“1408 – Piekary”

Stanza 1408

Non ho aggiornato il blog da oltre un mese, ma ora spero di poter rimediare.

Tranquilli/e, c’è sempre una storia anche per questo post, anche se qualcuno forse l’avrà già letta. Si tratta di Piekary, a cui sono molto legato e senza capirne i veri motivi: forse perché l’ho scritta dopo un lungo periodo di sindrome da carta bianca, a volte succede. O forse perché non avevo l’ispirazione giusta.

Ma veniamo ad un altro argomento. Avete mai letto il racconto di Stephen King “1408”? Io sì, ma dopo aver visto il film, con lo stesso titolo, da cui s’ispira. Di solito, anzi quasi sempre, i film tratti da racconti o romanzi, difficilmente accontenteranno gli accaniti lettori. Questa volta, invece, per me è successo l’opposto. Il film non è una novità, è uscito nel 2007, ed è uno dei miei preferiti. L’attore principale è John Cusack, che nella parte dello scrittore ce l’ho sempre visto bene (anche nel film 2012 recita la parte dello scrittore con poche vendite!).

Il personaggio di Mike Enslin, nel film, viene approfondito in maniera egregia. John Cusack si muove benissimo nei panni di Mike e, come scrive lo stesso King, sembra fare un perfetto a solo in questa pellicola.

Non ci sono spargimenti di sangue, il film non mette paura come gli horror di genere. E’ il meccanismo della stanza 1408 che è quasi delirante. Se entri lì dentro, sei morto. Nessuno ha mai resistito più di un’ora. E lo spettatore vivrà, assieme al cinico Mike, un’ora di puro terrore con un’incalzante voglia di uscire dall’incubo che ti entrerà nelle viscere.

La stanza 1408 è una fottuta camera del male, come dirà il direttore dell’albergo. La vita di Mike la conosceremo guardando il film: anche le sue più profonde angosce, i suoi demoni da sconfiggere e tutte le sue paure. Se non avete visto questo film, guardatelo.

Piecary

David attraversò ettari di terreno con la sua macchina e la parcheggiò vicino a uno dei grossi alberi di quercia. Il sole stava calando ed era tempo di mettere da parte tutta la sua vita per dedicarsi al suo nuovo lavoro.

Uscì dall’auto e tirò su le braccia per stiracchiare le membra provate dal lungo viaggio. Respirò a pieni polmoni l’aria pulita, piena d’ossigeno e lontana da quel veleno che aveva respirato nelle grandi metropoli. Un’oasi di pace e tranquillità: proprio quello di cui aveva bisogno.

Si fermò per alcuni secondi a contemplare le querce secolari che circondavano la tenuta di famiglia, alberi enormi, più alti della casa a due piani che si apprestava ad abitare.

L’estate stava finendo, lasciando spazio a un autunno freddo, forse piovoso e malinconico, ma l’ideale per procurargli concentrazione e dedizione al romanzo per eccellenza: Il romanzo perfetto. Sapeva di magia, di una magia antica come lo erano le fondamenta di Piekary.

David era rimasto solo, la moglie e la figlia erano morte in un incidente stradale due anni prima lasciandolo solo a vivere una vita povera di tutte quelle certezze che aveva avuto. Le fondamenta stesse che si era costruito in oltre trenta anni, dopo quel giorno, crollarono come un castello di carte.

“Questo posto è speciale!” urlò alzando le braccia al cielo. Non era ancora tempo di varcare la soglia della sua nuova casa, c’era abbastanza luce per osservare la natura intorno a lui, i rami, le foglie che presto sarebbero planate in terra, le chiome maestose cullate da un vento quasi gelido. “Che meraviglia!”.

Fece un giro su se stesso, come quando era piccolo e giocava con gli altri coetanei, poi ne fece un altro e iniziò a ridere. Si alzò la brezza, che prese ad agitargli la giacca che indossava, oltre ad alberi e piante, come se volesse dargli il benvenuto in quell’angolo di paradiso. Isolato, tagliato fuori dal mondo e da molte comodità che l’uomo si era creato nei secoli.

David voleva godere appieno di ciò che il destino gli aveva servito su un piatto d’argento.

“Destino!” aveva urlato fermandosi a fissare l’ingresso a due battenti. Una piccola veranda proteggeva l’entrata, due maestose colonne di marmo reggevano il peso del tetto esterno. La struttura, i muri esterni, sembrava in buone condizioni nonostante l’età centenaria. Erano passati venti anni dall’ultima sua visita a Piekary e ancora possedeva ricordi della sua infanzia in quel luogo dominato dalla natura, dalle gocce di sudore versate dai suoi antenati e lontani parenti. Ora Piekary era sua, ogni zolla, ogni centimetro quadrato, ogni albero o scoiattolo che vi dimorasse.

Alcuni sussurri accolsero David all’ingresso, forse provocati dal vento che attraversava tronchi d’albero o piccole fessure fra vecchie tegole che formavano il tetto. Misteri della vita. Quando era ragazzo li aveva sentiti, ogni tanto.

Una civetta cantò non lontano dall’abitazione, altre le risposero dopo qualche istante di silenzio.

Prima di aprire la porta, David tornò alla macchina per prendere i bagagli, compreso il suo portatile per scrivere la sua storia. Fu quando chiuse il portabagagli dell’auto che si fermò a guardare la dimora e a gioire per quello che aveva davanti. Quanto avrebbe voluto avere al suo fianco la sua famiglia e dividere con loro quello che provava. Una sensazione che tutti avevano avuto varcando il primo cancello d’ingresso. Accoglienza. Non esistono posti che possano accogliere le persone, ma Piekary non era un posto qualunque. C’è sempre stato qualcosa che ha accolto ospiti o famigliari, oppure amici. Ma da anni non veniva nessuno.

David portò i bagagli fin sotto la veranda e cercò le chiavi. La serratura non era arrugginita e, di questo, ne fu contento; non vedeva l’ora di entrare e dare un’occhiata all’interno e già si pregustava un tiepido focolare nel camino di uno dei soggiorni. Ricordava quanto fossero fredde le notti in quel luogo.

La porta cigolò e David fu inghiottito dall’oscurità, finché trovò l’interruttore. Quanti ambienti, quante stanze erano state costruite? Abbandonò in terra i bagagli e cominciò ad ispezionare la casa. Alcuni ricordi assalirono parte del suo cervello, quello che immagazzina i ricordi vecchi di anni. L’odore del pane cotto al forno, le voci di sua madre e dei tanti zii che avevano condiviso con lui alcuni momenti della sua adolescenza.

Aprì l’ennesima porta ed entrò in una stanza ampia, forse una delle più illuminate per le due finestre che si affacciavano su un lato della casa: da lì nasceva il sole fra gli alberi, fra i boschi di betulla e querce che circondavano Piekary.

David si fermò a contemplare il cielo e aprì la doppia finestra per far cambiare aria all’ambiente. La puzza di chiuso era uno degli odori predominanti. Quasi gli sembrò di sentire la sua voce di quando era piccolo, tanto era l’emozione di rimettere piede dopo tanti anni. La spensieratezza dell’età. Quanto era cambiata la sua vita? Tanto!

Spesso le emozioni giocano brutti scherzi, quasi ti distolgono dalla realtà, spingendoti a chiuderti in te stesso e proteggere il mondo che stai contemplando.

Papà, questo posto è favoloso! Posso andare a giocare fuori?

David si fermò a guardare Ellys, la sua piccola Ellys, con le lacrime agli occhi. I capelli biondi legati in una lunga treccia, la faccia espressiva di chi vorrebbe che un desiderio si avverasse, le piccole mani che poggiavano sul tavolo di quercia.

“Dovresti chiederlo alla mamma.” disse David in un sussurro. L’immagine di sua figlia si mosse verso la porta da cui era entrato, dissolvendosi lentamente.

Non credo sia una buona idea. David si voltò verso il camino e vide Amanda che spingeva due ciocchi di legno all’interno del camino fatto di ghisa. Sua moglie si voltò e gli sorrise: fuori fa freddo!

David non disse nulla, afferrò solo una sedia e si mise seduto senza smettere di fissare Amanda. Non voleva smettere di guardarla, nemmeno per tutto l’oro del mondo.

David balbettò qualcosa verso di lei, qualcosa di impercettibile che attirò l’attenzione della donna. Lei gli mandò un sorriso carico d’amore che gli provocò un attacco di pianto: alcune lacrime gli rigarono le guance. “Ti prego, non te ne andare…”.

L’immagine della donna si dissolse come fumo spazzato via dal vento e lui si accasciò al tavolo cingendosi la faccia con le braccia.

Qualcosa bussava alla finestra e David aprì gli occhi spaesato. Era seduto, si doveva essere addormentato. Il soggiorno era rimasto come la sera prima e stava facendo giorno.

David alzò la testa di scatto e guardò alla finestra, fissando la creatura che vi era affacciata. Un piccolo picchio se ne stava appoggiato a un ramo di vite, che da quel lato colorava le pareti esterne come fosse una ragnatela fatta negli anni. L’uccellò volò via emettendo dei richiami.

Il sole era sorto da poco, colorando il mondo che circondava la sua nuova casa e David si sentiva confuso, spaesato, stordito. Aveva un sapore disgustoso in bocca e sentiva le palpebre pesanti. Non aveva lo stesso umore di poche ore prima.

David non aveva superato il dolore per la perdita dei suoi cari, di Amanda ed Ellys, ma come aveva potuto vederle, sentirle, quasi toccarle? Si portò le mani alle guance pensando alla notte prima. Doveva anche avere una brutta cera, la barba incolta e…

“E’ solo suggestione!” si disse, mentre era in bagno. L’acqua fredda lo avrebbe svegliato, dando un po’ di vigore alla faccia pallida e trasandata che aveva visto allo specchio. “E’ solo roba da film horror di seconda serie.”. Si asciugò e cercò di vedere nella sua faccia quel bravo scrittore che era sempre stato.

“Sei solo una vecchia casa!” gridò David, “Quei sussurri, quelle visioni, provengono solo dalla mia fantasia. E ne ho tanta, sai?”. L’acqua continuava a scrosciare finché del vapore salì fino allo specchio, appannandolo. David trasalì, non ricordava che avessero messo boiler in quel bagno. Poi c’era solo un rubinetto per l’acqua fredda.

Chiuse l’acqua e raggiunse il soggiorno, quello vicino alla porta d’ingresso.

Udì un cigolio all’esterno, alcune risate. “Che diavolo succede qua dentro?” urlò David, così uscì per capirci qualcosa.

Più forte, più forte mamma! Voglio toccare il cielo con un dito. David udì quella voce, inconfondibile, quella di Ellys. La vide sull’altalena fissata ad una quercia, Amanda la spingeva  sempre più in alto.

David si portò le mani al volto coprendosi gli occhi.

Amore, non vieni? Amanda lo fissava da lontano, facendo un gesto con la mano libera.

Dai papà, spingimi anche tu, come facevi al parco, ricordi?

David sentì le gambe pesanti, le ginocchia non reggevano più il peso del corpo, la mente gli suggeriva di fuggire. Le lacrime tornarono ad affacciarsi cercando un varco.

Non mi vuoi più bene? Chiese la bimba e gli sorrise.

David cadde in ginocchio credendo che sarebbe impazzito, sperando che quel dannato cuore si fermasse per sempre, che morisse in quell’istante. Raccolse tutto il fiato che gli rimaneva in corpo e urlò: “Perché, perché mi stai facendo questo?

Noi ti amiamo, siamo una famiglia unita. La mano di Amanda gli accarezzò la spalla in un gesto affettuoso, come aveva sempre fatto quando rientrava in casa dopo una giornata pesante.

Mi vuoi bene papà? Chiese Ellys ferma davanti a lui. Erano faccia a faccia e gli occhi di Ellys luccicavano come se stesse per piangere. Le manine abbracciarono le spalle del padre, mentre Amanda cantava una nenia che David conosceva a memoria, perché la cantavano sempre prima che la piccola si addormentasse.

Vieni con noi, staremo per sempre insieme, disse Amanda. La mamma prese per mano la figlia andando verso il bosco. Si girarono entrambe verso David, aspettandolo.

Lui si alzò in piedi e le osservò in silenzio, mentre tentava di fermare l’angoscia che provava. Mosse i primi passi verso di loro e le vide sorridere. Lo presero per mano e s’incamminarono in una galleria di abeti.

Piekary tornò silenziosa.

Bosco

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