“Una banda a quattro zampe” 2° Parte

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Ogni tuo desiderio è un ordine! Serve aiuto?

Maya abbassò lo sguardo e vide il muso di Peter – un bassotto – comparire da sotto la sua pancia e quasi sorrise mostrando i denti a Max.

Hai visto? Forse basta nominarli per farli comparire.

Max fece il suo bisogno sulla parete del bar, nelle immediate vicinanze della porta a vetri, mostrando i denti di rimando: Secondo te un bassotto potrebbe esserci utile?

Ehi! Perché tutto questo astio? Peter annusò il luogo dove Max era appena passato, alzò la zampa posteriore destra ed urinò, fissandolo a mò di sfida.

Max ora era fermo davanti all’incrocio con Borgo Pio, alla sua sinistra c’era la porta a vetri del bar da cui provenivano delle grida: lui e Maya erano giunti fin là per un motivo.

I due uomini con i caschi in testa dovevano essere agitati, urlavano chissà quali strane parole e l’odore che li aveva attirati era aumentato. Peter ne fu attratto.

Maya si guardò intorno, le mancava un altro cane all’appello: Ehi, dov’è Lucio?

Peter si avvicinò al vetro del bar, con il respiro appannava la parte inferiore dell’ingresso. Non è riuscito a uscire di casa. I padroni non sono usciti e lui non è potuto venire.

Ce la caveremo anche in tre, disse Maya. Seguitemi, ho un piano.

Max e Peter si scambiarono un’occhiata e corsero dietro all’amica.

I tre cani sbucarono quasi davanti all’entrata principale del bar. Davanti alla porta c’era un motorino parcheggiato, il motore ancora acceso.

Maya annusò la ruota anteriore del mezzo mentre valutava come muoversi. I suoi amici, invece, erano inquieti a causa degli odori che avevano percepito.

Abbiamo bisogno di un diversivo, te la senti Peter?

Il bassotto non rispose a parole, ma digrignò i denti e il pelo sul dorso si fece arruffato. I muscoli delle zampe si fecero tesi e le unghie artigliarono i sampietrini.

Lo prendiamo come un sì, disse Max.

Maya si appostò sul lato destro dell’ingresso, Max su quello opposto e Peter doveva restare davanti al motorino, in attesa.

Maya, il cane con la corporatura più grande, si accucciò a terra, le zampe tese per il salto e i peli della coda tozza sembravano dritti per l’adrenalina che le scorreva nel sangue. Max stava seduto e fissava l’amica. Gli occhi fissi su di lei.

La porta del bar si aprì verso l’esterno e le voci degli umani erano tese, urlavano. Una mano apparve dall’interno e si era appoggiata alla maniglia. Max la vedeva benissimo.

Infine, il corpo di un uomo si materializzò davanti agli occhi dei tre cani. Peter stava fermo vicino al motorino, gli occhi scuri che fissavano la preda e il muso che mostrava i denti.

Il primo uomo si girò verso il mezzo, fece due lunghi passi per salire sulla sella e non vide nemmeno il piccolo bassotto che gli azzannò una caviglia. All’inizio sentì qualcosa che gli tirava i jeans, poi delle fitte di dolore gli salirono al cervello. Imprecò togliendosi il casco, cercando di capire…

Accadde tutto in meno di un minuto.

Uscì il secondo uomo e si ritrovò a terra. La sorpresa fu grande quando vide un labrador salirgli sopra la giacca e quel muso, quei denti, tentare di afferrargli il collo.

Entrambi gli uomini urlavano, cercando di afferrare i cani e allontanarli via. Lottarono invano perché avevano perso le pistole e la busta con i soldi. Il motorino era finito in terra. E, tutto quel movimento convulso, aveva attirato molti curiosi. La gente stava per uscire dal bar per aiutare quei tre cani. Tre cani? Le persone non riuscivano nemmeno a realizzare cosa stessero vedendo: una cosa incredibile!

Un auto della polizia aveva fatto ingresso nella via, i lampeggianti accesi.

 

“Una banda a quattro zampe” 1° Parte

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Quando il mondo degli esseri umani si trova in guai seri, c’è qualcuno che cerca di correre ai ripari. Non capirete mai di chi sto parlando, finché non li vedrete con i vostri occhi entrare in azione.

La porta di casa era chiusa dall’esterno e non c’era nessuno, in apparenza.

Fuori pioveva, anche se lo scroscio d’acqua quasi non si udiva.

Max se ne stava sdraiato sul divano a due posti, occhi chiusi e respiro appena pronunciato. Ogni tanto, le zampe anteriori, si muovevano di scatto. Forse stava sognando.

Il cane aprì gli occhi all’improvviso e alzò la testa: rimase immobile per una decina di secondi nella penombra del soggiorno silenzioso. Le narici si aprivano annusando l’aria, fiutando odori che gli umani non avrebbero mai sentito.

Scattò giù dal divano, atterrando sul tappeto soffice e caldo. Annusò ancora l’aria che proveniva da sotto la porta e corse verso di essa. C’era qualcosa che lo attirava in modo oppressivo, così iniziò anche ad abbaiare.

Un altro cane si era fermato davanti alla porta di quella casa, un Labrador color crema, una femmina che Max conosceva molto bene.

Gli umani non sono a conoscenza del mondo animale, forse lo sono in modo marginale, superficiale. I cani, per esempio, riescono a parlare fra loro in un modo del tutto speciale, non solo attraverso gesti, oppure comportamenti.

Ehi, Max, sei troppo impegnato per farti una passeggiata con me? Chiese Maya dall’altra parte della porta.

Max si mise seduto: Fuori piove ancora?

Maya aveva il manto fradicio, così si scrollò via un po’ d’acqua e guardò il cielo grigio, da cui cadevano leggere gocce d’acqua. Temo di si, non ha mai smesso!

Davanti all’ingresso passarono due persone con gli ombrelli aperti, si fermarono ad osservare il cane, che stava fermo davanti a quella porta e non aveva nessun guinzaglio, né vedevano il padrone nei paraggi.

Maya abbaiò una paio di volte, tanto per fugare qualche dubbio, e quelli ripresero a camminare per la loro strada.

Ah, falso allarme. I curiosi se ne sono andati! Disse Maya, annusando sotto la porta. Si mise seduta in attesa che Max uscisse.

Va bene, aspettami che sto uscendo…

Un piccolo sportello, a lato della porta, divenne visibile. Una specie di porta basculante, che era stata costruita per ogni evenienza. I padroni di Max avevano pensato a tutto, anche ad una via di fuga se ci fossero stati problemi in casa.

Eccomi qua, disse Max facendo capolino con la testa. Annusò la sua amica, prima sul muso, quasi a darle un bacio, poi l’annusò dietro. Il gesto gli fu ricambiato come un rituale che facevano con regolarità.

Cos’era tutta questa urgenza di uscire? Chiese Max alzando gli occhi al cielo. Qualche goccia gli era caduta sul muso, provocandogli fastidio. Lo sai che odio la pioggia, no?

Maya si girò a destra. La via in cui abitava Max era quasi al centro di Roma, con l’ingresso che dava direttamente sulla strada – per loro fortuna – così, per le loro scorribande, non avevano molti problemi a uscire fuori. Anche il Labrador aveva quasi la stessa possibilità di uscire, senza che nessuno se ne accorgesse. Entrambi odiavano gli appartamenti.

Max imitò l’amica, annusando l’aria. C’era qualcosa che non li convinceva.

Seguimi senza fare domande, disse Maya all’improvviso. Corsero entrambi per la via, fermandosi al primo incrocio. Un paio di motorini sfrecciarono davanti a loro, senza prestare alcuna attenzione. Max aveva approfittato per annusare l’angolo dell’incrocio e per segnarvi il suo territorio.

Attraversarono proseguendo verso Borgo Pio. Di domenica non c’è la confusione degli altri giorni, pochi negozi sono aperti e, quando piove, anche la gente preferisce rintanarsi al caldo.

Max si scrollò l’acqua dal pelo umido e accelerò raggiungendo la compagna: Manca molto? E poi cos’è tutto questo mistero?

Maya si fermò in mezzo alla via e guardò Max negli occhi. Non senti anche tu questo odore? Sta per succedere qualcosa che non mi piace.

Max annusò di nuovo l’aria umida e fece due passi avanti, giungendo all’incrocio con Borgo Pio. Alla sua sinistra c’era un bar aperto e, davanti all’ingresso, un motorino parcheggiato.

In effetti c’è qualcosa di strano, disse affacciandosi dalla porta a vetri. Maya l’affiancò, guardando l’interno. E videro due uomini con i caschi sulla testa, avevano qualcosa in mano che non avevano mai visto. Sentivano l’odore della paura, dell’adrenalina infestare quel luogo.

Cosa facciamo? Chiese Max.

Maya non smise di guardare, ma rispose: Ci vorrebbero Peter e Lucio!

 

“Il contatto”

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Jeremy Dowson scese dal taxi quasi inciampando: non si era accorto che un piede gli fosse finito nella bretella dello zaino.

Pagò i cinque dollari per il servizio, imprecando sottovoce. Si specchiò dal finestrino del taxi, prima che partisse mescolandosi al traffico di New York.

Jeremy era un ragazzo come tanti, solo che cominciava a disprezzarsi. Oh, questo termine non gli sembrava il più adatto: odiarsi. Pensò che quel giorno fosse il più brutto della sua comune, inutile vita. E chi avrebbe potuto biasimarlo?

Fisicamente faceva schifo. Non curava molto il suo aspetto estetico e non aveva buoni gusti sul fatto di scegliere cosa indossare. Non ricordava neppure se qualche ragazza gli avesse sorriso, oppure lo avesse notato. Inoltre, era goffo nei movimenti.

Quel giorno era stato licenziato per negligenza. Così era stato all’agenzia di recapiti per prendere lo stipendio e quel poco di liquidazione che gli spettava. Per quanto sarebbe potuto andare avanti? Una settimana, forse. Giurò a sé stesso che si sarebbe dato una mossa.

Entrò al solito bar per mangiare: oggi non voleva nemmeno pensare al colesterolo, alla dieta che avrebbe dovuto cominciare, alla lista di collocamento per un nuovo lavoro. Decise che oggi si sarebbe preso un giorno di ferie. Avrebbe dato una smossa alla sua stupida vita, di quello ne era certo, ma non oggi. Avrebbe cominciato da domani.

Cosa ti servo, Jeremy?” chiese la ragazza oltre il bancone. Gli sorrise in attesa di una risposta.

Quel sandwich laggiù” le disse indicandolo, “e un caffè lungo, grazie!”. Aveva deciso di consumare al banco e pensò a quella ragazza. Che splendido sorriso che aveva! La osservò mentre dava il primo mozzico al sandwich, poi guardò altrove: non voleva sembrarle uno squilibrato.

Quando Jeremy Dowson aveva appetito e addentava qualcosa di commestibile, poteva cadergli addosso anche una bomba atomica. Per lui non avrebbe fatto alcuna differenza.

Il bar si riempì di persone, molti erano colletti bianchi in pausa e l’ambiente si fece quasi claustrofobico. Jeremy doveva combattere per tenersi stretto il suo posto al bancone.

Tra la calca notò un foglio scivolare dalla tasca di qualcuno, lo vide planare fra le sue gambe e si chinò a raccoglierlo. La tazza di caffè cadde in terra sporcandolo di liquido marrone.

Perfetto, pensò, continua a essere la solita giornata di merda!

Afferrò il foglio facendo fatica a rialzarsi e vide una mano allungarsi su di lui. Pensò che lo volesse aiutare, ma voleva solo riappropriarsi di ciò che era suo. Jeremy lo vide in tutta la sua statura, negli abiti firmati che indossava. Gli sembrò che il tizio gli avesse sorriso, ma forse era solo ottimismo: si trattava di una smorfia a causa della calca che spingeva.

Grazie, è mio!” disse l’uomo riprendendo il foglio. Lo rimise nella tasca interna della giacca scura e gli porse la mano in segno di ringraziamento. Forse, in quel foglio, c’era scritto qualcosa d’importante.

Si strinsero la mano come due vecchi conoscenti, la morsa ferrea aveva quasi stritolato quella di Jeremy, che ebbe un leggero giramento di testa, un formicolio per tutto il corpo, una specie di nausea. Gli sembrò anche di essere diventato più alto.

Spinse la gente cercando un varco, perché qualcosa di paranoico gli si era insinuato nella mente. Sentiva ancora quello strano malessere e voleva solo chiudersi nel bagno, respirare senza che nessuno lo soffocasse.

Si chinò sul lavandino e si accorse del colore diverso degli abiti, delle maniche scure di una giacca, di una camicia che non aveva mai indossato. Alzò la testa verso lo specchio e quasi svenne.

Che cazzo mi sta succedendo? Quello lì non sono io, perdio! Osservò il volto allo specchio, rimase fermo per dei minuti a guardarsi, mentre il cervello faceva milioni di domande. Quasi gli andava in fumo e sentì un leggero mal di testa cominciare a torturarlo.

Che dio mi aiuti!” disse alla sua immagine.

Gli venne l’idea più bella che avesse mai avuto: controllare i documenti del tizio e scoprire qualcosa, qualsiasi cosa. Sentiva il panico uscire da ogni poro della pelle. O forse era la pazzia.

Frugò nelle tasche interne e trovò un portadocumenti e lesse: Charles Smith di anni 38. Lesse avidamente gli altri dati sulla sua nuova identità.

Rimise a posto i documenti e poggiò le mani sul lavabo. Si specchiò in silenzio e si accorse di diventare più calmo e rilassato ogni istante che si specchiava.

Sono Smith, il signor Charles Smith!” disse ad alta voce al riflesso della sua immagine.

Sono un uomo rispettabile e di successo!” continuò a dirsi. Le mani strinsero la ceramica del lavandino e sul suo volto nacque un sorriso.

Jeremy Dowson, alias Charles Smith, uscì dal locale, impettito per la sua nuova identità. Non sapeva quanto sarebbe durato, ma si trovava benissimo in quei nuovi panni. Gli calzavano a pennello. Adorava persino il nuovo tono della voce: avrebbe voluto cantare a squarciagola per le vie di New York.

Girò a sinistra seguendo il marciapiede, schivando le gente con abilità, sentendosi un Dio sceso in terra. All’improvviso si bloccò vicino a un taxi. E infilò la mano in una delle tasche interne e ne estrasse un foglio. Lo lesse attentamente. Decise di recarsi a quell’appuntamento.

* * *

Giunse a Murray Street in perfetto orario, come aveva letto nel foglio. Si chiese con chi avrebbe avuto a che fare: con uomini di affari? Cazzo, quella via era nel pieno centro di Manhattan e, lui, cominciava a divertirsi da matti. Alzò la testa al cielo, oltre i grattaceli alti decine di piani, e cercò di ringraziare Dio – se mai ne fosse esistito uno – e promise che non avrebbe sprecato quell’occasione.

Rilesse quel foglio, in cui c’era scritto che doveva incontrare tre uomini a quell’indirizzo. Così attese che qualcuno si facesse vivo.

La gente, intanto, gli passava vicino pensando ai fatti propri.

Per passare il tempo, Charles Smith, si mise a fissare quella zona: si trovava di fronte alla filiale di una banca – la TD. Bank – con ben quattro vetrate che davano sulla via e, alcuni adesivi verdi e bianchi, ne coprivano parzialmente l’interno.

Dall’altra parte della strada notò un’altra banca: una delle filiali della Bank Of America. Se avesse fatto altri dieci passi, avrebbe percorso la Warren Street Broadway.

Smith si sentì ancora più eccitato. In quella zona di New York, fece mente locale, lui non ci aveva mai messo piede.

Un furgone grigio metallizzato gli passò davanti, suonò un paio di colpi di clacson prima di immettersi sulla Warren Street Broadway e fermarsi. Lo sportello laterale si aprì e qualcuno lo chiamò per nome.

Trattenne l’euforia, cercando di placarla. Non era un gran mezzo su cui poggiare il culo e gli abiti firmati che indossava.

Entrò e lo fecero accomodare sui sedili posteriori. Qualcuno chiuse lo sportello e il furgone ripartì in fretta.

Charles Smith si guardò intorno, cercando di sembrare il più normale possibile. Con lui c’erano altre tre persone e due lo stavano fissando con aria seria, concentrata.

Tutto a posto, capo?” gli chiese quello che gli sedeva vicino. Gli altri due stavano nei posti anteriori e, quello che guidava, osservò il nuovo arrivato dallo specchietto.

Ehi, non hai una bella cera oggi. Sei sicuro che vogliamo andare avanti con l’affare?”.

Charles Smith si portò entrambe le mani in faccia, stropicciandosela. Ma di cosa diavolo stanno parlando? si chiese. Cercò di prendere tempo. Si fece serio e strinse le labbra.

Ho solo un fottuto mal di testa che non se ne vuole andare! Mi sta distruggendo le meningi!”.

Il tizio seduto al suo fianco rise, poi smise subito quando Charles Smith lo fissò negli occhi: “Scusa, capo, è che non so nemmeno cosa siano quelle cazzo di meningi che blateri!”.

Charles Smith scosse la testa. Adesso doveva inventarsi qualcosa prima che cominciassero a dubitare di lui.

Se l’affare era previsto per oggi, lo faremo oggi!” disse in tono sicuro.

L’uomo alla guida del furgone girò a destra e parcheggiò il mezzo. Il tizio seduto dietro si era girato oltre i sedili posteriori, afferrando una scatola di legno. Gli sembrò pesante per come l’aveva presa e tirata a sé.

Charles Smith si fece curioso, avrebbe voluto saperne di più sul contenuto.

Finalmente si è riformata la banda Disney!” disse ridendo l’uomo alla guida. Quello seduto al suo fianco gli diede un ceffone: “Deficiente!” gli urlò, “Questa banda non è mai esistita! Si sta formando oggi!”. Agguantò la maschera che gli aveva passato il tizio seduto dietro e la indossò. Aveva il volto di Paperino.

Capo, tu sarai Zio Paperone!” e gli passarono la maschera. Gli altri indossarono quelle di altri due personaggi: Topolino e Pippo.

Ricordi cosa ci hai detto ieri, Zio Paperone?”.

Charles Smith, dietro quella maschera, iniziava a sudare. Prima di incontrare quei tre coglioni – si, così li aveva definiti mentre li ascoltava parlare ed insultarsi – si era fatto decine di domande. Pensando addirittura di essere diventato un ricco uomo di affari. E invece non era altro che un capo banda e rapinatore di banche. Che delusione.

Provò un brivido di eccitazione quando impugnò la pistola che gli avevano passato. Un’arma automatica con il caricatore già inserito. Controllò la sicura e tornò al presente.

Guardò i tre coglioni da dietro la maschera e disse in tono più che convinto: “Oggi rapineremo quella banca con stile!”.

Lo fissarono per una decina di secondi senza aprire bocca, finché, quello alla guida, disse: “Non avevi detto così, ma…questa frase è la cosa più bella che io abbia mai sentito!” e la ripetè due volte.

Zio Paperone fece mente locale: se il colpo dovesse andare a buon fine, in futuro avrebbe scelto altri soci per i suoi affari, soprattutto gente più sveglia! E ora doveva giocare d’astuzia con i tre coglioni!

Va bene, adesso ripetetemi il piano.” disse.

Topolino si girò: “Ma noi lo sappiamo a memoria.” si lamentò.

Pippo accese il furgone. “Per me è una fottuta perdita di tempo e la banca sta aspettando!”.

Zio Paperone tolse la sicura dall’arma e urlò: “Qui non si muove nessuno finché non mi avrete detto tutto dal principio!”.

Paperino rispose per primo: “Arriviamo davanti alla banca e posteggiamo il furgone in modo che copra la visuale. Pippo aspetterà con il motore acceso. Ci metteremo meno di cinque minuti e fileremo via col malloppo!”.

Pippo aspetterà sul furgone con la maschera in faccia?” chiese Zio Paperone.

Certo, siamo o non siamo una banda?” ribatté Topolino.

Zio Paperone fece mente locale: anche il vero Charles Smith era un coglione come il resto della banda!

Pippo aspetterà sul furgone ma senza la maschera!”.

Pippo si girò di scatto: “E perché? Cazzo! L’idea della banda Disney è stata la cosa più fica che mi sia mai capitata!”.

Zio Paperone sbuffò, puntò la pistola in testa a Pippo urlando: “Perché qui le decisioni le prendo io! Se aspetti con quella fottuta maschera in faccia, attirerai i passanti curiosi e poi ci ritroveremo gli sbirri dentro la banca!”.

Nessuno disse nulla, Pippo stava per inserire la retromarcia.

Quale banca rapineremo?” chiese Zio Paperone.

La filiale della Bank of America!” rispose Topolino.

Sbagliato! Rapineremo la TD Bank, quella dall’altra parte della strada.”.

Oh, andiamo Zio Paperone, ci stai facendo a pezzi l’intero piano!” disse Paperino.

Ho deciso così e non si replica!” Zio Paperone abbassò la pistola osservandola, infine tornò a guardare i tre complici: “Rapineremo la TD Bank perché avremo più successo, meno guardie all’interno e meno occhi sulla filiale.”.

Geniale!” disse Pippo, “Perché non ci hai detto dei cambiamenti ieri, quando ci siamo visti?”.

Zio Paperone non rispose, si limitò a fissare la strada che il furgone stava percorrendo.

Giunsero in Murray Street n° 25 e parcheggiarono il furgone davanti alle vetrate della banca.

Si, il piano poteva funzionare!

Pippo si tolse la maschera e attese con il motore acceso.

Zio Paperone, Topolino e Paperino entrarono in banca con le armi all’interno delle tasche e le maschere in mano. Una guardia giurata li fece entrare: Zio Paperone aveva spiegato a gesti che aveva una protesi in ferro all’interno del corpo. Fu un gioco da ragazzi. Le telecamere non avevano ancora ripreso i loro volti.

Si misero le maschere ed estrassero le armi. “Fermi tutti, questa è una rapina della banda Disney!” urlò Topolino.

Zio Paperone lo guardò e scosse la testa: “E’ proprio indispensabile sottolineare banda Disney?”.

Paperino aggiunse: “Certo! Come diavolo farebbero a capire il nome della banda? Noi vogliamo diventare famosi, oltre che ricchi!”.

La guardia giurata scoppiò a ridere, anche il direttore e alcune cassiere. Una cliente anziana cadde a terra svenuta.

Zio Paperone riprese in mano la situazione, ma prima si era sentito così umiliato…

Questa è sempre una fottuta rapina! E noi vogliamo che smettiate di ridere, prima che qualcuno si faccia veramente male!” e puntò la pistola alla testa del direttore. “Adesso verserete i contanti in alcune sacche. Banconote di piccolo taglio e che non siano consecutive: è tutto chiaro?”.

Il malloppo venne messo in due borse, così come gli era stato ordinato. Le persone, all’interno della filiale, si erano calmate – non ridevano più – e ora erano serie.

I tre rapinatori presero le sacche e fuggirono all’esterno.

Videro Pippo fuori dal furgone, con le mani bene in vista. Per l’occasione – per l’ultima – aveva indossato la maschera del suo personaggio preferito. I lampeggianti rossi e blu erano ovunque. Zio Paperone vide i poliziotti e gli agenti del F.B.I. che li avevano circondati: non esisteva via di fuga.

Vennero ammanettati davanti a una folla di curiosi, tutti escluso Zio Paperone.

E’ stata una mossa geniale, Agente Speciale Smith, quella di cambiare banca. Ma come ti è venuto in mente, collega?”.

Zio Paperone fece mente locale: anche gli agenti del F.B.I. e di tutti i distretti di New York erano dei gran coglioni. La lista si allungava a dismisura.

 

“L’angelo e il diavolo”

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Chiara si buttò sul letto e saltò sul materasso ridendo, finché la raggiunse il nonno. La guardò con occhi severi e lei capì che doveva smettere. Si mise il pigiama anche se non aveva sonno. Entrò sotto le coperte e attese che Angelo le desse il bacio della buona notte.

“Devo dormire anche se non ho sonno?” chiese seria.

“Se prometti che dopo chiuderai gli occhi, allora ti racconto una storia.” le disse afferrando una sedia. Si spostò sul lato del letto e si mise seduto.

“Lo prometto!”. Gli occhi di Chiara erano luccicanti di gioia, quanto le piacevano le storie del nonno. Riuscivano a catturarla, a incuriosirla fino all’epilogo e poi aveva quel tono di voce che lo avrebbe ascoltato per sempre.

“Va bene” disse Angelo sistemandosi comodo, “ti racconterò la storia di un Angelo e di un Diavolo, ma dopo chiuderai gli occhi e ti metterai a dormire?”.

Chiara assentì con la testa. Le coperte rimboccate fino al mento, gli occhi che esprimevano tutta l’aspettativa per la nuova storia.

Angelo si schiarì la voce con un colpo di tosse: “Lo sai che nel mondo ci sono molte creature che non riusciamo a vedere?”.

“Come gli angeli e i diavoli?” lo interruppe Chiara.

Lui non si scompose ma la fissò per un istante, lo sguardo serio, infine le sorrise. “Esatto, proprio come loro. E questa storia sarà tenera come i dolci che ti prepara la mamma e dura come a volte può essere la vita.”.

“Anche papà è duro” disse lei, poi aggiunse: “qualche volta.”.

“Si comporta così perché a volte è necessario. Ma posso continuare la storia?”.

Chiara fece scivolare le piccole mani sulle coperte, tirandole più su fin quasi agli occhi. Lo sguardo che scrutava il nonno.

“Dicevamo degli angeli e dei diavoli, giusto? A volte succede che s’incontrino e rimangano affascinati l’uno dell’altra. Si forma una specie di equilibrio, a volte sboccia l’amore e succedono dei miracoli.”.

“Continua, ti prego.” disse la bimba.

Angelo si alzò dalla sedia e, lentamente, si mise seduto sul bordo del letto; le accarezzò i capelli biondi e le fece un largo sorriso.

“Certo, la storia mica finisce qui.”.

“Chi sono? Li conosco?” chiese la nipote.

“Quanta fretta che hai.” Angelo si prese un paio di secondi, alzò il dito indice e chiese: “Sai mantenere un segreto?”.

Chiara, del tutto meravigliata, si alzò sui gomiti, lo sguardo stupefatto. Amava i segreti perché pensava alla responsabilità che le veniva data, inoltre era molto curiosa. “Certo nonno! Dalla mia bocca non uscirà niente.”.

“Quando vedrai una stella cadente, vuol dire che un angelo e un diavolo si sono incontrati. Gli sguardi si sono incrociati…si sono studiati.”.

“Vuoi dire come è successo a mamma e papà?”.

“Non ti sfugge niente, vedo.”.

“Ma…” Chiara lo fissò perplessa, “Mamma e papà non sono come dovrebbero essere, non li ho mai visti come un angelo e un diavolo.”.

Angelo sorrise per l’espressione che aveva la nipote: stupita, interdetta. C’era qualcosa che non riusciva a comprendere.

“E’ vero” ammise l’anziano, “potrebbe mettere in errore anche il più bravo studioso. Ma sappi che, da quando si sono incontrati, è successo qualcosa fra tua madre e tuo padre, qualcosa che non doveva succedere. L’amore.”.

“Anche io lo provo, sai?” disse Chiara afferrando l’orsacchiotto Emy. “E’ la stessa cosa?”.

Angelo sorrise: “Più o meno si!”.

“Allora perché papà non è cattivo? Dopo tutto è un diavolo.”.

“Tuo padre è cambiato. E’ successo quando ha conosciuto la mamma, quando tutto ha raggiunto un equilibrio e…un miracolo!”.

“Il miracolo è Chiara?” chiese la bambina.

“Già!” le sussurrò ad un orecchio.

“Io sono buona o cattiva?”. La domanda fece rimanere perplesso il nonno, che si mise una mano nella tasca per estrarre una moneta. La fissò per qualche attimo, dopo spostò lo sguardo su Chiara.

“Se riesco a dimostrarti che sei l’equilibrio tra buono e cattivo, dopo ti metterai a dormire?”.

“Promesso!” rispose con un sorriso fiammante.

“Lancia a terra questa moneta: se esce testa sei buona, croce sei cattiva!”.

Chiara accettò la sfida, si mise seduta sul letto e afferrò la moneta. Aveva il viso acceso per l’emozione e per la paura, tutte sensazioni che, senza volerlo, dimostrava al nonno. Scrutò l’oggetto per diversi secondi, come se non fosse sicura di quello che stava per fare.

Lanciò la moneta in aria, che cadde sul parquet. La bimba aveva portato le mani al viso, spostò indice e anulare per sbirciare e fece un respiro profondo per la sorpresa: la moneta era caduta in piedi, come se una forza invisibile la tenesse ferma in quella posizione. Né testa, né croce.

“Hai visto? Sei l’equilibrio esatto fra buono e cattivo!”.

Chiara guardò la moneta, ancora in quella posizione così innaturale. Sospirò e spostò lo sguardo sul nonno che le sorrideva compiaciuto: “Mamma e papà quando tornano?”.

“Adesso hanno degli impegni molto importanti, ma presto torneranno da te, dal loro piccolo miracolo. Adesso mettiti giù e dormi.”.

 

“La vendetta di Thomas Carter”

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Città di Dale – 10 dicembre.

Thomas Carter agguantò il giornale cittadino, lo aprì alla pagina dei necrologi e si diresse in cucina: doveva leggere se era tutto vero.

Spostò di lato una delle sedie, appoggiò il giornale sul tavolo e si chinò, mentre con l’indice scorreva i vari trafiletti scritti in neretto. Si fermò su un annuncio in particolare, il quale diceva:

Tutti i parenti e gli amici ne danno il triste annuncio. Thomas Jeffry Carter – di anni 33 – è deceduto in un incidente stradale. La madre e la sorella hanno deciso la data per il funerale fissato fra tre giorni – il 13 dicembre 2010 – appena verrà terminata l’autopsia sul corpo del defunto.

Thomas Carter cadde quasi sulla sedia, strabuzzando gli occhi. La mente non riusciva a concepire ciò che aveva appena letto.

Corse in bagno ed aprì il getto d’acqua sciacquandosi il viso più volte. Vide la sua immagine allo specchio, mentre il cervello elaborava ancora quelle poche righe.

Si stropicciò la faccia, valutando se non avesse avuto un semplice abbaglio.

Lo squillo del cellulare lo fece tornare alla realtà, ma non aveva fretta di rispondere. In verità nemmeno voleva farlo, così tornò alla pagina del giornale: si sedette sulla sedia lentamente, gli occhi fissi su quelle parole che lo davano per morto.

Chi cazzo è stato?” urlò. Nemmeno si sentiva incazzato, più che altro era ancora nella fase dell’incredulità.

Nel soggiorno tornò il silenzio, finché la suoneria del telefono avvisò dell’arrivo di un messaggio. Questa volta, Thomas, afferrò il cellulare dal davanzale della finestra e lesse a voce bassa.

Ho letto la notizia sul giornale, ma chi può essere stato? Hanno portato nostra madre in ospedale, ha avuto problemi di respirazione ed è svenuta. Si trova ricoverata nella stanza 451. Perché non la vai a trovare, quando te la senti?”.

Thomas pensò a sua sorella Jenny, a chissà cosa avesse pensato quando aveva letto il giornale quella mattina. Per quanto riguarda la madre, invece…

Si mise in divisa e prese il distintivo della Dale Security, mettendo la pistola Smith & Wesson calibro 22 all’interno della fondina. Ormai erano otto anni che lavorava nell’agenzia di sicurezza portuale.

* * *

Cazzo! Mia madre è in fin di vita, pensò mentre percorreva il corridoio dell’ospedale cittadino. Lungo il tragitto da casa sua aveva incrociato molte persone, conoscenti più che altro, e nessuno aveva avuto il coraggio di fargli una sola fottuta domanda. C’era da biasimarli? Molti, appena lo avevano visto, si erano persino girati dall’altra parte. Che storia assurda del cazzo, pensò.

Mentre camminava leggeva i numeri delle camere, finché giunse davanti alla stanza 451.

Si affacciò appena ed intravide un solo letto, così fece un respiro profondo sistemandosi i capelli. Era ansioso, irrequieto e forse anche irascibile.

Si prese ancora qualche secondo di tempo, bussò allo stipite in alluminio ed entrò nella stanza. Vide sua madre attaccata ad una flebo. Gli occhi chiusi in una fessura, le coperte le coprivano l’intero corpo fino al mento, i capelli bianchi sul cuscino. Vide delle macchine che registravano il respiro ed il battito cardiaco.

Thomas si sentì male, quasi smarrito.

Si portò al fianco del letto e sbirciò dalla finestra: non sapeva se provare a parlare a sua madre, oppure darle un bacio sulla fronte e andarsene al lavoro. Decise per la seconda opzione.

Si chinò sulla donna, gli occhi quasi bagnati per le lacrime, la mano gli tremava mentre si avvicinava alla sua fronte. Ma poi si paralizzò perché la madre si era risvegliata e i suoi occhi aperti lo stavano fissando.

Mamma, ti sei ripresa.” le disse con stupore.

La donna gli sorrise, poi mosse lo sguardo oltre, osservando il posto in cui si trovava.

Perché ci hai fatto questo stupido scherzo?” chiese con un filo di voce.

Thomas Carter rimase incredulo, immobile. Gli occhi fissi su quelli di lei. Tentò di comprendere: “Forse ho sentito male. Hai dato la colpa a me per tutto questo?”. Si chinò su di lei mentre, con una mano, afferrava la sua.

La donna fece un segno di assenso dicendo: “Certo che sei stato tu! Chissà come te la ridevi alle nostre spalle questa mattina!”. Spinse via la mano del figlio.

Ma come puoi solo pensare una cosa del genere?”. Il viso di Thomas si fece serio, inorridito al solo pensiero. Fece un passo indietro urtando con la schiena alla finestra.

In un solo istante, nella sua mente, passarono molti pensieri. Quanto avrebbe voluto agguantare il collo del tizio che gli aveva fatto quello scherzo. Oh, se solo lo avesse avuto di fronte!

Fece un respiro profondo.

* * *

Thomas Carter attese che il cancello elettrico si aprisse del tutto, mise la prima e sgommò con il suv nel piazzale. Parcheggiò la macchina vicino all’ingresso della palazzina e scese senza avere alcun dubbio. Si sentiva determinato.

Aspettò qualche secondo prima di aprire la porta degli uffici. Fece mente locale sul piano e su tutto ciò che gli servisse per attuarlo. Un paio di guanti in lattice, una latta di benzina, un piccolo registratore e tanto coraggio per affrontare quattro colleghi teste di cazzo.

Appena si sentì pronto, girò la maniglia ed entrò senza indugi. Udì le risate dei quattro colleghi di lavoro, che adesso gli risultavano più che fastidiosi: anni e anni di sopportazione…

Carter, sei arrivato in anticipo, non è mai successo in otto anni che ti conosco!” disse Alex Devis non appena lo vide. Gli altri risero, mentre Kris Tunner lo salutò con un sorriso tirato. Tutti e quattro erano seduti al tavolo della sala mensa. L’edificio, composto da quattro stanze e un bagno, era separato da pareti sottili e molte finestre di vetro scorrevoli. La luce del sole illuminava quasi tutti gli ambienti.

Thomas non li salutò nemmeno e tirò dritto verso il suo armadietto. Quegli stronzi cosa potevano fare se non giocare a poker? Lui se lo immaginava e così doveva essere.

Si fermò nell’ufficio dei computer e poggiò la latta vicino alla prima scrivania. Tornò indietro, facendo finta di essersi scordato qualcosa. Il lucchetto del suo armadietto non si apriva: c’era della colla nella serratura. C’era da stupirsene? Thomas si promise che quello era l’ultimo scherzo che Kris e la sua cricca gli avrebbero fatto.

Si mise i guanti in lattice, caricò il tamburo della pistola e tolse la sicura. Prima di muoversi accese il registratore e lo poggiò nella stanza adiacente.

Sentì altre risate provenire dalla sala mensa, mentre Charles Brook bestemmiava per una scala mancata. Era segno che non gli davano nessun peso. Perfetto.

Thomas pensò allo scherzo della sua morte, a sua madre, questo gli diede una forza che non aveva mai sentito dentro e se ne compiacque.

Entrò nella sala mensa con la pistola nascosta dietro la schiena. Alex Devis ancora rideva per i soldi che aveva vinto. Che pena che gli faceva.

Alex” disse Thomas fermandosi dietro di lui, “e tu hai puntato venti dollari con una sola coppia di nove? Li sai fottere i tuoi amici!”.

Alex si girò di scatto con aria incazzata: “E tu, di cosa cazzo t’impicci?”. Ma quando vide l’espressione di Thomas chiuse la bocca in una fessura. Aveva visto qualcosa in lui che non se lo seppe spiegare. Spregiudicatezza? Spavalderia?

Alex Devis sorrise: “Ho saputo che verrai sepolto fra tre giorni, così mi hanno detto!”.

Thomas rimase pietrificato, non si aspettava quella frase in quel frangente. Tanto aveva il registratore per la confessione che gli avrebbe estorto. Thomas sorrise.

Spero che verrai anche tu, al mio funerale!” gli rispose avvicinandosi ad un orecchio.

Il collega si girò nuovamente: “Certo che ci vengo, così potrò pisciarci sulla tua tomba!”. Risero alla battuta, tutti tranne Kris Tunner, il più giovane e forse il più ravveduto.

Kris Tunner mise il mazzo di carte sul tavolo: “Senti, Thomas, io non ci volevo entrare in questa stronzata, e lo dicevo che sarebbe stata troppo pesante”.

Stai zitto, frocetto di un pivello!” lo interruppe Alex.

Charles Brook e Sam Devoe non dissero una parola, uno si limitava a mischiare le carte, l’altro a fare la prima puntata. L’aria stava diventando pesante.

Thomas Carter è come se rilanciò puntando tutto sull’ultima mano.

Facciamo che adesso mi date tutti le vostre pistole, senza scherzi!” disse puntando l’arma.

I quattro colleghi lo fissarono, videro che indossava dei guanti in lattice e aveva lo sguardo serio, oltre che la pistola carica e senza sicura.

Charles Brook buttò le carte a terra: “E va bene, siamo stati noi a farti quello scherzo idiota!” aveva un’espressione spaventata, ma ancora non arrivava a piagnucolare. “Adesso rimetti via quell’arma, per favore.”.

Ho detto che voglio le vostre pistole qui, a terra e subito, oppure aprirò il cervello a qualcuno!”.

I colleghi si guardarono in faccia, uno a uno, e nessuno aveva il coraggio di ridere. L’ultimo a posare la pistola a terra fu Alex Devis e, mentre lo faceva, si girò a guardare Thomas negli occhi: “Me la pagherai cara, te lo giuro!”.

Thomas non gli rispose, se non solo con lo sguardo fisso nei suoi occhi. Sembrava freddo, deciso e convinto di quello che stava facendo.

Scusa, Thomas…” farfugliò Kris Tunner.

Thomas prese la pistola del ragazzo e mise la sua nella fondina.

Si chinò su Kris Tunner e disse a voce bassa: “Adesso tira fuori tutta la cocaina che hai e prepara quattro strisce”. Lo guardarono tutti senza dire nulla.

Ho detto di tirarla fuori e di prepararla!” urlò Thomas nel suo orecchio. Per incoraggiarlo, gli puntò la pistola alla testa.

Kris Tunner esitò, ma poi mise la mano nella tasca del giubbotto e tirò fuori una bustina di polvere bianca. Si girò a fissare Thomas, che gli fece un gesto con la canna della pistola.

Preparò le dosi sul tavolo.

Adesso sniffatela!”.

Si guardarono per un paio di secondi, qualcuno aveva detto a mezza bocca: “E’ fuori di testa! Ci ammazzerà tutti!”, forse l’aveva detto Sam Devoe.

Arrotolarono una banconota e, a turno, finirono le strisce di cocaina.

Possiamo riprenderci le pistole, adesso?” chiese Alex Devis. Sembrava euforico, ma quando si era girato verso Thomas, gli aveva digrignato i denti.

Thomas fece di no con la testa, puntando la pistola alla tempia di Alex Devis.

Ma cosa cazzo vuoi ancora!” sbottò lui, “Hai avuto una confessione in piena regola, ci hai disarmati tutti…” esitò, si leccò le labbra osservando gli altri tre, “mi hai umiliato davanti a quei tre coglioni!”.

Voglio che ti alzi, che vada all’armadietto a prendere quattro bicchieri e del buon whisky: dobbiamo brindare alla mia morte.”.

Alex Devis si alzò di scatto, scaraventando la sedia contro la parete. Thomas era indietreggiando di due passi, il braccio disteso e la pistola puntata verso di lui: “Corri a prendere quel fottuto Whisky, o giuro che adesso ti gambizzo!”. Abbassò la mira, lo sguardo era sicuro e convinto, irremovibile.

Qui sta andando tutto a puttane, Thomas, non hai più il controllo!” disse Charles Brook. “Che cosa vuoi da noi?”.

Thomas mosse la testa a guardare Charles, la pistola puntata ancora sull’altro: “Voglio che brindiate alla mia morte!”.

Alex Devis alzò le mani in segno di resa, quindi andò verso l’armadietto. Tornò con una bottiglia di Whisky e quattro bicchieri. Li riempì fissando Thomas negli occhi, covando rabbia per quando sarebbe tutto finito.

Bevete alla mia salute!” ordinò loro.

Ubbidirono. Al terzo giro, Thomas sorrise. Puntò la pistola di Kris Tunner e sparò ad Alex Devis, che cadde a terra, morto. Gli altri tre si alzarono e lui fece fuoco uccidendo Charles Brook. Buttò la pistola a terra afferrandone un’altra: quella di Alex Devis, con cui uccise Sam Devoe. Ne mancava solo uno: il giovane Kris Tunner, che era fuggito carponi fino all’ufficio dei computer. Ottima mossa, pensò Thomas, un ghigno si era formato sulla sua bocca.

Non mi uccidere, ti prego.” piagnucolò il ragazzo. Questa volta, le lacrime che vide, erano vere. “Verrai arrestato per omicidio!” deglutì a fatica, cercando un posto per scampare alla morte. “Ci sono le telecamere…” balbettò.

Thomas fece due passi verso di lui e sorrise: “E’ per questo che le latte di benzina non andrebbero portate all’interno degli uffici, sai, potrebbe scoppiare un incendio!”. Puntò la pistola e sparò due colpi. Kris Tunner morì pochi minuti dopo, mentre una latta di benzina esplodeva e bruciava gli hard disk che contenevano le immagini delle telecamere.

Attese qualche minuto all’esterno, lasciando le pistole vicino ai cadaveri. Chiamò il 911 avvisando che c’era un incendio nell’area portuale dell’agenzia, che aveva anche udito dei colpi di arma da fuoco e che avrebbe atteso i soccorsi.

Anche oggi era arrivato tardi al lavoro.