“Quando il sole muore” 4° Parte

Glen non aveva mai avuto figli, ma una moglie sì che l’aveva avuta e solo lui sapeva quanto gli mancasse. Sei mesi senza la sua Jennifer gli erano sembrati anni senza ossigeno. Forse, il paragone migliore, non era quello. Ma c’era un’altra cosa, un segreto che sapevano soltanto lui e Jennifer. E lei non c’era più, scomparsa come tante altre persone negli ultimi mesi. Jennifer gli aveva detto di essere in cinta di qualche settimana, poi l’aveva persa per sempre!

Posso lavarmi i denti?” chiese Lucy affacciata alla porta del bagno.

Glen tornò al presente: si trovava in bagno, la sua immagine riflessa allo specchio gli mostrava due occhi rossi, tratteneva alcune lacrime a stento. Le mani strette al lavandino come a non perdere l’equilibrio.

Certo che puoi. Il bagno è tutto tuo.” e uscì recandosi in camera sua, cambiandosi per la notte: boxer e maglietta bianca. Diede il nuovo pigiama a Lucy, che lo guardò stupita.

Spero che il modello ti piaccia.” le disse porgendoglielo.

Lucy corse in camera a metterselo, il suo viso si era illuminato in un sorriso che Glen non aveva mai visto. Chissà i rapitori in che stato la facevano dormire, si era chiesto.

Mise a letto la bambina, rimboccandole la coperta. Non sapeva cosa dirle, se restare vicino al suo letto per farle un po’ di compagnia. Glen si trovava in una situazione anomala, mai vissuta prima. Non aveva nemmeno voglia di parlare, ma forse si sarebbe dovuto inventare qualcosa.

Secondo te tornerà tutto come prima?”. I suoi occhi lo fissavano nella penombra della stanza, mentre la luce del sole moriva in un lento tramonto. Una sirena prolungata, simile a quella di un bombardamento imminente, annunciava di non uscire dagli appartamenti per nessun motivo. I lampioni esterni si accesero in successione, illuminando il perimetro di sicurezza.

Non lo so” le disse sedendosi sul bordo del letto, “ma posso dirti che c’è gente che ci sta lavorando giorno e notte.”. Le sorrise, cercando di essere più convincente, poi si alzò per andare in camera sua.

Puoi lasciarmi la luce accesa?”.

Glen assentì con un gesto: “Adesso dormi, così domani partiremo presto.”, lasciò accostata la porta della camera.

Controllò il cellulare ma non vide né chiamate, tanto meno messaggi. Si affacciò alla finestra, sbirciando dalle persiane di legno chiuse appena entrato. Sembrava tutto calmo là fuori, a parte il ronzio dei generatori. Era un rumore a cui ci si abituava presto. Si accorse di comportarsi in maniera strana, che non aveva mai fatto. Forse c’era una spiegazione: ora aveva un’altra responsabilità che si chiamava Lucy. Dopo aver passato mesi a pensare a sé stesso, solo alla sua inutile sopravvivenza, il solo fatto di dover cambiare modo di vivere e anche solo gli atteggiamenti, a Glen non andava e non si sentiva a suo agio.

Si sdraiò sul letto, le mani sul cuscino a reggere la testa, e socchiuse gli occhi. Non c’era un assoluto silenzio, ma dalle pareti poteva percepire voci ovattate, come sussurri. Dall’esterno udì un nuovo rumore, come un rombo di motore di un’auto. Forse di un camion. Così si alzò per controllare.

Sbirciò attraverso la finestra e vide i fari, una sagoma grossa fermarsi nei pressi del parcheggio.

Che cosa succede?” chiese Lucy alle sue spalle.

A Glen quasi venne un colpo: “Niente di importante” le disse voltandosi, “perché non torni a dormire?”.

Quel rumore là fuori…”.

Glen tornò alla finestra, cercando dettagli sui nuovi arrivati. Da destra provenivano altri suoni, voci di persone che urlavano. Fuori era buio, a parte all’interno del perimetro fra parcheggio, motel e l’altra parte dell’edificio. Una delle voci era del vice sceriffo che si era fermato all’ingresso. Chiunque fosse giunto in piena notte, o era un pazzo o un incosciente.

Vide un camper fermo a cinque metri dal suo appartamento.

Lucy cominciò a piangere, prima non la sentiva nemmeno ma dopo sopraggiunsero i singhiozzi: quel camper apparteneva ai due rapitori della bambina. Era come se lei avesse riconosciuto il suono del motore e le avesse provocato terrore, paura.

Lei si avvicinò a Glen da dietro e lo strinse forte in un abbraccio: “Non mi prenderanno, vero?” chiese fra le lacrime. Lucy tremava, persino la sua voce.

Glen si voltò e la prese in braccio stringendola: “Non gli permetterò più di toccarti!”. La riportò in camera sua, perché meno sentiva quelle voci e meglio era per lei.

La rimise al letto chiedendole di aspettare in silenzio, con lui era al sicuro. Attese qualche istante pensando a come muoversi: doveva uscire dall’appartamento per recuperare l’arma e il distintivo, ora che faceva di nuovo parte dell’agenzia per cui aveva lavorato. Inoltre non sapeva che intenzioni avessero. Era l’unico a sapere chi fosse realmente la coppia appena giunta.

Si vestì di corsa, mettendosi pantaloni e camicia sbottonata.

Aprì la porta e se la richiuse alle spalle, la schiena appoggiata alla parete. Vide Tom Wilson che si sbracciava a un paio di metri dall’ingresso dello store, i pannelli di compensato appoggiati da una parte per aprirsi un varco. Molta gente si era svegliata con quel baccano, le urla del vice sceriffo che spiegava come raggiungerli. La coppia non era ancora scesa, forse la donna aveva paura di scendere dal camper.

Tom vide Glen fuori dalla stanza: “Che cosa fai?” gli urlò, il motore era ancora acceso, anche le luci di posizione. “Torna subito dentro!”.

Prendo una cosa in macchina!” gli rispose Glen.

Sei pazzo? Vuoi che ti prenda? Ma che vi succede a tutti oggi?”.

Glen afferrò le chiavi della Tuareg dalla tasca dei pantaloni, per la fretta non era convinto di averle lasciate nella tasca. Azionò il telecomando e l’aprì.

Fece due respiri profondi e si concentrò nella corsa, era questo uno dei trucchi per non farsi prendere. Superò il camper passando davanti alla cabina e percepì la voce della donna che gli chiedeva aiuto, ma lui neanche si era voltato.

Aprì il portabagagli e si tuffò all’interno dell’auto. In pochi secondi aveva aperto il cruscotto, afferrando pistola e distintivo. Prese anche un paio di caricatori in più e una torcia alogena che teneva sotto a uno dei sedili anteriori. Riprese fiato controllando il parcheggio. Sembrava tutto a posto, senza alcuna minaccia, ma le tragedie si erano sempre consumate così, quando gli uomini erano sicuri di essere al sicuro.

Accese la torcia, anche se i fari del perimetro illuminavano quasi tutto a giorno. La parte anteriore della Tuareg doveva essere quella più esposta, lì cominciava la penombra, il confine sottile tra salvezza e morte certa. Glen sapeva che fosse in agguato, percepiva quella presenza.

Uscì dal portabagagli e rifece la strada a ritroso, senza ripensamenti, correndo veloce davanti al camper. Prima di rientrare nell’appartamento vide Tom Wilson che imbracciava un fucile a doppia canna.

Uscite da quel cazzo di camper!” urlò il vice sceriffo, “E correte nella mia direzione.”.

Glen aprì la porta, ma rimase a fissare la scena. Era convinto di non correre più rischi, grazie ai lampioni che lo proteggevano.

L’uomo del camper aprì lo sportello a lato guida, urlò qualcosa alla donna e solo dopo scese. La donna lo seguì dalla parte opposta, correndogli dietro. Giunsero davanti all’ingresso dello store dopo una decina di secondi – forse i più lunghi della loro vita – e scomparvero all’interno della struttura. Solo dopo Tom Wilson afferrò i pannelli per chiudere l’apertura.

Glen ricominciò a respirare, si accorse di avere il cuore in gola per quei due. Era buffo temere per la vita dei due rapitori, ma lui sapeva cosa sarebbe successo se quella cosa li avesse presi.

Rientrò dentro chiudendo la porta a chiave.

 

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