“Questi mobili, che magia!” 2° Parte

SAMSUNG

 

Entrarono nell’ufficio, una piccola porzione rispetto all’ingresso principale, e notarono diverse postazioni delimitate da tanti cubi fatti di compensato. I computer, provvisti di monitor, erano tutti accesi e Charles si ritrovò a chiedersi quanti impiegati lavorassero lì durante il turno giornaliero. C’era anche un evidente spreco di corrente elettrica.

Ecco il lettore del badge!” disse Alex, che afferrò la tessera magnetica e la passò davanti al dispositivo. Una voce sensuale gli ricordò l’orario d’ingresso e che doveva staccare alle 6 e 10 minuti.

Charles tornò al presente: “Dobbiamo fare dieci ore continuate e recuperare il ritardo?”.

A quanto pare è così!” gli rispose Alex.

Charles imitò il collega e si sentì dire le stesse cose. “Puttana!” mormorò all’indirizzo della voce e uscirono dagli uffici ridendo.

Adesso arrivava il bello, perché dovevano diventare dipendenti attivi e operativi.

Lessero un altro cartello, sempre scritto in rosso, che indicava la zona adibita come sosta carrelli.

Seguite le frecce per raggiungere i C.R.A. con cui lavorerete. Abbiatene cura come fossero vostri. Ogni danno riscontrato, verrà addebitato al dipendente che lo usava durante il turno. La direzione vi augura buon lavoro.

Ma questi sono pazzi!” esclamò Charles.

Alex si limitò a ridere. “Vieni, seguiamo le frecce!” disse incamminandosi.

Passarono davanti all’ingresso e proseguirono lungo la prima fila di sbarre in acciaio orizzontali e verticali, più che altro sembrava un grosso alveare di ferro che accoglieva centinaia di pedane. Sulle pedane, messe su più livelli, c’era la merce che veniva venduta. Mobili per tutta la casa, per ogni ambiente, per ogni occasione. Doveva essere il paradiso dell’acquirente.

Ma quella sigla, com’era? Che diavolo vorrà dire?” chiese Charles.

Alex smise di guardare quell’alveare che si ergeva alla loro destra e abbassò lo sguardo a terra. “Ti riferisci alla sigla C.R.A.? Vuol dire Carrelli Retrattili Automatici, mostri della tecnologia. Un vanto per il nostro magazzino, per quello che ne ho sentito parlare.”.

Ah, ecco! Adesso si che siamo a cavallo…”.

Proseguirono a camminare per diversi minuti, senza dirsi nulla, finché, all’angolo opposto da cui erano partiti, videro dieci mostri altamente tecnologici. A loro spettavano il numero 3 e 4.

Si arrampicarono fino alla postazione di comando e si sedettero, il carrello emise delle leggere vibrazioni, seguite da alcuni sbuffi. In alto, sulla destra, Charles vide il monitor accendersi. Una voce, la stessa che gli aveva ricordato l’orario che doveva fare quella notte, gli chiese di osservare un punto alla destra del monitor. Un sofisticato lettore dell’iride lo monitorò per alcuni istanti.

Benvenuto, Addetto Carrellista, la sua nuova matricola è 42750: lo tenga bene a mente! La direzione le augura buon lavoro!”. Charles fece mente locale, perché il giorno prima del colloquio gli erano stati fatti alcuni esami piuttosto approfonditi. Adesso capiva molte cose.

I carrelli erano enormi, molto più larghi di un’automobile, e all’interno della postazione di comando c’era di tutto. A parte un piccolo volante per far girare il mostro, alcuni pedali e delle leve per movimentare la merce all’interno del magazzino. Non c’era una chiave che facesse accendere il C.R.A., ma era sufficiente il peso sul sedile e l’ingegneria elettronica avrebbe riconosciuto l’addetto che sedeva alla postazione di comando. Charles non aveva mai visto una cosa del genere.

Siamo stati schedati!” urlò Alex, avvicinatosi con il carrello numero 4.

Charles ci era arrivato da solo, una volta che gli era stata fatta la lettura dell’iride e il suo numero di matricola corrispondeva a quello scritto sul badge. Fu percorso da un brivido lungo la schiena.

C’erano delle domande senza risposta nella mente di Charles e che nemmeno aveva pensato di farle durante il colloquio di lavoro. Intanto non si aspettava che il magazzino fosse abbandonato a sé stesso: non c’era stato nemmeno un Capo Turno ad accoglierli alle 20:00. D’accordo, aveva notato l’indiscussa rete di apparecchi elettronici che mandavano avanti l’azienda con il minimo personale. Tanto di cappello a chi aveva progettato tutto questo.

Sul monitor del Carrello numero 3 apparve una scritta: Ordine di Turno. Lampeggiava in attesa di essere notata e Charles toccò lo schermo con un dito, si aprì un’altra finestra con una riga di comandi.

Gli Addetti al turno di notte devono controllare gli ordini di consegna, qualora ce ne fossero!

Gli Addetti al turno di notte si devono recare in fila 56 per preparare gli ordini di reso per il turno successivo!

Alex sbirciò il monitor del collega, che dava le stesse direttive. “Credo che vogliano che andiamo in fila 56!”.

Quante file ci saranno in questo magazzino?”.

Alex non seppe rispondergli, però rise avanzando con il carrello n° 4. Charles gli fu subito dietro. Il magazzino smise di essere immerso nel silenzio.

Raggiunsero gli uffici e l’ingresso principale, svoltarono a sinistra immergendosi all’interno dei corridoi illuminati. Erano circondati da pedane e mobili che si stagliavano alti fino al soffitto. Potevano essere migliaia, forse anche di più. Era il magazzino di mobili più grande che avessero mai visto.

Un cartello illuminato segnalava la fila 56, quasi in fondo all’edificio. Svoltarono a sinistra e percorsero quel corridoio lungo fino alla scritta Cella Resi. Fermarono i carrelli lì davanti e scesero a terra. Sapevano cosa dovessero fare: il computer, durante il tragitto, li aveva indottrinati a dovere. Non sembrava un lavoro difficile, né molto pesante. Dovevano preparare alcune pedane con vari componenti dei mobili difettati. Come li aveva chiamati il computer? Non conformi. Alcune direttive, o suggerimenti, erano state alquanto strane.

Si avvicinarono ad una cassettiera per armadio e udirono una risata, come quella di un bambino.

Charles aggrottò le sopracciglia, perplesso: “Ti sembra divertente, Alex?”.

Ma io non ho riso!”.

“Questi mobili, che magia!” 1° Parte

SAMSUNG

 

Il colloquio era finito e Charles uscì dalla piccola e angusta unità abitativa (un container ammobiliato) chiudendosi il giubbotto. Faceva un freddo cane quel sabato 22 dicembre 2012 e tirava una fastidiosa tramontana.

Charles era al settimo cielo: non gli avevano detto la classica frase le faremo sapere, nossignore, si erano limitati a fargli firmare un contratto a tempo determinato. Avevano urgente bisogno di personale specializzato, anche se non gli avevano chiesto alcuna referenza. La cosa gli parve un po’ strana, ma durò solo pochi minuti perché da domenica avrebbe ricominciato a lavorare. E Dio solo sa quanto ne aveva bisogno!

Ehi, a te com’è andato il colloquio?”.

Charles si era bloccato davanti alla sua auto con lo sportello già aperto, ma sapeva di chi fosse quella voce.

Scommetto che ti hanno già assunto e che attaccherai domenica notte, vero?”.

Charles si girò verso Alex Rex, che a quanto pareva sarebbe stato un nuovo collega da domenica notte. Gli sorrise: “Già, mi hanno assunto e comincerò domenica notte!”.

Allora lavoreremo insieme” gli confermò con un gran sorriso stampato sulle labbra, “non ti sembra la fine del mondo?”.

Charles rise per la sua frase: “La fine del mondo? Quella doveva arrivare il 21 dicembre, cioè ieri. E oggi abbiamo trovato un nuovo impiego, anche se tutte quelle regole che sono scritte nel magazzino…mah, non so che pensare.”.

Alex gli mise le mani sulle spalle e lo scosse appena: “Devi ancora cominciare il primo turno di lavoro e già ti sommergi di pippe mentali? Poi, quelle regole, sembrano nate per essere infrante, credimi.”. Si sistemò gli occhiali da vista con un gesto eloquente e lo salutò con una vigorosa stretta di mani.

Ci vediamo domani sera, allora!” lo salutò Alex.

Domenica 23 dicembre 2012 – ore 20:00.

Due macchine entrarono nell’ampio piazzale del magazzino e si fermarono ai parcheggi. Gli sportelli si chiusero all’unisono, Charles e Alex si salutarono come fossero amici di vecchia data.

Allora, collega, sei pronto per questo nuovo lavoro?”. Era buio, ma in cielo c’era una confortante luce generata dalla luna. Il perimetro dell’immenso magazzino era illuminato da lampade allo iodio, poste agli angoli dell’edificio che si stagliava alto. Faceva freddo quella notte.

Sono nato pronto!” rispose Charles.

Varcarono l’ingresso già in abiti da lavoro, con addosso un giubbotto giallo fosforescente ma caldo come un piumino invernale. Indossavano guanti e cappelli di lana. Alex portava sempre gli occhiali da vista (Charles sospettava che fosse cieco come una talpa, ma non era mai entrato in argomento!).

L’oscurità regnava su tutto, come il silenzio era quasi opprimente.

Ma hanno pagato le bollette della luce, oppure lavoreremo con le torce elettriche?” risero entrambi.

Abbi fede!” disse subito dopo Alex, “E rimarrai stupito da quello che ti circonderà!”.

Oh, cominciamo subito con frasi da profeta, eh?”.

Attesero tre secondi e udirono un ronzio generato ovunque, come se un gigantesco sciame di vespe volasse ovunque. E la luce quasi li accecò.

Rimasero interdetti per la grandezza del magazzino, per le corsie che si perdevano a vista d’occhio. Alla loro destra c’era un grande ufficio costruito all’interno dell’androne principale, anch’esso inondato di luce quasi accecante.

Il turno di notte è qualcosa di inquietante.” disse Charles, osservandosi intorno.

Temo che ci farai l’abitudine.” gli rispose Alex.

Il soffitto era alto una decina di metri, il pavimento fatto di cemento liscio.

Cosa sono quei cosi?” chiese Charles, indicando dei congegni fissati alle pareti.

Telecamere a circuito chiuso e sensori di movimento.”.

Charles notò dei cartelli fissati alle enormi pareti che si susseguivano: impossibile non notarli.

Ogni impiegato si accerti di aver timbrato il badge elettronico prima di iniziare il turno, altrimenti non potrà cominciare a lavorare! Ogni regola era scritta in rosso, appesa alle lunghissime pareti che sembravano non terminare mai. A Charles gli ricordava il colore del sangue e gli s’insinuò una strana inquietudine.

La tecnologia è al servizio dell’uomo!

Questa è strana, davvero! Ma chi l’ha pensata, Asimov in persona?!?”.

Alex rise, seguito da Charles pochi istanti dopo. Solo che Charles aveva parlato seriamente, non gli era venuto in mente di fare una battuta.

Dai, andiamo a passare il badge nella fessura elettronica!” suggerì Alex e rise sguaiatamente. L’eco si disperse nei meandri del magazzino, ricordando loro che erano soli.

“Tutto in una notte”

Tutto in una notte

 

     Charles Evenmoore fu l’ultimo ad arrivare a destinazione, cioè allo splendido chalet di montagna che usavano ogni anno per fuggire dalle città. L’unico rumore era quello del motore dell’auto, che aveva spinto gli altri ad uscire da quella tana calda e accogliente.

“Pensavamo non arrivassi più” esordì Brigitte Colt raggiungendolo per un abbraccio. Alcuni lumi appoggiati agli scorrimano in legno si dimenavano per una folata di vento gelido e secco, ma in quel luogo non si stava poi così male, il freddo era differente da quello di città e l’aria era pulita e fresca.

“Non me lo sarei perso per nulla al mondo, questo incontro” rispose Charles ancora avvinghiato alla ragazza, poi chiuse la portiera della macchina. David Callbrun ed Eloyse Rupert attendevano pazienti dalla piccola veranda coperta dal tetto dell’abitazione.

“Ci vediamo una volta l’anno ma ti fai sempre desiderare, vero?”. La voce di David era sarcastica, come lo era la domanda.

“In effetti non credo di essere mai cambiato, è più forte di me. Mi piace che gli altri aspettino il mio arrivo.” rispose sorridendo, dopo averci pensato per qualche istante. Prima di salire i due gradini del patio, Charles si fermò ad ascoltare il silenzio del luogo. Il cielo era macchiato di stelle mentre la neve rifletteva la luce più tenue; il vento muoveva le cime più alte ed esili degli abeti che li circondavano. Inspirò un paio di volte a pieni polmoni quell’aria di dicembre.

“Felice di rivederti” lo accolse Eloyse con un abbraccio.

La porta di legno cigolò sui cardini, a parte quell’insignificante difetto, l’interno era come se lo ricordava: un ambiente caldo e accogliente. Un solo piano che conteneva tutto quello di cui potevano aver bisogno.

“Vino o birra?” chiese David afferrando una bottiglia e mostrando un barilotto di birra alla spina.

“Il vino è italiano, marca Illuminati d’Abruzzo, che è anche un ottimo vino per questo periodo!” aggiunse Brigitte afferrando la bottiglia. “Vogliamo che sia un venerdì speciale.”.

“Solo perché questa volta tocca a me cominciare?” chiese Charles spogliandosi del cappotto e cercando di sfoderare un sorriso smagliante.

“Può darsi!” disse Eloyse mettendosi seduta a tavola.

“Ragazzi non ho pensato a nessuna storia” ammise Charles osservando i loro volti, sperava solo che non ci rimanessero troppo male, sarebbe stata la sua prima volta presentarsi senza una storia da raccontare. Si mise seduto sulla panca, accanto all’amica, e si arrotolò le maniche della camicia azzurra: la temperatura dello chalet era piacevolmente calda. Nel camino, davanti al tavolo, scoppiettava della legna secca.

Optarono per la bottiglia di vino rosso, che si abbinava bene con della carne cotta alla brace, mentre i quattro chiacchieravano di quello che combinavano il resto dell’anno. Charles, l’oratore di apertura per i loro incontri, era piuttosto taciturno. C’era un’idea che non lo aveva mai abbandonato da un paio di giorni: per la verità si trattava di un sogno che lo aveva lasciato sgomento per molte ore, dato che era di un paio di notti fa.

“Forse riesco a salvare la mia faccia.” disse Charles, versando del vino nei quattro bicchieri. “Prosit!” e mandò giù un paio di sorsi. L’attenzione dei tre amici fu calamitata da quell’esclamazione inattesa.

“Comincia pure, allora” lo invitò David incrociando lo sguardo con il suo, “vediamo se riesci a spaventarci come hai sempre fatto.”.

“Sà di sfida!” s’intromise Eloyse.

La storia ha inizio in un albergo in cui si ritrovano molte persone, fra cui un certo Charles – che potrei non essere io – ma che è il personaggio principale.”.

“Cos’è una storia vera?” chiese Brigitte interrompendolo. Lui non si scompose, distogliendo lo sguardo dal bicchiere con ancora del vino dentro, quel colore rosso rubino gli aveva fatto ricordare…

“Non importa” disse, “comunque no, non credo sia una storia vera, o almeno…spero non lo sia.”.

Charles tornò a fissare intensamente quel colore.

Charles si osservò intorno, non appena aveva messo piede nella hall. Un tappeto rosso bordot ricopriva l’intero pavimento di quella stanza, e forse anche il resto della struttura. Soffice come la lana, non riusciva a sentire il rumore dei suoi passi.

Si guardò intorno osservando le persone, quei volti che non conosceva ma che erano lì come lui, senza uno scopo apparente. Poi si soffermò sull’arredamento non troppo antico, né moderno, ma che sembrava calzare con quel colore di sfondo.”.

Fece una pausa involontaria, forse cercando un filo conduttore a tutti quei pensieri che lo assillavano.

Si spostarono nella sala da pranzo, seguendo un cameriere che li condusse lì, senza dire una sola parola. Charles era in compagnia di altre cinque persone. Presero posto ad un tavolo rettangolare, occupandone solo la metà, vista la lunghezza esagerata. All’inizio nessuno disse una sola parola, erano gli sguardi che parlavano, l’imbarazzo per colui che avrebbe dovuto rompere gli indugi, rompere il ghiaccio.”.

Charles si sentiva osservato, non sapeva come, ma sentiva che tutti pendevano dalle sue labbra, dalle frasi che avrebbe pronunciato dopo. S’inumidì la bocca con un altro sorso di vino.

Qualcuno aveva chiesto dell’acqua, ma sul tavolo non c’era nulla, a parte una brocca colma d’acqua. Nemmeno un bicchiere da riempire.

<<Cameriere!>> chiamò qualcuno.

Charles si girò verso l’ingresso della sala sperando di vedere qualcuno attraversarlo, ma un’altra voce lo fece rigirare. <<Guardate la brocca!>> urlò una delle ragazze. Lui non vide nulla di anormale, solo la trasparenza del vetro e del liquido che era dentro. Qualcuno si era alzato di scatto, come spaventato da qualcosa, fu in quel momento che Charles vide il manico della brocca. Così rimase immobile a fissare quell’oggetto che ruotava da solo. La mente vuota, priva di pensieri, gli impediva di farsi delle domande, anche le più semplici.

<<Ma che diavolo sta succedendo?>> gridò qualcun altro. Charles fu scosso da un altro urlo quasi isterico, così seguì lo sguardo della ragazza che gli sedeva di fianco e vide…”.

“Se non dovesse piacervi non esitate a dirlo, potremmo passare ad un altra storia. Non mi offendo!” disse Charles osservando i tre amici.

“No no no, continua pure! Credo di parlare anche a nome di loro due” intervenne David. L’antipasto era finito, per la carne c’era ancora da aspettare. Si versarono ancora un po’ di vino, così Charles ne aveva approfittato per bagnarsi la gola.

…la sedia vuota. Gli altri, che sedevano dalla parte opposta, si erano alzati per osservare meglio: le quattro zampe della sedia erano a cinque centimetri da terra, e questa stava ruotando lentamente di trenta gradi.

<<Direi di spostarci nella hall, tanto non credo che mangeremo qualcosa oggi, almeno parlo per me>> disse Charles al resto del gruppo. Gli altri si limitarono ad annuire senza togliere lo sguardo da quel curioso fenomeno.

Si alzarono in piedi e cominciarono a dirigersi da dove erano venuti, ma fecero mezzo passo che il gruppo si sparpagliò per la stanza. Aveva fatto ingresso una strana creatura a quattro zampe. Un cane, Charles lo riconobbe subito come Setter Inglese a pelo bianco e chiazze nere. Ma questo era un cane morto, solo che camminava verso di lui senza interessarsi degli altri.

Charles si pietrificò, sentiva il cuore pompare sangue velocemente, mentre gli occhi vitrei e opachi di quella cosa lo stavano fissando. L’odore che emanava era nauseabondo, quasi di uova marce. Le orecchie gli penzolavano come cartilagine secca, che si sarebbe staccata da un momento all’altro. Il cane ringhiò mostrando gli ultimi denti che gli rimanevano, mentre il dorso non si muoveva affatto, visto che era morto. Le costole erano visibili, come se la pelle volesse entrare nelle esili fessure.

Charles gli abbozzò un sorriso, o almeno tentò di farlo, per cercare di placare quel suono che emetteva. Prese coraggio e fece scivolare la mano aperta verso la testa della creatura. Toccò i peli bianchi del cranio, mentre altri ciuffi di peli si staccavano dalle zampe esili. Forse fu quel gesto amichevole, ma il suono – quella specie di ringhio – cessò di colpo.

Il cane si avvicinò alla sua gamba destra, come se cercasse un contatto fisico, amichevole, amorevole, forse dell’affetto. Charles tentò di sopportare quella puzza, quel cadavere che ora si stava strofinando sui pantaloni. E si dissolse nel nulla.

La stanza era vuota adesso, a parte Charles che tentava di capire cosa gli stava accadendo. Gli ospiti che erano con lui, sembravano aver seguito la sorte del cane.

Chiuse gli occhi per qualche secondo, cercando di non impazzire, infine li riaprì sgranandoli.”.

La carne era cotta. Mangiarono in silenzio mentre Charles si chiedeva se la storia fosse piaciuta davvero, oppure se i suoi amici non avessero il coraggio di dirgli che questa volta la sua storia non aveva fatto effetto su di loro. Eppure i ricordi che aveva dentro di sé erano così dannatamente reali.

Si sentì osservato, così tornò in sé e vide che tutti e tre stavano aspettando senza fare alcun commento.

Charles riprese a raccontare.

Aprì gli occhi e vide di trovarsi in un’altra stanza dell’albergo. C’era un letto con due donne sedute su una coperta rossa bordot, vicino alla finestra notò un uomo appoggiato al marmo interno e teneva le braccia incrociate sul petto. Stavano ridendo finché smisero, girandosi a guardarlo. Si sentiva un intruso, così tentò di scusarsi: <<Non mi ero accorto che nella stanza ci fosse qualcuno>> cercò di scusarsi, <<sapete di che è?>>.

Una delle donne, senza dire nulla, fece un gesto con il capo indicando l’attaccapanni appeso al muro. Charles vide un bastone da anziano, in legno scuro, il manico intarsiato formava una “L” con il resto del bastone. <<Grazie! E scusate per il disturbo!>> disse girandosi per uscire, ma uno strillo lo fece desistere.

Si girò verso le due ragazze e notò che una di esse aveva portato una mano alla bocca, l’altra fissava solo la parete, come anche l’uomo alla finestra. Ci risiamo, pensò Charles girandosi verso l’attaccapanni.”.

La pendola a muro fece dei rintocchi distraendo la mente del narratore. Segnava le 23 e 30. Mancava poco alla mezzanotte.

“Queste pause non mi piacciono” disse Eloyse osservando l’amico, “spero che vorrai finire la storia”. Charles si schiarì la voce con un colpo di tosse.

Il bastone si era sollevato dall’attaccapanni sotto gli occhi di tutti, finché scese quasi a toccare terra. Charles si fece coraggio e avanzò di un passo, poteva quasi sentire la paura che provavano gli altri tre, ma tentò di capire se c’era qualche trucco.

L’oggetto era immobile, sospeso in aria come se fosse legato a un filo invisibile. La mano di Charles si avvicinava tremante sopra al manico, non lo avrebbe toccato, ma l’avrebbe fatta passare sopra al bastone, solo per capire. Non sentì nulla, solo uno strano formicolio sulla pelle mentre passava a pochi centimetri dal legno. Nella stanza udirono un suono, quasi un ringhio, e ricomparve lo stesso cane della sala da pranzo. Gli occhi vitrei osservavano gli occupanti della stanza, finché si fermarono a fissare quelli di Charles.

Le due donne e l’uomo fuggirono cercando di trattenere le urla di orrore, mentre Charles capì che era tornato per lui. Questa volta la paura era minore e forse sarebbe riuscito anche a controllarla.

Il muso dell’animale si avvicinò alle sue gambe, mentre il ringhio risuonava fra le sue corde vocali quasi distrutte dallo stato in cui versava l’essere.

<<Ti chiamerò Rock!>> disse al cane, infine abbassò lentamente la mano sul cranio quasi senza peli. Charles riusciva a vedere le ossa del teschio, mentre aveva notato come la pelle si stesse disfacendo dal resto del corpo. Presto, Rock, sarebbe diventato un mucchio di polvere.”.

“Adesso potete insultarmi, se volete, perché la storia è finita.”.

Nessuno parlò, finché David disse: “E’ da brividi, davvero. Non credo di averla capita fino in fondo, ma l’orrore è quasi palpabile. Mi chiedevo come ti fosse venuta in mente.”.

La pendola batté la mezzanotte, tutti e quattro si guardarono in faccia sorridendo. Eloyse esclamò: “Non è successo niente, il 21 dicembre 2012 era solo una frottola!”. Prese il bicchiere di vino e lo vuotò tutto di un fiato. Uno strano rumore li fece ammutolire. Qualcosa grattava alla porta.

Brigitte urlò, la mano sospesa vicino al collo della bottiglia mentre tutti osservavano l’etichetta. La bottiglia stava ruotando in senso orario, lentamente. Uno strano ringhio proveniva dall’esterno dello chalet, mentre quel rumore, un ringhiare sommesso, non cessava affatto. Finché non lo udirono provenire da tutte le pareti della casa.

“L’alba di un nuovo giorno” 2° Parte

Apocalisse

 

Marco Bellisan telefonò alla trasmissione radiofonica in cui avevano annunciato dello strano sogno. La sua voce era spaventata, atterrita.

Come hai detto che ti chiami?” chiese lo speaker.

Marco!”. Ci fu un lungo silenzio, infine continuò: “ho fatto anche io quel fottuto sogno!”.

Gli chiesero di moderare i termini, altrimenti avrebbero interrotto la telefonata, la seconda in ordine di tempo. La prima a chiamare era stata Teresa, ma non aveva parlato abbastanza per dar modo di comprendere se anche lei fosse coinvolta in quello strano caso.

E’ stato un sogno…” disse Marco cercando le parole giuste, “…ecco si: un sogno lucido, di cui ricordo anche i minimi particolari. E non mi era mai successo prima d’ora!”.

Gli speaker gli chiesero di raccontarlo in diretta e Marco acconsentì.

* * *

Gbagbo” questa è la parola che mi frullava in mente appena sveglio, mentre il cervello cercava di prendere il sopravvento. Mi sentivo frustrato, avvilito, per il sogno che si era appena concluso.

Ma andiamo con ordine, perché al momento mi sembra tutto così complesso, quasi reale, tangibile. Credo di aver fatto un sogno lucido.

Quando sogno – e questo credo sia normale – non riesco a viverlo come tale, soprattutto questo. Ne sono uscito sconvolto, anche perché sembrava reale.

Mi trovo all’interno di un salone, forse in un albergo, e sono circondato da tavoli ricoperti da tovaglie, sedie sparse per la sala. Non sono solo ma in compagnia di persone (di nazionalità italiana, credo) e saranno, a occhio, un centinaio.

L’aria che si respira è di attesa. Qualcuno urla, mormorii, gente che parla ma non capisco di cosa. Ho paura. Loro hanno paura.

Chiudo gli occhi.

C’è rumore intorno a me, riapro gli occhi.

Mi trovo su una spiaggia, le onde mi lambiscono i piedi. Mi guardo intorno: alberi a fusto esile, palme e, alle mie spalle, vedo una veranda fatta in legno. E’ una struttura a sé, di forma ottagonale.

Come nel salone, c’è altra gente. La battigia è piena di persone, vestite con abiti normali, colorati. Parlano fra loro, ascolto il vociare sommesso.

La terra trema, gli alberi si scuotono, le foglie cadono a terra. Non potrei dire quanto sia durato, forse alcuni secondi, forse di più.

Torno ad osservare l’orizzonte, che muta all’improvviso. Vedo qualcosa di scuro che avanza: una linea nera si staglia sul mare.

L’acqua si ritira, sempre più veloce. Non riesco a sentire alcun suono, nemmeno un solo uccello che canti. E vedo un muro d’acqua che avanza.

Alcuni sanno cosa sta succedendo, ma restano lì, paralizzati a fissare la natura che si scatena. Si alza uno strano vento, improvviso. La gente comincia a urlare e a fare qualche passo indietro.

Lo tsunami si mostra nel suo “splendore” catastrofico: un muro d’acqua che inghiotte tutto e tutti.

Salgo su un albero, a fatica ma lo faccio, imitando i più veloci. L’albero si abbassa con violenza e finisco in acqua ma riesco a restare aggrappato. Minuti che sembrano ore, poi lascio la presa e vengo trasportato dalla corrente. Vedo donne, bambini, uomini.

Annaspo in cerca d’aria, chiudo gli occhi.

Li riapro e vedo distruzione, cadaveri e macerie. Penso alla Natura che distrugge la Natura.

L’acqua si è ritirata e arrivano le jeep militari, i soldati e un tizio che sembra essere un leader. Ci chiedono di non opporre resistenza, che i dissidenti sarebbero stati fucilati sul posto.

Chiudo gli occhi.

Li riapro e mi ritrovo nella sala da pranzo dell’albergo. Qualcuno fra i presenti annuncia lo scoppio di alcune testate nucleari. Suggerisce di nasconderci nel rifugio dell’albergo, ma abbiamo poca acqua, poco cibo e il posto non riuscirebbe a contenerci tutti.

Mi risveglio con quella dannata parola che ripeto come fosse una nenia: “Gbagbo”.

“L’alba di un nuovo giorno” 1° Parte

apocalisse1

 

L’alba di un nuovo giorno arriverà e, quando accadrà, l’uomo risorgerà dalle sue ceneri. Aprirà gli occhi e piangerà compatendosi. Quando avrà versato anche l’ultima lacrima, egli si guarderà intorno, calpestando rovine e città distrutte. Laghi prosciugati, coste devastate e carne in decomposizione.

All’alba di un nuovo giorno, il sole tornerà a sorgere mostrando a tutti quello che è accaduto. La terra avrà preso nuovi confini, gli oceani circonderanno nuovi continenti. L’uomo sarà il primo testimone dell’orrore che ha scosso tutto e tutti.

La società, per come un tempo la conoscevamo, cesserà di esistere. Collasserà con chi ha tentato di stillarla nelle generazioni. Una società che ha insegnato poco o nulla i valori su cui credere. E’ andata verso l’orlo di un abisso profondo, cadendo negli oscuri recessi. Ma gli errori insegneranno alla generazione sopravvissuta. Gli uomini, come hanno sempre fatto, si tireranno su le maniche e ricominceranno a vivere rispettando la natura: questa volta sul serio, perché solo la natura circonderà il genere umano.

* * *

Teresa afferrò il cellulare e digitò il numero della redazione radiofonica.

Pronto?”.

Ciao, sei in onda. Sei anche la prima ascoltatrice a chiamare. Qual’è il tuo nome?”.

Teresa, ma…”.

Scusa se t’interrompo! Come mai hai chiamato? Curiosità, oppure c’è dell’altro?”.

Teresa si ammutolì, per puro caso aveva fatto un giro fra le frequenze radio quella sera e, quando aveva sentito il titolo del brano in lettura, era rimasta incuriosita. Sembrava tanto un sermone stile romanzi di fantascienza, di quelli catastrofici che a lei neanche piacevano.

Ma come vi permettete di leggere delle simili assurdità?”.

Cosa c’è, queste parole ti provocano paura?”.

Non è questo il fatto, è solo che molta gente potrebbe spaventarsi!”.

E allora che cambino stazione! Viviamo in una democrazia, fino a prova contraria. E siamo un’emittente nuova. Mi permetti un’ultima domanda?”.

Teresa attese qualche secondo, la rabbia le stava scivolando via: “Va bene, ma che sia l’ultima!”.

Va bene Teresa. In questi giorni tu, o qualche tuo conoscente, hai fatto un sogno su un terremoto, uno tsunami e su una catastrofe nucleare?”.

Nessuna risposta.

Teresa, sei ancora lì?”. La linea venne interrotta, il programma proseguì.

* * *

Decine di persone hanno fatto un sogno, giorni fa. Un utente di un blog, che fa parte di questo gruppo, ha scritto l’incubo e lo ha pubblicato. Alcune testate giornalistiche lo stanno riportando in queste ore e, l’eccezionalità dell’evento, si sparge tra gli internauti come una macchia d’olio.

La domanda è questa, cari ascoltatori: perché tutte queste persone hanno fatto lo stesso sogno? Alcuni esperti l’hanno già definito Sogno Collettivo, oppure Sogno Globale. Ma la domanda resta senza risposta, al momento. Perché?

* * *

Teresa spense la radio ma rimase a fissarla per parecchi secondi. Le veniva da vomitare. Si chiese perché avesse chiamato quel numero e per quale motivo avesse ascoltato quella dannata trasmissione.

Ho bisogno di bere!” disse a sé stessa, al suo riflesso sul vetro della finestra del soggiorno. Roma, anche se di notte, viveva le serate primaverili di marzo.

Quando lo speaker parlava del Sogno Globale, lei ebbe un colpo al cuore e una strana sensazione, un cattivo presagio. Anche lei faceva parte di quel ristretto gruppo di sognatori, ma ancora non aveva commentato quel post sul blog.

Si versò un bicchiere di vino rosso e si mise seduta sulla poltrona e meditò a lungo.

 apocalisse2