“Team Omega” (Decima parte)

Roma di notte

In quel momento a San Pietro.

Finalmente Piazza San Pietro aveva riacquisito silenzio e tranquillità. Il muro di contenimento sembrava proteggere bene quello spazio limitato dal resto di Roma. Il Team Alpha si trovava sopra al colonnato: nella zona sicura. Il capo squadra stava valutando chi sarebbe sceso per il pattugliamento del perimetro.

“Alpha 2 e 3 scenderanno sulla piazza. Portatevi armi e caricatori per sicurezza.” disse il Tenente.

“Ma non dovevamo uscire in cerca di sopravvissuti?” chiese Alpha 4, il nome di battesimo era Max.

“Inizialmente erano queste le disposizioni, poi sono cambiate molte cose. Rispetteremo gli ordini del Colonnello!” nessuno aggiunse altro, Elena Delzi e Philip si prepararono a scendere dal colonnato.

Iniziarono dal lato ovest, camminando vicino ai basamenti di cemento e lastre di plexiglas che separavano la zona infetta dal resto della piazza. Quel muro riusciva anche a fermare quasi del tutto il rumore che provocavano gli infetti dall’altra parte, inoltre era opaco e le sagome apparivano quasi delle ombre innocue.

Elena, durante la perlustrazione, non aveva detto una sola parola. Imbracciava il mitra e dava delle occhiate fugaci su quello che le si stagliava davanti.

“A cosa stai pensando?” le chiese il compagno.

“A quel tizio, al giornalista. E’ riuscito a sopravvivere per due mesi in questo fottuto casino. Mi domando come abbia fatto.”

“Fortuna?” disse Philip, “O forse è stato aiutato da qualcuno.”

“No. Credo ci sia molto di più.” Si fece silenziosa, poi disse: “Abbiamo mai visto in faccia Cristiano Turri? Qualche documento che attesti la sua identità?”

Philip non rispose, però valutò quello che aveva appena sentito.

“Va bene, la mia è solo una stupida ipotesi, una supposizione. Chi conosce questa storia oltre noi e lui?”

“Diego Vorra, immagino.” disse Philip senza pensarci molto.

Il Team Alpha si riunì vicino alla postazione radio, Alpha 4 afferrò il microfono: “Centro Comando, qui Alpha 4, rispondete Passo!”

Apaches 3

In quel momento, nell’Edificio Obiettivo.

All’interno c’erano tavoli rovesciati, computer distrutti e monitor sbriciolati. Se qualcuno avesse voluto spostarsi senza fare rumore, gli sarebbe stato impossibile.

Julie corse lungo il corridoio di sinistra, Trevor l’aveva vista con la coda dell’occhio. Lui si riparò dietro la prima scrivania ribaltata.

I Team Bravo e Delta scelsero il corridoio di destra, tentando di nascondersi dietro oggetti abbastanza solidi. Al loro ingresso erano stati accolti a colpi di arma da fuoco, schegge di legno e pezzi d’intonaco volavano ovunque.

Il sergente accese il Visore Interattivo e vide gli otto puntini blu dislocati nell’edificio. Ne vide sei al piano di sotto, mentre due dovevano trovarsi al piano superiore, quello soppalcato.

Chiamò Julie, ordinandole di restare ferma e a terra. Il cane ubbidì e aspettò il compagno. Attesero in silenzio e nella semi oscurità dell’ambiente: Trevor stava valutando un piano sicuro per uscirne entrambi vivi.

Le altre due squadre erano salite al piano superiore, coprendosi a vicenda. Ci furono degli spari, colpi singoli in rapida successione. Dopo qualcuno aveva detto per radio: Soppalco libero!

Rimase un solo ambiente da ripulire: il seminterrato. Trevor vide i sei bersagli dislocati quasi a coppie, quindi decise di usare le cariche di C4, quelle progettate per Julie con l’innesco a tempo. Ne lanciò due sul lato nord e sud, finché udì le urla dei tizi che tentavano di sfuggire all’esplosione.

Le detonazioni avvennero puntuali, dieci secondi dopo aver toccato terra. Nubi di detriti e polvere salirono fino al piano superiore. Persino pareti e muri avevano subito tremori rischiando di collassare su sé stessi.

Passati cinque minuti, il sergente chiamò il Centro Comando.

“Centro Comando, qui Omega 1: bersagli a terra, ripeto: bersagli a terra! L’obiettivo primario non è all’interno dell’edificio. Diego Vorra non è qui. Team Omega richiede Punto di Estrazione per rientro alla base.”

Non gli giunse nessuna risposta.

Hangar

Hangar Sala Operativa Centro Comando.

C’era un insolito silenzio all’interno dell’Hangar, fogli sparsi a terra, un monitor giaceva in un angolo con al centro un foro di proiettile. Vicino alla postazione radio c’erano due persone e, una di queste, era il Colonnello John Stewart. Alla radio tentavano di mettersi in contatto con il S.O.C.C. senza riuscirci. Dietro alcune scrivanie giacevano una decina di corpi.

“E’ stata una mossa astuta la sua” disse il Colonnello, “spacciarsi per un giornalista che nessuno ha mai visto in faccia.”

Diego Vorra sorrise, in mano stringeva una pistola. “Adesso basta con i complimenti ipocriti! Voglio solo un elicottero e un volo per il tuo paese!” disse in tono seccato, quasi fosse annoiato per la situazione.

Il Colonnello non sembrava agitato, cercava solo di prendere tempo. “Se il mondo collassasse per l’epidemia, lei cosa farebbe?”

Vorra rise: “Quando un uomo come me ingegna un piano di questo tipo, puoi starne certo, c’è sempre un posto dove andare. Comunque ho in mente una cosa in grande stile, un sogno che hanno avuto uomini come Cesare, Napoleone, o lo stesso Hitler: governare il mondo e disciplinarlo secondo i miei voleri.”

“Uccidendo il genere umano?”

“Non necessariamente. Sopravvivrà solo chi mi serve.”

“E la piaga che ha rilasciato su Roma?”

“Un piccolo monito. Chi produce questo virus sarà presto cancellato dalla faccia della terra!” disse Diego Vorra con un sorriso sulle labbra. Per radio giunsero alcune notizie dalla Corea del Nord: Diversi ordigni nucleari sono esplosi all’interno della Corea del Nord. Una nube radioattiva si muove verso il Giappone. Varie scosse sismiche sono state registrate oggi, con epicentro proprio Pyongyang.

“Pensavo di avere più tempo.” disse Diego Vorra. Alcuni elicotteri si stavano avvicinando all’hangar, pale e rotori provocavano un rumore assordante.

“Perché non richiami i tuoi superiori e gli suggerisci di farmi usare uno dei vostri elicotteri?” armò la pistola puntandola alla tempia del Colonnello. “Ho degli affari che mi attendono!”

Il Colonnello s’irrigidì temendo il peggio ma aveva una domanda da porgli: “Allora mi conferma che non ci sia alcuna cura per questo virus?”

“Certo che esiste.”

La porta d’ingresso saltò in aria, una nube di polvere e detriti finì all’interno e il Team Omega fece ingresso. Julie corse tra i banchi rovesciati dall’onda d’urto: aveva pochi istanti per bloccare il soggetto. Diego Vorra sparò un colpo che andò a vuoto ma Trevor lo centrò in pieno petto.

Altri uomini varcarono l’entrata: Bersaglio a terra! Riponete le armi, è tutto finito! disse una voce per radio.

Il corpo di Vorra era disteso a terra, del sangue gli usciva dalla bocca ma ancora era in grado respirare. Il Colonnello Stewart s’inginocchiò davanti a lui e gli sostenne la testa: “L’unica cura al virus ero io” disse l’uomo, “ecco perché avevo la certezza di quello che stavo facendo. Il mio sangue contiene l’antidoto!”

Diego Vorra morì domenica 8 febbraio 2015 e con lui anche la possibilità di guarire da quel virus. Il mondo conobbe l’inferno in terra, cominciando da Roma e propagandosi per tutta l’Europa, fino al resto del mondo.

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