“Questi mobili, che magia!” 2° Parte

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Entrarono nell’ufficio, una piccola porzione rispetto all’ingresso principale, e notarono diverse postazioni delimitate da tanti cubi fatti di compensato. I computer, provvisti di monitor, erano tutti accesi e Charles si ritrovò a chiedersi quanti impiegati lavorassero lì durante il turno giornaliero. C’era anche un evidente spreco di corrente elettrica.

Ecco il lettore del badge!” disse Alex, che afferrò la tessera magnetica e la passò davanti al dispositivo. Una voce sensuale gli ricordò l’orario d’ingresso e che doveva staccare alle 6 e 10 minuti.

Charles tornò al presente: “Dobbiamo fare dieci ore continuate e recuperare il ritardo?”.

A quanto pare è così!” gli rispose Alex.

Charles imitò il collega e si sentì dire le stesse cose. “Puttana!” mormorò all’indirizzo della voce e uscirono dagli uffici ridendo.

Adesso arrivava il bello, perché dovevano diventare dipendenti attivi e operativi.

Lessero un altro cartello, sempre scritto in rosso, che indicava la zona adibita come sosta carrelli.

Seguite le frecce per raggiungere i C.R.A. con cui lavorerete. Abbiatene cura come fossero vostri. Ogni danno riscontrato, verrà addebitato al dipendente che lo usava durante il turno. La direzione vi augura buon lavoro.

Ma questi sono pazzi!” esclamò Charles.

Alex si limitò a ridere. “Vieni, seguiamo le frecce!” disse incamminandosi.

Passarono davanti all’ingresso e proseguirono lungo la prima fila di sbarre in acciaio orizzontali e verticali, più che altro sembrava un grosso alveare di ferro che accoglieva centinaia di pedane. Sulle pedane, messe su più livelli, c’era la merce che veniva venduta. Mobili per tutta la casa, per ogni ambiente, per ogni occasione. Doveva essere il paradiso dell’acquirente.

Ma quella sigla, com’era? Che diavolo vorrà dire?” chiese Charles.

Alex smise di guardare quell’alveare che si ergeva alla loro destra e abbassò lo sguardo a terra. “Ti riferisci alla sigla C.R.A.? Vuol dire Carrelli Retrattili Automatici, mostri della tecnologia. Un vanto per il nostro magazzino, per quello che ne ho sentito parlare.”.

Ah, ecco! Adesso si che siamo a cavallo…”.

Proseguirono a camminare per diversi minuti, senza dirsi nulla, finché, all’angolo opposto da cui erano partiti, videro dieci mostri altamente tecnologici. A loro spettavano il numero 3 e 4.

Si arrampicarono fino alla postazione di comando e si sedettero, il carrello emise delle leggere vibrazioni, seguite da alcuni sbuffi. In alto, sulla destra, Charles vide il monitor accendersi. Una voce, la stessa che gli aveva ricordato l’orario che doveva fare quella notte, gli chiese di osservare un punto alla destra del monitor. Un sofisticato lettore dell’iride lo monitorò per alcuni istanti.

Benvenuto, Addetto Carrellista, la sua nuova matricola è 42750: lo tenga bene a mente! La direzione le augura buon lavoro!”. Charles fece mente locale, perché il giorno prima del colloquio gli erano stati fatti alcuni esami piuttosto approfonditi. Adesso capiva molte cose.

I carrelli erano enormi, molto più larghi di un’automobile, e all’interno della postazione di comando c’era di tutto. A parte un piccolo volante per far girare il mostro, alcuni pedali e delle leve per movimentare la merce all’interno del magazzino. Non c’era una chiave che facesse accendere il C.R.A., ma era sufficiente il peso sul sedile e l’ingegneria elettronica avrebbe riconosciuto l’addetto che sedeva alla postazione di comando. Charles non aveva mai visto una cosa del genere.

Siamo stati schedati!” urlò Alex, avvicinatosi con il carrello numero 4.

Charles ci era arrivato da solo, una volta che gli era stata fatta la lettura dell’iride e il suo numero di matricola corrispondeva a quello scritto sul badge. Fu percorso da un brivido lungo la schiena.

C’erano delle domande senza risposta nella mente di Charles e che nemmeno aveva pensato di farle durante il colloquio di lavoro. Intanto non si aspettava che il magazzino fosse abbandonato a sé stesso: non c’era stato nemmeno un Capo Turno ad accoglierli alle 20:00. D’accordo, aveva notato l’indiscussa rete di apparecchi elettronici che mandavano avanti l’azienda con il minimo personale. Tanto di cappello a chi aveva progettato tutto questo.

Sul monitor del Carrello numero 3 apparve una scritta: Ordine di Turno. Lampeggiava in attesa di essere notata e Charles toccò lo schermo con un dito, si aprì un’altra finestra con una riga di comandi.

Gli Addetti al turno di notte devono controllare gli ordini di consegna, qualora ce ne fossero!

Gli Addetti al turno di notte si devono recare in fila 56 per preparare gli ordini di reso per il turno successivo!

Alex sbirciò il monitor del collega, che dava le stesse direttive. “Credo che vogliano che andiamo in fila 56!”.

Quante file ci saranno in questo magazzino?”.

Alex non seppe rispondergli, però rise avanzando con il carrello n° 4. Charles gli fu subito dietro. Il magazzino smise di essere immerso nel silenzio.

Raggiunsero gli uffici e l’ingresso principale, svoltarono a sinistra immergendosi all’interno dei corridoi illuminati. Erano circondati da pedane e mobili che si stagliavano alti fino al soffitto. Potevano essere migliaia, forse anche di più. Era il magazzino di mobili più grande che avessero mai visto.

Un cartello illuminato segnalava la fila 56, quasi in fondo all’edificio. Svoltarono a sinistra e percorsero quel corridoio lungo fino alla scritta Cella Resi. Fermarono i carrelli lì davanti e scesero a terra. Sapevano cosa dovessero fare: il computer, durante il tragitto, li aveva indottrinati a dovere. Non sembrava un lavoro difficile, né molto pesante. Dovevano preparare alcune pedane con vari componenti dei mobili difettati. Come li aveva chiamati il computer? Non conformi. Alcune direttive, o suggerimenti, erano state alquanto strane.

Si avvicinarono ad una cassettiera per armadio e udirono una risata, come quella di un bambino.

Charles aggrottò le sopracciglia, perplesso: “Ti sembra divertente, Alex?”.

Ma io non ho riso!”.

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