“Team Omega” (Seconda parte)

Team Omega2

Il paracadute si aprì a trecento metri sopra il livello del mare, Julie se ne stava immobile, come a ogni lancio a cui aveva partecipato. Indossava degli occhiali speciali, così il vento non le avrebbe dato fastidio agli occhi. Julie non soffriva durante i lanci, anzi sembrava le piacesse osservare quelle cose dall’alto.

“Comando, questo posto non doveva essere libero?” chiese il sergente Trevor Johnson.

Dall’auricolare gli giunse la risposta: In effetti lo era, almeno prima del rumore del vostro elicottero! Gli infetti ne vengono attratti.

Trevor si guardò intorno, afferrò i cordini per spostarsi verso un punto alto e sicuro e attese di toccare terra. L’atterraggio fu piuttosto morbido, nonostante il peso del cane lo mandasse giù a velocità sostenuta. Toccò terra sopra il colonnato di San Pietro e slegò Julie dall’imbragatura.

Dieci secondi dopo giunse anche il Team Alpha al completo. Ripiegarono i paracadute e l’immobilizzarono a terra.

“Quanto adoro questo lavoro!” esordì Philip – Alpha 3. Per radio non avrebbero pronunciato alcun nome di battesimo, solo quelli in codice. Nessuno era a conoscenza del loro arrivo a Roma.

Il Team Alpha si sparpagliò lungo la zona sicura, quindi raggrupparono sacche e borsoni che si erano portati dietro. Trevor si mise sul margine di quella terrazza, ginocchio a terra, e perlustrò la piazza con un binocolo.

“Dio, quanti sono!” disse. Julie gli stava accanto, posizione della sfinge, e osservava quello scempio che una volta veniva chiamato Essere Umano. Ne contò a decine di infetti.

Philip ed Elena Delzi – Alpha 2 – disposero dei sensori di movimento nella parte più vicina alle stanze del Vaticano. Non volevano sorprese, né che il perimetro fosse violato da un solo infetto. Il campo base doveva essere un posto sicuro. Il Team Alpha era una squadra mista, composta da due italiani e due americani. Questi ultimi conoscevano bene la lingua del paese che li ospitava. Il loro primo obiettivo: proteggere il Team Omega a costo di perdite ingenti.

“Va bene!” disse Alfredo Conti – Alpha 1 e capo squadra – “Facciamo il punto della situazione”. Gli altri tre membri lo raggiunsero nei pressi delle sacche e dei borsoni.

“Questo posto deve restare sicuro, non possiamo permetterci stronzate!” continuò.

“Perché dobbiamo fare da babysitter a quei due?” chiese Philip fissando il sergente e il suo cane. Trevor non lo degnò di uno solo sguardo, sapeva di non andare a genio a gran parte dei membri dell’altra squadra, così preferiva pensare a quello che avrebbe fatto con Julie di lì a poco.

“Perché è il nostro obiettivo primario e indiscutibile!” gli rispose prendendo uno zaino. Afferrò una cinghia e urlò verso il sergente: “Hei, credo ti appartenga!”.

m107a1

Trevor l’agguantò al volo e l’aprì esaminandone il contenuto. Accarezzò per alcuni istanti Julie, che scodinzolò felice per le attenzioni, poi tirò fuori l’attrezzatura: un fucile di precisione M107A1, un mitra FNF2000, un XM25 (lancia granate) e una balestra in lega leggera. Dispose tutto a terra e controllò munizioni e frecce per la balestra. I membri dell’altra squadra lo osservavano senza fare commenti.

“Julie, vogliamo mostrare a tutti come si ripulisce una piazza?” chiese posizionando un treppiede sul marmo bianco del colonnato. Il cane scodinzolò e abbaiò come per risposta, finché tornò a fissare la piazza e tutte quelle cose che la calpestavano.

Fissò la balestra al treppiede e la caricò con una freccia in alluminio rinforzato. Puntò col mirino verso l’obelisco e schiacciò il grilletto. La freccia fendette l’aria con un sibilo, finché si conficcò nel marmo. Una fune in acciaio si tese discendendo fino all’obelisco della piazza. Tutto questo movimento provocò una sorta di eccitazione negli infetti, e molti si girarono verso la fonte del rumore. I lamenti, o quegli strani versi che emettevano, si fecero più forti.

“E tu vorresti calare il tuo cane laggiù?” fece Philip incredulo.

Julie 3

Trevor mise una nuova imbragatura a Julie, che appariva concentrata per quello che stava per iniziare. Non era la stessa che aveva indossato durante il lancio, ma aveva delle imbottiture sul dorso. Le zampe le avrebbe avute libere per correre e muoversi senza impedimenti.

Trevor si voltò verso Philip sorridendogli: “Le cariche di C4, per favore!”.

Philip gliele passò senza fiatare. Trevor si mise in ginocchio di fronte a Julie e le fece annusare le cariche di esplosivo. Il cane si mise seduto e attese che il conduttore le infilasse nelle apposite tasche. Julie sapeva cosa doveva fare, l’aveva fatto centinaia di volte e le piaceva. Trevor le accarezzò la testa e le diede un bacio sul naso umido, lei contraccambiò leccandogli la faccia.

“Ai cani si può insegnare quasi tutto, l’importante è che lo prendano come un gioco!” disse Trevor ai membri del Team Alpha. Poi tirò fuori dalla sacca una carrucola fatta di una lega resistente e la fissò all’imbragatura.

“Sei pronta principessa?”. Julie abbaiò un paio di volte.

“Allora mettiamoci al lavoro!”. Agganciò la carrucola al cavo di acciaio, Julie rimase sospesa a decine di metri d’altezza, infine la lasciò scivolare verso l’obelisco.

L’Operazione Piazza Pulita era cominciata in quel preciso istante.

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