Il mondo perfetto [Seconda Parte]

Una settimana dopo, all’esterno di Andromeda.

Ramon rimase fermo, decidendo di abbassare la sua arma ML47 per non indispettire quelle quattro figure. Sapeva che lo avevano visto e aveva capito che lo stavano solo osservando, al momento non sembravano ostili.

Fu sconcertato vedendole avvicinarsi oltrepassando il canneto, non immaginava che simili creature potessero sopravvivere nel mondo esterno. I dettagli erano…

Alzò il braccio sinistro ed aprì una tastiera ergonomica applicata al polso, lo schermo da pochi pollici si accese e il cursore lampeggiò in attesa di un input. Nella Banca Dati del computer principale esisteva una mole infinita di dati, immagini, files: a lui non rimaneva che cercare per capire cosa fossero.

Non ti faremo del male!

Una voce entrò di prepotenza nella sua mente, anche se non era molto ricettivo in quel momento. Gli sembrò femminile e tranquillizzante. Con l’altra mano digitò: Entità Biologiche e la ricerca cominciò scandagliando files e immagini.

“Chi siete?”, la voce gli era uscita nitida e forte, nonostante portasse la maschera facciale completa, due filtri gli permettevano di respirare aria pulita per circa otto ore.

Ci hanno sempre chiamati i Grigi e noi ci siamo adattati a questo nome.

Un’immagine comparve classificando quella razza come Entità Biologiche denominate Grigi Alsaziani. Ramon osservò gli occhi neri di forma ovale, il naso piccolo e la pelle che si avvicinava al grigio chiaro. Indossavano tute blu aderenti, che rendevano la corporatura piccola e appariscente. Le mani di quegli esseri erano composte da sei dita lunghe ed esili. La testa calva era porosa e più grande rispetto al corpo, ma l’espressione dei visi era buona e trasmetteva dolcezza. La piccola bocca con labbra esili quasi non si notava, anche perché non la usavano per comunicare con lui.

Ai piedi, anch’essi muniti di sei dita, non portavano nulla. A Ramon apparvero troppo lunghi per la corporatura che avevano, non riusciva neanche a distinguere il sesso delle quattro figure, essendo molto simili fra loro.

Non andare verso la città, ma tieniti a debita distanza.

Quella frase fu l’ultima che sentì penetrare nella sua mente, che giungeva senza alcun preavviso. Vide le quattro creature rientrare nel canneto, sentendo appena i passi nella fanghiglia della palude. Rimase alcuni minuti in ascolto, mentre, nella sua testa confusa, un turbinio di domande si facevano strada, domande a cui non era sicuro di poter dare delle risposte.

Ramon avviò la funzionalità Termo Immagine, controllando che nelle vicinanze non vi fossero altre sorprese. Il visore notturno controllava ogni centimetro della sua visuale, se la temperatura fosse mutata, un suono acuto lo avrebbe avvisato e, una scala di colori accesi, gli avrebbe mostrato la fonte.

S’incamminò imbracciando l’arma che gli aveva sempre dato sicurezza.

Era un paesaggio strano quello che stava attraversando, una foschia spettrale stava salendo dalla superficie della terra, lentamente, sospinta da una leggera brezza. La scarsa luce notturna la rendeva quasi iridescente. Ramon non udiva alcun suono, a parte i suoi passi su ciò che, una volta, poteva essere catalogato come un bosco in rovina.

Gli alberi, in quella zona, sembravano morti. I rami spogli si levavano al cielo come tante braccia che cercavano di attirare l’attenzione. L’oscurità avvolgeva il mondo esterno con il suo mantello privo di colori e luci.

Il computer al polso dell’uomo emise dei segnali acuti, che richiamarono l’attenzione di Ramon: l’attrezzatura di rilevamento segnalava una nuova fonte di luce. Essa proveniva da Nord-Est. Una bussola elettronica gli indicò dove girarsi.

Il visore di Termo Immagine lampeggiò, un mirino elettronico analizzò ciò che aveva davanti, inquadrando e rendendo l’immagine alla portata del soldato.

Ramon rimase fermo, un po’ era spaventato, ma la curiosità ebbe il sopravvento su quello strano spettacolo: uno spicchio luminoso stava nascendo dalla terra, sul display lampeggiava una sola parola: Moon.

Il candore dell’astro fu subito aggressivo perché lui non aveva mai visto una luce del genere. Era viva, e sembrava pulsare di vita propria rifrangendosi su tutto ciò che lo circondava; avanzava all’orizzonte, che non aveva più ostacoli come un tempo.

“Nasconditi!”

Ramon rimase fermo, ma il sangue gli si era gelato in un istante. Fece un lungo respiro e attivò il suo ML 47: un lungo suono lo aveva avvisato che il mirino laser era operativo.

La sua mente aveva memorizzato tutto intorno a sé, persino possibili posti in cui potevano nascondersi delle minacce. Sapeva dove si trovava chi o cosa aveva pronunciato quella parola.

“Stanno per arrivare gli Slorm!”

Il mondo perfetto [Prima parte]

Un uomo dai capelli bianchi stava attraversando il quartiere Scientifico di Andromeda, la città sotterranea. Erano anni che studiava un modo per ripulire la terra, o ciò che ne era rimasto, per sperare, un giorno, di tornare ad abitarla. Quanto gli mancava, nessuno era in grado di dirlo.

Tutto era cambiato da quando era stata fondata Andromeda, persino il modo di muoversi da una via all’altra, attraverso mezzi all’avanguardia.

L’uomo scese dall’auto, una macchina dall’aspetto aerodinamico con sportelli ad ali di gabbiano. Pochi istanti e si richiuse emettendo uno sbuffo: le luci si spegnevano a comando vocale, grazie ad una sofisticata centralina.

Il dottor Maximilian Droe si era fermato sotto l’ampio ingresso del palazzo, una grande tettoia che proteggeva l’entrata dell’edificio. Prima di spingersi oltre, si era fermato a osservare le grandi scritte dell’azienda: P. O. A. (Program Ologram Active).

Sorrise, perché si trattava di una copertura per quello che stavano tentando di creare.

Si aggiustò l’abito, come sempre aveva fatto, e proseguì verso la vetrata. Alcuni robot si muovevano all’interno dell’edificio, il rumore dei cingoli quasi non si sentiva dall’esterno. Erano esseri piccoli, a cui non ci si faceva caso, ma possedevano armi micidiali se attaccavano gli intrusi.

Era tutto cambiato nel giro di cinquanta anni, le società scientifiche avevano investito milioni di dollari per fondare la città più complessa che il genere umano avesse mai visto e che avesse mai abitato.

Il robot 451 girò all’improvviso convergendo verso l’ingresso, i suoi sensori avevano captato qualcosa nelle vicinanze. Un puntatore laser aveva agganciato una possibile minaccia, così lo teneva sotto tiro. Un congegno di lettura, nel frattempo, stava misurando dei valori, il tutto in pochi istanti, in un battito di ciglia. La risposta giunse al robot, l’ordine era di non fare fuoco.

Il dottor Droe non era a conoscenza di quello che era appena successo, si stava solo avvicinando al lettore posto di fianco all’ingresso. Era tutto nella norma, dopo che un lettore ottico gli aveva controllato l’iride e l’impronta vocale.

“Benvenuto, dottor Droe.” aveva detto una voce femminile. La porta a cristalli si era aperta di lato, lasciandolo entrare.

Maximilian osservò in silenzio l’ambiente, quella grande stanza che una volta accoglieva l’ufficio pass e relazioni con il pubblico: c’era solo un bancone bianco, persino i computer si erano portati via. Era tutto cambiato, ora. Le macchine, nel tempo, avevano preso il posto dell’uomo. Sofisticati microchip erano migliori del cervello di un essere umano, erano più affidabili e non si ammalavano. Che tristezza, pensò. Gli mancava il contatto umano.

Scacciò quei tristi ricordi e si avviò per prendere l’ascensore. Un centinaio di led controllavano i suoi movimenti, quelli di qualsiasi essere avesse varcato quella porta.

Un altro lettore ottico era stato installato di fianco all’ascensore, che fece esattamente il suo dovere, mentre, alle sue spalle, i robot della sorveglianza controllavano il perimetro dello stabile. Erano silenziose, quelle macchine, silenziose e non commettevano mai errori.

“Portami al quarantacinque!” disse il dottore appena era entrato, “Come desidera, signore.” rispose la stessa voce dell’ingresso.

“Ha passato una felice notte?” L’uomo si era innervosito, erano anni che gli veniva fatta la stessa domanda, ogni volta che riprendeva a lavorare. Ma, d’altronde, non erano altro che programmi, facevano solo quello che gli veniva chiesto, niente più e niente meno.

Non appena entrò nel suo studio, il dottor Droe, si era lasciato tutto alle spalle, persino quanto gli desse fastidio il contatto con le macchine. “Le fredde creature dell’uomo”, così le aveva sempre definite.

“Buon giorno, dottore” disse Stan Conbar. Era seduto davanti alla sua postazione e gli era bastato udire i soliti rumori che faceva per riconoscerlo, non appena si era tolto la vecchia giacca a doppio petto e aveva poggiato l’antiquata valigetta di cui non si separava mai. Il dottore non era altro che un anziano abitudinario.

Stan si era voltato per lanciargli un sorriso, uno strano sorriso, dicendogli: “Venga a vedere con i suoi occhi!” Poi si era accorto che anche il dottore non stava più nella pelle e che aveva capito dal suo sguardo, dalla soddisfazione per alcuni risultati inaspettati.

“In queste ultime dieci ore siamo progrediti su tutti i fronti, ci daranno altri stanziamenti, ne sono convinto!”

Max si era quasi tuffato al suo fianco, osservando i cinque monitor fissati alla grande scrivania. Leggeva i dati a mente, i suoi occhi scorrevano su tutto ciò che c’era scritto nella finestra di progressione.

“I Naniz sono una realtà!” disse con tono di trionfo.

“Non ci speravo proprio.” ribatté Max spostando lo sguardo sul Primo Assistente, “E li abbiamo già creati?” chiese. Tornò a leggere gli schermi, mentre Stan gli spiegava le modalità di sfruttamento.

“Non è tutto!” disse sorridendogli: “Abbiamo ultimato gli Ologrammi, entro questa notte dovrebbero diventare attivi.” Stan si era appoggiato di peso allo schienale della sedia, incrociando le braccia sul petto, aspettando altri complimenti dal dottore. Ma questi non giunsero: Maximilian si aspettava altre sorprese, la classica ciliegina sulla torta.

“Tutto qui?” chiese Droe, il suo volto era mutato in delusione perché aveva altre aspettative sulle ultime ore.

“No! Non è tutto qui.” Stan Conbar aprì una cartella elettronica e prese una penna ottica che diresse sull’apice destro del foglio elettronico. Digitò un codice segreto che conoscevano in pochi e, sui cinque schermi al plasma, comparve una scritta lampeggiante:

Progetto Eclissi Totale

Program starting

Dal computer lampeggiarono cinque led rossi e alcuni processori lavorarono ad un codice criptato, infine comparve una data, un giorno, un mese e un anno.

“E’ fra una settimana!” gridò Maximilian Droe, alcune lacrime gli rigarono le guance, ma a lui non importava perché il sogno di una vita si stava per realizzare. Quante ore, o giorni, o mesi ci aveva lavorato? Non lo sapeva quantificare, ma presto la terra sarebbe stata purificata e l’uomo sarebbe potuto tornare a vivere in superficie.

“Grazie!” gli aveva urlato mentre si lanciava in una sorta di abbraccio, “Grazie per aver creduto in questo progetto!”

Dreamworld 2 – Terza parte

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Via di Borgo Pio – Quartiere Prati – Roma

Stefano Terlizzi percorse alcune piccole vie fino a raggiungere Borgo Pio, una delle più frequentate dai turisti. Bar, locali e negozietti di souvenir gli sfilavano ai lati. Molte persone si fermavano a fare fotografie, a parlare, o per sbirciare i menù appesi fuori dai locali.

Giunto di fronte a un’antica fontana, continuò fino all’osteria aperta da pochi mesi. L’insegna affissa al muro diceva: Trattoria dal Tenente.

Roberto Cavia era il proprietario del locale, un uomo dalla stazza enorme. Era alto un metro e novanta, calvo e occhi azzurri, ma con un viso che traspariva fiducia. A volte le apparenze ingannano. Spesso indossava una mimetica e magliette verde militare. Dopo una vita passata sotto le armi, aveva deciso di congedarsi e mettersi in proprio. A volte accettava lavori rischiosi per condividerli con alcuni suoi vecchi compagni. Aveva sempre amato fare missioni, anche perché gli consentiva di mettere da parte molti soldi. Inoltre, sentirsi scorrere l’adrenalina in corpo, era una sensazione a cui non poteva rinunciare.

Stefano entrò nel locale e vide Roberto di spalle, mentre sistemava alcuni bicchieri su degli scaffali. Tutte le sedie erano rovesciate e appoggiate sopra ai tavoli.

Oggi siamo chiusi.” disse Roberto senza voltarsi.

Buongiorno Tenente.” lo salutò Stefano. A una delle pareti, quella più interna, c’era uno specchio appeso, di forma rettangolare e lungo quanto la parete. I due si osservarono attraverso il riflesso dello specchio.

Ma che bella sorpresa, investigatore. Come mai da queste parti?” disse Roberto. Prima di girarsi sistemò gli ultimi bicchieri appena asciugati.

Si diedero la mano con una stretta vigorosa.

Passavo da queste parti e sapevo che oggi è giorno di chiusura.”

Un giorno a settimana, così faccio riposare gli altri.” Roberto prese due sedie e le mise a terra, poi fece il gesto di accomodarsi. “Se aspetti un paio di minuti, ti preparo un buon caffè, come piace a te.”

Andrebbe bene anche un po’ d’acqua.” gli rispose Stefano già seduto sulla sedia.

Perfetto, il caffè lo faccio per me, ne ho una gran voglia.” Roberto entrò in cucina. Dopo qualche minuto tornò in sala portando un vassoio con un caffè, una bottiglia d’acqua e un bicchiere. Posò tutto sul tavolo e si mise seduto di fronte a lui.

Ho bisogno del vostro aiuto.” disse Stefano schietto, sincero. Prese l’acqua e la buttò giù in tre sorsi. Forse era meglio chiedergli del Whisky, pensò.

Roberto si massaggiò il pizzetto e chiese: “Di che tipo? Finanziario, oppure…”

Oppure.” gli rispose interrompendolo.

Va bene, hai la mia attenzione. Di che si tratta?”

Stefano non sapeva come dirglielo. Non voleva rivelargli del sogno, perché gli avrebbe consigliato di cercarsi uno psichiatra, uno bravo. “A Piazza Risorgimento dobbiamo controllare delle persone. Mi servono uomini, armi e mezzi.”

Dreamworld 2 – Seconda parte

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Gloria lo guardò perplessa. Fra i due era quella che più gli dava credito, non solo perché si trattava di suo fratello, ma anche perché non lo aveva mai visto ridotto in quello stato. “Potrebbe trattarsi di un sogno premonitore.” tentò di giustificarlo.

“So che è difficile da credere” disse Stefano. Prese la tazzina di caffè e lo bevve in due sorsi, poi si pulì la bocca con un fazzoletto. “ma ho le prove di quello che succederà questa sera.”

“A quali prove ti riferisci?” chiese Emanuele, anche Gloria parve incuriosita dalle ultime parole.

“Vedete quel gruppo di tende laggiù, oltre l’edicola?”

Entrambi si girarono in quella direzione. Videro parte delle transenne e l’apice delle tende bianche montate in piazza. Da quella distanza potevano osservare anche gli uomini della sicurezza privata.

“E con questo?” chiese Emanuele sorridendo.

Stefano guardò il cielo, stizzito. “Sentite, tutta quella roba montata laggiù ieri non c’era. Nessuna transenna, neanche l’ombra di una sola tenda.”

Gloria gli afferrò una mano delicatamente, guardandolo sempre negli occhi. Gli voleva stare vicino in quel momento, magari trasmettergli affetto.

“Eppure” continuò Stefano osservando sempre quella parte della piazza, “tutte quelle tende io le ho viste nel sogno.”

“Le hanno montate questa mattina.” constatò Emanuele sempre divertito.

“Il sogno l’ho fatto qualche ora fa, quando in piazza non c’era nulla. Possibile che non ci arriviate.”

“Va bene.” disse sua sorella, “Ammettiamo che sia tutto vero, che quello che hai sognato accadrà questa sera, che cosa vuoi fare?”

“Salvare quelle persone” ci pensò qualche secondo, “e capire cosa hanno in mente quelli oltre le transenne.”

Giunse un autobus e della gente scese a terra, altre persone salirono sul mezzo pubblico. “Che cosa c’entrano quelli laggiù?” chiese Emanuele, indicando l’accampamento di tende.

“Intanto, quelli della sorveglianza non sono italiani. E nel sogno, dopo aver visto morire quei due disgraziati, sono entrato in quelle tende.”

“Davvero?” chiesero in coro Gloria ed Emanuele.

“Davvero. C’erano delle strane casse di legno. Non so che cosa ci fosse dentro, ma lo voglio scoprire.”

“Se mi date qualche minuto, chiamo il mio contatto al Comune. Possiamo controllare tutti i permessi che hanno richiesto.” disse Emanuele, tirando fuori il cellulare dalla giacca.

Stefano gli sorrise compiaciuto: “Ottima trovata!” e lo guardò alzarsi dalla sedia.

Gloria e suo fratello rimasero soli. Non si dissero nulla, il brusio della gente agli altri tavoli e il rumore del traffico li aiutò a riflettere.

“Come pensi di entrare lì dentro? Hai visto in quanti sono a controllare il perimetro?” Gloria si ammutolì di nuovo, il suo sguardo era diretto al semaforo pedonale della piazza. Immaginò due persone correre sulle strisce e un cofano di un’auto che impatta contro i loro corpi. Le vennero i brividi. “Come farai a salvare quelle due vite?”

Stefano non le rispose subito ma sorrise per quelle domande che aveva fatto, mentre con il cucchiaino toglieva la schiuma sul bordo della tazzina vuota.

“Domande interessanti” ammise Stefano, “intanto non saremo da soli questa sera.”

“Vuoi chiedere aiuto a Roberto?”

“E’ la cosa migliore da fare. Ci hanno aiutato molte volte nei casi difficili.”

“Già.” ammise la sorella.

Emanuele si sedette al suo posto e poggiò il telefono sul tavolino. “Hanno tutti i permessi in regola.”

Lo sospettavo.” borbottò Stefano, guardando Gloria negli occhi.

Ufficialmente devono fare delle riprese esterne questa notte. Hanno una vigilanza privata estera.”

Molti sono russi.” aggiunse Stefano.

E tu come lo sai?” gli chiese Gloria, sistemandosi una ciocca di capelli davanti agli occhi.

Stefano sospirò, poi disse: “Perché ho superato quelle dannate transenne, sono entrato in alcune tende e nessuno mi ha visto, nessuno mi ha fermato.”

Emanuele si avvicinò con la sedia, appoggiando i gomiti sul tavolo e, per qualche attimo, studiò l’espressione di Stefano. “Come diavolo fai a sapere che sono russi?”

Li ho sentiti parlare. Alcune parole erano russe, quindi sono russi.”

Va bene” s’intromise Gloria, “adesso come ci muoviamo?”

Voi due andate in ufficio, dobbiamo contattare quel cliente…”

Si chiama Russo, Marco Russo!” lo aiutò Emanuele, poi scoppiò a ridere. Anche Gloria non riuscì a trattenersi, finché Stefano sorrise. Era teso ma quel gioco di parole lo aveva aiutato a rilassarsi un po’.

Ci vediamo dopo.” disse a entrambi. Stefano li guardò allontanarsi, dopo si alzò per pagare il conto.

Dreamworld 2 – Prima parte

In questi giorni ho preso una decisione: pubblicare sul blog una parte del primo capitolo di Dreamworld – Sean Balducci. Non ci saranno spoiler per chi non avesse letto il primo libro, promesso. L’ambientazione è nuova e si tratta di Roma, almeno alcuni quartieri della zona Prati.

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Perché ho fatto questa scelta? Molti anni fa, quando gestivo un blog su Splinder, mi piaceva scrivere e intrattenere i lettori del blog.

Buona lettura.

Piazza Risorgimento – Roma.

Stefano Terlizzi era irrequieto. Stava fermo sul marciapiede, quello più vicino a Piazza San Pietro, e osservava le persone attraversare le strisce pedonali.

Una parte della piazza, quella oltre l’edicola, era recintata per tutto il perimetro. Numerose transenne ne impedivano il passaggio. C’erano guardie private a ogni lato.

Stefano sapeva cosa ci fosse nelle tende montate a circolo. Aveva tutte le sembianze di essere un set cinematografico. In quella piccola porzione di piazza, c’erano persone vestite da medici dell’OMS e quelle tende bianche, sigillate da teli di plastica trasparente, contenevano delle strane casse di legno.

Stefano Terlizzi aveva trent’anni, alto uno e settanta e aveva i capelli rossi e ricci. Era un investigatore privato, con una sua agenzia con sede lì vicino. Stava aspettando che lo raggiungessero la sua socia e un collaboratore. Indossava un paio di jeans, una camicia blu e un paio di scarpe ti tessuto blu.

Scusa il ritardo.” disse Gloria alle sue spalle. Insieme a lei c’era Emanuele.

Anche se sei mia sorella e ti ho chiesto di venire il prima possibile…”

Ti sei svegliato male questa mattina?” lo interruppe Emanuele.

Malissimo!” rispose secco Stefano.

Altre persone si avvicinarono alla fermata dell’autobus 23. Aveva scelto di aspettarli in quel punto per non dare troppo nell’occhio. Mentre fingeva di aspettare l’autobus, Stefano voleva osservare da lontano ciò che succedeva vicino alle transenne.

Questa sera pioverà, ci sarà un temporale e forti raffiche di vento.” disse Stefano voltandosi verso sua sorella e il suo collaboratore.

Si guardarono in faccia e scoppiarono a ridere.

Chi diavolo sei, un meteorologo?” chiese Emanuele. Entrambi alzarono la testa, costatando che il cielo fosse solo parzialmente coperto. Nuvole bianche si spostavano pigre verso le mura vaticane. Era piacevole stare al sole in quei giorni primaverili.

Che ne dici se ci sediamo a quei tavolini” disse Gloria, “ordiniamo quello che ci pare e ci spieghi quello che ti è successo. Giuro, non ti ho mai visto così… strano.”

Ottima idea.” disse Emanuele.

Stefano rimase in silenzio e li seguì senza opporsi.

Tre caffè e tre bicchieri d’acqua.” ordinò Gloria alla cameriera.

Quando furono di nuovo soli, Stefano si accese una Marlboro e disse: “Probabilmente non mi crederete.”

Tu prova a spiegarci che cosa ti sta succedendo.” ribatté sua sorella.

Un gruppo di turisti gli passò davanti, il marciapiede cominciava a essere affollato. Diverse persone aspettavano l’arrivo dell’autobus. Il traffico di auto e scooter scorreva lento in quella zona di Roma.

Questa notte ho fatto un sogno incredibile.” annunciò Stefano, “Uno di quei sogni che non dimenticherò per un pezzo.”

Emanuele terminò il caffè. “Tutto qui? Ti sei stranito soltanto per uno stupido sogno?” chiese incredulo.

Non era un sogno normale.” si difese Stefano, “Tu… tu dovevi esserci. Ho assistito a un incidente e ho visto morire due persone, Cristo Santo!”

Cazzate!” borbottò il collaboratore.

Conoscevi quelle persone?” chiese Gloria.

Stefano non rispose subito, perdendosi nei ricordi ancora limpidi impressi nella memoria. Non aveva ancora toccato il suo caffè, né bevuto l’acqua. Spense la sigaretta nel posacenere e guardò negli occhi Gloria: “Non credo di conoscerle, ma di una cosa ne sono sicuro: succederà questa sera, verso le undici, minuto più minuto meno.”

Si torna a scrivere…

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Il nove febbraio è un giorno che ricorderò per molto tempo. Si tratta del giorno in cui ho ripreso a scrivere come ai vecchi tempi. Ogni santo giorno, nei ritagli di tempo, sto pensando e scrivendo il mio sesto libro.

Non è mai semplice pensare e progettare un romanzo, anche se con gli anni ho appreso tecniche e metodi. Ogni romanzo è una nuova sfida, con problematiche differenti dal precedente lavoro.

Un conto sono i racconti, magari di una certa lunghezza.

L’ultimo mio lavoro è stato Dreamworld e non è filato tutto liscio come speravo. Cominciato nel settembre del 2009, terminato a maggio 2016. Nel mezzo, ho lavorato a due raccolte di racconti.

Però in passato mi è andata ancora meglio, mentre lavoravo a Greenworld: quattordici mesi di scrittura continuativa, sabati e domeniche comprese. E’ stata l’unica volta in cui non ho avuto particolari problemi.

Questo post non l’ho scritto in un solo giorno, ma lo sto preparando per presentare (a chiunque fosse curioso) di cosa parlerà Magic Warehouse – Questi mobili che magia.

Oggi è il 3 marzo 2019 e attualmente sto terminando il terzo capitolo. In passato non mi era mai successo di scrivere la quarta di copertina prima della stesura del romanzo.

I luoghi e la città in cui tutto avverrà li conosco benissimo: Dale, una cittadina americana fondata sulla costa. Nel 2009 avevo iniziato a scrivere un romanzo di fantascienza, dal titolo 2012 – un gioco da ragazzi, ambientato in parte a Roma e in parte in questa località. Alcuni racconti pubblicati su Any man e Angeli, Diavoli e Zombie hanno come ambientazione proprio Dale.

Ma non voglio divagare oltre.

Ecco di cosa parlerà il nuovo romanzo.

La città di Dale è ridotta a un cumulo di macerie, i cadaveri sono un po’ dappertutto, i feriti non si contano. Charles Dale è uno dei pochi sopravvissuti e ha assistito a ogni singolo evento. Adesso vuole raccontare la verità, ma saranno in pochi a credergli.

Il romanzo è ambientato in una cittadina costiera americana, dopo che una grande azienda produttrice di mobili ha acquisito un nuovo e sofisticato sistema di trasporto, il C.A.T. (Container Avio Trasportati). Nella zona industriale nasce un nuovo negozio, con un magazzino enorme per stoccare la merce in arrivo da molte regioni del mondo. Tutti questi articoli sono molto particolari, unici, stupefacenti.

Il sistema interno è collegato al C.A.T., che gestisce anche la sicurezza di tutto il nuovo impianto. Poche persone e ben addestrate gestiranno sia il negozio, che il magazzino, anche grazie all’aiuto della più grande tecnologia mai vista prima.

Non solo, Charles Dale scoprirà che i draghi esistono per davvero e Fuffy, in poco tempo, gli diventerà un’amica. Anche Dimitry, un vampiro che non uscirà mai dal magazzino, tenterà di aiutarlo in tutta questa strana e avventurosa storia.

Fantasy e Fantascienza si mescolano in un romanzo che catturerà il lettore dalla prima pagina, fino all’epilogo.

Quando avrete letto l’ultima pagina del romanzo e chiuso il libro, guarderete con sospetto tutti gli angoli dell’appartamento.

Grosso modo questa è la trama ufficiale. Secondo i miei progetti dovrei terminare la prima stesura entro il 2019. In futuro pubblicherò qualche breve estratto di questo romanzo, chissà che non vi incuriosisca.