”.

“La pagano per questo?” chiese Joshua.

“Per cosa scusi?”.

“Per tirare su il morale!” si guardò intorno, l’autista del taxi smaniava e imprecava per il tempo che stava perdendo.

Il tizio, sempre in ginocchio, gli rivolse un’altra domanda: “Qual è la sua occupazione?”.

Lui distolse lo sguardo dal conducente del taxi, dalla folla curiosa che circondava parte dell’incrocio, dalle auto ferme a causa sua. Un paio di agenti di polizia stavano raggiungendoli a piedi.

“Elaboro statistiche per un’agenzia assicurativa, a volte investigo su casi denunciati dal contraente. Cerco di capire se c’è una truffa ai danni del mio datore di lavoro.” sospirò, “E questo è il primo incidente in parte provocato da uno che lavora in quel ramo. Sono ufficialmente da guiness dei primati!”.

“Ma via, non faccia così! Non è che sia successo qualcosa di irreparabile! Fra poco si rimetterà in piedi e potrà andare al suo lavoro di statistiche, moduli scritti e scartoffie varie.”.

Un poliziotto gli si presentò davanti: “E’ tutto intero, signore? O vuole che chiami un’ambulanza?”.

Joshua fu aiutato ad alzarsi e si accorse di non avere giramenti di testa, né alcun malore. La folla di curiosi fece un applauso di incoraggiamento. Poi, lentamente, si disperse. Il traffico, appena il taxi accostò a lato della strada, riprese a fluire. Tornò tutto alla normalità, come se niente era accaduto.

Charles Destiny, il buon samaritano, fissò per alcuni secondi Joshua Dunlop: forse ci rivedremo, pensò prima di scomparire tra la gente.

Joshua Dunlop venne accompagnato nel furgone della polizia assieme all’autista del taxi. Avrebbe impiegato dieci minuti per rispondere alle domande di rito, per firmare dei fogli sull’incidente. Chiamò anche l’ufficio per spiegare del suo ritardo.