“Tutto in una notte”

Tutto in una notte

 

     Charles Evenmoore fu l’ultimo ad arrivare a destinazione, cioè allo splendido chalet di montagna che usavano ogni anno per fuggire dalle città. L’unico rumore era quello del motore dell’auto, che aveva spinto gli altri ad uscire da quella tana calda e accogliente.

“Pensavamo non arrivassi più” esordì Brigitte Colt raggiungendolo per un abbraccio. Alcuni lumi appoggiati agli scorrimano in legno si dimenavano per una folata di vento gelido e secco, ma in quel luogo non si stava poi così male, il freddo era differente da quello di città e l’aria era pulita e fresca.

“Non me lo sarei perso per nulla al mondo, questo incontro” rispose Charles ancora avvinghiato alla ragazza, poi chiuse la portiera della macchina. David Callbrun ed Eloyse Rupert attendevano pazienti dalla piccola veranda coperta dal tetto dell’abitazione.

“Ci vediamo una volta l’anno ma ti fai sempre desiderare, vero?”. La voce di David era sarcastica, come lo era la domanda.

“In effetti non credo di essere mai cambiato, è più forte di me. Mi piace che gli altri aspettino il mio arrivo.” rispose sorridendo, dopo averci pensato per qualche istante. Prima di salire i due gradini del patio, Charles si fermò ad ascoltare il silenzio del luogo. Il cielo era macchiato di stelle mentre la neve rifletteva la luce più tenue; il vento muoveva le cime più alte ed esili degli abeti che li circondavano. Inspirò un paio di volte a pieni polmoni quell’aria di dicembre.

“Felice di rivederti” lo accolse Eloyse con un abbraccio.

La porta di legno cigolò sui cardini, a parte quell’insignificante difetto, l’interno era come se lo ricordava: un ambiente caldo e accogliente. Un solo piano che conteneva tutto quello di cui potevano aver bisogno.

“Vino o birra?” chiese David afferrando una bottiglia e mostrando un barilotto di birra alla spina.

“Il vino è italiano, marca Illuminati d’Abruzzo, che è anche un ottimo vino per questo periodo!” aggiunse Brigitte afferrando la bottiglia. “Vogliamo che sia un venerdì speciale.”.

“Solo perché questa volta tocca a me cominciare?” chiese Charles spogliandosi del cappotto e cercando di sfoderare un sorriso smagliante.

“Può darsi!” disse Eloyse mettendosi seduta a tavola.

“Ragazzi non ho pensato a nessuna storia” ammise Charles osservando i loro volti, sperava solo che non ci rimanessero troppo male, sarebbe stata la sua prima volta presentarsi senza una storia da raccontare. Si mise seduto sulla panca, accanto all’amica, e si arrotolò le maniche della camicia azzurra: la temperatura dello chalet era piacevolmente calda. Nel camino, davanti al tavolo, scoppiettava della legna secca.

Optarono per la bottiglia di vino rosso, che si abbinava bene con della carne cotta alla brace, mentre i quattro chiacchieravano di quello che combinavano il resto dell’anno. Charles, l’oratore di apertura per i loro incontri, era piuttosto taciturno. C’era un’idea che non lo aveva mai abbandonato da un paio di giorni: per la verità si trattava di un sogno che lo aveva lasciato sgomento per molte ore, dato che era di un paio di notti fa.

“Forse riesco a salvare la mia faccia.” disse Charles, versando del vino nei quattro bicchieri. “Prosit!” e mandò giù un paio di sorsi. L’attenzione dei tre amici fu calamitata da quell’esclamazione inattesa.

“Comincia pure, allora” lo invitò David incrociando lo sguardo con il suo, “vediamo se riesci a spaventarci come hai sempre fatto.”.

“Sà di sfida!” s’intromise Eloyse.

La storia ha inizio in un albergo in cui si ritrovano molte persone, fra cui un certo Charles – che potrei non essere io – ma che è il personaggio principale.”.

“Cos’è una storia vera?” chiese Brigitte interrompendolo. Lui non si scompose, distogliendo lo sguardo dal bicchiere con ancora del vino dentro, quel colore rosso rubino gli aveva fatto ricordare…

“Non importa” disse, “comunque no, non credo sia una storia vera, o almeno…spero non lo sia.”.

Charles tornò a fissare intensamente quel colore.

Charles si osservò intorno, non appena aveva messo piede nella hall. Un tappeto rosso bordot ricopriva l’intero pavimento di quella stanza, e forse anche il resto della struttura. Soffice come la lana, non riusciva a sentire il rumore dei suoi passi.

Si guardò intorno osservando le persone, quei volti che non conosceva ma che erano lì come lui, senza uno scopo apparente. Poi si soffermò sull’arredamento non troppo antico, né moderno, ma che sembrava calzare con quel colore di sfondo.”.

Fece una pausa involontaria, forse cercando un filo conduttore a tutti quei pensieri che lo assillavano.

Si spostarono nella sala da pranzo, seguendo un cameriere che li condusse lì, senza dire una sola parola. Charles era in compagnia di altre cinque persone. Presero posto ad un tavolo rettangolare, occupandone solo la metà, vista la lunghezza esagerata. All’inizio nessuno disse una sola parola, erano gli sguardi che parlavano, l’imbarazzo per colui che avrebbe dovuto rompere gli indugi, rompere il ghiaccio.”.

Charles si sentiva osservato, non sapeva come, ma sentiva che tutti pendevano dalle sue labbra, dalle frasi che avrebbe pronunciato dopo. S’inumidì la bocca con un altro sorso di vino.

Qualcuno aveva chiesto dell’acqua, ma sul tavolo non c’era nulla, a parte una brocca colma d’acqua. Nemmeno un bicchiere da riempire.

<<Cameriere!>> chiamò qualcuno.

Charles si girò verso l’ingresso della sala sperando di vedere qualcuno attraversarlo, ma un’altra voce lo fece rigirare. <<Guardate la brocca!>> urlò una delle ragazze. Lui non vide nulla di anormale, solo la trasparenza del vetro e del liquido che era dentro. Qualcuno si era alzato di scatto, come spaventato da qualcosa, fu in quel momento che Charles vide il manico della brocca. Così rimase immobile a fissare quell’oggetto che ruotava da solo. La mente vuota, priva di pensieri, gli impediva di farsi delle domande, anche le più semplici.

<<Ma che diavolo sta succedendo?>> gridò qualcun altro. Charles fu scosso da un altro urlo quasi isterico, così seguì lo sguardo della ragazza che gli sedeva di fianco e vide…”.

“Se non dovesse piacervi non esitate a dirlo, potremmo passare ad un altra storia. Non mi offendo!” disse Charles osservando i tre amici.

“No no no, continua pure! Credo di parlare anche a nome di loro due” intervenne David. L’antipasto era finito, per la carne c’era ancora da aspettare. Si versarono ancora un po’ di vino, così Charles ne aveva approfittato per bagnarsi la gola.

…la sedia vuota. Gli altri, che sedevano dalla parte opposta, si erano alzati per osservare meglio: le quattro zampe della sedia erano a cinque centimetri da terra, e questa stava ruotando lentamente di trenta gradi.

<<Direi di spostarci nella hall, tanto non credo che mangeremo qualcosa oggi, almeno parlo per me>> disse Charles al resto del gruppo. Gli altri si limitarono ad annuire senza togliere lo sguardo da quel curioso fenomeno.

Si alzarono in piedi e cominciarono a dirigersi da dove erano venuti, ma fecero mezzo passo che il gruppo si sparpagliò per la stanza. Aveva fatto ingresso una strana creatura a quattro zampe. Un cane, Charles lo riconobbe subito come Setter Inglese a pelo bianco e chiazze nere. Ma questo era un cane morto, solo che camminava verso di lui senza interessarsi degli altri.

Charles si pietrificò, sentiva il cuore pompare sangue velocemente, mentre gli occhi vitrei e opachi di quella cosa lo stavano fissando. L’odore che emanava era nauseabondo, quasi di uova marce. Le orecchie gli penzolavano come cartilagine secca, che si sarebbe staccata da un momento all’altro. Il cane ringhiò mostrando gli ultimi denti che gli rimanevano, mentre il dorso non si muoveva affatto, visto che era morto. Le costole erano visibili, come se la pelle volesse entrare nelle esili fessure.

Charles gli abbozzò un sorriso, o almeno tentò di farlo, per cercare di placare quel suono che emetteva. Prese coraggio e fece scivolare la mano aperta verso la testa della creatura. Toccò i peli bianchi del cranio, mentre altri ciuffi di peli si staccavano dalle zampe esili. Forse fu quel gesto amichevole, ma il suono – quella specie di ringhio – cessò di colpo.

Il cane si avvicinò alla sua gamba destra, come se cercasse un contatto fisico, amichevole, amorevole, forse dell’affetto. Charles tentò di sopportare quella puzza, quel cadavere che ora si stava strofinando sui pantaloni. E si dissolse nel nulla.

La stanza era vuota adesso, a parte Charles che tentava di capire cosa gli stava accadendo. Gli ospiti che erano con lui, sembravano aver seguito la sorte del cane.

Chiuse gli occhi per qualche secondo, cercando di non impazzire, infine li riaprì sgranandoli.”.

La carne era cotta. Mangiarono in silenzio mentre Charles si chiedeva se la storia fosse piaciuta davvero, oppure se i suoi amici non avessero il coraggio di dirgli che questa volta la sua storia non aveva fatto effetto su di loro. Eppure i ricordi che aveva dentro di sé erano così dannatamente reali.

Si sentì osservato, così tornò in sé e vide che tutti e tre stavano aspettando senza fare alcun commento.

Charles riprese a raccontare.

Aprì gli occhi e vide di trovarsi in un’altra stanza dell’albergo. C’era un letto con due donne sedute su una coperta rossa bordot, vicino alla finestra notò un uomo appoggiato al marmo interno e teneva le braccia incrociate sul petto. Stavano ridendo finché smisero, girandosi a guardarlo. Si sentiva un intruso, così tentò di scusarsi: <<Non mi ero accorto che nella stanza ci fosse qualcuno>> cercò di scusarsi, <<sapete di che è?>>.

Una delle donne, senza dire nulla, fece un gesto con il capo indicando l’attaccapanni appeso al muro. Charles vide un bastone da anziano, in legno scuro, il manico intarsiato formava una “L” con il resto del bastone. <<Grazie! E scusate per il disturbo!>> disse girandosi per uscire, ma uno strillo lo fece desistere.

Si girò verso le due ragazze e notò che una di esse aveva portato una mano alla bocca, l’altra fissava solo la parete, come anche l’uomo alla finestra. Ci risiamo, pensò Charles girandosi verso l’attaccapanni.”.

La pendola a muro fece dei rintocchi distraendo la mente del narratore. Segnava le 23 e 30. Mancava poco alla mezzanotte.

“Queste pause non mi piacciono” disse Eloyse osservando l’amico, “spero che vorrai finire la storia”. Charles si schiarì la voce con un colpo di tosse.

Il bastone si era sollevato dall’attaccapanni sotto gli occhi di tutti, finché scese quasi a toccare terra. Charles si fece coraggio e avanzò di un passo, poteva quasi sentire la paura che provavano gli altri tre, ma tentò di capire se c’era qualche trucco.

L’oggetto era immobile, sospeso in aria come se fosse legato a un filo invisibile. La mano di Charles si avvicinava tremante sopra al manico, non lo avrebbe toccato, ma l’avrebbe fatta passare sopra al bastone, solo per capire. Non sentì nulla, solo uno strano formicolio sulla pelle mentre passava a pochi centimetri dal legno. Nella stanza udirono un suono, quasi un ringhio, e ricomparve lo stesso cane della sala da pranzo. Gli occhi vitrei osservavano gli occupanti della stanza, finché si fermarono a fissare quelli di Charles.

Le due donne e l’uomo fuggirono cercando di trattenere le urla di orrore, mentre Charles capì che era tornato per lui. Questa volta la paura era minore e forse sarebbe riuscito anche a controllarla.

Il muso dell’animale si avvicinò alle sue gambe, mentre il ringhio risuonava fra le sue corde vocali quasi distrutte dallo stato in cui versava l’essere.

<<Ti chiamerò Rock!>> disse al cane, infine abbassò lentamente la mano sul cranio quasi senza peli. Charles riusciva a vedere le ossa del teschio, mentre aveva notato come la pelle si stesse disfacendo dal resto del corpo. Presto, Rock, sarebbe diventato un mucchio di polvere.”.

“Adesso potete insultarmi, se volete, perché la storia è finita.”.

Nessuno parlò, finché David disse: “E’ da brividi, davvero. Non credo di averla capita fino in fondo, ma l’orrore è quasi palpabile. Mi chiedevo come ti fosse venuta in mente.”.

La pendola batté la mezzanotte, tutti e quattro si guardarono in faccia sorridendo. Eloyse esclamò: “Non è successo niente, il 21 dicembre 2012 era solo una frottola!”. Prese il bicchiere di vino e lo vuotò tutto di un fiato. Uno strano rumore li fece ammutolire. Qualcosa grattava alla porta.

Brigitte urlò, la mano sospesa vicino al collo della bottiglia mentre tutti osservavano l’etichetta. La bottiglia stava ruotando in senso orario, lentamente. Uno strano ringhio proveniva dall’esterno dello chalet, mentre quel rumore, un ringhiare sommesso, non cessava affatto. Finché non lo udirono provenire da tutte le pareti della casa.

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