Il mondo perfetto [Seconda Parte]

Una settimana dopo, all’esterno di Andromeda.

Ramon rimase fermo, decidendo di abbassare la sua arma ML47 per non indispettire quelle quattro figure. Sapeva che lo avevano visto e aveva capito che lo stavano solo osservando, al momento non sembravano ostili.

Fu sconcertato vedendole avvicinarsi oltrepassando il canneto, non immaginava che simili creature potessero sopravvivere nel mondo esterno. I dettagli erano…

Alzò il braccio sinistro ed aprì una tastiera ergonomica applicata al polso, lo schermo da pochi pollici si accese e il cursore lampeggiò in attesa di un input. Nella Banca Dati del computer principale esisteva una mole infinita di dati, immagini, files: a lui non rimaneva che cercare per capire cosa fossero.

Non ti faremo del male!

Una voce entrò di prepotenza nella sua mente, anche se non era molto ricettivo in quel momento. Gli sembrò femminile e tranquillizzante. Con l’altra mano digitò: Entità Biologiche e la ricerca cominciò scandagliando files e immagini.

“Chi siete?”, la voce gli era uscita nitida e forte, nonostante portasse la maschera facciale completa, due filtri gli permettevano di respirare aria pulita per circa otto ore.

Ci hanno sempre chiamati i Grigi e noi ci siamo adattati a questo nome.

Un’immagine comparve classificando quella razza come Entità Biologiche denominate Grigi Alsaziani. Ramon osservò gli occhi neri di forma ovale, il naso piccolo e la pelle che si avvicinava al grigio chiaro. Indossavano tute blu aderenti, che rendevano la corporatura piccola e appariscente. Le mani di quegli esseri erano composte da sei dita lunghe ed esili. La testa calva era porosa e più grande rispetto al corpo, ma l’espressione dei visi era buona e trasmetteva dolcezza. La piccola bocca con labbra esili quasi non si notava, anche perché non la usavano per comunicare con lui.

Ai piedi, anch’essi muniti di sei dita, non portavano nulla. A Ramon apparvero troppo lunghi per la corporatura che avevano, non riusciva neanche a distinguere il sesso delle quattro figure, essendo molto simili fra loro.

Non andare verso la città, ma tieniti a debita distanza.

Quella frase fu l’ultima che sentì penetrare nella sua mente, che giungeva senza alcun preavviso. Vide le quattro creature rientrare nel canneto, sentendo appena i passi nella fanghiglia della palude. Rimase alcuni minuti in ascolto, mentre, nella sua testa confusa, un turbinio di domande si facevano strada, domande a cui non era sicuro di poter dare delle risposte.

Ramon avviò la funzionalità Termo Immagine, controllando che nelle vicinanze non vi fossero altre sorprese. Il visore notturno controllava ogni centimetro della sua visuale, se la temperatura fosse mutata, un suono acuto lo avrebbe avvisato e, una scala di colori accesi, gli avrebbe mostrato la fonte.

S’incamminò imbracciando l’arma che gli aveva sempre dato sicurezza.

Era un paesaggio strano quello che stava attraversando, una foschia spettrale stava salendo dalla superficie della terra, lentamente, sospinta da una leggera brezza. La scarsa luce notturna la rendeva quasi iridescente. Ramon non udiva alcun suono, a parte i suoi passi su ciò che, una volta, poteva essere catalogato come un bosco in rovina.

Gli alberi, in quella zona, sembravano morti. I rami spogli si levavano al cielo come tante braccia che cercavano di attirare l’attenzione. L’oscurità avvolgeva il mondo esterno con il suo mantello privo di colori e luci.

Il computer al polso dell’uomo emise dei segnali acuti, che richiamarono l’attenzione di Ramon: l’attrezzatura di rilevamento segnalava una nuova fonte di luce. Essa proveniva da Nord-Est. Una bussola elettronica gli indicò dove girarsi.

Il visore di Termo Immagine lampeggiò, un mirino elettronico analizzò ciò che aveva davanti, inquadrando e rendendo l’immagine alla portata del soldato.

Ramon rimase fermo, un po’ era spaventato, ma la curiosità ebbe il sopravvento su quello strano spettacolo: uno spicchio luminoso stava nascendo dalla terra, sul display lampeggiava una sola parola: Moon.

Il candore dell’astro fu subito aggressivo perché lui non aveva mai visto una luce del genere. Era viva, e sembrava pulsare di vita propria rifrangendosi su tutto ciò che lo circondava; avanzava all’orizzonte, che non aveva più ostacoli come un tempo.

“Nasconditi!”

Ramon rimase fermo, ma il sangue gli si era gelato in un istante. Fece un lungo respiro e attivò il suo ML 47: un lungo suono lo aveva avvisato che il mirino laser era operativo.

La sua mente aveva memorizzato tutto intorno a sé, persino possibili posti in cui potevano nascondersi delle minacce. Sapeva dove si trovava chi o cosa aveva pronunciato quella parola.

“Stanno per arrivare gli Slorm!”

Lindworm

L’ultimo libro letto e apprezzato è Lindworm, scritto da Alessandro Girola.

Lindworm

Alessandro Girola

Selfpublishing Amazon

59 pagine – Racconto lungo

Ebook 2,69 Euro – cartaceo 5,99 Euro

Trama

Norvegia settentrionale, agosto.
Un tour di turisti italiani si imbatte in una serie di paesi e di punti di ristoro abbandonati in tutta fretta. Non c’è più traccia di esseri umani da nessuna parte, nemmeno lungo la strada che porta a Capo Nord.
Dove sono finiti gli abitanti del posto? Perché i cellulari hanno improvvisamente perso il segnale? Quale minaccia incombe sul Nord-Norge?

Si tratta di una breve ma intensa storia, secondo me. L’autore ha trascorso le vacanze in Norvegia e ha preso spunto per scriverne un’intrigante narrazione. I personaggi sono ben caratterizzati, nonostante il racconto sia corto. L’ambientazione viene descritta benissimo.

Lindworm contiene una miscela di generi che vengono amalgamati perfettamente. La storia scorre senza annoiare, anzi, incuriosisce sempre il lettore.

Erica è una guida turistica, Samuel un blogger scrittore particolare. Ecco, questi sono i due personaggi che mi hanno affascinato di più.

Non posso svelare oltre la trama, perché credo che ogni lettore dovrebbe scoprire questa interessante storia.

Consigliata agli amanti del mistero, del soprannaturale e dell’avventura.

Il mondo perfetto [Prima parte]

Un uomo dai capelli bianchi stava attraversando il quartiere Scientifico di Andromeda, la città sotterranea. Erano anni che studiava un modo per ripulire la terra, o ciò che ne era rimasto, per sperare, un giorno, di tornare ad abitarla. Quanto gli mancava, nessuno era in grado di dirlo.

Tutto era cambiato da quando era stata fondata Andromeda, persino il modo di muoversi da una via all’altra, attraverso mezzi all’avanguardia.

L’uomo scese dall’auto, una macchina dall’aspetto aerodinamico con sportelli ad ali di gabbiano. Pochi istanti e si richiuse emettendo uno sbuffo: le luci si spegnevano a comando vocale, grazie ad una sofisticata centralina.

Il dottor Maximilian Droe si era fermato sotto l’ampio ingresso del palazzo, una grande tettoia che proteggeva l’entrata dell’edificio. Prima di spingersi oltre, si era fermato a osservare le grandi scritte dell’azienda: P. O. A. (Program Ologram Active).

Sorrise, perché si trattava di una copertura per quello che stavano tentando di creare.

Si aggiustò l’abito, come sempre aveva fatto, e proseguì verso la vetrata. Alcuni robot si muovevano all’interno dell’edificio, il rumore dei cingoli quasi non si sentiva dall’esterno. Erano esseri piccoli, a cui non ci si faceva caso, ma possedevano armi micidiali se attaccavano gli intrusi.

Era tutto cambiato nel giro di cinquanta anni, le società scientifiche avevano investito milioni di dollari per fondare la città più complessa che il genere umano avesse mai visto e che avesse mai abitato.

Il robot 451 girò all’improvviso convergendo verso l’ingresso, i suoi sensori avevano captato qualcosa nelle vicinanze. Un puntatore laser aveva agganciato una possibile minaccia, così lo teneva sotto tiro. Un congegno di lettura, nel frattempo, stava misurando dei valori, il tutto in pochi istanti, in un battito di ciglia. La risposta giunse al robot, l’ordine era di non fare fuoco.

Il dottor Droe non era a conoscenza di quello che era appena successo, si stava solo avvicinando al lettore posto di fianco all’ingresso. Era tutto nella norma, dopo che un lettore ottico gli aveva controllato l’iride e l’impronta vocale.

“Benvenuto, dottor Droe.” aveva detto una voce femminile. La porta a cristalli si era aperta di lato, lasciandolo entrare.

Maximilian osservò in silenzio l’ambiente, quella grande stanza che una volta accoglieva l’ufficio pass e relazioni con il pubblico: c’era solo un bancone bianco, persino i computer si erano portati via. Era tutto cambiato, ora. Le macchine, nel tempo, avevano preso il posto dell’uomo. Sofisticati microchip erano migliori del cervello di un essere umano, erano più affidabili e non si ammalavano. Che tristezza, pensò. Gli mancava il contatto umano.

Scacciò quei tristi ricordi e si avviò per prendere l’ascensore. Un centinaio di led controllavano i suoi movimenti, quelli di qualsiasi essere avesse varcato quella porta.

Un altro lettore ottico era stato installato di fianco all’ascensore, che fece esattamente il suo dovere, mentre, alle sue spalle, i robot della sorveglianza controllavano il perimetro dello stabile. Erano silenziose, quelle macchine, silenziose e non commettevano mai errori.

“Portami al quarantacinque!” disse il dottore appena era entrato, “Come desidera, signore.” rispose la stessa voce dell’ingresso.

“Ha passato una felice notte?” L’uomo si era innervosito, erano anni che gli veniva fatta la stessa domanda, ogni volta che riprendeva a lavorare. Ma, d’altronde, non erano altro che programmi, facevano solo quello che gli veniva chiesto, niente più e niente meno.

Non appena entrò nel suo studio, il dottor Droe, si era lasciato tutto alle spalle, persino quanto gli desse fastidio il contatto con le macchine. “Le fredde creature dell’uomo”, così le aveva sempre definite.

“Buon giorno, dottore” disse Stan Conbar. Era seduto davanti alla sua postazione e gli era bastato udire i soliti rumori che faceva per riconoscerlo, non appena si era tolto la vecchia giacca a doppio petto e aveva poggiato l’antiquata valigetta di cui non si separava mai. Il dottore non era altro che un anziano abitudinario.

Stan si era voltato per lanciargli un sorriso, uno strano sorriso, dicendogli: “Venga a vedere con i suoi occhi!” Poi si era accorto che anche il dottore non stava più nella pelle e che aveva capito dal suo sguardo, dalla soddisfazione per alcuni risultati inaspettati.

“In queste ultime dieci ore siamo progrediti su tutti i fronti, ci daranno altri stanziamenti, ne sono convinto!”

Max si era quasi tuffato al suo fianco, osservando i cinque monitor fissati alla grande scrivania. Leggeva i dati a mente, i suoi occhi scorrevano su tutto ciò che c’era scritto nella finestra di progressione.

“I Naniz sono una realtà!” disse con tono di trionfo.

“Non ci speravo proprio.” ribatté Max spostando lo sguardo sul Primo Assistente, “E li abbiamo già creati?” chiese. Tornò a leggere gli schermi, mentre Stan gli spiegava le modalità di sfruttamento.

“Non è tutto!” disse sorridendogli: “Abbiamo ultimato gli Ologrammi, entro questa notte dovrebbero diventare attivi.” Stan si era appoggiato di peso allo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto, aspettando altri complimenti dal dottore. Ma questi non giunsero: Maximilian si aspettava altre sorprese, la classica ciliegina sulla torta.

“Tutto qui?” chiese Droe, il suo volto era mutato in delusione perché aveva altre aspettative sulle ultime ore.

“No! Non è tutto qui.” Stan Conbar aprì una cartella elettronica e prese una penna ottica che diresse sull’apice destro del foglio elettronico. Digitò un codice segreto che conoscevano in pochi e, sui cinque schermi al plasma, comparve una scritta lampeggiante:

Progetto Eclissi Totale

Program starting

Dal computer lampeggiarono cinque led rossi e alcuni processori lavorarono ad un codice criptato, infine comparve una data, un giorno, un mese e un anno.

“E’ fra una settimana!” gridò Maximilian Droe, alcune lacrime gli rigarono le guance, ma a lui non importava perché il sogno di una vita si stava per realizzare. Quante ore, o giorni, o mesi ci aveva lavorato? Non lo sapeva quantificare, ma presto la terra sarebbe stata purificata e l’uomo sarebbe potuto tornare a vivere in superficie.

“Grazie!” gli aveva urlato mentre si lanciava in una sorta di abbraccio, “Grazie per aver creduto in questo progetto!”

Dreamworld 2 – Seconda parte

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Gloria lo guardò perplessa. Fra i due era quella che più gli dava credito, non solo perché si trattava di suo fratello, ma anche perché non lo aveva mai visto ridotto in quello stato. “Potrebbe trattarsi di un sogno premonitore.” tentò di giustificarlo.

“So che è difficile da credere” disse Stefano. Prese la tazzina di caffè e lo bevve in due sorsi, poi si pulì la bocca con un fazzoletto. “ma ho le prove di quello che succederà questa sera.”

“A quali prove ti riferisci?” chiese Emanuele, anche Gloria parve incuriosita dalle ultime parole.

“Vedete quel gruppo di tende laggiù, oltre l’edicola?”

Entrambi si girarono in quella direzione. Videro parte delle transenne e l’apice delle tende bianche montate in piazza. Da quella distanza potevano osservare anche gli uomini della sicurezza privata.

“E con questo?” chiese Emanuele sorridendo.

Stefano guardò il cielo, stizzito. “Sentite, tutta quella roba montata laggiù ieri non c’era. Nessuna transenna, neanche l’ombra di una sola tenda.”

Gloria gli afferrò una mano delicatamente, guardandolo sempre negli occhi. Gli voleva stare vicino in quel momento, magari trasmettergli affetto.

“Eppure” continuò Stefano osservando sempre quella parte della piazza, “tutte quelle tende io le ho viste nel sogno.”

“Le hanno montate questa mattina.” constatò Emanuele sempre divertito.

“Il sogno l’ho fatto qualche ora fa, quando in piazza non c’era nulla. Possibile che non ci arriviate.”

“Va bene.” disse sua sorella, “Ammettiamo che sia tutto vero, che quello che hai sognato accadrà questa sera, che cosa vuoi fare?”

“Salvare quelle persone” ci pensò qualche secondo, “e capire cosa hanno in mente quelli oltre le transenne.”

Giunse un autobus e della gente scese a terra, altre persone salirono sul mezzo pubblico. “Che cosa c’entrano quelli laggiù?” chiese Emanuele, indicando l’accampamento di tende.

“Intanto, quelli della sorveglianza non sono italiani. E nel sogno, dopo aver visto morire quei due disgraziati, sono entrato in quelle tende.”

“Davvero?” chiesero in coro Gloria ed Emanuele.

“Davvero. C’erano delle strane casse di legno. Non so che cosa ci fosse dentro, ma lo voglio scoprire.”

“Se mi date qualche minuto, chiamo il mio contatto al Comune. Possiamo controllare tutti i permessi che hanno richiesto.” disse Emanuele, tirando fuori il cellulare dalla giacca.

Stefano gli sorrise compiaciuto: “Ottima trovata!” e lo guardò alzarsi dalla sedia.

Gloria e suo fratello rimasero soli. Non si dissero nulla, il brusio della gente agli altri tavoli e il rumore del traffico li aiutò a riflettere.

“Come pensi di entrare lì dentro? Hai visto in quanti sono a controllare il perimetro?” Gloria si ammutolì di nuovo, il suo sguardo era diretto al semaforo pedonale della piazza. Immaginò due persone correre sulle strisce e un cofano di un’auto che impatta contro i loro corpi. Le vennero i brividi. “Come farai a salvare quelle due vite?”

Stefano non le rispose subito ma sorrise per quelle domande che aveva fatto, mentre con il cucchiaino toglieva la schiuma sul bordo della tazzina vuota.

“Domande interessanti” ammise Stefano, “intanto non saremo da soli questa sera.”

“Vuoi chiedere aiuto a Roberto?”

“E’ la cosa migliore da fare. Ci hanno aiutato molte volte nei casi difficili.”

“Già.” ammise la sorella.

Emanuele si sedette al suo posto e poggiò il telefono sul tavolino. “Hanno tutti i permessi in regola.”

Lo sospettavo.” borbottò Stefano, guardando Gloria negli occhi.

Ufficialmente devono fare delle riprese esterne questa notte. Hanno una vigilanza privata estera.”

Molti sono russi.” aggiunse Stefano.

E tu come lo sai?” gli chiese Gloria, sistemandosi una ciocca di capelli davanti agli occhi.

Stefano sospirò, poi disse: “Perché ho superato quelle dannate transenne, sono entrato in alcune tende e nessuno mi ha visto, nessuno mi ha fermato.”

Emanuele si avvicinò con la sedia, appoggiando i gomiti sul tavolo e, per qualche attimo, studiò l’espressione di Stefano. “Come diavolo fai a sapere che sono russi?”

Li ho sentiti parlare. Alcune parole erano russe, quindi sono russi.”

Va bene” s’intromise Gloria, “adesso come ci muoviamo?”

Voi due andate in ufficio, dobbiamo contattare quel cliente…”

Si chiama Russo, Marco Russo!” lo aiutò Emanuele, poi scoppiò a ridere. Anche Gloria non riuscì a trattenersi, finché Stefano sorrise. Era teso ma quel gioco di parole lo aveva aiutato a rilassarsi un po’.

Ci vediamo dopo.” disse a entrambi. Stefano li guardò allontanarsi, dopo si alzò per pagare il conto.

The Terror – Cosa ne penso

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Ci troviamo sulla Erebus, una delle due navi incastrate nel Pack artico. Miglia e miglia di ghiacci e iceberg che bloccano le due navi. La vita a bordo è routine, freddo artico e glaciale. C’è qualcosa che si aggira fra le due navi, e non si tratta di orsi bianchi, ma di un essere che si confonde fra il ghiaccio e la neve. Gli equipaggi sono superstiziosi, soprattutto marinai e mozzi. Hanno ancora provviste nelle stive, carbone per le caldaie. Ma quando finiranno tutte le scorte?
A volte, immergendomi nella lettura, provo inquietudine immaginando gli uomini di guardia sul ponte principale, quando il vento fischia impetuoso, la nave scricchiola e geme, le sartie emettono suoni per il vento e quella “cosa” è in agguato, pronta a mietere la prossima vittima.

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Quando arrivi alla parola fine di un romanzo come questo, vorresti conoscere di persona Dan Simmons per ringraziarlo per la bella e coinvolgente lettura.
Come sempre, desidero sottolineare che le mie non saranno mai delle vere recensioni, in quanto dettate sempre dal mio gusto personale, sensazioni, stati d’animo durante la lettura.
The Terror è un complesso ma coinvolgente romanzo, che potrei spezzare in tre parti ben distinte.
La storia si svolge fra gli anni 1845, 1848 e prosegue oltre. I personaggi sono diversi, alcuni sono importanti ai fini della trama. Quelli secondari non li definirei superflui, ma offrono altri punti di vista necessari per amare questa vicenda vissuta da centotrenta uomini nell’artico quasi sconosciuto dagli occidentali.
Nel 1845 due navi inglesi (la Terror e la Erebus) salpano per scoprire il Passaggio a Nord. E questa potrei definirla la prima fase della storia.
Circa un anno dopo, le due navi rimarranno bloccate nel pack artico. E tutto quello strato di ghiaccio si muove, si solleva, si spezza come fosse un animale indomabile.
Dopo molti mesi di attese, speranze, preghiere, gli equipaggi devono abbandonare entrambe le navi.
Dan Simmons mi ha fatto “vivere” un’avventura ai limiti della fatica umana, in un freddo glaciale che ti mozza il respiro, quando speri che lo scorbuto, oppure una polmonite, ti uccida senza soffrire oltre il dovuto.
Confermo che il Capitano Francis Crozier è uno dei personaggi che difficilmente dimenticherò.

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Un romanzo consigliato.

Ultime letture – The mist e The body

Oggi voglio parlarvi delle mie ultime letture.

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The mist

Scritto da Stephen King

Sperling & Kupfer

Disponibile sia in digitale che cartaceo.

Quarta di copertina:

La piccola cittadina di Bridgton, Maine, viene improvvisamente avvolta da una fitta nebbia. Iniziano così ad accadere cose strane: creature bizzarre e pericolose si aggirano non viste per le strade, facendo scomparire alcuni degli abitanti. Il supermercato, che inizialmente appare come l’unico luogo di salvezza, si rivela una pericolosa prigione. Le persone che hanno cercato riparo lì, infatti, non sono minacciate soltanto dai mostri nascosti nella nebbia, ma anche dalla follia che il terrore claustrofobico fa nascere tra i rifugiati.

In realtà questa storia è stata ripubblicata, infatti fu una delle mie vecchissime letture da ragazzino. Faceva parte di Scheletri, una corposa raccolta di racconti. Immagino che sia una procedura di marketing, per riproporre racconti lunghi, o brevi romanzi, del vecchio King.

La veste grafica mi piace tanto quanto la storia. Ecco perché l’ho comprato in versione cartacea e mi ci sono voluto immergere di nuovo.

Tornando al libro di King, scritto in prima persona, riesce a catapultare il lettore all’interno della tempesta che flagella le comunità intorno al lago. Il giorno seguente sopraggiunge una strana nebbia che nasconde qualcosa al suo interno. Per spiegarvi cosa ci sia, dovrei usare le parole della signora Carmony: “C’è la morte lì dentro!”
Un gruppo di persone si barrica all’interno di un supermercato, mentre la nebbia nasconde quelle cose e spaventa tutti. Il male, però, lo troveremo sia fuori che dentro. Quando la gente ha paura, si aggrapperebbe a qualsiasi cosa pur di salvarsi.

Molti anni fa, quando cercavo di farmi spaventare dalle storie scritte da altri, non facevo nemmeno caso agli stili di scrittura, oppure ai punti di vista scelti dai vari autori. Oggi è diverso. Sono sempre affascinato da ogni scelta che fanno gli altri.

Lettura consigliata anche a chi si volesse approcciare per la prima volta a un libro scritto da King. Anche in questa storia emerge la dualità del male, sia all’esterno del supermercato, sia all’interno di alcuni uomini.

Ora passiamo all’ultimo libro terminato in queste ore.

mde

The body

Scritto da Stephen King

Sperling & Kupfer

Disponibile sia in digitale che cartaceo.

Quarta di copertina:

Alla fine dell’estate, Gordie e i suoi tre migliori amici, spinti dalla voglia di avventura, vanno alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo scomparso. Motivati dal desiderio – ognuno per una ragione diversa – di riscattarsi e diventare degli eroi, si mettono in cammino lungo i binari della ferrovia. Dovranno superare momenti di fatica, paura e mille ostacoli, fra cui anche quello di doversi scontrare con i bulli, e scopriranno che i mostri non si nascondono dentro gli armadi, ma nel cuore delle persone.

Anche questa storia non è inedita, ma è stata pubblicata nella raccolta Stagioni diverse. In questo caso per me è una lettura inedita e molto gratificante.

La narrazione è in prima persona e il punto di vista è di Gordon Lachance, uno dei ragazzini protagonisti di questa lunga e grande avventura. Un po’ mi ha ricordato l’impianto narrativo del romanzo It, forse proprio per come King ha scelto di raccontarci questa avventura.

La lettura è fluida e intrigante. Diviso in molti capitoli, mi ha spinto a leggere avidamente fino all’ultima pagina.

Di solito non mi sono mai soffermato su frasi o paragrafi durante le mie letture. Con questo libro ho fatto un’eccezione.

[…]“É proprio un bel momento” disse semplicemente Vern, e non intendeva dire solo il fatto di essere in un posto proibito, o di aver imbrogliato i nostri, o di andare a fare questa escursione lungo la ferrovia fin dentro Harlow; si riferiva sì a queste cose, ma ora mi pare che ci fosse dell’altro, e che tutti noi lo sapevamo. Tutto era lì e attorno a noi.
Sapevamo esattamente chi eravamo ed esattamente dove stavamo andando. Era magnifico.
[…]

King ci parla di molti argomenti: Amicizia, quella che a dodici anni vivi con spensieratezza e in cui credi con tutto te stesso. Crescita, anche se a quell’età non ti accorgi che già lo stai facendo. Fedeltà a un codice morale. Oppure l’eccitazione per un’avventura che potrebbe anche costarti la vita.

Inoltre c’è il viaggio indimenticabile verso una meta, la prospettiva di poter diventare quattro piccoli eroi. A dodici anni chi non ha fantasticato con la mente?

Veramente un bel libro.

“There”

there

Titolo: There

Autore: Leonardo Patrignani

Editore: Mondatori Editore

Pagine: 363

Prezzo: 18,00 Euro

È passato quasi un anno dalla mattina in cui la madre di Veronica è stata uccisa per mano di un folle. La vita della ragazza è finita quel giorno e le sue notti da quel momento sono tormentate da una frase incomprensibile che la madre ha cercato di dirle prima di morire. Ora vive sola in un monolocale e le sue giornate si susseguono monotone e uguali, grigie come la periferia in cui vive. Finché, una notte, Veronica si trova nel mezzo di un incendio che distrugge una pompa di benzina. Sembra solo un tragico incidente, fino a quando un giornale pubblica in rete le immagini di una telecamera a circuito chiuso che ha ripreso la scena. Veronica non è presente nel filmato. Eppure ricorda. Ha visto tutto nei minimi dettagli. Ha visto anche quella persona allontanarsi mentre le fiamme divampavano. E la vedrà ancora. Veronica si mette nelle mani di Raymond Laera, un vecchio ed enigmatico studioso delle esperienze pre-morte, e del suo giovane e brillante allievo, il neurochirurgo Samuele Mora. Ha bisogno di capire cosa le sta succedendo, di trovare delle risposte anche a costo di intraprendere un cammino al confine tra la vita terrena e l’aldilà. E se questo è un modo per riabbracciare la madre, per sentire la sua presenza, lei è pronta ad andare fino in fondo. Perché forse è l’unica via per demolire la stanza in cui è murata. Per tornare a vivere.

Eccomi qua. Come ho sempre scritto, non abbandonerò mai la mia finestra sul mondo.

Oggi vi voglio parlare di un romanzo che ho finito di leggere da poco. Intanto l’autore ha usato la tecnica migliore per farci leggere la sua storia: la prima persona con il Punto di Vista su un unico personaggio.

Veronica è una ragazza che ha perso la madre durante Il Giorno Senza Senso, come lo definisce lei. Un giorno drammatico, maledetto e infame. La prima parte del romanzo, infatti, è molto incentrata sulla sua caratterizzazione. Forse è anche la parte più lenta ma godibile. Un altro degli aspetti positivi: la lenta trasformazione di Veronica dopo il primo sogno. La guerra interna che avviene quando una persona, per la prima volta in vita sua, scopre che potrebbe esserci dell’altro oltre i confini fisici tradizionali.

Questa ragazza, dopo essere rimasta sola, si chiude a riccio verso il resto dell’umanità. E’ tutto ambientato in una Milano invernale, triste e nebbiosa. Gli stati d’animo, tutte le fasi che Veronica attraversa, ci catturano e ci spingono all’interno della storia. I personaggi secondari non sono affatto macchioline sbiadite, anzi.

La trama del romanzo viene dispiegata con cura e a fasi: per i miei gusti personali non c’è stato nulla che stonasse, o che rallentasse la storia. C’è sempre stata la curiosità di voltare pagina per continuare a leggere.

There” è un buon libro, che consiglio a tutti, non solo agli amanti della fantascienza.

Qualcosa su Io, Katy e Lupo (6° Parte)

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Si ritrovò davanti a un tizio, che lo squadrava dall’alto in basso. Aveva l’espressione seria, concentrata. “Ti hanno spiegato quello che ci aspettiamo da te?”. In mano teneva una radio con cui era collegato alle altre unità, il distintivo era semi nascosto dal risvolto della giacca. La radio emise un fruscio, poi una voce disse: Signore, tutte le squadre si stanno appostando. Appena saremo pronti, vi ricontatteremo, passo.

Senza smettere di fissarlo, l’uomo rispose per radio: “Non abbiamo tutto il giorno, dannazione! Vi voglio al vostro posto nel giro di tre minuti. Chiudo!”. Si presentò: “Sono l’Agente Speciale Dan Rowe, scusa se ti sono sembrato scortese” e gli porse la mano abbozzando un sorriso, “ma quando ci chiamano per queste cose e abbiamo poco tempo per farle…”.

Donovan gli strinse la mano, cercando di sembrare di stare a suo agio.

Nel piazzale erano rimasti solo alcuni uomini in borghese. Le unità armate si erano spostate lungo l’ansa del lago. Questa operazione doveva essere più complicata del previsto.

“Non c’è problema” rispose Donovan, “capisco quello che state facendo.”.

Dan Rowe guardò da un’altra parte, vicino alla ruota anteriore del mezzo da cui era uscito Lupo: “Quello è il tuo cane?” chiese.

“Sì, lui è Lupo”, l’husky corse da Donovan e si mise seduto al suo fianco.

“Allora dovresti fargli annusare questo” disse, prendendo dalla tasca un panetto di C4, “E’ un esplosivo che crediamo useranno per il motoscafo, chissà che il tuo cane…”.

“Ho capito!” disse Donovan. Si chinò a terra e prese dalle mani dell’agente quell’oggetto. “Lupo, guarda cosa ho in mano!”. Lupo annusò l’esplosivo dalla forma rettangolare e dal colore grigio scuro, poi guardò in faccia Donovan e scodinzolò. “Trova!” urlò Donovan liberandolo dal guinzaglio, il cane abbaiò un paio di volte e corse verso il pontile, perdendosi fra la gente.

Donovan e Lucy, seguiti dagli agenti, s’incamminarono tra la folla.

* * *

Sto completando le correzioni al romanzo, quindi non pubblicherò spesso come nei giorni scorsi. Comunque mi piace lasciarvi dei brevi estratti presi un po’ a caso.

Sono certo che un giorno potrete leggere il romanzo dall’inizio alla fine. E magari vi piacerà pure.

Buona giornata.

Qualcosa su Io, Katy e Lupo (5° Parte)

Lupo

Lupo passò davanti al letto di Donovan e fissò il ragazzo per parecchi secondi, si leccò il muso finché si mise accucciato sul tappetino, accanto al letto.

Sei preoccupato? chiese Katy. Nella stanza c’era silenzio: per la verità il silenzio era ovunque nella struttura, a parte la voce che aveva sentito il cane.

Lupo aveva alzato la testa in direzione di una finestra, quella più vicina a lui. “Preoccupato?” chiese il cane, “E da cosa lo deduci?”.

Nel mio stato ho imparato ad osservare e capisco certi stati d’ansia.

Lupo si leccò una zampa, precisamente i cuscinetti di quella anteriore destra. “Un po’ lo sono, anche se non ne capisco il motivo: chiamalo sesto senso canino!”. Alzò la testa in direzione in cui si sarebbe dovuta trovare Katy e chiuse gli occhi per un lampo improvviso, infine un brontolio sommesso preannunciò l’avvicinarsi di un temporale. La pioggia tamburellò sulle finestre in gocce fine ma fitte, spinte dal vento.

Non dirmi che hai paura dei tuoni!

“Si vede che non hai mai avuto un cane!” rispose Lupo e poggiò il muso fra le zampe.

Lo sai che non me lo ricordo? E’ come se gran parte dei ricordi li avessi persi quando sono…

Donovan si mosse di scatto fra le coperte e Katy si era ammutolita, Lupo drizzò le orecchie in attesa. Il ragazzo aveva pronunciato una frase a mezza bocca e si era lamentato.

Rimasero entrambi in silenzio.

Ma starà facendo un altro di quei sogni? La voce di Katy, ora, proveniva da vicino al letto e il cane ne percepiva la presenza come se fosse accanto a lui.

“E lo chiedi a un cane?”. Lupo si mise seduto, in apprensione.

Perché non fai venire qua Tom? Potrebbe capirci qualcosa.

“Sì, vado nella sua stanza e gli chiedo di seguirmi.”.

Non devi parlargli, ma farti seguire! Non hai mai visto film con il Commissario Rex? Oppure Zanna Bianca?

Lupo scosse la testa: “Quella roba da umani? Una volta ci ho provato e mi è solo venuto mal di testa.”.

C’è qualcosa che non va, chiama subito qualcuno!

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Dopo aver pubblicato ancora qualcosa su questa storia, sappiate che l’ho terminata proprio oggi. Da una parte mi dispiace, perché mi ero affezionato a questo trio di personaggi. Però è giusto mettere la parola fine e lasciare che il romanzo, un giorno, possa essere letto da un pubblico. Che piaccia o meno è tutta un’altra storia.

A presto.

Qualcosa su Io, Katy e Lupo (4° parte)

Luna di notte

In questi giorni mi sono buttato a capofitto su questo romanzo. E’ una storia piena di ironia e azione, con contaminazione di vari generi. I personaggi sono diversi, anche se quelli principali catalizzeranno la vostra attenzione. La prima stesura è quasi terminata (e ne sono passati di anni da quando l’ho cominciata!) e io voglio solo proporvi brevi stralci per vari motivi. Per puro intrattenimento e anche per incuriosire chi un giorno vorrà leggere l’intera storia.

La sala in cui Donovan entrò doveva essere stata un cinema, ne aveva tutte le sembianze. In realtà lui conosceva poco di quell’edificio, perché ai Dreamer non venivano date le carte magnetiche: possedevano solo le chiavi delle rispettive stanze e facevano una vita solitaria, un po’ per sicurezza, un po’ per evitare distrazioni.

Scese lungo il corridoio centrale, ai lati del quale c’erano centinaia di file di sedie di legno, la seduta era reclinabile e, un cuscino imbottito, doveva renderle comode. Lupo camminava al suo fianco guardandosi intorno. Spesso annusava l’aria, oppure gli angoli più nascosti che gli capitassero a naso. In fondo vide un palco su cui si estendeva un telone, da qualche parte ci sarebbe dovuto essere un proiettore, o qualcosa del genere.

Appena giunto fin quasi sotto il palco, scelse di mettersi lungo la prima fila di poltroncine, a sinistra. Si sedette e osservò altri ragazzi che stavano arrivando.

Non sei curioso, Donovan? chiese Katy, hai la possibilità di conoscere altri con il tuo stesso dono.

“E’ vero” disse Lupo, la coda rossiccia si muoveva veloce, mentre i suoi occhi osservavano le nuove figure umane che stavano percorrendo il corridoio. “Peccato che non ci siano altri cani.” continuò, mettendosi a sedere.

Donovan non rispose a nessuno dei due, era solo curioso di vederne altri di Dreamer. Un ragazzo sui venticinque anni si avvicinò, sedendosi due file prima quella di Donovan e gli sorrise cordialmente. Aveva una corporatura piuttosto robusta, i capelli corti e neri e un viso rotondo. Si fermò a guardare il suo abbigliamento: un paio di jeans, una camicia e sopra una felpa anonima di colore rosso scuro.

“Sono il numero 5!” gli disse a voce sostenuta, l’eco delle altre voci sembrava troppo alto per intavolare un qualsiasi dialogo con un tono normale. Donovan si alzò, gli avrebbe voluto stringere la mano, ma la distanza…

“Mi chiamo Don…” ma poi si corresse, “Io sono il numero 13, piacere di fare la tua conoscenza!” disse quasi urlando.

“Allora sei tu quello nuovo”, Donovan si limitò a fare un gesto affermativo con la testa. Quando qualcosa gli toccò la spalla, si rimise a sedere e vide, nel posto al fianco al suo, Lucy Carpet.

“Io sono la numero 18!” esordì, poi gli rivolse un sorriso che lui ricambiò.

“Non ci fare caso. E’ stupido, lo so, ma qui si usano solo quegli insulsi numeri. Niente nomi. A me non è mai andato giù, preferirei essere chiamata Lucy.”.

Donovan si mise ad accarezzare Lupo: “Allora, per me, tu sarai Lucy.”. Lupo si era messo tra Lucy e Donovan, se ci fossero scappate altre carezze, a lui non avrebbe dato fastidio.

Le luci in sala si abbassarono e, dai due lati del palco, fecero ingresso alcuni tecnici che montarono un tavolo lungo e alcuni microfoni agganciati a delle staffe. Aveva quasi l’aria di essere una conferenza.

Lucy si avvicinò a Donovan: “Spero che non ci rifilino i soliti monologhi in stile sermone, perché ti garantisco che sono di una noia…”. Lui non le rispose, era più attirato da tutte quelle voci che sentiva dietro, oppure dai nuovi volti di ragazzi che erano apparsi pochi istanti prima che smorzassero le luci. Ragazzi e ragazze, più o meno giovani, che facevano la sua stessa cosa: sognare qualcosa che poi sarebbe accaduta.

Alcuni uomini in camice bianco passarono fra le file di sedie e, a un Dreamer per volta, prendevano un campione di sangue. Donovan attese il suo turno guardando il palco mentre i tecnici finivano il loro lavoro.