“I quattro magazzinieri dell’apocalisse” (prima parte)

Magazzino Di.A.Ra.

Alfred Cook prese la telecamera e la piazzò sul treppiede. Fece diverse prove prima di accenderla: voleva essere sicuro che il primo piano gli venisse perfetto. Aveva tutto in mente, non gli servivano fogli di carta scritti, né appunti riassuntivi. L’ufficio in cui si trovava non era altro che una stanza senza finestre, un paio di prese d’aria rendevano l’ambiente più vivibile.

Si mise seduto sulla sedia con quattro rotelle e sprofondò di qualche centimetro, poi accese la telecamera lasciandola in stand by: la sua immagine apparve in uno dei video piazzati sulla scrivania.

“Hei, tutto bene lì dentro?”, la voce proveniva da fuori la stanza. “Dai, apri questa cazzo di porta e ne parliamo!” disse David Cook, il fratello.

“Puoi scordartelo! Sto ancora guardando il casino che hai fatto nel Box 81!”.

“Non puoi farmene una colpa! Che cazzo ne sapevo che quei fottuti coreani ci tenevano quella schifezza lì dentro!”.

Ci fu un attimo di silenzio, Alfred non riusciva a togliere gli occhi dal video numero 5, quello che inquadrava l’interno del Box 81. “Registrerò tutto e lo pubblicherò su Youtube! Abbiamo bisogno di aiuto.”.

Una risata provenne da fuori l’ufficio. “Sei sicuro di quello che fai? Nessuno crederà al tuo maledetto video. Penseranno che sia un fake!”.

“Genio di merda! Cosa pretendi che faccia? Hai distrutto una famiglia intera.”.

“Erano solo dei cinesi e il Signor Ching era un baro a poker: mi ha fottuto quattrocento dollari in poche mani. Ti prego, apri questa maledetta porta!”. David batté quattro colpi alla porta, come se bastasse perché il fratello cambiasse idea. Salirono altre due persone, si trattava degli altri due soci del The Last Warehouse, il magazzino che gestivano assieme da quasi un anno.

“Alfred, sono Charles, perché non dai retta un attimo a tuo fratello?”.

“Perché adesso si fa a modo mio!”.

“Non usare il telefono, non ti servirebbe a nulla! Borys ha appena distrutto la centralina e non hai campo per telefonare con il tuo cellulare.”.

Alfred si alzò di scatto dalla sedia, portandosi davanti alla porta dell’ufficio: “Che cos’ha fatto Borys?” urlò quasi isterico.

Charles Moore si avvicinò alla porta che li divideva quei pochi centimetri: “Mi hai sentito, cazzo! Ha distrutto la centralina telefonica. Adesso ce la dobbiamo cavare da soli, come abbiamo sempre fatto! A proposito, come sta la famiglia Ching?”.

“Non c’è più quella nebbia, adesso vedo solo quattro persone distese a terra!”.

“Sono morti?” chiese David titubante.

“Che casino di merda.” imprecò Borys alle spalle degli altri due.

“Aspetta che glielo chiedo! Ma che domande fai? Comunque, se sono morti, come facciamo a toglierci da questo casino? Qualcuno verrà a cercarli!”.

“Li seppelliremo nel deserto!” disse il fratello.

“Li seppellirai, il casino l’hai fatto tu.”.

Borys girò la maniglia della porta senza riuscire ad aprirla. “Dai, facci entrare e decideremo tutti e quattro come tirarci fuori da questo casino.”.

“Aspettate, ho visto un braccio muoversi. O forse me lo sono immaginato!”.

“Di che diavolo parli? Quel gas che è uscito dalla cassa dei coreani non credo sia Aerosol.” disse Charles in tono apprensivo.

Alfred fece due passi indietro, la schiena finì contro la porta ancora chiusa. “Cristo!” disse a voce bassa ma lo sentirono anche gli altri tre. La chiave girò e la serratura scattò, così gli altri si precipitarono all’interno. Si fermarono tutti e quattro con gli occhi fissi sul video che trasmetteva le immagini della famiglia Ching. I quattro corpi si muovevano lentamente, come se si stessero risvegliando da un lungo sonno. I vestiti erano parzialmente lacerati in più punti e, il primo a tentare a rialzarsi, fu il capofamiglia che si mise in ginocchio e cominciò a guardarsi intorno, finché vide la telecamera con un led rosso che lampeggiava.

“Sono vivi!” disse David Cook e corse fuori dall’ufficio.

Alfred rimase immobilizzato davanti allo schermo, come gli altri due, mentre cercava di capire cosa ci fosse che non andava in quel quadretto familiare. Avrebbe voluto urlare al fratello di non scendere fino ai box e di aspettare ulteriori sviluppi, perché quel tizio che fissava la telecamera non sembrava lo stesso uomo di poco tempo prima. Però non aveva alcuna prova che alla famiglia Ching fosse accaduto qualcosa di brutto, anche se erano tutti e quattro in piedi.

Borys fu il primo a liberarsi dal torpore e fece due passi avanti per vedere meglio l’immagine trasmessa: “Prova ad accendere l’audio?” disse ad Alfred.

In effetti nessuno di loro ci aveva pensato: la telecamera a circuito chiuso aveva anche un piccolo microfono. Alfred si sedette sulla sedia e digitò alcuni tasti al pc. Udirono un breve fruscio poi delle voci basse simili a dei lamenti. Rimasero tutti e tre in ascolto.

“Ti sembra normale?” chiese Charles fissando le immagini.

“Cosa diavolo c’era in quella cassa?” chiese Borys.

“Perché mio fratello è sceso laggiù? L’ho sempre detto che è un perfetto idiota!”. Alfred mise la mano su un joistick a lato della tastiera e cominciò a muovere la telecamera in cerca di altri dettagli. Inquadrò la cassa coreana e parte del suo contenuto ma non riuscì a vedere nulla d’importante, a parte una fiala rotta all’interno.

“Era una specie di gas, credo.” disse Borys.

“Deve essersi disperso negli altri box, se la coibentazione non tiene.” affermò Charles Moore.

“Voi due dite solo cazzate” sbottò Alfred senza guardarli, “quello che mi preoccupa sono quei quattro disgraziati che sono rinchiusi lì dentro. Sono riuscito a vedere gli occhi del primo che si è alzato: avevano un colore che non avevo mai visto.”.

Charles posò i palmi delle mani sul piano della scrivania e disse in modo cupo: “Perché se ne stanno lì fermi? Non urlano, non chiedono aiuto. Forse dovremmo correre giù e fermare tuo fratello.”.

In quel momento udirono dei passi vicino all’ingresso del box e videro la famiglia Ching che si spostava verso la fonte del rumore.

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