“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (seconda parte)

I 4 magazzinieri dell'apocalisse

David Cook era corso per i corridoi che separavano tutti i box dell’enorme magazzino, anche spezzando in due il fiato che gli rimaneva in gola. Aveva sempre pensato che i coreani tenessero lì dentro qualcosa di pericoloso, anche perché non volevano essere seguiti quando trasportavano le casse di legno. Spesso venivano di notte, quando la sorveglianza interna era ridotta al minimo personale.

La sua mente, nonostante la corsa a perdifiato, cercava di plasmare qualche frase di perdono. Li aveva portati in quel box lui stesso ma, prima di condurceli, aveva controllato l’interno di una delle casse. Quella provetta dal liquido trasparente sembrava fare al caso suo: i quattrocento dollari non li avrebbe mai scuciti di sua spontanea volontà. Maledisse il fratello, che aveva intuito qualcosa, poi giunse a una decina di metri dal Box 81 e la sua gola si fece talmente secca, che faceva fatica a deglutire.

“Signor Ching, signora Ching, state tutti bene?”. In mano stringeva la chiave per aprire la porta: “Adesso vi faccio uscire! Ehm, c’è stato un malinteso e vi ho accompagnato al box sbagliato. E…” David appoggiò l’orecchio alla porta e rimase interdetto, gli era sembrato di sentire un rantolo, poi dei rumori come se qualcuno sbattesse ripetutamente i denti.

“Adesso giro la chiave e vi faccio uscire, d’accordo?” chiese. Con la mano destra inserì la chiave nella serratura ma rimase in ascolto. Qualcuno, dall’altra parte, tastava la superficie di ferro come se cercasse di scardinarla. Niente voci, niente maledizioni dette in lingua cinese, e questo gli risultò molto strano.

“Volete che apra la porta?”. Riuscì solo a sentire uno strano ringhio, poi una spallata fece tremare l’intero box e David si ritrovò a terra.

Una mano strinse la sua spalla e David urlò di paura: vide il fratello in piedi dietro di lui, poi gli altri due soci che correvano nella loro direzione.

“Siamo arrivati appena in tempo” disse Alfred, “quella credo che non sia più la famiglia Ching, la fiala li ha cambiati. Se solo non fossi corso via in quel modo…”.

Borys riprese fiato, le mani appoggiate alle gambe, lo sguardo a terra.

“Dobbiamo sbarazzarci di quei cosi prima che tornino i coreani.” disse Charles.

David Cook, prima di rialzarsi, chiese: “Avete qualche fottuta idea su come aprire quella porta senza che escano?”.

“Forse non sono poi così aggressivi.” disse il fratello.

Borys era il più grasso del gruppo, così puntellò una mano sulla porta. La famiglia Ching emetteva sempre quei suoni anomali. “Non credo che terrà per molto. Qualsiasi idea andrà bene, però sbrigatevi!”.

Charles indietreggiò di un paio di passi dicendo: “Vado a prendere qualcosa nel seminterrato! Voi intanto teneteli occupati, ok?”.

Borys cominciava a fare fatica, mentre i colpi inferti alla porta iniziavano a sbriciolare l’intonaco vicino alla serratura. “Li teniamo occupati? E con cosa? Ah, improvviseremo uno spettacolino coreografico!” urlò Alfred. I due fratelli si misero ad aiutare Borys cercando di non far cedere l’ingresso al box.

Passarono pochi minuti e udirono dei passi nel corridoio. “Allora ti sei sbrigato! Alla buon’ora!” urlò Borys. Tre figure si materializzarono nel loro corridoio, non era Charles ma tre tizi vestiti in abiti scuri, capelli corti e neri e indossavano degli occhiali da sole. Erano i Coreani.

“Oh cazzo! E adesso che gli diciamo a questi?” chiese David a bassa voce. Sia Borys che Alfred rimasero interdetti, paralizzati, con i palmi delle mani appoggiate alla porta del Box 81. Anche i nuovi arrivati si fermarono a cinque metri dai tre ragazzi ed uno di essi inclinò leggermente la testa, come per capire cosa stesse succedendo. I coreani non parlavano bene la loro lingua, però si facevano capire.

Il coreano che aveva inclinato la testa frugò nella tasca interna della giacca ed estrasse un piccolo vocabolario, lo lesse per alcuni istanti. “Voi, mocciosi, che ci fate qui?”.

Fu Borys a rispondere, aveva la maglietta fradicia di sudore e i capelli scompigliati: “Abbiamo sentito dei rumori qui dentro, però adesso è tutto tranquillo.”. il suo tono non fu dei più sicuri e, come per risposta, ci fu uno scrollone che costrinse i tre ragazzi a puntellare di nuovo la porta.

Altri passi lungo il corridoio e rumori di ferraglia fecero voltare i clienti del Box 81. Charles, appena li vide, rallentò il passo. Teneva in mano un piede di porco, una pala, un rastrello e un secchio di plastica con all’interno una spara chiodi. Il tizio con il vocabolario in mano lo sfogliò. Alzò un dito al cielo, poi lo puntò verso Charles, con fare minaccioso (o almeno quello era l’intento), e disse sbirciando fra le pagine del libretto.

“Voi adesso restate fermi dove siete e mi dite cosa…”, abbassò gli occhi sul testo e trovò la parola giusta, “cazzo sta succedendo qui! Altrimenti…”. Gli altri due non dissero nulla, sfilarono dalle giacche due pistole automatiche nere e lucidissime. Caricarono il colpo in canna con una mossa fluida e ne puntarono una su Charles, l’altra verso Borys e gli altri due soci.

Charles fece cadere tutto a terra e alzò le mani, come se fosse davanti a tre rapinatori di banca. Il rumore echeggiò nel corridoio e, un’altra spallata dall’interno del box, mandò a sbattere i tre magazzinieri contro l’altra parete. La serratura cedette di schianto e la porta si spalancò verso l’esterno.

La famiglia Ching si riversò fuori del box ma non vide i tre ragazzi nascosti dalla porta d’ingresso. I quattro cinesi (padre, madre e due adolescenti) avanzarono a passi lenti verso i Coreani. L’uomo con il vocabolario lo fece cadere a terra e si tolse gli occhiali in una mossa lenta, come se quella allucinazione fosse colpa degli occhiali che aveva indossato. Imprecò nella sua lingua mentre gli altri due scaricavano tutti i colpi che c’erano nei caricatori. La famiglia Ching, un componente per volta, cadde a terra lungo il corridoio. La puzza di polvere da sparo permeava in quell’ambiente stretto, anche l’assordante suono degli spari cessò dopo alcuni attimi interminabili. E i tre coreani prima sorrisero, poi gli uscì una risata sguaiata e irritante finché non videro il signor Ching alzarsi sulle ginocchia.

Charles Moore fuggì per primo urlando dalla paura e dirigendosi verso l’ufficio soppalcato. Le urla dei tre coreani si dispersero fra i corridoi che s’intersecavano in quel magazzino.

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