“Quando il sole muore” 6° Parte

 

Glen Johnson fu di nuovo solo nell’appartamento, dopo che Tom Wilson rivalutò il tizio del camper e tutto quello che gli aveva raccontato sul conto di Glen. I due uomini uscirono dalla stanza 211 senza quasi nemmeno salutarlo. Il vice sceriffo avrebbe messo volentieri le manette al presunto rapitore della bambina, se solo le avesse portate con sé.

Posso uscire adesso?” la voce di Lucy era incerta e spaventata.

Glen trasalì: “Certo che puoi, piccola!” e l’aspettò davanti all’ingresso della camera.

Lucy Carson aprì la porta e si tuffò fra le sue braccia, abbracciandolo stretto. Aveva gli occhi lucidi e rossi, come se avesse pianto da poco. Non gli disse nulla ma rimasero fermi: Glen era in ginocchio e teneva stretta Lucy a sé. Le avrebbe detto mille parole per rassicurarla, ma forse il silenzio che si era creato, quell’atmosfera di sicurezza, valevano più di tutte le frasi che gli vorticavano nella testa.

Lucy si allontanò da lui: “Grazie per quello che stai facendo!”.

Glen le sorrise e si mise in piedi, un fascio di luce penetrò nella stanza dalle persiane ancora socchiuse, illuminando il pavimento. Il sole si stava alzando, scacciando via qualsiasi minaccia della notte precedente. E presto avrebbero proseguito il viaggio verso Resurrection.

Adesso una buona colazione non ce la toglie nessuno.” le disse Glen. Ed era anche certo che Lucy sarebbe uscita dall’appartamento con lui.

Si chiusero la porta alle spalle e si fermarono a fissare il cielo azzurro, uno vicino all’altra. Il camper era parcheggiato nei pressi delle tettoie e l’aria era frizzante e fresca. Glen si chiese cosa stesse pensando Lucy in quel momento: la conosceva da un giorno appena e non sapeva cosa provasse per lei. Forse tenerezza, perché era una ragazzina piuttosto sveglia, vivace non proprio anche per quello che le stava accadendo intorno. Si ritrovò a pensare al regalo che le aveva fatto la sera prima: un pigiama semplice, che forse l’avrebbe fatta sorridere perché non ne indossava uno da chissà quanto tempo.

Oasi Park era circondato da colline e boschi di abeti e altri alberi a grosso fusto, praticamente un paradiso piuttosto isolato, solo da un lato c’era l’ingresso dell’Interstatale 46. Poco cemento in ettari di natura quasi incontaminata. Anche l’aria che si respirava sembrava pulita dai fumi di scarico delle auto.

Ti piace questo posto?” chiese a Lucy.

E’ tutto troppo tranquillo e silenzioso.” gli rispose alzando lo sguardo su di lui. “Però mette fame!” disse sorridendo.

Alcuni bambini, insieme ai genitori, passeggiavano nell’area pick nick e le loro voci avevano attirato l’attenzione di Glen e di Lucy. Poteva sembrare tutto normale, come se la gente potesse permettersi di progettare vacanze o scampagnate, ma era tutta apparenza.

Buon giorno.” disse Betty ad entrambi, indossava un camice bianco senza alcuna macchia, un paio di jeans e degli scarponcini con il tacco basso. I capelli scuri erano legati in una lunga coda e il viso era raggiante e illuminato dal sole.

Buon giorno.” risposero in coro Glen e Lucy. Quel saluto li aveva fatti girare dalla parte dell’ingresso dello Store.

C’è un tavolo pronto per voi, se volete fare colazione.”.

Era proprio quello che volevamo fare.” rispose Glen con un sorriso, “”E grazie per l’ospitalità.”.

Mangiarono con appetito un’abbondante colazione quasi senza dirsi nulla. Nella sala non erano soli, ma in compagnia di alcune famiglie, o persone che viaggiavano sole. C’era un camionista in fondo all’ultimo tavolo, che spesso osservava dalla finestra il panorama, i parcheggi e le tettoie. Era un uomo corpulento, con baffi e barba nera e folta e indossava dei jeans logori e una camicia a scacchi colorata. A Glen gli sembrava piuttosto un boscaiolo per l’abbigliamento, non uno che portasse dei camion. Decise che l’avrebbe tenuto d’occhio: spesso il suo sesto senso sbagliava di rado.

Ti squilla il telefono!” lo avvisò Lucy.

Glen sorrise alla bambina, si pulì la bocca con il tovagliolo e fissò il cellulare che s’illuminava ad intermittenza. “E’ solo un messaggio.” le volle precisare come a non dargli importanza.

Leggilo, magari è importante. Anzi, puoi farlo ad alta voce?”.

Glen non le rispose, ma infondo che male c’era? Il mittente era David Cooper, il suo amico programmatore, quasi un segretario per lui. Un aiuto inestimabile di questi tempi, soprattutto per chi era un Agente Federale in missione. Poteva procurargli qualsiasi tipo d’informazioni perché sapeva dove cercarle e aveva molte fonti.

Ciao Glen. Spero tu sia ancora ad Oasi Park e, se hai intenzione di partire oggi, rinuncia e trovati un posto sicuro per le prossime 24 ore. Non ve la passerete bene lì, te l’assicuro, e se non c’è un bunker sotterraneo, trovati qualcosa di simile. Chiamami appena leggi il messaggio, il mio numero è pulito.

Glen Johnson aggrottò le sopracciglia, non aveva letto l’intero messaggio ad alta voce per non spaventare Lucy. “Aspettami un attimo qui, torno subito, intanto finisci di mangiare, ok?” le disse alzandosi dal tavolo. La bambina capì che c’era qualcosa che non andava, non era stupida, ma non fece domande.

Uscì dal locale raggiungendo le tettoie sotto cui era parcheggiata la sua Tuareg. Si appoggiò allo sportello lato guida e fece partire la chiamata verso Cooper, intanto controllava di essere solo.

Ti ascolto!” disse appena sentì la sua voce dall’altra parte della linea.

David rise: “Nemmeno un saluto?”.

Per i saluti c’è tempo, per le informazioni vitali ne abbiamo un po’ meno!” gli rispose secco.

Cooper non rispose subito, Glen sentiva che stava schiacciando dei tasti per avviare chissà quale programma. “C’è un problema grosso Glen, in quella zona sta per arrivare una tempesta veloce ma distruttiva. Venti costanti e raffiche potenti: potrebbero spazzare via l’intera Oasi. In più sai bene cosa succede quando nuvole basse e molto scure coprono una zona durante il giorno…”.

E’ come se la notte arrivasse prima.” continuò Glen al posto suo. Sapeva bene cosa intendeva dire, gli era già accaduto quando aveva perso parte della sua vita, quando Jennifer non era sopravvissuta e lui si. Un giorno maledetto quello, che lui non scorderà mai per il resto della vita.

Ci sei ancora?” gli chiese Cooper.

Certo!” rispose serio.

Allora non partire, ma coinvolgi tutti quelli che ti possono aiutare per passare vivi queste ventiquattro ore. Sei tu la mente operativa, io non saprei da che parte cominciare fossi in te.”.

Glen sorrise: “A volte riesci a tirare su il morale, sai?”.

No, sono solo un topo da scrivania, che sta bene nella sua tana e non cerca rogne fuori di qui!”.

Ho bisogno di prove concrete per convincere la gente a collaborare. Alcuni mi seguiranno senza fare commenti, ma altri mi creeranno parecchie grane.”.

Glen, vai nell’ufficio dell’Oasi, ti sto mandando un fax della copia del bollettino, così la mostrerai a chi farà delle storie. Sarà una mappa molto dettagliata sulle coordinate, sui venti di rinforzo e le pressioni a terra. Ah, le fonti sono più che attendibili.”.

Glen decise a mente come si sarebbe comportato, con chi avrebbe parlato per primo e anche come scongiurare la probabile fine dell’Oasi. Ma si fece alcune domande, che le comunicò a Cooper: “Perché il Servizio Nazionale Meteorologico non ne ha dato notizia?”.

David Cooper fece una risata amara, come se non volesse parlare di questo argomento ma Glen era testardo.

Nelle città non ce la passiamo molto bene come vogliono far credere. Durante le notti ci sono sempre più vittime, le strutture presto cominceranno a collassare ed è sempre più difficile sopravvivere per gente come me. Alcuni satelliti hanno smesso di funzionare e i governi in tutto il mondo cominciano una graduale censura sulle notizie che vanno date.”.

Glen se l’aspettava una simile risposta. Salutò David Cooper e mise il telefono in tasca, poi andò spedito verso l’ufficio di Betty e per parlare con Tom Wilson.

 

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