“Sogno globale” (Seconda parte)

Tsunami2

Marco telefonò alla trasmissione radiofonica in cui avevano annunciato dello strano sogno. La sua voce era spaventata, atterrita.

“Come hai detto che ti chiami?” chiese lo speaker.

“Marco!” Ci fu un lungo silenzio, infine continuò: “Ho fatto anche io quel fottuto sogno!”.

Gli chiesero di moderare i termini, altrimenti avrebbero interrotto la telefonata, la seconda in ordine di tempo. La prima a chiamare era stata Teresa, ma non aveva parlato abbastanza per dar modo di comprendere se anche lei fosse coinvolta in quello strano caso.

“E’ stato un sogno” disse Marco cercando le parole giuste, “ecco si: un sogno lucido, di cui ricordo anche i minimi particolari. E non mi era mai successo prima d’ora!”

Gli speaker gli chiesero di raccontarlo in diretta e Marco acconsentì.

* * *

Gbagbo” questa è la parola che mi frullava in mente appena sveglio, mentre il cervello cercava di prendere il sopravvento. Mi sentivo frustrato, avvilito, per il sogno che si era appena concluso.

Ma andiamo con ordine, perché al momento mi sembra tutto così complesso, quasi reale, tangibile. Credo di aver fatto un sogno lucido.

Quando sogno – e questo credo sia normale – non riesco a viverlo come tale, soprattutto questo. Ne sono uscito sconvolto, anche perché sembrava reale.

Mi trovo all’interno di un salone, forse in un albergo, e sono circondato da tavoli ricoperti da tovaglie, sedie sparse per la sala. Non sono solo ma in compagnia di persone (di nazionalità italiana, credo) e saranno, a occhio, un centinaio.

L’aria che si respira è di attesa. Qualcuno urla, mormorii, gente che parla ma non capisco di cosa. Ho paura. Loro hanno paura.

Chiudo gli occhi.

C’è rumore intorno a me, riapro gli occhi.

Mi trovo su una spiaggia, le onde mi lambiscono i piedi. Mi guardo intorno: alberi a fusto esile, palme e, alle mie spalle, vedo una veranda fatta in legno. E’ una struttura a sé, di forma ottagonale.

Come nel salone, c’è altra gente. La battigia è piena di persone, vestite con abiti normali, colorati. Parlano fra loro, ascolto il vociare sommesso.

La terra trema, gli alberi si scuotono, le foglie cadono a terra. Non potrei dire quanto sia durato, forse alcuni secondi, forse di più.

Torno a osservare l’orizzonte, che muta all’improvviso. Vedo qualcosa di scuro che avanza: una linea nera si staglia sul mare.

L’acqua si ritira, sempre più veloce. Non riesco a sentire alcun suono, nemmeno un solo uccello che canti. E vedo un muro d’acqua che avanza.

Alcuni sanno cosa sta succedendo, ma restano lì, paralizzati a fissare la natura che si scatena. Si alza uno strano vento, improvviso. La gente comincia a urlare e a fare qualche passo indietro.

Lo tsunami si mostra nel suo “splendore” catastrofico: un muro d’acqua che inghiotte tutto e tutti.

Salgo su un albero, a fatica ma lo faccio, imitando i più veloci. L’albero si abbassa con violenza e finisco in acqua ma riesco a restare aggrappato. Minuti che sembrano ore, poi lascio la presa e vengo trasportato dalla corrente. Vedo donne, bambini, uomini.

Annaspo in cerca d’aria, chiudo gli occhi.

Li riapro e vedo distruzione, cadaveri e macerie. Penso alla Natura che distrugge la Natura.

L’acqua si è ritirata e arrivano le jeep militari, i soldati e un tizio che sembra essere un leader. Ci chiedono di non opporre resistenza, che i dissidenti sarebbero stati fucilati sul posto.

Chiudo gli occhi.

Li riapro e mi ritrovo nella sala da pranzo dell’albergo. Qualcuno fra i presenti annuncia lo scoppio di alcune testate nucleari. Suggerisce di nasconderci nel rifugio dell’albergo, ma abbiamo poca acqua, poco cibo e il posto non riuscirebbe a contenerci tutti.

Mi risveglio con quella dannata parola che ripeto come fosse una nenia: “Gbagbo”.

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