“Quando il sole muore” 6° Parte

 

Glen Johnson fu di nuovo solo nell’appartamento, dopo che Tom Wilson rivalutò il tizio del camper e tutto quello che gli aveva raccontato sul conto di Glen. I due uomini uscirono dalla stanza 211 senza quasi nemmeno salutarlo. Il vice sceriffo avrebbe messo volentieri le manette al presunto rapitore della bambina, se solo le avesse portate con sé.

Posso uscire adesso?” la voce di Lucy era incerta e spaventata.

Glen trasalì: “Certo che puoi, piccola!” e l’aspettò davanti all’ingresso della camera.

Lucy Carson aprì la porta e si tuffò fra le sue braccia, abbracciandolo stretto. Aveva gli occhi lucidi e rossi, come se avesse pianto da poco. Non gli disse nulla ma rimasero fermi: Glen era in ginocchio e teneva stretta Lucy a sé. Le avrebbe detto mille parole per rassicurarla, ma forse il silenzio che si era creato, quell’atmosfera di sicurezza, valevano più di tutte le frasi che gli vorticavano nella testa.

Lucy si allontanò da lui: “Grazie per quello che stai facendo!”.

Glen le sorrise e si mise in piedi, un fascio di luce penetrò nella stanza dalle persiane ancora socchiuse, illuminando il pavimento. Il sole si stava alzando, scacciando via qualsiasi minaccia della notte precedente. E presto avrebbero proseguito il viaggio verso Resurrection.

Adesso una buona colazione non ce la toglie nessuno.” le disse Glen. Ed era anche certo che Lucy sarebbe uscita dall’appartamento con lui.

Si chiusero la porta alle spalle e si fermarono a fissare il cielo azzurro, uno vicino all’altra. Il camper era parcheggiato nei pressi delle tettoie e l’aria era frizzante e fresca. Glen si chiese cosa stesse pensando Lucy in quel momento: la conosceva da un giorno appena e non sapeva cosa provasse per lei. Forse tenerezza, perché era una ragazzina piuttosto sveglia, vivace non proprio anche per quello che le stava accadendo intorno. Si ritrovò a pensare al regalo che le aveva fatto la sera prima: un pigiama semplice, che forse l’avrebbe fatta sorridere perché non ne indossava uno da chissà quanto tempo.

Oasi Park era circondato da colline e boschi di abeti e altri alberi a grosso fusto, praticamente un paradiso piuttosto isolato, solo da un lato c’era l’ingresso dell’Interstatale 46. Poco cemento in ettari di natura quasi incontaminata. Anche l’aria che si respirava sembrava pulita dai fumi di scarico delle auto.

Ti piace questo posto?” chiese a Lucy.

E’ tutto troppo tranquillo e silenzioso.” gli rispose alzando lo sguardo su di lui. “Però mette fame!” disse sorridendo.

Alcuni bambini, insieme ai genitori, passeggiavano nell’area pick nick e le loro voci avevano attirato l’attenzione di Glen e di Lucy. Poteva sembrare tutto normale, come se la gente potesse permettersi di progettare vacanze o scampagnate, ma era tutta apparenza.

Buon giorno.” disse Betty ad entrambi, indossava un camice bianco senza alcuna macchia, un paio di jeans e degli scarponcini con il tacco basso. I capelli scuri erano legati in una lunga coda e il viso era raggiante e illuminato dal sole.

Buon giorno.” risposero in coro Glen e Lucy. Quel saluto li aveva fatti girare dalla parte dell’ingresso dello Store.

C’è un tavolo pronto per voi, se volete fare colazione.”.

Era proprio quello che volevamo fare.” rispose Glen con un sorriso, “”E grazie per l’ospitalità.”.

Mangiarono con appetito un’abbondante colazione quasi senza dirsi nulla. Nella sala non erano soli, ma in compagnia di alcune famiglie, o persone che viaggiavano sole. C’era un camionista in fondo all’ultimo tavolo, che spesso osservava dalla finestra il panorama, i parcheggi e le tettoie. Era un uomo corpulento, con baffi e barba nera e folta e indossava dei jeans logori e una camicia a scacchi colorata. A Glen gli sembrava piuttosto un boscaiolo per l’abbigliamento, non uno che portasse dei camion. Decise che l’avrebbe tenuto d’occhio: spesso il suo sesto senso sbagliava di rado.

Ti squilla il telefono!” lo avvisò Lucy.

Glen sorrise alla bambina, si pulì la bocca con il tovagliolo e fissò il cellulare che s’illuminava ad intermittenza. “E’ solo un messaggio.” le volle precisare come a non dargli importanza.

Leggilo, magari è importante. Anzi, puoi farlo ad alta voce?”.

Glen non le rispose, ma infondo che male c’era? Il mittente era David Cooper, il suo amico programmatore, quasi un segretario per lui. Un aiuto inestimabile di questi tempi, soprattutto per chi era un Agente Federale in missione. Poteva procurargli qualsiasi tipo d’informazioni perché sapeva dove cercarle e aveva molte fonti.

Ciao Glen. Spero tu sia ancora ad Oasi Park e, se hai intenzione di partire oggi, rinuncia e trovati un posto sicuro per le prossime 24 ore. Non ve la passerete bene lì, te l’assicuro, e se non c’è un bunker sotterraneo, trovati qualcosa di simile. Chiamami appena leggi il messaggio, il mio numero è pulito.

Glen Johnson aggrottò le sopracciglia, non aveva letto l’intero messaggio ad alta voce per non spaventare Lucy. “Aspettami un attimo qui, torno subito, intanto finisci di mangiare, ok?” le disse alzandosi dal tavolo. La bambina capì che c’era qualcosa che non andava, non era stupida, ma non fece domande.

Uscì dal locale raggiungendo le tettoie sotto cui era parcheggiata la sua Tuareg. Si appoggiò allo sportello lato guida e fece partire la chiamata verso Cooper, intanto controllava di essere solo.

Ti ascolto!” disse appena sentì la sua voce dall’altra parte della linea.

David rise: “Nemmeno un saluto?”.

Per i saluti c’è tempo, per le informazioni vitali ne abbiamo un po’ meno!” gli rispose secco.

Cooper non rispose subito, Glen sentiva che stava schiacciando dei tasti per avviare chissà quale programma. “C’è un problema grosso Glen, in quella zona sta per arrivare una tempesta veloce ma distruttiva. Venti costanti e raffiche potenti: potrebbero spazzare via l’intera Oasi. In più sai bene cosa succede quando nuvole basse e molto scure coprono una zona durante il giorno…”.

E’ come se la notte arrivasse prima.” continuò Glen al posto suo. Sapeva bene cosa intendeva dire, gli era già accaduto quando aveva perso parte della sua vita, quando Jennifer non era sopravvissuta e lui si. Un giorno maledetto quello, che lui non scorderà mai per il resto della vita.

Ci sei ancora?” gli chiese Cooper.

Certo!” rispose serio.

Allora non partire, ma coinvolgi tutti quelli che ti possono aiutare per passare vivi queste ventiquattro ore. Sei tu la mente operativa, io non saprei da che parte cominciare fossi in te.”.

Glen sorrise: “A volte riesci a tirare su il morale, sai?”.

No, sono solo un topo da scrivania, che sta bene nella sua tana e non cerca rogne fuori di qui!”.

Ho bisogno di prove concrete per convincere la gente a collaborare. Alcuni mi seguiranno senza fare commenti, ma altri mi creeranno parecchie grane.”.

Glen, vai nell’ufficio dell’Oasi, ti sto mandando un fax della copia del bollettino, così la mostrerai a chi farà delle storie. Sarà una mappa molto dettagliata sulle coordinate, sui venti di rinforzo e le pressioni a terra. Ah, le fonti sono più che attendibili.”.

Glen decise a mente come si sarebbe comportato, con chi avrebbe parlato per primo e anche come scongiurare la probabile fine dell’Oasi. Ma si fece alcune domande, che le comunicò a Cooper: “Perché il Servizio Nazionale Meteorologico non ne ha dato notizia?”.

David Cooper fece una risata amara, come se non volesse parlare di questo argomento ma Glen era testardo.

Nelle città non ce la passiamo molto bene come vogliono far credere. Durante le notti ci sono sempre più vittime, le strutture presto cominceranno a collassare ed è sempre più difficile sopravvivere per gente come me. Alcuni satelliti hanno smesso di funzionare e i governi in tutto il mondo cominciano una graduale censura sulle notizie che vanno date.”.

Glen se l’aspettava una simile risposta. Salutò David Cooper e mise il telefono in tasca, poi andò spedito verso l’ufficio di Betty e per parlare con Tom Wilson.

 

“Quando il sole muore” 5° Parte

 

Il resto della notte passò tranquilla, dopo quello spettacolo di tensione e paura a cui dovevano aver assistito un po’ tutti. La coppia del camper era sana e salva, anche se Glen Johnson ci avrebbe pensato il mattino successivo a renderli innocui.

Lucy si era addormentata poco dopo il rocambolesco rientro di Glen. E come poteva dormire con tutte quelle urla, quella tensione che si era creata?

La mattina successiva, Glen, ricevette un messaggio criptato sul cellulare.

All’attenzione dell’agente speciale Glen Johnson.

Cercare soggetto femmina, di anni dodici e nominativo Lucy Carson: è scomparsa da giorni.

Aspetto fisico: carnagione chiara e capelli neri. Massima priorità. In caso di ritrovamento, proteggere il soggetto e portarlo in custodia alla più vicina centrale operativa. Stop.

Lesse nuovamente il messaggio, lasciandosi cadere sul letto.

Il sole stava sorgendo, illuminando i boschi e le vallate che circondavano Oasi Park. Glen si ritrovò a fissare quello spettacolo naturale mentre la luce aveva la meglio sull’ombra.

Anche io spesso osservo l’alba.” affermò Lucy alle sue spalle.

Glen trasalì: non si aspettava che la bambina fosse così mattiniera. Si girò per guardarla, ancora indossava il nuovo pigiama che le stava benissimo.

Hai dormito bene?” le chiese.

Benissimo, grazie!”.

Glen la fissò in silenzio per alcuni istanti, poi le disse: “Per cominciare bene la giornata, ti propongo una gustosa colazione. Ci stai?”.

Lucy assentì con un gesto del capo, stava ancora pensando agli avvenimenti della notte prima. “Potremmo mangiare in camera. Non me la sento di uscire da qui.”.

Potremmo, ma se ti prometto che non avrai alcun problema con quelli del camper, vieni con me? C’è anche un vice sceriffo e un suo collega: nessuno ti farà del male finché ci sono io!”.

Qualcuno bussò alla porta ma Glen non andò subito ad aprire. Prima chiese alla bambina di chiudersi in camera. Glen si vestì con calma: “Un attimo e apro!” disse a voce alta. Afferrò distintivo e pistola e se li mise addosso. Osservò dallo spioncino e vide il tizio del camper, sembrava avere fretta. Ma non era solo, era in compagnia di Tom Wilson, il vice sceriffo.

Apra la porta signor Johnson, devo farle qualche domanda!” disse quest’ultimo.

Si comincia alla grande questa giornata, pensò Glen mentre apriva la serratura e girava la maniglia. Fu investito dal chiarore della mattina e ci mise un paio di secondi a mettere a fuoco chi aveva di fronte.

Vide la canna di una pistola puntata su di sé e Tom Wilson che stringeva il calcio con due mani: “Faccia due passi indietro e ci faccia entrare!” sibilò con sicurezza.

Il grassone del camper sorrise, sprizzando odio da tutti i pori: “Dov’è la bambina? Dove l’hai nascosta?”.

Il vice sceriffo non tolse gli occhi da Glen neanche per un istante: “Le domande qui le faccio io, quindi si metta comodo e chiuda quella bocca!” disse al tizio del camper.

Glen decise di assecondare i due uomini, di farli entrare e di non reagire per il momento. Doveva valutare tutte le opzioni che aveva, capire chi fosse e cosa volesse il rapitore.

Fece due passi indietro alzando le braccia e lo fece con la massima calma: “Di cosa sono accusato Vice Sceriffo?”.

Tom Wilson osservò l’ingresso dell’appartamento, vide che la bambina non c’era e si soffermò sulla porta chiusa alle spalle di Glen. “So che lei non è lo zio della bambina, ho verificato. Adesso devo andare più affondo in questa faccenda e forse qualcuno si farà molto male.”.

Glen non ne fu affatto sorpreso, poteva capitare quando viaggiava in incognito, ma ora era a tutti gli effetti un Agente Operativo. Aveva anche una missione già assegnata.

Glen guardò per un attimo il rapitore di Lucy, lo fissò negli occhi: “Ehi grassone, sono facili da cambiare le ruote di quel camper?”.

Non si aspettava una risposta, certo, ma aveva voglia di sfotterlo.

E’ vero, non sono lo zio di Lucy Carson ma la tengo in custodia io e nessun altro. Voi due non metterete le mani su quella bambina!” disse a Tom Wilson.

Sono l’Agente Speciale Glen Johnson!” disse estraendo il distintivo dalla tasca dei jeans e lo mostrò al vice sceriffo.

Tom Wilson rimise la pistola nella fondina e controllò il distintivo e il documento che c’era a fianco. “E’ un distintivo vero!” disse girandosi verso l’uomo, “Non è falso!”.

Glen sorrise riprendendosi il documento: “Adesso c’è qualcuno che si farà male sul serio, non appena scriverò il rapporto di quello che è successo ieri.”.

 

“Quando il sole muore” 4° Parte

Glen non aveva mai avuto figli, ma una moglie sì che l’aveva avuta e solo lui sapeva quanto gli mancasse. Sei mesi senza la sua Jennifer gli erano sembrati anni senza ossigeno. Forse, il paragone migliore, non era quello. Ma c’era un’altra cosa, un segreto che sapevano soltanto lui e Jennifer. E lei non c’era più, scomparsa come tante altre persone negli ultimi mesi. Jennifer gli aveva detto di essere in cinta di qualche settimana, poi l’aveva persa per sempre!

Posso lavarmi i denti?” chiese Lucy affacciata alla porta del bagno.

Glen tornò al presente: si trovava in bagno, la sua immagine riflessa allo specchio gli mostrava due occhi rossi, tratteneva alcune lacrime a stento. Le mani strette al lavandino come a non perdere l’equilibrio.

Certo che puoi. Il bagno è tutto tuo.” e uscì recandosi in camera sua, cambiandosi per la notte: boxer e maglietta bianca. Diede il nuovo pigiama a Lucy, che lo guardò stupita.

Spero che il modello ti piaccia.” le disse porgendoglielo.

Lucy corse in camera a metterselo, il suo viso si era illuminato in un sorriso che Glen non aveva mai visto. Chissà i rapitori in che stato la facevano dormire, si era chiesto.

Mise a letto la bambina, rimboccandole la coperta. Non sapeva cosa dirle, se restare vicino al suo letto per farle un po’ di compagnia. Glen si trovava in una situazione anomala, mai vissuta prima. Non aveva nemmeno voglia di parlare, ma forse si sarebbe dovuto inventare qualcosa.

Secondo te tornerà tutto come prima?”. I suoi occhi lo fissavano nella penombra della stanza, mentre la luce del sole moriva in un lento tramonto. Una sirena prolungata, simile a quella di un bombardamento imminente, annunciava di non uscire dagli appartamenti per nessun motivo. I lampioni esterni si accesero in successione, illuminando il perimetro di sicurezza.

Non lo so” le disse sedendosi sul bordo del letto, “ma posso dirti che c’è gente che ci sta lavorando giorno e notte.”. Le sorrise, cercando di essere più convincente, poi si alzò per andare in camera sua.

Puoi lasciarmi la luce accesa?”.

Glen assentì con un gesto: “Adesso dormi, così domani partiremo presto.”, lasciò accostata la porta della camera.

Controllò il cellulare ma non vide né chiamate, tanto meno messaggi. Si affacciò alla finestra, sbirciando dalle persiane di legno chiuse appena entrato. Sembrava tutto calmo là fuori, a parte il ronzio dei generatori. Era un rumore a cui ci si abituava presto. Si accorse di comportarsi in maniera strana, che non aveva mai fatto. Forse c’era una spiegazione: ora aveva un’altra responsabilità che si chiamava Lucy. Dopo aver passato mesi a pensare a sé stesso, solo alla sua inutile sopravvivenza, il solo fatto di dover cambiare modo di vivere e anche solo gli atteggiamenti, a Glen non andava e non si sentiva a suo agio.

Si sdraiò sul letto, le mani sul cuscino a reggere la testa, e socchiuse gli occhi. Non c’era un assoluto silenzio, ma dalle pareti poteva percepire voci ovattate, come sussurri. Dall’esterno udì un nuovo rumore, come un rombo di motore di un’auto. Forse di un camion. Così si alzò per controllare.

Sbirciò attraverso la finestra e vide i fari, una sagoma grossa fermarsi nei pressi del parcheggio.

Che cosa succede?” chiese Lucy alle sue spalle.

A Glen quasi venne un colpo: “Niente di importante” le disse voltandosi, “perché non torni a dormire?”.

Quel rumore là fuori…”.

Glen tornò alla finestra, cercando dettagli sui nuovi arrivati. Da destra provenivano altri suoni, voci di persone che urlavano. Fuori era buio, a parte all’interno del perimetro fra parcheggio, motel e l’altra parte dell’edificio. Una delle voci era del vice sceriffo che si era fermato all’ingresso. Chiunque fosse giunto in piena notte, o era un pazzo o un incosciente.

Vide un camper fermo a cinque metri dal suo appartamento.

Lucy cominciò a piangere, prima non la sentiva nemmeno ma dopo sopraggiunsero i singhiozzi: quel camper apparteneva ai due rapitori della bambina. Era come se lei avesse riconosciuto il suono del motore e le avesse provocato terrore, paura.

Lei si avvicinò a Glen da dietro e lo strinse forte in un abbraccio: “Non mi prenderanno, vero?” chiese fra le lacrime. Lucy tremava, persino la sua voce.

Glen si voltò e la prese in braccio stringendola: “Non gli permetterò più di toccarti!”. La riportò in camera sua, perché meno sentiva quelle voci e meglio era per lei.

La rimise al letto chiedendole di aspettare in silenzio, con lui era al sicuro. Attese qualche istante pensando a come muoversi: doveva uscire dall’appartamento per recuperare l’arma e il distintivo, ora che faceva di nuovo parte dell’agenzia per cui aveva lavorato. Inoltre non sapeva che intenzioni avessero. Era l’unico a sapere chi fosse realmente la coppia appena giunta.

Si vestì di corsa, mettendosi pantaloni e camicia sbottonata.

Aprì la porta e se la richiuse alle spalle, la schiena appoggiata alla parete. Vide Tom Wilson che si sbracciava a un paio di metri dall’ingresso dello store, i pannelli di compensato appoggiati da una parte per aprirsi un varco. Molta gente si era svegliata con quel baccano, le urla del vice sceriffo che spiegava come raggiungerli. La coppia non era ancora scesa, forse la donna aveva paura di scendere dal camper.

Tom vide Glen fuori dalla stanza: “Che cosa fai?” gli urlò, il motore era ancora acceso, anche le luci di posizione. “Torna subito dentro!”.

Prendo una cosa in macchina!” gli rispose Glen.

Sei pazzo? Vuoi che ti prenda? Ma che vi succede a tutti oggi?”.

Glen afferrò le chiavi della Tuareg dalla tasca dei pantaloni, per la fretta non era convinto di averle lasciate nella tasca. Azionò il telecomando e l’aprì.

Fece due respiri profondi e si concentrò nella corsa, era questo uno dei trucchi per non farsi prendere. Superò il camper passando davanti alla cabina e percepì la voce della donna che gli chiedeva aiuto, ma lui neanche si era voltato.

Aprì il portabagagli e si tuffò all’interno dell’auto. In pochi secondi aveva aperto il cruscotto, afferrando pistola e distintivo. Prese anche un paio di caricatori in più e una torcia alogena che teneva sotto a uno dei sedili anteriori. Riprese fiato controllando il parcheggio. Sembrava tutto a posto, senza alcuna minaccia, ma le tragedie si erano sempre consumate così, quando gli uomini erano sicuri di essere al sicuro.

Accese la torcia, anche se i fari del perimetro illuminavano quasi tutto a giorno. La parte anteriore della Tuareg doveva essere quella più esposta, lì cominciava la penombra, il confine sottile tra salvezza e morte certa. Glen sapeva che fosse in agguato, percepiva quella presenza.

Uscì dal portabagagli e rifece la strada a ritroso, senza ripensamenti, correndo veloce davanti al camper. Prima di rientrare nell’appartamento vide Tom Wilson che imbracciava un fucile a doppia canna.

Uscite da quel cazzo di camper!” urlò il vice sceriffo, “E correte nella mia direzione.”.

Glen aprì la porta, ma rimase a fissare la scena. Era convinto di non correre più rischi, grazie ai lampioni che lo proteggevano.

L’uomo del camper aprì lo sportello a lato guida, urlò qualcosa alla donna e solo dopo scese. La donna lo seguì dalla parte opposta, correndogli dietro. Giunsero davanti all’ingresso dello store dopo una decina di secondi – forse i più lunghi della loro vita – e scomparvero all’interno della struttura. Solo dopo Tom Wilson afferrò i pannelli per chiudere l’apertura.

Glen ricominciò a respirare, si accorse di avere il cuore in gola per quei due. Era buffo temere per la vita dei due rapitori, ma lui sapeva cosa sarebbe successo se quella cosa li avesse presi.

Rientrò dentro chiudendo la porta a chiave.

 

“Quando il sole muore” 3° Parte

 

Uscì dal bagno con indosso un asciugamano legato in vita e andò nella sua camera, prese il cellulare dal giubbotto e chiamò Cooper.

Sei proprio tu, in carne e ossa?” chiese una voce dopo un paio di squilli.

Chi credevi che fossi?”.

Come te la passi, vecchio mio? In città è un casino, anche se hanno imposto una specie di coprifuoco. Cioè, è stupido uscire di notte, neanche i militari lo fanno e loro sono armati fino ai denti…”.

Lo so, lo so, ho sentito qualche notizia per radio. Ma non tutti possono permettersi dei ripari decenti, lo sai no?”.

Non me lo dire, nel mio bunker sono al sicuro. Ma dimmi, dove ti trovi adesso?”.

Sono a cinquecento miglia da Resurrection, il viaggio è tutt’altro che finito.”.

Glen sentì dei rumori simili al digitare su una tastiera, la migliore amica di Cooper da qualche mese a questa parte. Poteva competere con i migliori hacker in circolazione ed era un ottimo programmatore di software.

Se non sbaglio sei finito in una qualche oasi, aspetta…” attese qualche secondo, poi disse: “Oasi Park, giusto?”.

Come farei senza di te?” chiese Glen. “Hai vinto una bambolina! Ci sarebbe riuscita anche mia nipote con le mappe di Google.”.

Già, peccato che tu non ne abbia di nipoti. Comunque, cosa posso fare per te?”.

Glen non rispose subito, prima si era affacciato nella stanza di Lucy per controllare che dormisse ancora. Giaceva sul letto, addormentata su un fianco, il viso rilassato e il respiro tranquillo.

Devi rintracciare una persona per me, un tale che si chiama Carson, ha una figlia di nome Lucy, la moglie di questo tizio è stata presa durante un blackout. Puoi mandarmi sul cellulare un suo recapito telefonico?”.

Cosa centri tu con questo tale?”.

Si da il caso che la figlia sia stata rapita da due dementi che viaggiano in camper. Oggi gli ho sottratto la bambina e sono fuggito.”.

Ci fu un attimo di silenzio, infine Glen sentì la voce di Cooper: “Possibile che tu non riesca a tenerti fuori dai guai?”.

Lucy si svegliò qualche minuto dopo la telefonata, aveva sentito la voce di Glen fagocitandola nel sogno. Forse aveva sognato anche la madre e il padre, ma non riusciva a ricordarne bene il contesto: più tempo passava, più il sogno svaniva come nebbia al sole.

Glen si affacciò nella stanza della piccola e fu felice di vederla in piedi, anche se ancora assonnata.

Sei pronta? Tra poco si va a cena. Betty ci ha prenotato un tavolo per due.”.

Dobbiamo proprio? Non ho molta fame.”.

Glen entrò nella stanza, Lucy era ancora seduta sul letto. S’inginocchiò portandosi all’altezza del suo viso: “Senti” le disse, “devi mangiare qualcosa, chissà da quanto tempo non metti del cibo nello stomaco. Prometto che non staremo via a lungo.”.

Lucy strinse le labbra in una fessura: “Grazie Glen.”.

La cena veniva servita presto, così tutti potevano avere il tempo di rientrare nei propri appartamenti. I generatori li avrebbero accesi verso le sette, prima che facesse buio, e dovevano trovarsi all’interno di stanze insonorizzate.

Questo accadeva un po’ ovunque, purché non ci si trovasse in zone densamente popolate, dove la richiesta di corrente elettrica fosse più di quella prodotta.

Con la notte, con l’oscurità, non c’era più un posto sicuro per gli uomini.

Glen, quella sera, bevve e mangiò più portate. Aveva ordinato anche una bottiglia di vino rosso prodotto nella zona. Aiutò Lucy a scegliere cosa mangiare, in base a ciò che più le piaceva. Betty le aveva consigliato una fettina di carne impanata e una porzione di patatine fritte, acqua naturale e un po’ di macedonia.

Il ristorante dell’Oasi, verso le sette di sera, si era riempito. C’erano pochi tavoli vuoti e un vociare sommesso.

Glen non si era stupito nel vedere Betty a prendere ordinazioni fra i tavoli, però si chiese se fosse anche la cuoca del ristorante.

Vide Tom Wilson (il vice sceriffo) e il suo collega affrettarsi a terminare una cena veloce. Li salutò con un gesto della mano e li osservò andare via verso la reception.

Betty aveva finito il servizio ai tavoli, non che fosse un lavoro troppo stancante nonostante il numero di clienti. Molti avevano mangiato poco e in fretta e si erano defilati nelle proprie stanze. C’era da biasimarli? No, Glen comprendeva quasi tutti i comportamenti, anche quando qualcuno dava di matto. Lo stress accumulato nel tempo, la paura di non riuscire a mettersi in salvo in tempo.

Aveva ordinato un caffè quando il cellulare si mise a vibrare sul tavolo. Perché diavolo me lo sono portato dietro, si chiese. Sul display veniva indicato un numero privato, quindi escluse che si trattasse di Cooper, che di solito gli poteva inviare un messaggio.

Sorrise a Lucy: “Ci metto un attimo piccola, poi ti riporto in camera, va bene?”.

La bambina si pulì la bocca con il tovagliolo, finì di bere l’acqua e aspettò.

Glen rispose come faceva spesso: “Johnson, chi è?”.

Finalmente sono riuscito a rintracciarti!” disse una voce.

Che mi venga un colpo, sei proprio tu Mc Curry?”.

Una risata grassa provenne dal telefono, poi alcuni colpi di tosse come se gli fosse andato qualcosa di traverso. “Sono mesi che cerco di mettermi in contatto con te, ma che fine avevi fatto?”.

Ti ho inviato una mail con le dimissioni. Ricordo che l’hai ricevuta e controfirmata, quindi sono ufficialmente fuori dal bureau.”.

Un’altra risata del suo ex capo ufficio: “Peccato che ti sia dimenticato di restituire il distintivo e la pistola, Glen.”. Betty raggiunse il suo tavolo, chiedendogli se fosse tutto a posto. La bambina, invece, sembrava incuriosita da quella telefonata; non aveva mai conosciuto un agente speciale del F.B.I. se non quelli visti alla televisione.

Glen fece una smorfia verso Lucy, che scoppiò a ridere. Non vedeva l’ora di chiudere quella conversazione.

Se mi hai chiamato solo per quello, in settimana ti faccio riavere entrambe le cose!”.

No Glen, non ti ho chiamato per quello. Ho bisogno che rientri in gioco.”.

Lucy fissò la sua faccia, forse cercava di decifrare la sua espressione seria e sconcertata.

Non puoi chiedermi un’assurdità simile, non a me e non dopo quello che mi è successo!”.

John Mc Curry emise un sospiro, quasi fosse costretto a fare quella richiesta. “Ehi, amico, so benissimo quello che hai passato sei mesi…”.

Tu non sai proprio un cazzo, invece. A perdere Jennifer sono stato io.” lo interruppe Glen. “Non pensavo che vi sareste fatti vivi, oppure non mi sono spiegato bene quando me ne sono andato. Ho chiuso con queste stronzate!”.

Stronzate che ti hanno fatto vivere fino a sei mesi fa, che ti hanno forgiato nelle strade, fra la gente! Possibile che diventiate tutti degli irriconoscenti quando appendete al chiodo quel distintivo?”.

La discussione stava prendendo una piega strana, che a Glen non piaceva affatto, neanche fosse stato lui a chiamare John. Ci fu un attimo di silenzio e il suo capo si era accorto che Glen non aveva interrotto la linea, e questo era positivo.

Va bene, scusa per quella frase di circostanza” disse John in tono più mite, “ma noi abbiamo bisogno che tu rientri in servizio, adesso!”.

Se mi hai chiamato per minacciarmi, ci metto un secondo a lanciare il cellulare contro il muro, così…”.

Mhm, perché continui a fraintendermi? E’ una richiesta ufficiale. E se ti dicessi che ha a che fare con tutta la merda che stiamo vivendo?”. Glen si alzò lentamente dal tavolo, fece un gesto a Lucy, come a seguirlo, e la bambina gli fu subito dietro. Attraversarono i tavoli vuoti e le sedie abbandonate vicino ad essi. Si accorse che erano gli ultimi a lasciare il locale, nemmeno Betty si vedeva più.

Vuoi dire che c’è qualche speranza che tutto torni come prima?” chiese. Giunsero vicino alla reception, dietro al bancone c’erano Tom Wilson con l’altro collega, tutti e due seduti che aspettavano qualcosa.

Non è ufficiale, ma pare che stiano lavorando a delle contro misure. Glen, posso contare su di te? Devo rispondere ai miei superiori e stiamo contattando anche altri ex agenti. Ma tu sei una delle mie punte di diamante, sappilo!”.

Glen si fermò davanti alla porta d’ingresso e, prima di uscire, gli disse: “Va bene, mi hai convinto. Quali sono gli ordini?”.

Li stiamo preparando: aspetta fino a domani mattina, ovunque tu sia.”. Glen tolse il telefono dall’orecchio e fissò il display per qualche secondo finché smise di essere luminoso. Si accorse della presenza della bambina al suo fianco.

Buone notizie?” gli chiese.

Forse. Dai, andiamo a dormire!”.

 

“Quando il sole muore” 2° Parte

 

 

La Tuareg giunse al parcheggio dell’area di sosta: non era l’unica auto ferma lì. Fra tutte quelle che vide Glen, alcune lo fecero desistere. Una auto pattuglia dello sceriffo di contea: il nome di provenienza non gli era nuovo. Resurrection, quella era la città che tentava di raggiungere.

Oasi Park, così si chiamava lo store con annesso il motel. Glen pensò subito di affidare la piccola alla polizia locale, non se la sentiva di portarsela dietro. Sarebbe stata più al sicuro.

La zona in cui sorgeva la struttura era a metà fra la campagna e la montagna, colline e boschi per l’esattezza. Un’oasi nel verde. Il motel era stato costruito su un solo piano, posto di fianco allo store.

Glen scese dall’auto, la piccola fece altrettanto. Si osservarono intorno e videro una decina di auto parcheggiate sullo sterrato. Molte erano station wagon cariche di bagagli, forse di gente che cercava un posto migliore per sopravvivere.

Prima di entrare puoi dirmi il tuo nome?”.

Lucy Carson.”.

Finalmente facciamo dei progressi” disse l’uomo, “e immagino che quei due ti abbiano rapita.”.

Lucy abbassò gli occhi fissando la ghiaia sotto i suoi piedi. Assentì con un gesto del capo.

Ho perso mia madre durante un blackout.” due lacrime le solcarono le guance delicate, si fece coraggio e continuò a raccontare.

Mio padre è molto ricco, i soldi ci servivano per fuggire dalla città e forse qualcuno ci ha seguiti, ha preso informazioni e poi mi hanno presa per chiedere un riscatto.”.

Per la prima volta, Lucy, aveva parlato di quello che le era successo e lui ne fu felice: adesso sapeva come stavano le cose, poteva inventare una storia che reggesse, per proteggerla. Oppure consegnarla allo sceriffo di Resurrection. Doveva ancora decidere.

Lo store dell’Oasi era circondato da vetrate ad ogni lato, all’interno sembrava esserci movimento fra i pannelli di compensato montati a difesa. Glen vide anche molte tavole di legno e assi inchiodate ai pannelli: un ulteriore rinforzo.

I primi segni di sopravvivenza della società moderna. Lui ci pensava spesso, a come fosse cambiato il suo modo di vivere, come quello di chiunque altro d’altronde.

Due uomini uscirono dall’ingresso per accogliere i nuovi ospiti. Indossavano una divisa color cachi, con mostrine attaccate al petto, un cappello stile ranger e scarponi simili a quelli militari: uno di questi era un vice sceriffo, contrassegnato da una targhetta dorata.

Benvenuti!” esordì l’uomo. Aveva un sorriso stampato sulle labbra, come fosse la prassi per l’accoglienza ai nuovi arrivati. Dimostrava una quarantina d’anni, gli occhi verdi, baffi curati con una sfumatura di bianco.

Il vice sceriffo strinse la mano a Glen, dopo diede un’occhiata alla ragazzina.

Complimenti per l’auto.” disse dopo aver visto la macchina con cui erano arrivati.

Grazie. Mi chiamo Glen Johnson, lei è Lucy e ci vorremmo fermare per questa notte.”.

Non c’è problema” gli disse sorridendo, “da qualche tempo a questa parte è molto difficile non offrire un posto dove passare la notte. E’ diventato quasi un dovere.”.

Si avviarono all’interno della struttura e vennero preceduti dai due uomini in divisa.

L’interno era spartano, composto da una sorta di sala di aspetto arredata da tavolini bassi e poltrone marroncine. Un bancone lungo, fatto di legno, faceva parte della reception, dietro c’era una parete con appesi molti piccoli ripiani che contenevano le chiavi per accedere ai mini appartamenti.

Si registrarono a nome Johnson e Lucy come sua nipote. Nessuno aveva azzardato nulla, tantomeno il tizio in divisa. Glen afferrò la chiave numero 211 e se la mise in tasca.

Prima che potessero uscire per avviarsi alla stanza, il vice sceriffo gli aveva offerto di prendere qualcosa alla zona ristoro. Glen avrebbe volentieri rifiutato, ma l’insistenza fu tale che non poté tirarsi indietro.

Attraversarono un’altra zona composta da molti scaffali, ricolmi di cibi e bevande – stile super market – e giunsero ad un altro bancone: un bar per passanti e avventori del motel.

Mi chiamo Tom Wilson.” disse il vice sceriffo. “Cosa prendete? Oggi offre la casa, vero Betty?”.

La ragazza dietro al bancone era graziosa, vestita con la divisa dello store fatta di un camice bianco e macchiato di caffè o altri liquidi.

Lucy ordinò un succo di frutta, Glen e Tom ordinarono una birra. Tom poteva fare uno strappo alla regola, visto che non era in servizio ma anche lui era bloccato come gli altri in quel posto sperduto fra il verde di boschi e colline.

Abbiamo un’abbondante scorta per i nostri generatori. Quindi non corriamo grossi rischi per la notte.” disse Betty da dietro il bancone.

Lo dice sempre per non mettere ansia.” s’intromise Tom, “Così, la gente, si rintana negli appartamenti e ci passa il tempo fino all’alba. Non che sia sbagliato, intendiamoci.”.

La ragazza fece un sorriso tirato, come dire a Glen: perdonalo, non sa quello che dice!

Lucy li aveva lasciati parlare, così si era allontanata fra gli scaffali per dare una sbirciata. Aveva sempre pensato che fossero discorsi da grandi, che a lei non doveva interessare.

Avete mai avuto dei blackout da queste parti?” chiese Glen, finì la sua birra e poggiò il bicchiere sul bancone.

E’ successo, qualche volta. Ecco perché abbiamo provveduto all’acquisto dei generatori. Alimentiamo un perimetro di sicurezza intorno ai due edifici.”.

Glen li aveva notati subito quella serie di lampioni, tutti installati intorno allo store e al motel. Pali di ferro conficcati nella terra, fra la ghiaia. Anche il parcheggio – al tramonto – veniva inondato di luce fino al mattino successivo.

Non avete mai pensato di usare pannelli solari? In città, quelli che ci sono rimasti, li usano.”.

Betty finì di sistemare i bicchieri, capovolgendoli. Si tolse la divisa, appendendola a una gruccia pronta a esser portata via. “Ci avevamo pensato, ma nell’ultimo mese non sono arrivati molti clienti. Non potevamo pagare troppo per l’installazione di pannelli solari. Sopravviviamo vendendo il carburante e affittando gli appartamenti. I fornitori vogliono essere pagati in contanti, oppure cercano altri per fare affari. E così…”.

Glen lo capiva benissimo. Da quasi sei mesi era cambiato tutto, anche se la gente si sforzava di mandare avanti i loro affari come se niente fosse successo. Una specie di parvenza della normalità.

Tom Wilson li aveva lasciati soli, raggiungendo il collega alla reception. Controllavano che nessuno lasciasse l’Oasi durante il tramonto, oppure avrebbero cercato di convincerli a non commettere sciocchezze. Dopo tutto si occupavano sempre di pubblica sicurezza.

Lucy comparve al bancone: “Zio, mi accompagni nella stanza? Sono un po’ stanca per il viaggio.”.

Glen le accarezzò i capelli, lisci e mori, e acconsentì di accompagnarla. Si sarebbe fatto volentieri una doccia e una dormita anche di un’ora. Non era convinto che la notte l’avrebbe passata fra le lenzuola. Salutò Betty e uscirono dallo store.

La stanza 211 era la prima porta più vicina all’ingresso protetto dai pannelli di compensato, questo era un fatto positivo. Inoltre era a non più di dieci metri dalla sua auto.

Mise la chiave nella serratura e accompagnò all’interno la bambina. Avrebbe fatto un salto fra gli scaffali del market per acquistare qualcosa: acqua per la notte, uno spazzolino e dentifricio per Lucy, le avrebbe comprato anche un pigiama. Lucy era fuggita senza portarsi nulla dietro, nemmeno un misero cambio di abiti.

L’appartamento non era molto piccolo, aveva un bagno con doccia, una stanza con letto matrimoniale e, dopo un piccolo corridoio, c’era una camera con un letto singolo. Due sole finestre davano sul parcheggio, la luce del giorno era sufficientemente forte per non accendere altre luci.

Aspettami qua” le disse dopo averla accompagnata nella sua camera, “devo prendere delle cose in macchina e fare un po’ di spesa.”.

Lucy provò subito il letto, ci si sdraiò sopra.

Non aprire a nessuno. Anzi, chiuderò la porta a chiave ma tornerò presto: promesso.”.

Va bene, zio Glen!”. Lucy, distesa sul letto, chiuse gli occhi. Si addormentò in pochi minuti.

Glen tornò al mini market e comprò tre bottiglie d’acqua, un pigiama rosa di tessuto leggero per Lucy, uno spazzolino e un dentifricio. Avrebbe lavato più tardi i suoi abiti con del sapone, la notte si sarebbero asciugati.

Rivide Betty in cassa: “Non solo fai la barista, lavori anche in cassa?” le sorrise.

Che ci vuol fare, signor Johnson, siamo un po’ a corto di personale ultimamente, così ci arrangiamo.”.

Puoi chiamarmi Glen, se vuoi.”.

D’accordo, Glen.”. Prese la sua carta di credito e la passò nel lettore, uno scontrino uscì lentamente. “Come mai stai viaggiando su questa strada?”. Betty gli passò una busta di plastica e la carta di credito, “Se non sono troppo indiscreta.”.

Non c’è problema. Sto solo cercando di raggiungere Resurrection.”.

Se ci fosse qui Tom, te lo sconsiglierebbe. Ci sono cinquecento miglia da qui, e la strada non è sicura.”.

Grazie per l’interessamento” le disse, “ma con la mia auto riuscirei a viaggiare abbastanza sicuro anche di notte.”.

Ti riferisci alle luci esterne che hai montato sul tettino?”.

Glen fece un gesto affermativo.

Ah, la cena viene servita dalle sei e trenta: ti prenoto due posti?”

Volentieri, grazie.”.

Tornò nella stanza, ma prima si era fermato un attimo alla macchina per portarsi dietro la sua valigia. Non sapeva se prendere anche distintivo e pistola, poi decise di lasciarli nel cruscotto.

Lucy dormiva ancora, un sonno profondo, così decise di farsi una doccia tonificante. Da quanto tempo non se ne faceva una decente, senza che nessuno lo interrompesse? Amava rimanere sotto l’acqua calda corrente, osservare il vapore fluttuare nel bagno. Lo aiutava a riflettere, a pensare a quello che avrebbe fatto prima della partenza. Ancora non aveva deciso come comportarsi con la ragazzina. Non aveva parlato molto con lei, giusto qualche sporadico scambio di battute, ma forse era il caso di cercare di rintracciare il padre, e lui aveva in mente come fare.

 

 

“Quando il sole muore” 1° Parte

 Glen Johnson uscì dallo store sulla Interstatale 46 e si avviò verso i parcheggi. Aveva preso un caffè tanto per combattere il sonno e proseguire il suo viaggio.

Raggiunse la sua auto, una Tuareg della Volkswagen tutta nera e super comfort, l’ideale per la vita che aveva scelto di vivere. Schiacciò il tasto del telecomando e l’auto emise due segnali acustici, le frecce lampeggiarono un paio di volte come a salutarlo.

Si sistemò i capelli (che gli arrivavano alle spalle) fissando il riflesso sul finestrino anteriore, si tolse un po’ di polvere dal giubbotto in pelle ed entrò in macchina.

L’auto si accese a comando vocale: “Jennifer!” e il computer di bordo verificò il timbro di voce e fece partire il motore. I led del cruscotto si accesero in successione e una voce femminile invase l’abitacolo: “La prossima destinazione, Glen?”.

Trovami un albergo per la notte.”.

Ho percepito del risentimento nel tono della voce, qualcosa ti turba?”.

Glen appoggiò le mani sul volante, stizzito. Si chiese perché mai Cooper gli avesse aggiornato il software della Tuareg. La preferiva prima, Jennifer, taciturna e senza voglia di fare colloqui.

Guardò dallo specchietto laterale e vide una coppia appena uscita dallo Store. Li aveva già osservati prima, mentre beveva quell’intruglio schifoso che chiamavano caffè, quasi da mandare al bagno appena ingurgitato. Lui era un grassone stempiato, indossava degli eleganti pantaloni scuri e una camicia grigia. La donna, invece, era bella, alta e bionda. Portava degli occhiali da sole, una gonna che le arrivava alle ginocchia e una camicia quasi trasparente.

Tornò con lo sguardo sul cruscotto e si chiese cosa ci trovasse in quell’uomo. Probabilmente era ricco da fare schifo, si rispose.

Indovina un po’ Jennifer? Aspettiamo a partire, devo prima vedere una cosa!”. Il computer non rispose, così Glen fissò la coppia dirigersi verso un camper, l’unico che avesse visto in miglia e miglia di viaggio.

Glen Johnson era un osservatore impeccabile. Una volta era stato agente del F.B.I. con molto successo, e non grazie ai colleghi che gli venivano affiancati di volta in volta. Qualcuno aveva affermato che fosse colpa del caratteraccio che si ritrovava, ma chi poteva dirlo con certezza? Certo, di lui non si poteva dire che avesse un comportamento espansivo. Forse poteva sembrare un orso, un solitario che preferiva rimanere per i fatti suoi piuttosto che socializzare con dozzine di rompi coglioni. Ecco, Glen li definiva proprio così.

Aveva una corporatura sopra la media e amava portare i capelli lunghi fino alle spalle. A volte dava l’impressione di appartenere a qualche banda di città, non certo alle forze di polizia. E questo, più molti altri piccoli aspetti, lo avevano aiutato a mischiarsi alla comune gente mortale. Non aveva mai avuto grosse difficoltà ad infiltrarsi durante qualche missione.

Ma tutto questo, adesso, non aveva alcun senso per Glen. Da quando aveva lasciato la divisione degli agenti speciali, Glen aveva pensato a rifarsi una vita, un nuovo obiettivo. Ci stava lavorando da un po’ di tempo, da quando le cose erano cambiate per il mondo intero.

Il motore della Tuareg si spense in uno sbuffo, la voce sensuale di Jennifer disse: “Ricevuto Glen, attendo!”. Le luci si spensero e Glen rimase immobile: soltanto lo specchietto elettrico laterale si mosse per mostrargli il camper e chi ci viaggiava sopra.

Attese osservando e vide la coppia entrare dalla porta laterale e richiudersela alle spalle. Le loro voci gli giungevano lontane, quasi ovattate: era probabile che stessero discutendo a voce alta.

C’era qualcosa che non gli tornava e, la curiosità, vinse sul buon senso. Glen aveva due opzioni da valutare: aspettare per vedere cosa combinava la coppia, oppure fottersene e proseguire per il suo viaggio. Aspettò.

Vide aprirsi la porta del camper e una terza figura scendere dai due gradini. Una ragazzina, avrà avuto dodici anni, cadde sull’asfalto del parcheggio.

Glen rimase senza fiato, come se avesse visto un colpo di scena che non si aspettava, ma non mosse un muscolo. Solo gli occhi neri fissavano quello che stava accadendo.

Il suo cervello valutò diverse opzioni. Intanto si chiese chi fosse la ragazzina: la figlia della coppia, oppure la nipote in viaggio con gli zii. Scartò entrambe le possibilità. Il suo intuito da detective gli sussurrava una terza possibilità.

La bambina si alzò sui gomiti, sulle ginocchia ferite per la caduta, e cercò di rimettersi in piedi. Le urla dell’uomo, adesso, erano più forti. “Riprendila, puttana! Non deve scappare!”.

La donna saltò giù dal camper, quasi fosse stata spinta, atterrando con poco equilibrio. Rimase in piedi mentre la ragazzina cominciava una fuga rocambolesca. C’erano poche auto parcheggiate nel piazzale e, la più vicina, era proprio la sua Tuareg.

Vide la bambina correre verso di lui, le guance rigate dalle lacrime, ma nessun suono riusciva ad emettere la sua gola, come se avesse perso la voce. Probabilmente era sotto shock. Zoppicava cercando di sfuggire all’inseguitrice.

Glen Johnson decise di intervenire. Aprì il cruscotto sul lato passeggero e afferrò la pistola automatica di ordinanza e il distintivo federale, anche se non era più in servizio. L’adrenalina, come succedeva sempre, iniziò a scorrergli nelle vene. Da quanto tempo non gli succedeva più? Non se lo ricordava, anche se era come andare in bicicletta: una volta imparato ad assecondare e bloccare le paure, si riusciva sempre a fare la cosa giusta, fino a quel momento.

Fece due respiri profondi, intanto controllava lo specchietto laterale. La bambina era arrivata a dieci metri dalla sua auto. La donna la stava raggiungendo, anche se aveva paura di attirare troppo l’attenzione, così si guardava intorno, soprattutto l’ingresso dello Store. Le diceva di fermarsi, che andava tutto bene e che non le avrebbe fatto niente di male.

Glen controllò il caricatore e lo inserì togliendo la sicura. Prima di agire disse a Jennifer: “Accendi il motore! Ma lascia il controllo manuale inserito!”.

Sei sicuro, Glen? C’è un strana inflessione nel tono della tua voce. Vuoi eseguire lo stress test?”.

Il motore della Tuareg si accese e Glen non rispose alla domanda del computer di bordo.

La ragazzina si accorse che c’era qualcuno, avendo sentito la macchina accendersi. Aumentò l’andatura dei passi mentre, dalle ginocchia bianche, le scendeva un rivolo di sangue per la ferita. Strinse le labbra in un ultimo sforzo: la probabile salvezza. Tentò di attirare l’attenzione, ma non le uscì un vero urlo, oppure un richiamo di aiuto.

Glen aprì lo sportello di guida e scese dall’auto. Un allarme debole suonò nell’abitacolo, segnalando uno sportello aperto mentre l’auto era accesa.

Corri!” gridò alla fuggiasca, mentre allungò le braccia sul tettino e il calcio della pistola ben salda fra le mani. “Polizia federale!” urlò verso la donna, che quasi si fermò per la sorpresa. L’inseguitrice si bloccò in mezzo al parcheggio e alzò lentamente le mani.

Il tizio del camper uscì attirato dalle grida, forse anche da quel termine che non doveva sentire: polizia federale. Scese i gradini di ferro imbracciando un fucile da caccia e si guardò intorno.

La bambina raggiunse Glen dal suo lato della macchina e si accasciò a terra appoggiando la schiena alla ruota posteriore. Era al sicuro, ora. Qualsiasi cosa le volessero fare quei due bastardi, adesso Glen l’avrebbe protetta.

Quei due non potevano essere i genitori, tantomeno dei tutori.

La sparatoria durò pochi secondi e, il primo a fare fuoco, fu il grassone armato di fucile. Forse era andato nel panico e aveva valutato male le conseguenze delle sue azioni. Non sapeva chi avesse di fronte.

Glen Johnson lasciò perdere la donna, accasciata sul piazzale. Si era messa a piangere per la paura, come se stesse pregando nel modo che fanno gli arabi.

Si concentrò sull’altro tizio, che aveva fatto fuoco nella sua direzione. Il proiettile era sibilato nelle vicinanze, colpendo la tettoia del parcheggio. Così, prendendo la mira, lui aveva fatto fuoco sulla ruota più vicina del camper. E l’uomo si era spaventato, fuggendo dietro al grosso mezzo. La gomma aveva ceduto, accasciando da una parte il camper.

Aveva un margine di tempo piuttosto ampio.

Si mise il distintivo nella tasca del giubbotto e guardò la ragazzina che non smetteva di piangere e singhiozzare. Provò un senso di pena e compassione, che durarono pochi istanti, poi prevalsero il giudizio e l’istinto di sopravvivenza.

Alzati, adesso sei al sicuro, ma dobbiamo andarcene da qui!”.

La ragazzina tirò su col naso, si asciugò le lacrime col dorso della mano e fu aiutata a tirarsi su. Glen la fece salire dalla sua parte, dicendole di sedersi sull’altro sedile.

Entrò e chiuse lo sportello e l’allarme cessò di suonare: l’abitacolo fu immerso dal silenzio.

La nuova destinazione, Glen?” chiese la voce di Jennifer.

La bambina si girò in cerca della persona che aveva parlato, mentre Glen faceva retromarcia e dopo inseriva la prima per lasciare il parcheggio.

Non aver paura” le disse, “è solo la voce del computer di bordo!”.

La nuova passeggera si rilassò. Aveva smesso di piangere ma restava in silenzio, forse ancora in preda allo shock di poco prima.

Corse per quasi cinque miglia raggiungendo la velocità di 130 miglia orarie, controllando lo specchietto. Nessuno li seguiva e nessuno li precedeva. Scese a 90 miglia percorrendo la corsia di destra. Il sole era ancora alto, l’orologio di bordo indicava che erano le tre del pomeriggio e avevano tutto il tempo di cercarsi un posto sicuro per passare la notte.

La ragazzina aveva chiuso gli occhi, forse dormiva profondamente. Glen decise di lasciarla stare, di attendere che si svegliasse da sola, solo dopo le avrebbe fatto alcune domande per capire chi fosse e il motivo del suo rapimento.

Già, quella coppia del camper non potevano che essere dei rapitori. Si ritrovò a sorridere all’idea: chi mai, in quel periodo che viveva il mondo intero, poteva solo progettare un rapimento? Era una cosa assurda, insensata.

Fra dieci miglia c’è un’area per la sosta, con un motel per passare la notte!” disse Jennifer interrompendo il silenzio. Glen non aveva scelta, né altre alternative se non dormire in quel posto, sperando che fosse preparato a proteggere qualsiasi persona fosse giunta lì.