“Io, Katy e Lupo” 1° Parte

 

 

La base militare di Kabul era in fermento, veicoli di terra e aria avevano i motori accesi e la polvere si sollevava in aria come se stesse passando un tornado. La fanteria non avrebbe preso parte a questa operazione, ma solo quattro squadre ben equipaggiate di armi e attrezzature.

Il quartier generale della base aveva l’obbligo di inviare dati e avvenimenti in tempo reale a Mark Collins, a Park Lake. Il circuito di video conferenza era sempre attivo.

Il sole stava tramontando in Afghanistan e, le tenebre, avrebbero protetto l’intera operazione.

Alcuni satelliti militari spiavano una struttura in città, una sorta di castello protetto da recinzioni elettrificate, da torrette di vedetta con uomini di guardia ogni ora del giorno e della notte. Una struttura quasi inaccessibile.

Il supporto aereo era in attesa di partire, mentre i quattro Team avrebbero attraversato alcuni quartieri di Kabul, per attaccare le difese perimetrali e poi fare irruzione.

Jonathan Stoud, capo Team Dream 1, fece segno di muoversi. La preparazione dell’equipaggiamento era terminata, adesso sarebbe sopraggiunta l’azione. Quanto amava sentire l’adrenalina scorrergli nelle vene. Era convinto che anche gli altri amassero sentirsi così, quasi in bilico fra la vita e la morte.

Le quattro squadre montarono su quattro Humvee, zaini e armi nel vano di carico. Le radio e gli auricolari accesi sulle frequenze stabilite. Ogni membro portava con sé anche i visori notturni.

Il Team Dream 1 aveva il compito di aprire le danze e Jonathan aveva già dato istruzioni su come portare a termine il loro primo obiettivo. Un piano studiato a tavolino, ma senza escludere qualsiasi inconveniente. La sua squadra era quasi una famiglia, quattro fratelli che si conoscevano da tempo, che avevano dovuto fare gruppo per sopravvivere. Non si trattava di cameratismo, ma forse di apprezzare pregi e difetti di ognuno e conviverci. Spesso si salvavano la pelle a vicenda, si coprivano le spalle da eventuali nemici e fuggivano assieme verso i Punti di Raccolta stabiliti in precedenza. Questa era la vita degli uomini delle Forze Speciali.

L’operazione Dream cominciò alle 18 in punto, ora locale. Ogni Capo Squadra aveva una piccola telecamera montata sull’elmetto, la trasmissione audio e video veniva trasmessa tramite satellite e ricevuta dal quartier generale.

Jonathan si chiese dell’interesse morboso dei suoi superiori per quello che stavano per fare: salvare un solo uomo a discapito di quattro Team, sedici uomini, ma con anni di addestramenti alle spalle e decine di interventi riusciti senza errori.

La jeep sobbalzava ad ogni buca e il flusso di pensieri si dissolse come nebbia al sole. Jonathan osservava le case del quartiere che gli sfilavano di lato, povere di tutto, persino di finestre e infissi.

Le strade vuote, poche auto parcheggiate e tutte sporche o abbozzate. Osservava la miseria e la povertà. Un paio di cani attraversarono prima che loro potessero rallentare, ma non successe nulla: salvi per miracolo.

“Avete tutto in mente?” chiese Jonathan, “Ci sono domande?”. Guardò ogni singolo volto, ogni fratello di armi, sangue e sudore.

John Neil, esperto in esplosivi, si tolse l’elmetto e se lo girò fra le mani. Aveva un sorriso che non presagiva nulla di buono, almeno per chi lo conosceva.

“Soldato Neil, cancella quel sorriso da figlio di puttana e sputa il rospo!” disse il capo Team in tono serio. “Ti conosco fin troppo bene per capire che c’è qualcosa che non va.”.

Tergiversò osservando fuori dal finestrino opaco, oltre i due compagni che gli sedevano di fronte: “Posso parlare liberamente, capo?”.

Jonathan acconsentì.

“Oggi non faremo prigionieri e possiamo usare tutto l’esplosivo che vogliamo, a patto che portiamo fuori quel tizio in camice bianco.” fece una pausa, come per scegliere le parole adatte, “Qual’è la fregatura, capo?”.

“Nessuno ha detto che sarà una passeggiata.” rispose Jonathan fissandolo negli occhi.

“Insomma, non avremo a che fare con i talebani, vero?” chiese Bobby Groum.

“No, oggi no. Avremo di fronte uomini ben più preparati, forse russi o chissà cosa. Il comando non ha spiegato ogni singolo dettaglio perché confida nella nostra professionalità.”.

“Dettagli…” ripeté Harry Council, fuciliere e più giovane della squadra. “Oggi qualcosa andrà storto, me lo sento.”.

* * *

Le quattro jeep si fermarono ad un centinaio di metri dalla struttura e gli uomini smontarono velocemente, armi e attrezzature alla mano. Si dispiegarono lungo la via e attesero che il primo Team raggiungesse un punto riparato.

Correvano chini, si appostavano e coprivano gli altri Team. Facevano poco rumore, non parlavano ma facevano gesti con le mani: un’intesa perfetta.

L’adrenalina scorreva a fiumi, come sempre in questo tipo di operazioni. Prima di muoversi da un punto sicuro, era importante valutare ogni possibilità di errore. Non dovevano essere scoperti, altrimenti l’intera missione sarebbe stata annullata.

Il Team Dream 1 guidava le operazioni e aveva il compito di raggiungere per primo l’edificio diroccato che sorgeva nelle vicinanze delle recinzioni.

Bobby Groum si staccò dal resto della squadra e si appostò vicino all’angolo ovest dell’ultimo incrocio. Davanti a sé c’era una macchina parcheggiata, la carrozzeria abbozzata e finestrini distrutti.

Prese il suo M40 (fucile da cecchino) e si appostò sotto al paraurti anteriore. Usò l’obiettivo dell’arma per controllare il perimetro recintato, poi le due torrette poste agli angoli. Controllò i movimenti delle sentinelle, o che non ci fossero minacce immediate.

“Qui Uno Quattro: la via è sgombra! Stanno controllando l’interno!” disse sottovoce.

Si girò a destra e vide i compagni che corsero verso l’ingresso dello stabile. Per scrupolo controllò una seconda volta le torrette. Gli uomini di guardia avevano altro a cui pensare, per adesso.

Gli altri due Team seguirono il primo.

Avevano guadagnato il primo obiettivo: conquistare l’edificio che si ergeva di fronte alla struttura che dovevano attaccare di lì a poco.

“Uno Quattro, adesso è il tuo turno! Le torrette sono sotto tiro, muoviti!”.

Bobby si nascose dietro la fiancata dell’auto e si preparò a correre verso l’ingresso.

 

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