“Team Omega” (Quarta parte)

Roma di notte

Al tramonto.

Le nuvole si erano disperse, Julie era stata recuperata e riportata nella zona sicura. Su Piazza San Pietro era sceso un silenzio inquietante, a cui i sopravissuti dovevano ancora abituarsi. Qualche ombra si muoveva oltre la piazza, su via della Conciliazione. L’illuminazione non funzionava più.

Il Team Alpha si riunì nei pressi dei sensori di movimento, il tenente non era tranquillo.

“Dal comando ci hanno promesso elicotteri da trasporto e due Littlebird per coprirci le chiappe. Cosa ne pensate?” esordì il tenente Conti. Si erano messi in ginocchio per sicurezza, cercando anche di scaldarsi le mani con del tè caldo: a Roma quella notte faceva freddo.

“Ce li faremo bastare, ci sono alternative?” disse Max – Alpha 4 – poi afferrò un sacco a pelo termico e lo mise a terra.

“No, non ci sono alternative. E’ tutto quello che può fornirci il Comando.”

Philip ed Elena Delzi si voltarono verso Trevor e Julie. L’uomo le stava parlando a bassa voce, il cane scodinzolava mentre attendeva che l’uomo le versasse della carne nella ciotola.

“Possiamo fidarci?” chiese Philip.

“Ci sanno fare e oggi hanno fatto un lavoro pulito e veloce. Mi hanno stupito.” Disse il tenente.

Decisero i turni di guardia, alcuni si misero a dormire o almeno ci provarono.

A notte fonda.

Il sergente Trevor Johnson uscì dal sacco a pelo e preparò l’attrezzatura. Scelse la balestra con dardi, un’arma silenziosa e letale. Si mise il corpetto in Kevlar mentre Julie lo fissava silenziosa. Era notte, ma una tenue luce lunare rendeva le cose visibili, almeno i contorni.

“Sei pronta Julie? E’ il nostro turno!”. Il cane si mise seduto, era sempre felice di stare accanto a Trevor, qualsiasi cosa dovessero fare assieme. Indossò l’imbragatura e la mise al cane.

“Non penserai mica di scendere!”. La voce era bassa per non svegliare gli altri e fece voltare di scatto il sergente. Elena Delzi gli sorrise, sperava di non averlo spaventato: “Gli ordini sono di presidiare la piazza in sicurezza, non possiamo mostrarci a nessuno finché la zona non sarà sicura!”.

Trevor tornò a fissare un punto di via della Conciliazione, monitorandolo con un binocolo termico. “Perché non dai un’occhiata?”.

La donna prese il binocolo e guardò nella stessa direzione ed esclamò: “Non è infetto!”. Rimase per una decina di secondi ferma, valutando come procedere. I colori del display erano accesi, il corpo del tizio che stavano spiando era caldo: almeno trentasei gradi.

“Io devo scendere giù, tu fa come vuoi ma non provare a fermarci!”. Prese Julie in braccio e se l’agganciò all’imbragatura. Iniziò a scendere, puntando i piedi sulle colonne sporgenti. Julie non protestava, restava solo ferma e si guardava intorno.

“Forse ti serve questa!” e gli mostrò la balestra con i dardi, “Scendo giù con te. In due sarà più sicuro!”

“Siamo già in due!” disse Trevor a denti stretti, “Poi ho con me pistola e mitra.”

Lei indossò un’altra imbracatura, senza togliere gli occhi dal sergente: “Quanto siete testardi voi uomini!” disse come se lo dicesse a sé stessa.

Gli anfibi toccarono i sampietrini della piazza, poi la corda rimase penzolante mentre Trevor e Julie si immobilizzarono e rimasero in ascolto. Non dovevano provocare rumori, non dovevano attirare l’attenzione di nessuno. Elena li raggiunse dopo alcuni minuti e si mise a terra, occhi puntati su via della Conciliazione. Era tutto immobile e silenzioso, a parte qualche raffica di vento che trasportava puzza di morte e decomposizione. La luce della luna li poteva aiutare a intravedere qualcosa.

Corsero schiena bassa fino al perimetro delimitato dalle ringhiere. Si appostarono dietro alle strutture in marmo e, da lì, il tizio nascosto si vedeva bene con i visori notturni.

“Come richiamiamo la sua attenzione?” bisbigliò Elena.

“Con il laser del mirino!”

“E se fosse infetto?”

Trevor sospirò: “Lo abbatterò prima che diventi come quelle cose lì!”. Via della Conciliazione non era proprio sgombra. Alcune sagome erano immobili, altre si muovevano lentamente strascicando i piedi ma senza emettere un suono.

“Sei pronta? Quando gli avremo fatto capire che siamo qui e siamo vivi, dovremo dargli massima copertura e fare il minimo rumore, o ci piomberanno tutti addosso!”

Elena esitò a rispondere, però non tolse gli occhi di dosso da quello che poteva essere un sopravvissuto.

Julie

Trevor imbracciò l’arma – un FnF2000 – e accese il mirino laser. Inquadrò il bersaglio senza premere il grilletto: vedeva il polpaccio mentre il corpo era nascosto da una cabina telefonica. Una ventina di metri li separava, senza alcun posto dove nascondersi. Con il mirino andò oltre e, quella luce rossa, finì sulla parete che gli stava di fronte. Adesso doveva vederla per forza.

Il tizio si mosse adagio e ruotò la testa verso San Pietro: doveva aver visto il laser. Trevor ed Elena indossarono di nuovo i visori, i corpi immobili si vedevano in maniera chiara. Gli occhi emanavano un bagliore che metteva i brividi persino a Trevor. Il suo motto è sempre stato: meglio affrontarli di giorno che di notte!

L’uomo fece dei gesti con le mani poi si mise in ginocchio e si mosse verso la parete più vicina.

“Stai pronta! Adesso viene il bello!” le disse Trevor. Tutti e due erano sdraiati a terra, Julie era con loro e non muoveva un solo muscolo.

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