“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (quarta parte)

ufficio-soppalcato

Si ritrovarono tutti e quattro in ufficio.

“Tutto bene Charles?” gli chiesero.

“Io si, voi?”.

“Tutto bene, a parte i pantaloni da cambiare.” rispose Borys.

“Certo, continuate a fare gli spiritosi, così finiremo come i tre Coreani!” disse Charles.

“Ah, quelli sono morti da un pezzo e non ci devono preoccupare!” ribatté David.

Il fratello non partecipava all’allegra conversazione, pensò solo a controllare i video collegati alle telecamere. Aveva un sospetto, un tremendo sospetto. E se ora fossero in sette a dargli la caccia, si chiese.

“Va bene, siamo in quattro!” disse Charles.

“Anche loro sono in quattro!” gli fece eco David.

Charles lo ignorò: “Per adesso siamo al sicuro!”.

“Siamo in trappola.” affermò Borys. Si mise seduto spalle alla porta e gambe incrociate. Fissò per alcuni istanti Charles, poi gli chiese: “E tutte quelle belle cose che avevi portato dal seminterrato?”.

Charles sgranò gli occhi, poi sconsolato rispose: “Le ho lasciate lì, mentre uno sporco coreano mi puntava una pistola in faccia!”. Senza aggiungere altro, si diresse verso il tavolo che stava sulla parete di destra e ci si mise seduto sopra.

Mentre Alfred continuava a controllare corridoio per corridoio, esclamò: “Ehi, potremmo telefonare ai soccorsi, alla guardia nazionale! Ah, già, qualche testa di cazzo ha distrutto la centralina telefonica!”. Si fece cupo e proseguì: “Inoltre qui dentro non c’è campo per i cellulari.”.

“Mi dispiace” disse Borys, “sapevamo che stavi per fare qualche cazzata, così avevamo deciso di bloccare ogni tuo tentativo. Sono andato io a mettere fuori uso la centralina.”.

“Sapete una cosa?” disse Alfred fissando i monitor, “Possiamo ancora fuggire di qua e chiudere le porte dell’ingresso.”.

“Una cosa è certa! Siamo isolati dal mondo e il paese più vicino è a qualche miglio.” disse Charles, “E non so se sia una cosa positiva.”.

“Comunque siamo nella merda fino al collo!” affermò Alfred, indicando il video numero sette. Si avvicinarono tutti a guardare e notarono quello che non avrebbero mai voluto vedere: i tre Coreani erano diventati come la famiglia Ching.

“Allora sono zombie!” disse Borys.

“Ma non dire cazzate! Gli zombie non esistono.” rispose David.

“E quelli come li chiami?” ribatté Borys indicandoli, “Quelli sono morti che camminano!”.

“Non camminano” disse David, “quelli strisciano!”. I Coreani si trovavano nel corridoio che aveva percorso Charles per fuggire, solo che erano privi di gambe. Strisciavano trascinando il tronco e quello che ne restava degli arti inferiori.

“Dio, che schifo!” affermò Borys.

“Il problema è che stanno venendo dalla nostra parte.” disse Alfred osservando il monitor. Ci fu un attimo di silenzio, mentre lui muoveva la telecamera usando il joistick.

“Come faranno a capire che siamo qui?” chiese Borys.

“Adesso scendo e glielo chiedo!” rispose sarcastico David. Mentre gli altri si voltarono a fissarlo, i tre Coreani, o quel che ne restava, si bloccarono quasi davanti alla rampa delle scale.

Alfred guardò di nuovo il monitor, cupo, chiedendosi come fare a fuggire. L’idea geniale sarebbe stata scegliere qualcuno come esca: scartò subito Borys. Inoltre sarebbe stato opportuno riuscire a prendere quegli oggetti che Charles aveva abbandonato nel corridoio. Quanto avrebbe voluto stringere la sparachiodi in mano, forse l’unica arma decente di cui potevano disporre.

“Ehilà, c’è qualcuno?”, la voce proveniva dall’ingresso, aperto ventiquattro ore su ventiquattro: tutto per soddisfare clienti fissi, o potenziali.

Poi se ne aggiunse un’altra: “Volevamo chiedere delle informazioni!”. Una coppia, un uomo e una donna, apparvero sul monitor uno. Si guardavano intorno, come per capire dove fosse finito il personale del magazzino.

“Forse siamo salvi!” disse Alfred.

Attesero davanti ai video in silenzio finché Alfred disse: “Va bene, o ci muoviamo adesso, oppure finiremo come la famiglia Ching”. Indicò il monitor uno.

“Che fine avranno fatto i cinesi?” chiese Borys. Charles, prima di aprire la porta, si voltò verso quest’ultimo: “Spero solo che siano dall’altra parte del magazzino!”.

“Giusto, muoviamoci!” disse David, poi si accigliò: “E di quei due che ne facciamo?”.

“Saranno il nostro diversivo!” disse il fratello. I Coreani non c’erano più, quindi il passaggio doveva essere libero. Charles aprì la porta e tutti e quattro sgattaiolarono fuori, evitando di fare rumore. Iniziarono a scendere i gradini, cercando di captare il minimo suono. Un passo alla volta, uno per volta, Alfred sentiva l’adrenalina scorrergli nelle vene.

“Cristo, non lo toccare!” fu l’uomo ad urlare e doveva trovarsi oltre la soglia dell’ingresso.

“Ma non ha più le gambe!” disse la donna. Poi l’uomo urlò e si udirono rumori lotta, finché il tizio disse: “Mi ha morso!”. La donna cominciò a piangere, a dire parole senza alcun senso.

Alfred fece segno agli altri di seguirlo e corsero fino all’ingresso. Le porte a vetro erano chiuse e blindate, ma si aprivano grazie a un sensore di movimento: stavano per uscire fuori, quando Borys si fece bianco in volto.

“Chi ha le chiavi per chiudere l’ingresso del magazzino?” chiese a tutti. Gli altri si frugarono nelle tasche ma invano. Nei loro sguardi c’era panico, terrore, sgomento e, infine, rassegnazione. In ufficio c’era una bacheca appesa al muro e tutte le chiavi dovevano essere rimaste lì.

Nella stanza adibita ad ingresso i magazzinieri non dissero nulla. Fu Alfred a parlare per primo: “Nemmeno le chiavi della macchina ho preso!”.

All’improvviso una mano sbatté contro lo stipite della porta. Era insanguinata, con rivoli di sangue che scendevano fino all’avambraccio. Poi vi fu un tonfo e un corpo cadde a terra ben visibile a tutti. Aveva gli occhi ancora aperti, che fissavano un punto indefinito del soffitto, le labbra socchiuse. Del corpo dell’uomo ne era rimasto ben poco.

Rimasero immobili e in silenzio, come se occhi e menti cercassero ancora di dare un senso a quello che gli stava accadendo. Udirono altri rumori, passi strascicati, provenire dal corridoio più vicino a loro e fu allora cha apparve il signor Ching. Occhi dal colore opaco fissarono i ragazzi ancora in vita, le braccia si protesero in avanti e un urlo gutturale, che nulla aveva di umano, gli uscì dalla bocca ancora sporca di sangue.

Fuggirono senza urlare, correndo e cercando di distanziare il più possibile la minaccia. Attraversarono il parcheggio con auto ferme ma inservibili e corsero per miglia e miglia lungo l’unica strada asfaltata che conduceva alle prime case abitate. Il gruppo si disperse, l’ultimo era Borys Eyes.

Nove cadaveri ambulanti uscirono dal magazzino. Quattro avevano il corpo quasi intatto, gli altri cinque avevano difficoltà di movimento, anche se non si sarebbero mai fermati, fino prossima vittima.

Così cominciò la Pandemia Globale Virale che distrusse il genere umano.

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