“Da Zack troverai…”

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Ricordati di comprare il vino!

Brian Cosby frenò bruscamente con la jeep appena aveva visto un curioso cartello. Per la verità lo aveva solo notato con la coda dell’occhio.

Il cartello diceva: Da Zack troverai tutto quello che vorrai!

Quello strano negozio si trovava sul lato destro della strada, proprio sullo stesso lato che stava percorrendo per tornare a casa. E quel dannato pensiero che gli ronzava in testa…

Sua moglie non gli avrebbe perdonato quella dimenticanza.

Decise di dare un’occhiata, non era nemmeno certo che avrebbe trovato una sola bottiglia di vino, anche se quel cartello sembrava dire il contrario.

Parcheggiò l’auto quasi davanti all’ingresso, ma non scese subito. Le porte a vetri erano così opache, che quasi non facevano vedere l’interno. Non sembrava esserci nessuno dentro, nonostante fosse illuminato.

Scese e chiuse lo sportello, attivò l’allarme osservando le quattro frecce lampeggiare due volte. Si fermò davanti alle porte a vetro e diede un’occhiata. L’ingresso si aprì da solo, con uno sbuffo, e lui rimase interdetto: l’elettronica, che portento. Ci doveva essere qualche sensore di movimento, là vicino.

Entrò e fu accolto da un tipo anziano, con un sorriso che non poteva metterti che di buon umore. Brian pensò subito che fosse un ciarlatano, uno che ti vendeva robaccia acquistata a poco, rivenduta ad un prezzo al rialzo.

Mi chiamo Zack Benson, e sono al suo servizio!” disse, facendo un inchino plateale. Se solo ci fossero state altre persone, Brian si sarebbe sentito in imbarazzo.

Il vecchietto indossava un paio di jeans scoloriti, una camicia bianca e delle scarpe di stoffa color crema. Aveva una voce calda, sicura e un tono cordiale.

Brian Cosby” rispose lui, secco. Si avvicinò al bancone e si strinsero la mano: Brian rimase subito colpito dalla sua stretta, decisa e determinata, che quasi gli aveva stritolato la mano.

Immagino che ha letto il cartello. Sa, lo fanno tutti. La curiosità non è solo femmina!”. Zack spostò un lume in vetro dal bancone, posizionandolo sull’asta a pochi metri. Il negozio non era in pessime condizioni, come si era immaginato Brian, ma gli risultò pulito, in ordine, come se tutti quegli oggetti avessero un loro posto ideale.

Ben detto” disse Brian, “non le dispiace se mi guardo un po’ in giro?”.

Affatto! Sono sicuro, ci posso scommettere le braghe, che lei troverà ciò che sta cercando.”.

Brian gli rispose con un sorrisetto, come dire…se ne sei convinto tu?

Il negozio aveva una forma rettangolare e profonda. Il bancone non era stato posizionato in fondo, ma fungeva quasi da divisorio. E, su entrambe le pareti, c’erano degli scaffali che raggiungevano il soffitto. La merce – molta e di tutti i generi – era stipata con cura e precisione.

Brian si avvicinò allo scaffale di sinistra: aveva notato un contenitore di plastica, simile ad uno schedario, che conteneva alcuni sleep. Ne prese uno con il pollice e l’indice e l’osservò da vicino. Boxer e mutande da donna, però sembravano usate. In alcuni punti avevano dei buchi, nati a causa dell’usura.

Si chiese se non avesse avuto un abbaglio e, per tutta risposta, Zack gli confermò i suoi dubbi: “E’ proprio ciò che pensa, signor Cosby. Si tratta di maglieria intima usata.”.

Il vecchio abbandonò il bancone, avvicinandosi a lui. Afferrò il contenitore di plastica, quasi ad invogliarlo a rimettere a posto quella mutanda maschile, infine lo rimise al suo posto.

Non credo sia venuto nel mio negozio per un paio di boxer, dico bene signor Cosby?”.

Brian credette di arrossire a causa di quell’insinuazione. In effetti non era entrato per cercare della maglieria intima, ma dove teneva delle bottiglie di vino, si chiese.

Prima di tornarsene al bancone, Zack, volle precisare: “Mi scusi per averle strappato di mano quella merce, non le voglio sembrare scortese. Negli anni ho imparato a capire le persone. Sono quasi convinto di percepire anche i loro pensieri e, quando vedo gente che si perde nelle stupidaggini, mi sale il sangue al cervello.”.

Brian fece finta di non esserci rimasto male, ma forse fingeva male.

Essere curiosi non vuol dire perdere tempo.” ribatté secco.

Non intendevo dire questo. Lei si stava chiedendo come faccio a vendere delle mutande usate e, soprattutto, chi diavolo le comprerebbe.”.

Brian non disse nulla, si limitò solo a fissarlo, cercando di capire dove volesse arrivare.

Siamo in piena crisi economica e lei non immagina nemmeno quello che la gente è disposta a fare, pur di racimolare qualche dollaro in più. E cosa sono disposti a vendere.”.

Brian sorrise. “Già” disse, “e chissà, le persone come lei, quanto saranno disposte a guadagnarci. Senza offesa, parlo in generale.”.

Non mi sarei offeso nemmeno se avesse parlato di me.”.

Brian stava per tornare a curiosare fra gli scaffali, quando osservò il viso di Zack. Per qualche oscura ragione gli sembrava che avesse un aspetto conosciuto. Si chiese se lo avesse già visto altre volte, scartando quell’idea.

Zack Benson alzò lo sguardo su di lui: “Adesso che le prende?”.

Brian si sentì confuso. Chissà perché quel tizio riusciva a metterlo in soggezione.

Ah, ho capito.” disse Zack sorridendo, “Ho qualcosa di vagamente familiare, ma che lei non riesce a definire.”.

In effetti…”.

Le do un aiuto. Forse somiglio ad un attore scomparso qualche anno fa. Charlton Heston, giusto?”.

Brian ripensò alla fisionomia dell’attore, comparandola con quella di Zack. Era sorprendente la somiglianza.

Zack gli mostrò una fotografia appesa alla parete, proprio sopra il bancone: ritraeva una coppia e, fra loro, c’era lui, sorridente. “Hanno insistito per farsi una foto ricordo e mi hanno fatto recapitare una copia.” disse, piuttosto compiaciuto.

Zack Benson poteva assomigliare a Mosè, interpretato dall’attore molti anni prima. La barba, i baffi, quell’aria quasi da saggio, gli conferivano una parvenza solenne. E non era il solo ad aver notato quella somiglianza.

Ma adesso veniamo agli affari.” disse l’uomo da dietro al bancone. “Se mi dice cosa sta cercando, le potrei indicare dove trovarlo.”.

Fra tutta questa merce non ho visto neanche una bottiglia di vino.” disse osservando gli scaffali.

Oh, se è per questo, il mio umile negozio ha una parte riservata per certi prodotti. Le devo confidare un segreto…” disse avvicinandosi a Brian, “Devo averla presa proprio in simpatia e, mi creda, non mi capita spesso!”.

Brian si sentì lusingato, ma poi si fece perplesso. Pensò a quanto gli avrebbe spillato per una bottiglia di vino mediocre, ridendo alle sue spalle una volta che fosse uscito felice e contento. Si chiese se avesse una faccia da credulone.

Zack lo superò facendogli strada, dirigendosi verso l’ultimo scaffale in fondo al negozio. “Spero non stia pensando che voglia vendergli qualche fregatura. Ma capisco anche la gente che non si fida del primo che incontra: è un comportamento saggio, al giorno d’oggi. Qualunque cosa le mostrerò, lei non sarà costretto a comprarlo. Lo tenga bene a mente.”.

Si fermarono davanti allo scaffale e, a destra, Brian vide uno stretto corridoio a cui prima non aveva fatto caso. Non se ne stupì più di tanto, come anche Zack doveva ancora mostrare il meglio di sé. Proseguirono fino al termine del corridoio e, a terra, vide una botola in ferro. Per aprirla bisognava girare una ruota a raggi, come aveva visto nei film in cui c’erano dei sottomarini.

Zack si chinò e l’aprì senza alcuno sforzo. Scese delle scale in alluminio e Brian lo seguì incuriosito.

Una volta scesi, Zack azionò l’interruttore della luce e fu tutto visibile. Quel posto doveva avere la stessa metratura della parte superiore, solo che non aveva altre vie d’uscita.

Spero non soffra di claustrofobia.” disse Zack sorridendo.

Brian quasi non gli rispose, intento a guardare tutto con estrema curiosità. C’erano cose che non aveva mai visto, oggetti strani, che forse potevano far gola a ricchissimi collezionisti.

Si fermò davanti ad una lampada simile a quella di Aladino, chissà se strofinandola…

Non ci pensi nemmeno a toccarla!” disse il vecchio, facendolo trasalire, “L’accompagno al reparto vini.”.

Uno degli scaffali – questa volta fatto in legno di quercia – era in fondo a quella specie di cantina. L’aria stantia non diede fastidio a Brian, forse perché si era concentrato a capire che razza di oggetti conservasse quel tipo. Ad ogni passo si fermò a vedere uno strano quadro, oppure un vecchio triciclo dall’aria sinistra. Un orologio a cucù appeso alla parete, una vecchia pendola dalle iscrizioni incomprensibili.

Ecco il vino che avevo pensato per lei.” Zack afferrò una bottiglia e gliela porse, “E’ un ottimo vino italiano: viene imbottigliato in Abruzzo.”.

Brian osservò l’etichetta, scritta sia in italiano che in inglese, e si soffermò su un cartoncino fissato al collo della bottiglia.

Esprimi un desiderio, mentre stappi la bottiglia, e questo si avvererà.

Brian rise senza riuscire a trattenersi e Zack quasi fece la stessa cosa. Ma poi il vecchio si fece serio: “Spero che questo pensiero faccia felice sua moglie, visto che sta per nascere il suo primogenito.”.

Ma lei come diavolo fa a sapere…”.

Le ho già detto che riesco a capire le persone come fossero dei libri aperti?”.

Non proprio con queste parole! Comunque non è riuscito ad impressionarmi più di tanto. E forse ha avuto molta fortuna: ha visto la fede al dito, ha pensato che volessi del vino per festeggiare una cosa importante e l’ha buttata lì, sulla nascita di un bambino. Complimenti!”.

Se vuole pensarla in questi termini…”.

Brian non parlò per quasi un minuto: rileggeva l’etichetta, poi quel curioso cartoncino. “Quanto mi costerà questa bottiglia?”.

Zack sorrise: “Soltanto dieci dollari.”, si portò le mani dietro la schiena, tornando verso le scale e Brian lo seguì. Tornarono al piano superiore, fino al bancone con il registratore di cassa, e Brian pagò senza battere ciglio.

Allora, è stato un piacere conoscerla!” disse Brian porgendogli la mano. Zack la strinse dicendo: “Mi raccomando con quel desiderio: non lo sprechi perché ne ha uno soltanto. Non si può tornare indietro!”.

Brian uscì dal negozio compiaciuto per l’affare: una buona bottiglia di vino ad un prezzo onesto.

* * *

Sarà un maschio!” disse Janet Cosby. La tavola imbandita al centro della stanza, una candela accesa ad illuminare le portate, e Brian che rimase fermo come una statua di sale.

Brian trasalì, la bottiglia di vino stretta in una mano, “E tu come lo sai?”.

Sono stata dal dottore e…l’hanno visto.”, si asciugò due lacrime scese sulle guance, un po’ in imbarazzo.

Lei passò di fianco al tavolo e gettò le braccia sul suo collo. Rimasero abbracciati per alcuni minuti, senza dirsi nulla.

Brian era entusiasta, felice, ma c’era qualcosa che lo turbava. Mentre Janet metteva la minestra nel piatto, lui si era seduto e guardava quella bottiglia di vino ancora chiusa.

Ehm, amore? Vuoi fissare quella bottiglia per tutta la sera, oppure la apri e festeggiamo?”.

La famiglia Cosby non se la passava molto bene, ultimamente. Come molte famiglie, avevano problemi economici. Janet aveva perso il lavoro e, uno dei motivi, era proprio per quel bambino che portava in grembo. Per fortuna che Brian era riuscito a conservare il suo posto di lavoro!

Alcuni pensieri perforarono il cervello di Brian, quasi fosse un’ossessione: Zack Benson gli aveva parlato di un bambino? Cercò di ricordare e gli venne in mente la parola primogenito. Si, aveva usato quella parola, ne era sicuro.

Ti senti bene?” gli chiese Janet. Aveva finito di mettere i piatti a tavola, si era messa seduta di fronte a lui e lo guardava un po’ preoccupata.

Brian girò lo sguardo su sua moglie e le sorrise: “Sono ancora frastornato dalla notizia: avremo un bambino!”.

Era quello che volevi, no?”.

Brian afferrò il cavatappi e prese la bottiglia. Lesse per l’ennesima volta il cartoncino fissato sotto al tappo.

Desidero che la mia famiglia diventi ricca!

Stappò la bottiglia e versò il vino in due bicchieri.

La cena fu ottima e Brian tornò ad essere sereno e in vena di battute. A Janet piaceva quando suo marito si rilassava e le dava tutte le attenzioni. Terminarono anche la bottiglia che aveva comprato quella sera.

Brian si dimenticò dell’incontro con Zack Benson, classificandolo come pura suggestione: quel vecchietto poteva anche essere un manipolatore delle menti più deboli, ma il suo scopo – secondo Brian – era e restava quello di vendere la merce che esponeva.

Il mattino seguente si era alzato di buon umore (cosa che non gli capitava spesso) e non seppe capirne il motivo. Ipotizzò una sola cosa: stava per diventare padre. Certo, non aveva soldi da parte, né un conto in banca per quando suo figlio fosse cresciuto. Ma ci avrebbe pensato a tempo debito.

Lotteria Nazionale: ultimi giorni prima dell’estrazione!

Brian lesse quel cartello e accostò l’auto al marciapiede. Un biglietto costava solo cinque dollari e fra pochi giorni avrebbe preso lo stipendio. Decise che quella spesa non avrebbe influito sul budget familiare. E che diamine! Aveva una gran voglia anche di caffè.

Acquistò un solo biglietto con i numeri di serie 4815162346. E se ne andò al lavoro.

Passò un periodo felice, spensierato, assieme a Janet. Lui e sua moglie si erano riavvicinati e cominciavano a fantasticare sul loro futuro e quello del piccolo Daniel Junior Cosby che sarebbe nato pochi mesi dopo.

Una sera, davanti alla televisione, si erano addormentati sul divano. Una donna corpulenta e di colore stava per annunciare i numeri vincenti alla lotteria. Brian aprì gli occhi, ma non riuscì a capire di cosa stessero parlando.

E, il fortunato vincitore, potrà portarsi a casa la bellezza di due milioni di dollari!”.

Brian si alzò per andare in bagno, aveva la vescica che stava per esplodere.

Ripeto i numeri, per chi si fosse sintonizzato solo adesso!”.

Non fece caso alle parole dette dalla donna: “Quattro, otto, quindici, sedici, ventitré e quarantasei!”.

Brian si bloccò davanti alla porta del bagno, senza varcarla. Ricordava quei numeri, tutti e sei. Non fece in tempo ad entrare in bagno che un lago di urina si riversò sul pavimento.

 

“Orrore a Dale”

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La città di Dale sembrava abbandonata, priva di vita. Oh, ma Dale, fino a poche ore prima, godeva di ottima salute – se così si può dire – e c’era molta gente a calpestare l’asfalto delle strade.

Adesso è notte, il cielo illuminato da migliaia di stelle e regna un insolito silenzio: nessun rumore di auto, non si sente nemmeno la musica che, di solito, proviene dai locali notturni. Cazzo, eppure è sabato sera!

La cittadina Dale si trova sulla costa. Ci vivono 4.500 anime, o, forse, potremmo dire che ci vivevano.

Tutto iniziò nel pomeriggio di un sabato di gennaio.

Un’auto, un suv della Volkswagen, stava percorrendo la Beach Dale: il lungo mare della città. Ad ogni semaforo rosso rallentava per far passare i pedoni. Non erano molti, ma anche a gennaio c’era gente che si recava sulle spiagge quasi deserte. A Dale cosa potevi visitare se non la costa?

Kenny Thomson era alla guida dell’auto mentre, al suo fianco, c’era Elisabeth Roody. Stavano insieme da due anni, anche se entrambi vivevano con i propri genitori. Prima o poi avrebbero preso quella fatidica decisione: andare a convivere insieme.

La ragazza sedeva in silenzio, mentre il lungo mare le sfilava di lato. Non aveva detto una sola parola da quando era salita: si sentiva a disagio. Infine disse: “Bob lo sa che gli hai fregato la macchina?”.

Il suv rallentò, si fermò all’ennesimo semaforo rosso, e una madre con due bambini al seguito attraversarono la strada a due corsie, dirigendosi verso la spiaggia.

Kenny Thomson sorrise, le mani ferme sul volante: “Oh, non l’ho fregata! L’ho solo presa in prestito. E comunque mi aspettavo che mi salutassi, almeno.”.

Elisabeth si sforzò di sorridergli, si scambiarono un bacio sulla bocca mentre il semaforo diventava verde. Qualcuno, dietro di loro, aveva suonato un breve colpo di clacson, così il suv riprese a muoversi.

“E poi, mio padre, non era in grado di intendere e volere!” volle precisare Kenny.

“Un’altra volta sbronzo?”.

Kenny le diede una risposta affermativa muovendo il capo: non c’era bisogno di aggiungere altro. La madre, probabilmente, era uscita per andare a trovare qualche amica. Kenny soffriva a vedere la propria famiglia disgregarsi in questo modo. Si sentiva impotente.

Restarono in silenzio mentre l’auto procedeva verso il porto di Dale.

“Senti” fece Kenny, “cosa ne dici di una capatina al faro?”. Senza aspettare una risposta, girò il volante a sinistra e il suv entrò nel parcheggio esterno. Erano quasi le cinque di pomeriggio e il sole stava tramontando: Kenny aveva un piano per superare quella che avrebbe definito una delle peggiori giornate della sua vita. Lui l’avrebbe chiamata proprio Una giornata di merda!

Passeggiarono passando sotto i portici, dando una sbirciata alle vetrine dei negozi. Elisabeth lavorava proprio in uno di questi, soltanto che si trattava del bar del porto.

Kenny mise un braccio sulle sue spalle, mentre proseguivano. A lei non diede fastidio, anzi le strappò un sorriso. Così proseguirono verso il molo che conduceva al faro. La parte esterna, quella che si affacciava sul mare, era composta da lastroni di cemento misti a massi di cava. Le onde s’infrangevano e l’acqua giungeva quasi fino all’apice di quella muraglia. Il vento sibilava.

I due ragazzi salirono su un camminamento costruito alla base del faro, il sole stava tramontando. Furono avvolti dal colore rosso acceso. Si tennero abbracciati a fissare quello spettacolo che dura pochi minuti al giorno, sempre che non fosse nuvoloso.

Kenny stava meditando a come dare la notizia del giorno: decise di essere diretto, senza fare giri di parole.

“Quando torniamo verso il parcheggio, ti dispiace se passo due minuti da Susan al bar? Giuro che ci metto solo due minuti.” disse Elisabeth.

“Va bene, ma prima ti devo dire una cosa.”, Kenny si appoggiò con i gomiti alla ringhiera, voltandosi verso di lei.

“Oggi, al canile, sono stato licenziato.”.

Una scia bianca attraversò il cielo, passando davanti al campo visivo della ragazza: entrambi rimasero interdetti, fissando quell’oggetto finché scomparve alla loro vista.

“Che diavolo era?” chiese Elisabeth. Il vento si alzò all’improvviso, come se fosse stato a causa di quella cosa.

Kenny abbozzò un’ipotesi: “Potrebbe essere un meteorite. Anzi, ne sono certo.”.

Tornarono verso la struttura in pietra, verso i portici e tutti i negozi che si susseguivano. Il mare sembrava crescere di forza: alcune onde increspate penetrarono nel porto, il vento fischiava sugli alberi, sulle sartie e sugli ormeggi. Elisabeth si abbottonò il giaccone.

La campanella della porta del bar tintinnò, Kenny ed Elisabeth entrarono nel locale.

Susan se ne stava dietro il bancone, intenta ad asciugare alcuni bicchieri prima di riporli alle sue spalle. “Ma che bella sorpresa! Cosa posso offrirvi, ragazzi.”.

Elisabeth sfoderò un sorriso, almeno sperava di farlo sembrare tale, Kenny si mise seduto su uno sgabello al banco. Entrambi i ragazzi non avevano un’espressione felice.

Ordinarono un succo d’arancia per lei e un caffè per Kenny.

“Diamine, ragazzi, avete due facce da funerale!”.

“E’ solo che Kenny oggi ha perso il lavoro al canile.”.

Susan fissò la faccia di Kenny, poi gli sorrise: “Ma non sarà mica la fine del mondo! E che diamine. Come si dice da noi? Perso un lavoro se ne trova un altro.”.

Kenny le sorrise, infondo non aveva tutti i torti: gli abitanti di Dale dicevano proprio così. La mattina dopo si sarebbe recato al molo e avrebbe trovato posto su uno dei pescherecci. Amava pescare e già aveva fatto quell’esperienza.

Susan portò al banco le ordinazioni e attese che si servissero.

La campanella dell’ingresso tintinnò di nuovo, i due ragazzi si girarono per vedere chi fosse entrato. Mark Barry, lo sceriffo di Dale, si tolse il cappello. La divisa blu scuro sembrava stropicciata e, in effetti, non aveva un bell’aspetto nemmeno lui.

“Avete visto anche voi quella strana luce in cielo?” esordì Mark. Aveva quasi una sessantina d’anni, ma se li era sempre portati bene, dimostrandone molti di meno. Aveva una corporatura robusta, una tempra forte, che lo avevano sempre aiutato a mantenersi in forma. Ma ora c’era qualcosa che non andava in lui.

“Si tratta solo di un meteorite.” disse Kenny in tono apatico. Posò la tazzina sul bancone e si pulì la bocca con un tovagliolo.

Lo sceriffo diede una sistemata alla divisa, poggiò il cappello sul bancone ed esclamò: “Susan, una limonata per favore.”. Si voltò verso la coppia, appoggiandosi con un gomito al banco.

“Meno male che sei qui, Kenny. Sono successe un po’ di cose…bizzarre da quando è comparso quel meteorite, come lo hai definito tu!”.

L’argomento incuriosì il ragazzo, almeno non avrebbe pensato alla sua notizia del giorno.

“E quali sono queste cose bizzarre?” incalzò Kenny.

“Intanto abbiamo avuto problemi al canile. Sembra che tutte quelle bestie siano impazzite…”.

Susan portò un bicchiere di limonata allo sceriffo, che lui bevve avidamente. Posò il bicchiere vuoto sul banco e si pulì i baffi bianchi con un tovagliolo. “Non c’è niente di meglio di una limonata preparata da Susan!”.

“Grazie Mark, sei troppo buono.”.

Lo sceriffo si girò a fissare di nuovo Kenny, poi Elisabeth.

“Il canile è una cosa che non mi riguarda più. Che si fottano quelli del municipio!”. Kenny scese dallo sgabello, Elisabeth fece per seguirlo verso l’uscita.

“So tutto, Kenny. Mi dispiace per il tuo lavoro. Eri anche il migliore con tutti quei randagi. ma…”, Mark Barry si voltò verso i ragazzi. Kenny aprì la porta ma non uscì dal bar, si limitò a girarsi verso lo sceriffo di Dale.

“Ma?”.

“Sansone è riuscito a fuggire dalla sua gabbia. Sembra che siano scomparsi anche altri cani.”. Kenny cambiò espressione del viso: da semplice curiosità si fece seria, preoccupata.

“Cosa vuole che faccia? Che mi metta a cercare tutti i cani che sono fuggiti dai box?”.

“Ma è ridicolo!” sbottò Elisabeth, “L’hanno appena licenziato, che diritto avete di…”. Lo sceriffo zittì la ragazza con un gesto della mano.

“Non mi frega un cazzo di quelli del municipio, nemmeno delle loro scelte, Kenny. Ti chiedo di venire con me. Prendila come un’assunzione forzata, almeno finché non avremo ristabilito l’ordine.”.

Kenny non rispose subito, stava valutando la sua offerta. Pensò anche che, finito quel problema, forse lo avrebbero ripreso al canile municipale. Sarebbe stato fantastico!

* * *

La cattedrale di Dale – il St. Antony Church – era gremita di gente. Costruita su un’estesa piazza, che era il fulcro della cittadina, una sola via l’attraversava: Liberty Street.

Le cose erano degenerate in poco tempo e, a notte fonda, erano rimaste poche persone.

Mark Barry salì sul pulpito e agguantò il microfono, sul quale diede un paio di colpi con l’indice, le casse amplificarono quel rumore. “Nessuno deve uscire da questa chiesa, questo è un ordine esplicito!”.

Centinaia di persone si ammutolirono, gli occhi fissi sullo sceriffo di Dale. Qualcuno chiese spiegazioni: era stato costretto ad abbandonare casa, senza ricevere alcuna risposta in merito.

Lo sceriffo, prima di proseguire, valutò attentamente quali notizie dare: aveva paura di spaventare la folla, di infondere un panico inarrestabile.

“E’ cominciato tutto quando è comparsa quella luce nel cielo! Non siamo riusciti a trovare il punto d’impatto. Pensiamo sia stato un meteorite!”.

“L’ho vista anche io quella luce!” urlò qualcuno dal fondo della chiesa. Molti si girarono verso le porte d’ingresso. “Il mio cane è come se fosse impazzito. Ha cominciato a ringhiare e poi…ne ho perso le tracce!”.

Si levò un mormorio generale, che lo sceriffo fece subito smettere: “I nostri cani” disse in tono cupo, “sono proprio uno dei motivi per i quali ho deciso di attuare l’evacuazione!”.

“Che cosa sta succedendo ai nostri cani?” chiese qualcuno.

“Non lo sappiamo. Abbiamo solo capito che hanno modificato il loro comportamento: aggressività, paura…” fece una pausa di qualche secondo, cercando di vedere dove si fosse cacciato Kenny Thomson con Elisabeth.

“…abbiamo riscontrato attacchi sempre più frequenti verso gli uomini. E’ come…se fossero impazziti!”.

Kenny Thomson se ne stava seduto su una panca, i gomiti appoggiati alle ginocchia, le mani a coprire il viso. Non parlava da un po’ di tempo, nonostante Elisabeth lo incoraggiasse a rivelarle quello che aveva visto. Oh, lui sapeva più degli altri, perché lo aveva visto con i suoi occhi. I cani…

“State zitti!” urlò un tizio vicino all’uscita di emergenza, “C’è qualcuno qua fuori!”. Nessuno fiatò. Sentirono le grida di aiuto, Kenny trasalì e si alzò in piedi. Elisabeth lo vide spingere tra la folla per cercare di arrivare all’uscita di emergenza. Anche lo sceriffo giunse ai maniglioni anti panico.

Mark Barry tirò fuori la pistola di ordinanza e fece un cenno al ragazzo. Le porte si aprirono verso l’esterno e uscirono entrambi osservandosi intorno. Qualcuno richiuse le due ante senza tanti complimenti.

“Non c’è nessuno, qua!”. Dale sembrava una città fantasma, illuminata solo dai lampioni lungo Liberty Street. Decine di auto erano state abbandonate sulle strade limitrofe, gli sportelli ancora aperti e, qualcuna, aveva ancora i fari accesi. Sembrava un grande set cinematografico per un film post apocalittico.

Udirono gemere. Forse proveniva da dietro la jeep Cherokee. Si separarono muovendosi verso la fonte di quei lamenti e videro un pastore maremmano accucciato vicino al corpo di una donna. Quel cane e la donna erano in penombra, così lo sceriffo prese una torcia dalla tasca della giacca. L’accese puntando il fascio di luce sul cane: non riusciva a capire cosa stesse facendo.

“Cazzo!” urlò Mark Barry, indietreggiando di due passi. Riuscì a stento a non vomitare, anche se lo stomaco gli si era chiuso per quello che aveva visto.

Kenny, in un attimo, balzò sul cofano dell’auto, poi sul tetto, finché si sentì al sicuro. Ma non smise di guardare Rocky, il cane della signora Parkins, o quello che ne rimaneva del cane. A parte il pelo bianco, adesso intriso di sangue rappreso, il muso si era trasformato. Dalla bocca uscirono dei tentacoli. Gli occhi avevano le orbite vuote, con un inquietante scintillio. Rocky stava terminando il suo pasto: la signora Parkins, che giaceva a terra con l’addome squarciato.

Uno sparo echeggiò sui muri della chiesa, disperdendosi su tutta Dale. Rocky cadde a terra, i muscoli delle zampe si mossero in uno spasmo e, da lontano, risuonarono latrati di cani. Erano centinaia, forse di più, e si avvicinavano velocemente.

 

Cosa ho scritto!

E’ molto che non posto una delle mie storie e ne sento la mancanza. Ho terminato, con la sesta prova, il contest di “Angeli e Diavoli”. Ringrazio Siu anche sul mio blog, in maniera ufficiale, perché il suo blog mi ha dato la possibilità di scrivere storie che, senza quegli spunti, non avrei mai avuto modo di scriverle. Ho avuto modo di rapportarmi con altri che hanno la mia stessa passione e, forse, sto ancora migliorando lo stile.

Non mi reputo uno scrittore, ma solo uno che continua la sua appassionante strada verso dei traguardi. Uno che ha sempre in mente degli obiettivi – grandi o piccoli che siano – e che farà di tutto per portarli a termine. Qualsiasi cosa dica la gente. Che venga apprezzato o meno.

Ho molte cose in mente, molti progetti cominciati e lasciati a metà. In questi giorni mi sto accorgendo di quanto sia difficile terminare un lavoro, a parte i racconti che spesso riesco a finirli in breve tempo.

Dreamworld – Io, Katy e Lupo” è un romanzo a tutti gli effetti. Oggi è quasi finito, ma devo terminare la stesura dei capitoli 11, 12 e 13 per mettere la parola fine al progetto. Ad agosto saranno due anni che ci sto lavorando e, credetemi, è frustrante sentire i personaggi che mi chiamano per terminare la loro avventura.

Ogni appassionato di scrittura, credo, ha i suoi fantasmi. Donovan Pierce, Lupo e Katy sono i miei. Credo molto nella trama, nella struttura, nei personaggi e negli intrecci che ho scritto. Potrebbe diventare il mio quarto libro, se solo riuscissi a terminarlo in tempo utile.

Sto persino tentando di usare nuovi trucchi: ho in mente la fine del romanzo, la location (un magazzino abbandonato) e l’ultimo scontro fra le due agenzie che si contrappongono nei sogni dei Dreamer. Ho già scritto 11 sogni, ho fatto salvare molte vite e mi sono documentato – capitolo dopo capitolo – su armi e tattiche delle forze speciali che entrano in gioco.

Parlavo della mia tattica: volevo scrivere il 13° capitolo, per poi passare a quello precedente e infine all’undicesimo. E’ davvero frustrante, perché è una delle mie storie preferite, a cui ho speso molto.

Per quasi tre settimane non ho scritto molto. Non riesco a fare come Stephen King, che ogni giorno si mette al computer, oppure con penna e carta, e scrive quelle due pagine di personaggi e trama. Come ho scritto sopra, le idee non mi mancano, forse ne ho anche troppe, ma, all’atto pratico, non riesco a scrivere nulla. Passerà anche questa crisi da foglio bianco, ne sono certo.

Any Man – uomini semplici in storie fantastiche” diventerà il mio terzo libro pubblicato. Al momento sto correggendo il manoscritto e Fabrizio, colui che ha creato la copertina di Greenworld, sta lavorando alla copertina di questa ultima fatica. Sarà una raccolta di 14 racconti di genere horror, fantasy e fantascienza. Per la nascita di questo libro, voglio ringraziare blogger che mi hanno ispirato in questi anni: Ariendil, Anneheche, il Druido, Stefano Romagna e molti che sono passati sporadicamente.

Una banda a quattro zampe” è un’altra storia cominciata e lasciata interrotta. I protagonisti sono quattro cani. L’idea di quasi umanizzarli mi è sempre piaciuta e sto pensando di portarla a termine per postarla sul blog.

Quando il sole muore” era cominciato come un racconto horror, per poi prendere la classica piega di romanzo dello stesso genere. In realtà è a metà tra horror e fantascienza. Oggi sono alle prese con la stesura del secondo capitolo. I personaggi, da ieri notte, sono aumentati.

Il primo capitolo è già postato sul blog per intero. Un agente del F.B.I. (Glen Johnson) sta facendo un lungo viaggio per recarsi a Resurrection. Per strada sventa un rapimento ai danni di una bambina (Lucy) e la porta con sé. Il mondo, da sei mesi, non è più lo stesso. Quando il sole muore, oppure tramonta, gli esseri umani devono combattere una minaccia che si nasconde nell’ombra. Cattura chi non è protetto da una consistente fonte di luce e scompare per sempre.

Il secondo capitolo racchiude la storia di altri quattro personaggi, la minaccia che scuote il mondo intero si sta modificando, in pratica evolve, e quattro persone ne saranno testimoni. Dovranno combatterla per sopravvivere.

21 dicembre 2012 – un gioco da ragazzi” un romanzo a cui stavo lavorando prima che “Io, Katy e Lupo” prendesse il suo posto. Avevo scritto tre capitoli e due storie parallele. E’ in una cartella sul desktop che aspetta di essere continuato.

Greenworld – In viaggio per Alchimal” è il seguito di “Greenworld – Saryo e la piramide di cristallo”. Ho scritto i primi due capitoli da anni, ma non sono andato oltre anche se il primo è già stato pubblicato. Perché? Me lo chiedo spesso.

Ora, non conosco le dinamiche delle altre persone che scrivono, chi per passione, chi per lavoro, ma non è intrigante tutto questo? A me ha sempre affascinato. Parlo del processo creativo, della mente umana che elabora tutto quello che poi si trasforma in romanzi, libri, racconti, film ecc. ecc.

E’ bello mettersi in disparte dal resto del mondo, sfruttare la propria esperienza e passare del tempo a creare qualcosa di unico, che solo la tua mente poteva concepire. Che poi piaccia o meno è un altro discorso. Mi riferisco al puro atto di creazione, anche solo di un personaggio, delle sue caratteristiche. E’ come se, attraverso quel pensiero, venisse creato un mondo parallelo in cui il futuro lettore potrà immergersi.

E infine c’è “Reazione a catena” un racconto auto conclusivo che ho iniziato a scrivere. Cercherò di inserire delle varianti comiche, grottesche e di far piacere il personaggio principale. Mi divertirò a fargli capitare molte cose, forse spiacevoli per lui, ma che lo spingeranno verso scelte che non avrebbe mai fatto. Certe volte mi sento come una sorta di destino, quando penso alla trama e ai personaggi che vivono in essa.

Non mi resta che salutarvi, perché sto lavorando per voi!

Spero di non avervi annoiato con questo post!

A presto!

Ah, dimenticavo, ho avuto un altro blog per quattro lunghi anni ma ora questo non esiste più. Ho passato quasi sei mesi a chiedermi se ne volessi un altro: questa credo sia la mia risposta a me stesso. E questo è il primo post su questo nuovo blog.