“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (Terza parte)

magazzino

Charles Moore corse come un forsennato senza voltarsi indietro una sola volta, non ne aveva il coraggio. Doveva mettersi in salvo. Salì le scale due a due ripetendosi ossessivamente: “Sono fottuto, sono fottuto, sono…”. Aprì la porta dell’ufficio e la richiuse con il peso del corpo, poi scivolò lentamente a terra. Non pensò nemmeno di chiudersi a chiave. Si asciugò con l’avambraccio alcune lacrime che gli rigavano le guance e tirò su con il naso. La sua mente poteva anche essere evaporata, oppure svanita nel nulla, comunque era bloccata dal terrore che gli attanagliava le viscere.

Gli occhi vagavano per la stanza e inquadrarono un treppiede e una telecamera spenta ma con il vano a cristalli liquidi ancora aperto. Il respiro cominciò a farsi regolare, anche la sua mente iniziò a registrare qualche immagine. Si soffermò sui video che trasmettevano le immagini dal magazzino, quindi si alzò lentamente.

“L’audio” disse ad alta voce, “mi serve l’audio, così capisco cosa succede!”.

Alfred era a terra, come lo erano il fratello e Borys, la porta spalancata del box gli faceva da riparo. Lui poteva vedere, se solo si fosse sporto di lato.

Le urla dei Coreani erano stridule e rimbalzavano per i corridoi, quasi ossessive. A terra c’erano pozzanghere di sangue che si andavano estendendo. Cinicamente si ritrovò a pensare a chi avrebbe dovuto ripulire quel casino, oppure era solo un gioco della sua mente per non pensare a quello che gli stava accadendo. Vide, anzi intravide, la famiglia Ching chinarsi sui tre coreani, inchiodarli a terra con il peso dei loro corpi. Non c’era altro da vedere, ma i suoni flebili di morsi, abiti strappati con violenza, gli fecero quasi dare di stomaco.

Alfred teneva le mani aperte sul pavimento, ben aderenti, come se avesse avuto paura di scivolare verso quello che stava accadendo pochi metri più in là. Gli risultava persino difficile controllare il respiro. Aveva bisogno di pensare a come togliersi da quell’orrendo impiccio.

“Quando avranno finito con loro, toccherà a noi?” piagnucolò David.

Borys, disteso dietro a David, si guardò alle spalle. “Ma Charles che fine ha fatto?”.

“Non fate casino!” intervenne Alfred, “Non voglio che si accorgano di noi.”. Però la domanda gli assillò la mente: che fine aveva fatto Charlie Moore?

In ufficio i monitor erano tutti accesi, Charles aveva spinto via la sedia mentre, chino sulla tastiera, cercava la telecamera che monitorava il corridoio del Box 81. Ma quanti cazzo di corridoi ci sono, si chiese. I box erano un centinaio, le videocamere una decina. Gli bastava trovare quella che mostrava delle persone.

“Eccoli!” disse a voce alta. Zoomò quel tanto per vedere tre persone sdraiate a terra, nascoste da una porta che copriva quasi l’intero corridoio. Oltre si vedeva poco o nulla. Riconobbe un oggetto attaccato alla cintura di Alfred: la ricetrasmittente, e sperò che fosse impostata al minimo volume.

Si spostò a destra, quasi buttando giù il treppiede con la videocamera, e afferrò l’altra radio poggiata sul caricabatterie fisso. Tornò davanti ai video e l’accese.

“Alfred, mi senti?”, dopo ci fu un breve fruscio di statica. “Spostatevi lentamente indietro, senza fare rumore, e raggiungetemi in ufficio!”.

“Indietreggiate cazzo!” ribadì Charles.

Alfred afferrò la ricetrasmittente e se la portò all’orecchio. “E’ Charles, dice di indietreggiare senza farci vedere.” disse girandosi verso gli altri due.

“Che ha detto?” chiese Borys.

“Lo so che per te è complicato. Faresti prima a rotolare!” gli rispose David.

Alfred scosse la testa: ora ci manca che i due idioti si mettano a discutere, pensò.

“Anche se sono così…” fece Borys.

“Grasso!” finì per lui David.

“Oh, perché devi essere così stronzo! Se voglio indietreggio meglio di te!”.

Le urla dei Coreani erano cessate da un po’ di tempo e Alfred non ci aveva fatto caso, troppo impegnato a cercare un modo per scappare, possibilmente senza essere visti.

David continuò a punzecchiare Borys sempre parlando a bassa voce, finché ad Alfred si ghiacciò il sangue quando vide una mano apparire sull’estremità della porta. La faccia del signor Ching spuntò dal nulla. Per fortuna, se la porta fosse rimasta in quella posizione, il corpo non sarebbe potuto andare oltre.

“Cosa ne dite se ce la squagliamo?” disse Alfred senza togliere gli occhi da quella cosa. Il signor Ching emise un urlo agghiacciante, quasi distorto. Aveva la faccia rossa per il sangue, i capelli neri e fini sporchi e unti e gli occhi apparivano opachi. Dalla bocca gli uscirono quattro piccoli tentacoli che si protendevano verso nuove prede.

Alfred si alzò in un breve istante e tentò di indietreggiare ma cadde sugli altri due. David e Borys non avevano avuto gli stessi suoi riflessi: alzarsi e fuggire.

Il panico durò due secondi, poi si alzarono goffamente da terra. Il groviglio di braccia e gambe si districò subito dopo essersi accorti che la porta stava per essere divelta: il signor Ching non era solo, al seguito aveva il resto della famigliola.

“Vi vedo!” disse la voce di Charles attraverso la radio. “Correte in fondo al corridoio, poi voltate a destra: per adesso è tutto libero!”. Ci fu un attimo di silenzio, poi dalla radio udirono di nuovo la sua voce: “Cercate di seminarli!”.

I tre corsero con tutte le loro forze, l’adrenalina pompava nel sangue come non gli era mai accaduto prima e, in pochi secondi, svoltarono a destra. L’urlo del signor Ching si disperdeva fra i corridoi illuminati da lampade al neon, fra decine e decine di porte di box chiusi.

Imboccarono il corridoio più lungo ma si fermarono quasi a metà: Borys sembrò avere l’asma a causa del fiato corto.

“Cosa gli sarà accaduto?” chiese David.

“Non lo so. Ma tu l’hai visto com’era ridotto?” gli rispose il fratello.

“Forse gli ho fatto inalare un virus.” disse David. Alla radio udirono di nuovo la voce di Charles: “Se aspettate ancora un po’, i Ching banchetteranno anche con voi!”.

Borys si riprese dalla corsa, non sentiva più fitte dolorose che quasi gli spezzavano il fiato. “Manca poco!” disse a voce bassa.

Alfred indugiò per alcuni istanti, mentre gli altri due proseguirono a correre verso l’ufficio. Un pensiero cominciò a vorticargli in mente: se si fossero chiusi tutti e quattro in ufficio, non si sarebbero messi in trappola da soli? Ammesso che la famiglia Ching sapesse salire una rampa di scalini ripidi.

Raggiunse gli altri due.

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