“Team Omega” (Quarta parte)

Roma di notte

Al tramonto.

Le nuvole si erano disperse, Julie era stata recuperata e riportata nella zona sicura. Su Piazza San Pietro era sceso un silenzio inquietante, a cui i sopravissuti dovevano ancora abituarsi. Qualche ombra si muoveva oltre la piazza, su via della Conciliazione. L’illuminazione non funzionava più.

Il Team Alpha si riunì nei pressi dei sensori di movimento, il tenente non era tranquillo.

“Dal comando ci hanno promesso elicotteri da trasporto e due Littlebird per coprirci le chiappe. Cosa ne pensate?” esordì il tenente Conti. Si erano messi in ginocchio per sicurezza, cercando anche di scaldarsi le mani con del tè caldo: a Roma quella notte faceva freddo.

“Ce li faremo bastare, ci sono alternative?” disse Max – Alpha 4 – poi afferrò un sacco a pelo termico e lo mise a terra.

“No, non ci sono alternative. E’ tutto quello che può fornirci il Comando.”

Philip ed Elena Delzi si voltarono verso Trevor e Julie. L’uomo le stava parlando a bassa voce, il cane scodinzolava mentre attendeva che l’uomo le versasse della carne nella ciotola.

“Possiamo fidarci?” chiese Philip.

“Ci sanno fare e oggi hanno fatto un lavoro pulito e veloce. Mi hanno stupito.” Disse il tenente.

Decisero i turni di guardia, alcuni si misero a dormire o almeno ci provarono.

A notte fonda.

Il sergente Trevor Johnson uscì dal sacco a pelo e preparò l’attrezzatura. Scelse la balestra con dardi, un’arma silenziosa e letale. Si mise il corpetto in Kevlar mentre Julie lo fissava silenziosa. Era notte, ma una tenue luce lunare rendeva le cose visibili, almeno i contorni.

“Sei pronta Julie? E’ il nostro turno!”. Il cane si mise seduto, era sempre felice di stare accanto a Trevor, qualsiasi cosa dovessero fare assieme. Indossò l’imbragatura e la mise al cane.

“Non penserai mica di scendere!”. La voce era bassa per non svegliare gli altri e fece voltare di scatto il sergente. Elena Delzi gli sorrise, sperava di non averlo spaventato: “Gli ordini sono di presidiare la piazza in sicurezza, non possiamo mostrarci a nessuno finché la zona non sarà sicura!”.

Trevor tornò a fissare un punto di via della Conciliazione, monitorandolo con un binocolo termico. “Perché non dai un’occhiata?”.

La donna prese il binocolo e guardò nella stessa direzione ed esclamò: “Non è infetto!”. Rimase per una decina di secondi ferma, valutando come procedere. I colori del display erano accesi, il corpo del tizio che stavano spiando era caldo: almeno trentasei gradi.

“Io devo scendere giù, tu fa come vuoi ma non provare a fermarci!”. Prese Julie in braccio e se l’agganciò all’imbragatura. Iniziò a scendere, puntando i piedi sulle colonne sporgenti. Julie non protestava, restava solo ferma e si guardava intorno.

“Forse ti serve questa!” e gli mostrò la balestra con i dardi, “Scendo giù con te. In due sarà più sicuro!”

“Siamo già in due!” disse Trevor a denti stretti, “Poi ho con me pistola e mitra.”

Lei indossò un’altra imbracatura, senza togliere gli occhi dal sergente: “Quanto siete testardi voi uomini!” disse come se lo dicesse a sé stessa.

Gli anfibi toccarono i sampietrini della piazza, poi la corda rimase penzolante mentre Trevor e Julie si immobilizzarono e rimasero in ascolto. Non dovevano provocare rumori, non dovevano attirare l’attenzione di nessuno. Elena li raggiunse dopo alcuni minuti e si mise a terra, occhi puntati su via della Conciliazione. Era tutto immobile e silenzioso, a parte qualche raffica di vento che trasportava puzza di morte e decomposizione. La luce della luna li poteva aiutare a intravedere qualcosa.

Corsero schiena bassa fino al perimetro delimitato dalle ringhiere. Si appostarono dietro alle strutture in marmo e, da lì, il tizio nascosto si vedeva bene con i visori notturni.

“Come richiamiamo la sua attenzione?” bisbigliò Elena.

“Con il laser del mirino!”

“E se fosse infetto?”

Trevor sospirò: “Lo abbatterò prima che diventi come quelle cose lì!”. Via della Conciliazione non era proprio sgombra. Alcune sagome erano immobili, altre si muovevano lentamente strascicando i piedi ma senza emettere un suono.

“Sei pronta? Quando gli avremo fatto capire che siamo qui e siamo vivi, dovremo dargli massima copertura e fare il minimo rumore, o ci piomberanno tutti addosso!”

Elena esitò a rispondere, però non tolse gli occhi di dosso da quello che poteva essere un sopravvissuto.

Julie

Trevor imbracciò l’arma – un FnF2000 – e accese il mirino laser. Inquadrò il bersaglio senza premere il grilletto: vedeva il polpaccio mentre il corpo era nascosto da una cabina telefonica. Una ventina di metri li separava, senza alcun posto dove nascondersi. Con il mirino andò oltre e, quella luce rossa, finì sulla parete che gli stava di fronte. Adesso doveva vederla per forza.

Il tizio si mosse adagio e ruotò la testa verso San Pietro: doveva aver visto il laser. Trevor ed Elena indossarono di nuovo i visori, i corpi immobili si vedevano in maniera chiara. Gli occhi emanavano un bagliore che metteva i brividi persino a Trevor. Il suo motto è sempre stato: meglio affrontarli di giorno che di notte!

L’uomo fece dei gesti con le mani poi si mise in ginocchio e si mosse verso la parete più vicina.

“Stai pronta! Adesso viene il bello!” le disse Trevor. Tutti e due erano sdraiati a terra, Julie era con loro e non muoveva un solo muscolo.

“Team Omega” (Terza parte)

Team Omega3

Due ore prima.

In un hangar fatiscente si svolgeva un importante briefing. L’edificio sembrava quasi abbandonato, per quanto fosse sporco e gli mancassero gli infissi alle finestre montate quasi vicino al tetto.

Il colonnello John Stewart – a capo del R.R.S. – afferrò un microfono e una tromba acustica. Il congegno emise un suono acuto, fastidioso, e il microfono l’amplificò per tutto l’ambiente. La gente, quasi una cinquantina di persone, si ammutolì.

“E’ quasi più facile attirare l’attenzione di un’orda di infetti, che un branco di signorine come voi!” disse.

Molti risero. L’uomo in mimetica militare attese qualche attimo, poi si presentò: “Sono il colonnello Stewart e rappresento il Reparto Ricerca e Soccorso”. Fece segno a Trevor e Julie di farsi avanti, poi salirono su una pedana messa in fondo all’hangar e la gente li vide.

“Siamo stati chiamati per aiutare la popolazione di Roma, almeno quelli che ancora siano in grado di respirare e parlare”.

“Perché non usare l’esercito, che è già posizionato intorno alla città?”.

Il colonnello guardò in mezzo alla gente: “Si identifichi!”.

“Si signore! Tenente Alfredo Conti, Team Alpha”.

L’ufficiale in comando sorrise guardando chi aveva di fronte: “Si riferisce all’unità appena messa in piedi?”. Il tenente si rimise seduto.

“Vede, Tenente, lei non è al corrente di quello che succede in città. Del resto pochi di voi lo sanno. Roma è sottoposta a quarantena: nessuno entra, nessuno esce!” disse appoggiando le mani su un tavolo piazzato sopra la pedana. “Gli infetti sono milioni e noi riusciamo a malapena a impedirne la fuga.”

Un proiettore venne acceso e alcune foto vennero mostrate sulla parete dietro al colonnello. Immagini fotografate dall’alto di Via della Conciliazione, poi San Pietro e l’estesa piazza.

“Abbiamo motivo di credere che ci siano centinaia di persone abbandonate a loro stesse. Il nostro compito sarà quello di trovarle, controllare che siano sane e portarle in salvo”. Il proiettore si spense e lui continuò: “Ogni persona che riusciremo a salvare, sarà un bersaglio in meno da abbattere. Se Roma dovesse cadere, l’intera Europa verrà dilaniata dall’infezione!”.

Il tenente alzò la mano, poi si mise sugli attenti: “Cosa mi sa dire riguardo a chi ha propagato questo flagello?”.

“Il maggiore sarà felice di risponderle in privato. Adesso preparate armi e attrezzature, un elicottero vi sta aspettando.”

Tutte le persone all’interno dell’hangar si alzarono in piedi, mettendosi sugli attenti.

“Team Alpha!” disse il colonnello osservandoli per un attimo, poi guardò verso il sergente e il suo cane: “Team Omega”, Julie drizzò le orecchie come se l’avessero chiamata per nome, “Siete la nostra ultima risorsa. Che Dio vi protegga!”.

Adesso.

Julie scese verso l’obelisco, mentre il tenente Conti azionava il freno per non farle prendere troppa velocità. Trevor fissò il treppiedi sotto il suo M107A1 e lo piazzò a terra. Fece un movimento fluido, veloce, guardò attraverso il mirino telescopico.

“Quando vi dirò di tagliare il cavo, voi fatelo!” disse agli altri.

Una raffica di colpi singoli abbatté cinque infetti, quelli più vicini a Julie prima che giungesse all’obelisco.

“Ma se tagliamo quel cavo, perderai il tuo cane. Lo faranno a pezzi!” disse incredulo il tenente.

Altri colpi di fucile si dispersero per la piazza, gli infetti cadevano a terra. Fluidi, sangue e pezzi di cervello si sparsero per la piazza. Trevor non staccava l’occhio dal mirino, tratteneva il respiro finché un altro proiettile non usciva dalla canna. Un’altra sequenza di tre colpi e cambiò il caricatore.

“Tagliate! Ora!”.

Giulia Delzi recise il cavo e Julie si defilò lungo la piazza, evitando i mostri più vicini. Lei correva e abbaiava, attirando dietro di sé altre creature che infestavano Piazza San Pietro.

I membri del Team Alpha osservavano ammutoliti, mentre Trevor proseguiva il capillare lavoro di pulizia.

“Così la circonderanno!” affermò Philip in tono apprensivo.

Trevor aprì una tasca del suo giubbotto in Kevlar e tirò fuori un fischietto, che si portò alla bocca. Emise un fischio lungo e vide Julie afferrare con la bocca una carica di C4. La lasciò cadere a terra allontanandosi. L’auto innesco si azionò e, dopo dieci secondi, la carica esplose dilaniando una decina di infetti.

“Che razza di strategia!” affermò il capo Team Alpha.

Trevor svuotò l’ennesimo caricatore e contemplò il lavoro terminato. Julie corse verso l’obelisco, saltando i cadaveri che tappezzavano quel luogo. Si mise seduta, la lingua le penzolava da una parte, e attese di essere raggiunta.

Il tenente comunicò via radio l’esito della prima parte dell’operazione. La pulizia era terminata, adesso si passava al contenimento.

Julie 4

“Team Omega” (Seconda parte)

Team Omega2

Il paracadute si aprì a trecento metri sopra il livello del mare, Julie se ne stava immobile, come a ogni lancio a cui aveva partecipato. Indossava degli occhiali speciali, così il vento non le avrebbe dato fastidio agli occhi. Julie non soffriva durante i lanci, anzi sembrava le piacesse osservare quelle cose dall’alto.

“Comando, questo posto non doveva essere libero?” chiese il sergente Trevor Johnson.

Dall’auricolare gli giunse la risposta: In effetti lo era, almeno prima del rumore del vostro elicottero! Gli infetti ne vengono attratti.

Trevor si guardò intorno, afferrò i cordini per spostarsi verso un punto alto e sicuro e attese di toccare terra. L’atterraggio fu piuttosto morbido, nonostante il peso del cane lo mandasse giù a velocità sostenuta. Toccò terra sopra il colonnato di San Pietro e slegò Julie dall’imbragatura.

Dieci secondi dopo giunse anche il Team Alpha al completo. Ripiegarono i paracadute e l’immobilizzarono a terra.

“Quanto adoro questo lavoro!” esordì Philip – Alpha 3. Per radio non avrebbero pronunciato alcun nome di battesimo, solo quelli in codice. Nessuno era a conoscenza del loro arrivo a Roma.

Il Team Alpha si sparpagliò lungo la zona sicura, quindi raggrupparono sacche e borsoni che si erano portati dietro. Trevor si mise sul margine di quella terrazza, ginocchio a terra, e perlustrò la piazza con un binocolo.

“Dio, quanti sono!” disse. Julie gli stava accanto, posizione della sfinge, e osservava quello scempio che una volta veniva chiamato Essere Umano. Ne contò a decine di infetti.

Philip ed Elena Delzi – Alpha 2 – disposero dei sensori di movimento nella parte più vicina alle stanze del Vaticano. Non volevano sorprese, né che il perimetro fosse violato da un solo infetto. Il campo base doveva essere un posto sicuro. Il Team Alpha era una squadra mista, composta da due italiani e due americani. Questi ultimi conoscevano bene la lingua del paese che li ospitava. Il loro primo obiettivo: proteggere il Team Omega a costo di perdite ingenti.

“Va bene!” disse Alfredo Conti – Alpha 1 e capo squadra – “Facciamo il punto della situazione”. Gli altri tre membri lo raggiunsero nei pressi delle sacche e dei borsoni.

“Questo posto deve restare sicuro, non possiamo permetterci stronzate!” continuò.

“Perché dobbiamo fare da babysitter a quei due?” chiese Philip fissando il sergente e il suo cane. Trevor non lo degnò di uno solo sguardo, sapeva di non andare a genio a gran parte dei membri dell’altra squadra, così preferiva pensare a quello che avrebbe fatto con Julie di lì a poco.

“Perché è il nostro obiettivo primario e indiscutibile!” gli rispose prendendo uno zaino. Afferrò una cinghia e urlò verso il sergente: “Hei, credo ti appartenga!”.

m107a1

Trevor l’agguantò al volo e l’aprì esaminandone il contenuto. Accarezzò per alcuni istanti Julie, che scodinzolò felice per le attenzioni, poi tirò fuori l’attrezzatura: un fucile di precisione M107A1, un mitra FNF2000, un XM25 (lancia granate) e una balestra in lega leggera. Dispose tutto a terra e controllò munizioni e frecce per la balestra. I membri dell’altra squadra lo osservavano senza fare commenti.

“Julie, vogliamo mostrare a tutti come si ripulisce una piazza?” chiese posizionando un treppiede sul marmo bianco del colonnato. Il cane scodinzolò e abbaiò come per risposta, finché tornò a fissare la piazza e tutte quelle cose che la calpestavano.

Fissò la balestra al treppiede e la caricò con una freccia in alluminio rinforzato. Puntò col mirino verso l’obelisco e schiacciò il grilletto. La freccia fendette l’aria con un sibilo, finché si conficcò nel marmo. Una fune in acciaio si tese discendendo fino all’obelisco della piazza. Tutto questo movimento provocò una sorta di eccitazione negli infetti, e molti si girarono verso la fonte del rumore. I lamenti, o quegli strani versi che emettevano, si fecero più forti.

“E tu vorresti calare il tuo cane laggiù?” fece Philip incredulo.

Julie 3

Trevor mise una nuova imbragatura a Julie, che appariva concentrata per quello che stava per iniziare. Non era la stessa che aveva indossato durante il lancio, ma aveva delle imbottiture sul dorso. Le zampe le avrebbe avute libere per correre e muoversi senza impedimenti.

Trevor si voltò verso Philip sorridendogli: “Le cariche di C4, per favore!”.

Philip gliele passò senza fiatare. Trevor si mise in ginocchio di fronte a Julie e le fece annusare le cariche di esplosivo. Il cane si mise seduto e attese che il conduttore le infilasse nelle apposite tasche. Julie sapeva cosa doveva fare, l’aveva fatto centinaia di volte e le piaceva. Trevor le accarezzò la testa e le diede un bacio sul naso umido, lei contraccambiò leccandogli la faccia.

“Ai cani si può insegnare quasi tutto, l’importante è che lo prendano come un gioco!” disse Trevor ai membri del Team Alpha. Poi tirò fuori dalla sacca una carrucola fatta di una lega resistente e la fissò all’imbragatura.

“Sei pronta principessa?”. Julie abbaiò un paio di volte.

“Allora mettiamoci al lavoro!”. Agganciò la carrucola al cavo di acciaio, Julie rimase sospesa a decine di metri d’altezza, infine la lasciò scivolare verso l’obelisco.

L’Operazione Piazza Pulita era cominciata in quel preciso istante.

“Team Omega” (Prima parte)

Truppe Speciali Cinofile

Roma – domenica 7 dicembre 2014 – Ore 16 circa.

 

     Mi trovo ai margini di Piazza San Pietro, all’altezza di Via della Conciliazione, e l’afflusso di pellegrini è costante. Fa freddo a Roma, è molto nuvoloso anche se per oggi non sono previste precipitazioni. Il Pontefice sta per affacciarsi alla finestra, la folla aspetta da molte ore e sembra ci sia del movimento! Forse sarà questione di minuti.

     Vedo un elicottero che sorvola la piazza. Tra mille voci intorno a me e quell’elicottero, spero possiate sentirmi bene.

     No, non mi sembra della polizia, piuttosto un elicottero privato. Forse sono colleghi che fanno riprese dall’alto.

Il collegamento tra il giornalista e la regia cadde. Una voce disse: Ci scusiamo per l’interruzione a causa di problemi tecnici, stiamo provvedendo a richiamare il nostro corrispondente. Sarà questione di minuti.

Per radio mandarono degli spot pubblicitari.

I media, riguardo quel giorno, scrissero che si era trattato di un incidente: un elicottero si era schiantato su Piazza Risorgimento, riuscendo ad evitare una strage di centinaia di pellegrini in Piazza San Pietro. Le due piazze distano un paio di centinaia di metri e, le vittime, furono solo nove e decine di feriti soccorsi da ambulanze che stavano già in zona.

Quel pomeriggio, chi era a Roma, non se lo sarebbe più scordato.

Il boato si disperse, le fiamme dilagarono ed un fumo denso salì nel cielo. Decine di persone filmarono l’attimo in cui tutto avvenne. Lo schianto e l’edicola che venne semi distrutta dal rotore di coda. Il corpo centrale si era inclinato e spaccato in due tronconi. Alcuni sopravvissero e furono tratti in salvo.

I feriti erano in stato di shock, qualcuno era riuscito a filmare le loro ultime parole mentre venivano adagiati sulle barelle.

“Ci hanno morsi!” gridava uno di questi. C’erano ferite su gran parte dei corpi. Tagli profondi, ustioni e lacerazioni che potevano essere compatibili a dei morsi. Ma tutti i soccorritori non gli avevano creduto.

Polizia e carabinieri avevano allestito un perimetro intorno alla piazza. I curiosi vennero allontanati, in attesa del reparto scientifico che avrebbe dovuto investigare sulla causa dell’incidente.

A Roma, in zona Prati, si cercava di tornare alla normalità nel più breve tempo possibile.

Un uomo passeggiava lì in quei momenti di paura e panico. Appena aveva visto l’elicottero iniziare a girare su sé stesso, era corso sul marciapiede opposto. Non era solo, con lui c’era Julie (un pastore tedesco femmina di due anni) e fu lei a comunicargli che c’era qualcosa di sbagliato in quell’incidente: iniziò a guaire, a cercare di trascinarlo oltre la piazza in cerca di un riparo sicuro.

Trevor Johnson era un americano trasferito a Roma da un paio di giorni. Aveva il grado di sergente e faceva parte dell’esercito, tuttavia non era un soldato qualunque. Il gruppo a cui faceva riferimento si chiamava R.R.S. – Reparto Ricerca e Soccorso. Era un’ala dell’esercito che pochi conoscevano e lo stesso sottufficiale a poche persone doveva rendere conto. E, se il Comando aveva scelto lui, voleva dire che c’era qualcosa che non andava a Roma.

Decine di minuti dopo lo schianto, Trevor aveva ricevuto un messaggio sul telefono: Si presenti fra un paio d’ore in piazza, quella dove è avvenuto lo schianto dell’elicottero. Non venga solo, porti con sé anche Julie.

Trevor fece come gli era stato chiesto, così si presentò davanti ad un paio di poliziotti e gli mostrò un tesserino e il passaporto. Varcò le transenne con Julie che annusava l’aria, passando poi ad alcune chiazze scure sui sampietrini della piazza.

Due mesi dopo.

Elicottero da trasposrto

Julie 2

Roma era deserta, silenziosa. Un elicottero militare da trasporto, un CH47C Chinhook, sorvolava il centro della città facendo più passaggi su una zona precisa: Piazza San Pietro.

“Signore, ci stiamo posizionando per il lancio!” disse uno dei piloti. Trevor Johnson alzò il pollice in alto, poi accarezzò Julie che sedeva al suo fianco. Dovevano solo aspettare che si fosse accesa la luce verde, e lui, Julie e un altro gruppo di quattro uomini si sarebbero lanciati. A bordo c’erano attrezzature e armi della massima importanza per l’esito della missione.

Luce verde.

Trevor Johnson si alzò in piedi, gli legarono al torace Julie che non sembrava affatto impaurita, poi si diresse verso il portellone già aperto. La squadra Alpha era dietro di lui, preparata e pronta per la discesa.

L’elicottero si mise in volo di stazionamento, poi il vento s’introdusse all’interno della carlinga.

“Signori, buona fortuna!” disse una voce agli auricolari.

L’Operazione Piazza Pulita aveva inizio in quel momento.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (quarta parte)

ufficio-soppalcato

Si ritrovarono tutti e quattro in ufficio.

“Tutto bene Charles?” gli chiesero.

“Io si, voi?”.

“Tutto bene, a parte i pantaloni da cambiare.” rispose Borys.

“Certo, continuate a fare gli spiritosi, così finiremo come i tre Coreani!” disse Charles.

“Ah, quelli sono morti da un pezzo e non ci devono preoccupare!” ribatté David.

Il fratello non partecipava all’allegra conversazione, pensò solo a controllare i video collegati alle telecamere. Aveva un sospetto, un tremendo sospetto. E se ora fossero in sette a dargli la caccia, si chiese.

“Va bene, siamo in quattro!” disse Charles.

“Anche loro sono in quattro!” gli fece eco David.

Charles lo ignorò: “Per adesso siamo al sicuro!”.

“Siamo in trappola.” affermò Borys. Si mise seduto spalle alla porta e gambe incrociate. Fissò per alcuni istanti Charles, poi gli chiese: “E tutte quelle belle cose che avevi portato dal seminterrato?”.

Charles sgranò gli occhi, poi sconsolato rispose: “Le ho lasciate lì, mentre uno sporco coreano mi puntava una pistola in faccia!”. Senza aggiungere altro, si diresse verso il tavolo che stava sulla parete di destra e ci si mise seduto sopra.

Mentre Alfred continuava a controllare corridoio per corridoio, esclamò: “Ehi, potremmo telefonare ai soccorsi, alla guardia nazionale! Ah, già, qualche testa di cazzo ha distrutto la centralina telefonica!”. Si fece cupo e proseguì: “Inoltre qui dentro non c’è campo per i cellulari.”.

“Mi dispiace” disse Borys, “sapevamo che stavi per fare qualche cazzata, così avevamo deciso di bloccare ogni tuo tentativo. Sono andato io a mettere fuori uso la centralina.”.

“Sapete una cosa?” disse Alfred fissando i monitor, “Possiamo ancora fuggire di qua e chiudere le porte dell’ingresso.”.

“Una cosa è certa! Siamo isolati dal mondo e il paese più vicino è a qualche miglio.” disse Charles, “E non so se sia una cosa positiva.”.

“Comunque siamo nella merda fino al collo!” affermò Alfred, indicando il video numero sette. Si avvicinarono tutti a guardare e notarono quello che non avrebbero mai voluto vedere: i tre Coreani erano diventati come la famiglia Ching.

“Allora sono zombie!” disse Borys.

“Ma non dire cazzate! Gli zombie non esistono.” rispose David.

“E quelli come li chiami?” ribatté Borys indicandoli, “Quelli sono morti che camminano!”.

“Non camminano” disse David, “quelli strisciano!”. I Coreani si trovavano nel corridoio che aveva percorso Charles per fuggire, solo che erano privi di gambe. Strisciavano trascinando il tronco e quello che ne restava degli arti inferiori.

“Dio, che schifo!” affermò Borys.

“Il problema è che stanno venendo dalla nostra parte.” disse Alfred osservando il monitor. Ci fu un attimo di silenzio, mentre lui muoveva la telecamera usando il joistick.

“Come faranno a capire che siamo qui?” chiese Borys.

“Adesso scendo e glielo chiedo!” rispose sarcastico David. Mentre gli altri si voltarono a fissarlo, i tre Coreani, o quel che ne restava, si bloccarono quasi davanti alla rampa delle scale.

Alfred guardò di nuovo il monitor, cupo, chiedendosi come fare a fuggire. L’idea geniale sarebbe stata scegliere qualcuno come esca: scartò subito Borys. Inoltre sarebbe stato opportuno riuscire a prendere quegli oggetti che Charles aveva abbandonato nel corridoio. Quanto avrebbe voluto stringere la sparachiodi in mano, forse l’unica arma decente di cui potevano disporre.

“Ehilà, c’è qualcuno?”, la voce proveniva dall’ingresso, aperto ventiquattro ore su ventiquattro: tutto per soddisfare clienti fissi, o potenziali.

Poi se ne aggiunse un’altra: “Volevamo chiedere delle informazioni!”. Una coppia, un uomo e una donna, apparvero sul monitor uno. Si guardavano intorno, come per capire dove fosse finito il personale del magazzino.

“Forse siamo salvi!” disse Alfred.

Attesero davanti ai video in silenzio finché Alfred disse: “Va bene, o ci muoviamo adesso, oppure finiremo come la famiglia Ching”. Indicò il monitor uno.

“Che fine avranno fatto i cinesi?” chiese Borys. Charles, prima di aprire la porta, si voltò verso quest’ultimo: “Spero solo che siano dall’altra parte del magazzino!”.

“Giusto, muoviamoci!” disse David, poi si accigliò: “E di quei due che ne facciamo?”.

“Saranno il nostro diversivo!” disse il fratello. I Coreani non c’erano più, quindi il passaggio doveva essere libero. Charles aprì la porta e tutti e quattro sgattaiolarono fuori, evitando di fare rumore. Iniziarono a scendere i gradini, cercando di captare il minimo suono. Un passo alla volta, uno per volta, Alfred sentiva l’adrenalina scorrergli nelle vene.

“Cristo, non lo toccare!” fu l’uomo ad urlare e doveva trovarsi oltre la soglia dell’ingresso.

“Ma non ha più le gambe!” disse la donna. Poi l’uomo urlò e si udirono rumori lotta, finché il tizio disse: “Mi ha morso!”. La donna cominciò a piangere, a dire parole senza alcun senso.

Alfred fece segno agli altri di seguirlo e corsero fino all’ingresso. Le porte a vetro erano chiuse e blindate, ma si aprivano grazie a un sensore di movimento: stavano per uscire fuori, quando Borys si fece bianco in volto.

“Chi ha le chiavi per chiudere l’ingresso del magazzino?” chiese a tutti. Gli altri si frugarono nelle tasche ma invano. Nei loro sguardi c’era panico, terrore, sgomento e, infine, rassegnazione. In ufficio c’era una bacheca appesa al muro e tutte le chiavi dovevano essere rimaste lì.

Nella stanza adibita ad ingresso i magazzinieri non dissero nulla. Fu Alfred a parlare per primo: “Nemmeno le chiavi della macchina ho preso!”.

All’improvviso una mano sbatté contro lo stipite della porta. Era insanguinata, con rivoli di sangue che scendevano fino all’avambraccio. Poi vi fu un tonfo e un corpo cadde a terra ben visibile a tutti. Aveva gli occhi ancora aperti, che fissavano un punto indefinito del soffitto, le labbra socchiuse. Del corpo dell’uomo ne era rimasto ben poco.

Rimasero immobili e in silenzio, come se occhi e menti cercassero ancora di dare un senso a quello che gli stava accadendo. Udirono altri rumori, passi strascicati, provenire dal corridoio più vicino a loro e fu allora cha apparve il signor Ching. Occhi dal colore opaco fissarono i ragazzi ancora in vita, le braccia si protesero in avanti e un urlo gutturale, che nulla aveva di umano, gli uscì dalla bocca ancora sporca di sangue.

Fuggirono senza urlare, correndo e cercando di distanziare il più possibile la minaccia. Attraversarono il parcheggio con auto ferme ma inservibili e corsero per miglia e miglia lungo l’unica strada asfaltata che conduceva alle prime case abitate. Il gruppo si disperse, l’ultimo era Borys Eyes.

Nove cadaveri ambulanti uscirono dal magazzino. Quattro avevano il corpo quasi intatto, gli altri cinque avevano difficoltà di movimento, anche se non si sarebbero mai fermati, fino prossima vittima.

Così cominciò la Pandemia Globale Virale che distrusse il genere umano.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (Terza parte)

magazzino

Charles Moore corse come un forsennato senza voltarsi indietro una sola volta, non ne aveva il coraggio. Doveva mettersi in salvo. Salì le scale due a due ripetendosi ossessivamente: “Sono fottuto, sono fottuto, sono…”. Aprì la porta dell’ufficio e la richiuse con il peso del corpo, poi scivolò lentamente a terra. Non pensò nemmeno di chiudersi a chiave. Si asciugò con l’avambraccio alcune lacrime che gli rigavano le guance e tirò su con il naso. La sua mente poteva anche essere evaporata, oppure svanita nel nulla, comunque era bloccata dal terrore che gli attanagliava le viscere.

Gli occhi vagavano per la stanza e inquadrarono un treppiede e una telecamera spenta ma con il vano a cristalli liquidi ancora aperto. Il respiro cominciò a farsi regolare, anche la sua mente iniziò a registrare qualche immagine. Si soffermò sui video che trasmettevano le immagini dal magazzino, quindi si alzò lentamente.

“L’audio” disse ad alta voce, “mi serve l’audio, così capisco cosa succede!”.

Alfred era a terra, come lo erano il fratello e Borys, la porta spalancata del box gli faceva da riparo. Lui poteva vedere, se solo si fosse sporto di lato.

Le urla dei Coreani erano stridule e rimbalzavano per i corridoi, quasi ossessive. A terra c’erano pozzanghere di sangue che si andavano estendendo. Cinicamente si ritrovò a pensare a chi avrebbe dovuto ripulire quel casino, oppure era solo un gioco della sua mente per non pensare a quello che gli stava accadendo. Vide, anzi intravide, la famiglia Ching chinarsi sui tre coreani, inchiodarli a terra con il peso dei loro corpi. Non c’era altro da vedere, ma i suoni flebili di morsi, abiti strappati con violenza, gli fecero quasi dare di stomaco.

Alfred teneva le mani aperte sul pavimento, ben aderenti, come se avesse avuto paura di scivolare verso quello che stava accadendo pochi metri più in là. Gli risultava persino difficile controllare il respiro. Aveva bisogno di pensare a come togliersi da quell’orrendo impiccio.

“Quando avranno finito con loro, toccherà a noi?” piagnucolò David.

Borys, disteso dietro a David, si guardò alle spalle. “Ma Charles che fine ha fatto?”.

“Non fate casino!” intervenne Alfred, “Non voglio che si accorgano di noi.”. Però la domanda gli assillò la mente: che fine aveva fatto Charlie Moore?

In ufficio i monitor erano tutti accesi, Charles aveva spinto via la sedia mentre, chino sulla tastiera, cercava la telecamera che monitorava il corridoio del Box 81. Ma quanti cazzo di corridoi ci sono, si chiese. I box erano un centinaio, le videocamere una decina. Gli bastava trovare quella che mostrava delle persone.

“Eccoli!” disse a voce alta. Zoomò quel tanto per vedere tre persone sdraiate a terra, nascoste da una porta che copriva quasi l’intero corridoio. Oltre si vedeva poco o nulla. Riconobbe un oggetto attaccato alla cintura di Alfred: la ricetrasmittente, e sperò che fosse impostata al minimo volume.

Si spostò a destra, quasi buttando giù il treppiede con la videocamera, e afferrò l’altra radio poggiata sul caricabatterie fisso. Tornò davanti ai video e l’accese.

“Alfred, mi senti?”, dopo ci fu un breve fruscio di statica. “Spostatevi lentamente indietro, senza fare rumore, e raggiungetemi in ufficio!”.

“Indietreggiate cazzo!” ribadì Charles.

Alfred afferrò la ricetrasmittente e se la portò all’orecchio. “E’ Charles, dice di indietreggiare senza farci vedere.” disse girandosi verso gli altri due.

“Che ha detto?” chiese Borys.

“Lo so che per te è complicato. Faresti prima a rotolare!” gli rispose David.

Alfred scosse la testa: ora ci manca che i due idioti si mettano a discutere, pensò.

“Anche se sono così…” fece Borys.

“Grasso!” finì per lui David.

“Oh, perché devi essere così stronzo! Se voglio indietreggio meglio di te!”.

Le urla dei Coreani erano cessate da un po’ di tempo e Alfred non ci aveva fatto caso, troppo impegnato a cercare un modo per scappare, possibilmente senza essere visti.

David continuò a punzecchiare Borys sempre parlando a bassa voce, finché ad Alfred si ghiacciò il sangue quando vide una mano apparire sull’estremità della porta. La faccia del signor Ching spuntò dal nulla. Per fortuna, se la porta fosse rimasta in quella posizione, il corpo non sarebbe potuto andare oltre.

“Cosa ne dite se ce la squagliamo?” disse Alfred senza togliere gli occhi da quella cosa. Il signor Ching emise un urlo agghiacciante, quasi distorto. Aveva la faccia rossa per il sangue, i capelli neri e fini sporchi e unti e gli occhi apparivano opachi. Dalla bocca gli uscirono quattro piccoli tentacoli che si protendevano verso nuove prede.

Alfred si alzò in un breve istante e tentò di indietreggiare ma cadde sugli altri due. David e Borys non avevano avuto gli stessi suoi riflessi: alzarsi e fuggire.

Il panico durò due secondi, poi si alzarono goffamente da terra. Il groviglio di braccia e gambe si districò subito dopo essersi accorti che la porta stava per essere divelta: il signor Ching non era solo, al seguito aveva il resto della famigliola.

“Vi vedo!” disse la voce di Charles attraverso la radio. “Correte in fondo al corridoio, poi voltate a destra: per adesso è tutto libero!”. Ci fu un attimo di silenzio, poi dalla radio udirono di nuovo la sua voce: “Cercate di seminarli!”.

I tre corsero con tutte le loro forze, l’adrenalina pompava nel sangue come non gli era mai accaduto prima e, in pochi secondi, svoltarono a destra. L’urlo del signor Ching si disperdeva fra i corridoi illuminati da lampade al neon, fra decine e decine di porte di box chiusi.

Imboccarono il corridoio più lungo ma si fermarono quasi a metà: Borys sembrò avere l’asma a causa del fiato corto.

“Cosa gli sarà accaduto?” chiese David.

“Non lo so. Ma tu l’hai visto com’era ridotto?” gli rispose il fratello.

“Forse gli ho fatto inalare un virus.” disse David. Alla radio udirono di nuovo la voce di Charles: “Se aspettate ancora un po’, i Ching banchetteranno anche con voi!”.

Borys si riprese dalla corsa, non sentiva più fitte dolorose che quasi gli spezzavano il fiato. “Manca poco!” disse a voce bassa.

Alfred indugiò per alcuni istanti, mentre gli altri due proseguirono a correre verso l’ufficio. Un pensiero cominciò a vorticargli in mente: se si fossero chiusi tutti e quattro in ufficio, non si sarebbero messi in trappola da soli? Ammesso che la famiglia Ching sapesse salire una rampa di scalini ripidi.

Raggiunse gli altri due.

“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (seconda parte)

I 4 magazzinieri dell'apocalisse

David Cook era corso per i corridoi che separavano tutti i box dell’enorme magazzino, anche spezzando in due il fiato che gli rimaneva in gola. Aveva sempre pensato che i coreani tenessero lì dentro qualcosa di pericoloso, anche perché non volevano essere seguiti quando trasportavano le casse di legno. Spesso venivano di notte, quando la sorveglianza interna era ridotta al minimo personale.

La sua mente, nonostante la corsa a perdifiato, cercava di plasmare qualche frase di perdono. Li aveva portati in quel box lui stesso ma, prima di condurceli, aveva controllato l’interno di una delle casse. Quella provetta dal liquido trasparente sembrava fare al caso suo: i quattrocento dollari non li avrebbe mai scuciti di sua spontanea volontà. Maledisse il fratello, che aveva intuito qualcosa, poi giunse a una decina di metri dal Box 81 e la sua gola si fece talmente secca, che faceva fatica a deglutire.

“Signor Ching, signora Ching, state tutti bene?”. In mano stringeva la chiave per aprire la porta: “Adesso vi faccio uscire! Ehm, c’è stato un malinteso e vi ho accompagnato al box sbagliato. E…” David appoggiò l’orecchio alla porta e rimase interdetto, gli era sembrato di sentire un rantolo, poi dei rumori come se qualcuno sbattesse ripetutamente i denti.

“Adesso giro la chiave e vi faccio uscire, d’accordo?” chiese. Con la mano destra inserì la chiave nella serratura ma rimase in ascolto. Qualcuno, dall’altra parte, tastava la superficie di ferro come se cercasse di scardinarla. Niente voci, niente maledizioni dette in lingua cinese, e questo gli risultò molto strano.

“Volete che apra la porta?”. Riuscì solo a sentire uno strano ringhio, poi una spallata fece tremare l’intero box e David si ritrovò a terra.

Una mano strinse la sua spalla e David urlò di paura: vide il fratello in piedi dietro di lui, poi gli altri due soci che correvano nella loro direzione.

“Siamo arrivati appena in tempo” disse Alfred, “quella credo che non sia più la famiglia Ching, la fiala li ha cambiati. Se solo non fossi corso via in quel modo…”.

Borys riprese fiato, le mani appoggiate alle gambe, lo sguardo a terra.

“Dobbiamo sbarazzarci di quei cosi prima che tornino i coreani.” disse Charles.

David Cook, prima di rialzarsi, chiese: “Avete qualche fottuta idea su come aprire quella porta senza che escano?”.

“Forse non sono poi così aggressivi.” disse il fratello.

Borys era il più grasso del gruppo, così puntellò una mano sulla porta. La famiglia Ching emetteva sempre quei suoni anomali. “Non credo che terrà per molto. Qualsiasi idea andrà bene, però sbrigatevi!”.

Charles indietreggiò di un paio di passi dicendo: “Vado a prendere qualcosa nel seminterrato! Voi intanto teneteli occupati, ok?”.

Borys cominciava a fare fatica, mentre i colpi inferti alla porta iniziavano a sbriciolare l’intonaco vicino alla serratura. “Li teniamo occupati? E con cosa? Ah, improvviseremo uno spettacolino coreografico!” urlò Alfred. I due fratelli si misero ad aiutare Borys cercando di non far cedere l’ingresso al box.

Passarono pochi minuti e udirono dei passi nel corridoio. “Allora ti sei sbrigato! Alla buon’ora!” urlò Borys. Tre figure si materializzarono nel loro corridoio, non era Charles ma tre tizi vestiti in abiti scuri, capelli corti e neri e indossavano degli occhiali da sole. Erano i Coreani.

“Oh cazzo! E adesso che gli diciamo a questi?” chiese David a bassa voce. Sia Borys che Alfred rimasero interdetti, paralizzati, con i palmi delle mani appoggiate alla porta del Box 81. Anche i nuovi arrivati si fermarono a cinque metri dai tre ragazzi ed uno di essi inclinò leggermente la testa, come per capire cosa stesse succedendo. I coreani non parlavano bene la loro lingua, però si facevano capire.

Il coreano che aveva inclinato la testa frugò nella tasca interna della giacca ed estrasse un piccolo vocabolario, lo lesse per alcuni istanti. “Voi, mocciosi, che ci fate qui?”.

Fu Borys a rispondere, aveva la maglietta fradicia di sudore e i capelli scompigliati: “Abbiamo sentito dei rumori qui dentro, però adesso è tutto tranquillo.”. il suo tono non fu dei più sicuri e, come per risposta, ci fu uno scrollone che costrinse i tre ragazzi a puntellare di nuovo la porta.

Altri passi lungo il corridoio e rumori di ferraglia fecero voltare i clienti del Box 81. Charles, appena li vide, rallentò il passo. Teneva in mano un piede di porco, una pala, un rastrello e un secchio di plastica con all’interno una spara chiodi. Il tizio con il vocabolario in mano lo sfogliò. Alzò un dito al cielo, poi lo puntò verso Charles, con fare minaccioso (o almeno quello era l’intento), e disse sbirciando fra le pagine del libretto.

“Voi adesso restate fermi dove siete e mi dite cosa…”, abbassò gli occhi sul testo e trovò la parola giusta, “cazzo sta succedendo qui! Altrimenti…”. Gli altri due non dissero nulla, sfilarono dalle giacche due pistole automatiche nere e lucidissime. Caricarono il colpo in canna con una mossa fluida e ne puntarono una su Charles, l’altra verso Borys e gli altri due soci.

Charles fece cadere tutto a terra e alzò le mani, come se fosse davanti a tre rapinatori di banca. Il rumore echeggiò nel corridoio e, un’altra spallata dall’interno del box, mandò a sbattere i tre magazzinieri contro l’altra parete. La serratura cedette di schianto e la porta si spalancò verso l’esterno.

La famiglia Ching si riversò fuori del box ma non vide i tre ragazzi nascosti dalla porta d’ingresso. I quattro cinesi (padre, madre e due adolescenti) avanzarono a passi lenti verso i Coreani. L’uomo con il vocabolario lo fece cadere a terra e si tolse gli occhiali in una mossa lenta, come se quella allucinazione fosse colpa degli occhiali che aveva indossato. Imprecò nella sua lingua mentre gli altri due scaricavano tutti i colpi che c’erano nei caricatori. La famiglia Ching, un componente per volta, cadde a terra lungo il corridoio. La puzza di polvere da sparo permeava in quell’ambiente stretto, anche l’assordante suono degli spari cessò dopo alcuni attimi interminabili. E i tre coreani prima sorrisero, poi gli uscì una risata sguaiata e irritante finché non videro il signor Ching alzarsi sulle ginocchia.

Charles Moore fuggì per primo urlando dalla paura e dirigendosi verso l’ufficio soppalcato. Le urla dei tre coreani si dispersero fra i corridoi che s’intersecavano in quel magazzino.