“Uno sguardo dall’altra parte”

 

Roma – Lunedì 14 dicembre – 13:59

Guido Crispi prese la sua decisione: attraversare il lucernario, quella finestra che gli permetteva di accedere al tetto di casa sua. E non c’erano antenne satellitari da riparare, né tegole da sistemare. Lui voleva soltanto osservare ciò che c’era all’esterno.

Ricordò l’attimo in cui aveva varcato la finestra, usando una scala in alluminio. Aveva sentito un piacevole formicolio per tutto il corpo, infine i tiepidi raggi del sole cominciavano a riscaldarlo.

E’ stato facile, pensò una volta alzatosi in piedi. Per fortuna non soffriva di vertigini.

* * *

Amanda Bracci entrò in casa e si chiuse la porta alle spalle. Si tolse il giaccone fradicio maledicendosi di non essersi portata dietro un ombrello.

Amore, sono in casa!”. Silenzio.

La donna salì le scale, entrò nella camera da letto, ma di suo marito non c’era traccia. Solo un foglio sulla piccola scrivania. C’erano diverse righe scritte e la calligrafia la conosceva bene.

Se state leggendo questo scritto, vuol dire che io non ci sono più. Ehi, non mi riferisco a quello che state pensando, ma solo che avrò preso una decisione da cui forse non tornerò indietro.

E’ molto che ci penso e sto ancora valutando cosa fare.

Ma c’è anche un’altra cosa di cui voi non siete a conoscenza: ho aperto una finestra da cui spesso osservo…e valuto, cerco anche di capire quelli che vivono lì.

Forse sto correndo un po’ troppo, perché voi non potete capire il mio stato d’animo dopo la scoperta che ho fatto proprio in casa mia.

Mi chiamo Guido Crispi e ho 35 anni. Cosa faccio nella vita? Magari, se questo documento dovesse finire nelle mani di uno sconosciuto, potrebbe chiederselo. Intanto vivo a Roma e ci lavoro. Sono anche sposato da quattro anni con Amanda, che ha tre anni meno di me.

Scusate, forse sto divagando, ma credo che, per capire per quale motivo abbia preso questa decisione, qualcosa su di me dovreste saperla.

* * *

A Roma piove a dirotto e io me ne sono tornato a casa prima del previsto. Mia moglie è rimasta giù al bar, mentre io cerco di riposare un po’.

Ah! Con mia moglie non tira una buona aria, credo sia un po’ anche colpa del lavoro che facciamo.

Vi devo fare una confidenza: amo ancora quella donna, ma quando s’innescano quelle stupide discussioni su sua madre…

Ho deciso. Prendo la scala, una corda e vado a vedere cosa c’è là fuori.

Se continuerete a leggere questo scritto, vuol dire che sono tornato indietro.

Dio, quanto sono curioso di quello che c’è oltre quel lucernario!

Guido Crispi avanzò di qualche passo lungo le tegole del tetto, senza arrivare fino alla grondaia. Osservò la piazzetta deserta, sporca e piena di foglie secche. Il palazzo alla sua sinistra era chiuso, sprangato dall’esterno con delle travi di legno. Si trattava dell’università Cattolica.

Si fece coraggio e decise di scendere usando la corda. Una semplice occhiata, che male gli sarebbe potuto succedere?

A Roma quel giorno pioveva, le nubi erano cariche d’acqua, ma quando aveva aperto il lucernario si era ritrovato a fissare un cielo azzurro, privo di nuvole. Si domandò il motivo: dalla finestra della camera aveva visto persone con gli ombrelli, la pioggia scrosciante, pozze d’acqua sulle strade. C’era qualcosa che non andava in quel dannato lucernario!

Toccò terra con un piede, si guardò intorno furtivo. Sentì un’irreale silenzio.

Si abbottonò il giaccone e rimase perplesso. Si domandò: dove cazzo sono andati a finire tutti i piccioni? E i gabbiani? Non vide nessun volatile!

Vide due persone camminare a passo svelto per la strada vicina: “Scusate!”, Guido oltrepassò la siepe che delimitava la piazzetta. “Scusate, io…”. Lo superarono senza guardarlo, proseguendo per la via.

Ma che gente ospitale!” disse a bassa voce. Fece in tempo a voltarsi e scansarsi, che un taxi quasi lo investì. Guido riuscì a vedere il numero di targa e notò che, all’interno dell’auto, c’erano almeno cinque persone. La targa era gialla, con i numeri neri.

In lontananza sentì alcuni rombi, quasi dei tuoni, ma simili a cannonate distanti.

I negozi sulla strada erano chiusi, alcune macchine parcheggiate avevano le gomme a terra ed erano impolverate. Roma sembrava disabitata, quasi abbandonata a sé stessa, nella totale incuria.

Guido Crispi si sentì depresso, alzò la testa per osservare il cielo e vide nuvole scure cariche di corrente elettrostatica. Ci mancava solo il temporale, pensò guardando oltre i tetti delle case.

Aveva appena deciso di risalire sul tetto di casa, quando sentì un cigolio da qualche parte, forse dietro di lui.

Si girò e vide uno sportello di un’Alfa 75 leggermente aperto.

Ehi, testa di cazzo, vuoi per caso farci uccidere tutti?”.

Guido intravide un volto all’interno di quella macchina. Da quant’è che non vedeva un’Alfa 75? Tornò al presente.

Dici a me?”.

Vedi qualcun altro qua in giro? Presto, entra!”. L’uomo aprì lo sportello e gli fece posto.

Per una decina di secondi non si dissero nulla. Guido osservò l’abitacolo mentre l’altro sedeva al posto del guidatore: c’era una puzza orrenda e cartacce ovunque. Nei sedili posteriori vide un sacco a pelo e, all’interno di un vecchio bicchiere di plastica, uno spazzolino con un tubo di dentifricio.

Tentò di rompere il ghiaccio: “Questa è la tua casa?”. Il tizio lo fissò con la testa di sbieco, aveva la barba lunga, incolta, e il viso un po’ trasandato. Ma non gli sembrò un barbone.

Dì un po’, tu non sei di queste parti, vero?”.

Guido non rispose subito: la città in cui abitava non era ridotta in questo modo. Tornò con la mente al suo lucernario, cercando di comprendere cosa gli fosse successo.

Pronto? C’è nessuno in casa?”. Guido alzò gli occhi sui suoi: “E’ una storia un po’ lunga da spiegare.”.

Le mani del tizio tremavano leggermente, le vide quando tentò di muovere la rotella per abbassare il suo sedile. “Adesso accucciati e non guardare verso il finestrino.” disse con tono più basso.

Guido cominciò a preoccuparsi, fino a pochi minuti prima stavano parlando in tono normale. Pensò che quell’uomo soffrisse di qualche disturbo.

Comunque fece come gli era stato detto.

Alcune gocce d’acqua caddero sul parabrezza, sul tettino, finché divenne uno scroscio. Le nuvole sembravano essersi abbassate, provocando l’effetto della foschia, oppure della nebbia. E, in lontananza, si udirono dei rumori di passi.

Stanno arrivando!” bisbigliò il tizio. Si era messo di lato sul suo sedile, quasi in posizione fetale, gli occhi chiusi e le sue labbra sembravano muoversi per recitare una preghiera.

Guido sentì un curioso rumore: Tump…tump…tump. Gli venne in mente il film tratto dal romanzo di Crichton: Jurassik Park. Ci rifletté perché era lo stesso rumore che faceva il T – Rex mentre camminava. Inoltre sentì dei fruscii e, mosso da una spasmodica curiosità, girò la testa verso il finestrino.

Sentì l’uomo al suo fianco mentre piagnucolava piano. Vide un essere alto, dal colore grigio scuro e una forma quasi gelatinosa, che procedeva lunga la via. Alcuni tentacoli dello stesso colore tastavano il terreno, strusciavano sulla fiancata della loro macchina. Vide altri esseri seguire il primo. Cercò di trattenere il respiro.

Che cazzo sono quelli!” disse in un bisbiglio.

L’uomo gli mise la mano davanti alla bocca. Rimasero in quella posizione, immobili, mentre i passi distinti proseguivano. I fruscii anche. La pioggia continuava a cadere incessante, coprendo di poco quei rumori che entravano fin dentro le viscere. Sembravano quasi assordanti.

Tornò il silenzio, la foschia sembrava essersi diradata e l’uomo smise di piagnucolare. Tirò sul col naso e si pulì con l’avambraccio.

Guido era rimasto sdraiato e non sapeva per quanto: minuti, ore? Ripensò a quello che aveva visto. La pioggia non cadeva più, ma le nuvole si erano trasformate in un tetto grigio e persistente.

L’uomo si girò di scatto verso Guido e lo prese per una manica del giaccone. Occhi negli occhi gli disse: “Non siamo più al sicuro qui dentro!”. Lui si sentì preda dello stesso terrore dell’uomo.

Si!” disse, “Ma quelli che cazzo erano!”.

L’uomo sbuffò spazientito e lo lasciò. Si portò le mani al viso stropicciandoselo, come per prendere tempo e riflettere: “Possibile che tu non sappia niente?”.

Era su tutti i giornali, le televisioni e le trasmissioni radiofoniche! Quegli stronzi di scienziati al Cern, a Ginevra, avevano scoperto…come diavolo si chiama?” si picchiò la fronte con il palmo della mano.

Ah, si! L’antimateria! Volevano rivivere gli attimi prima del Big Bang, poi hanno creato quella cosa lì e l’hanno messa da parte per studiarla…ma tu non immagini cosa diavolo è successo dopo!”.

La so storia del Cern, cazzo!” disse Guido tirando su il suo sedile. Si girò a fissare il tizio: “Ma quelli da dove sono usciti?”.

Se mi fai finire…”. Disse, anche se aveva una faccia contrariata per l’interruzione. “…c’è stato un guasto e un’esplosione. Nessuno ne sapeva niente perché non hanno fatto in tempo a capire, né a dare l’allarme.”.

Il tizio ghignò: “Quelle teste di cazzo di scienziati sono stati i primi pasti di quei….mostri!”.

Ma da dove vengono?”.

L’altro si mise in una posizione più comoda: “E cosa vuoi che ne sappia? L’unica cosa che so’, è che vengono quando piove e uccidono gli umani quando l’incontrano. Forse, ma questa è solo una mia ipotesi, quei bastardi vivono grazie all’acqua e un po’ del nostro ossigeno.”.

Si portò una mano sul viso e, Guido, vide le sue guance rigate da alcune lacrime. “Ricordo la prima volta che sono venuti. Pioveva e…non puoi capire quanti ne hanno presi. E’ stato orrendo! Prima li hanno mutilati con quei cazzo di tentacoli e poi…”.

Guido tornò a fissare il cruscotto, dopo si girò a destra e vide l’università. “Perché non ti sei barricato lì dentro?” chiese indicandola.

Non ci entrare lì, amico. E’ piena di esplosivo. Ce lo avevano messo quello delle Squadre Speciali prima di finire come…poltiglia e poi essere ingurgitati da quei mostri.”.

Rimasero alcuni minuti in silenzio. Guido si sentiva confuso, eppure li aveva visti camminare a pochi metri da lui, sentiva ancora quei rumori ronzargli nelle orecchie.

Senti, io non ci resto qui a morire. Grazie per avermi salvato la vita.” disse allo sconosciuto. Aprì lo sportello e mise i piedi a terra. Uscì dall’auto senza voltarsi, sentendo la frase del tizio che diceva: “Ma dove cazzo vai! Sarai il prossimo pasto delle bestiacce! Dai retta a me, amico!”.

Guido richiuse lo sportello e, guardandosi attorno, corse verso la corda. Si arrampicò con tutte le forze, puntando i piedi sul muro dell’edificio. Mentre si issava su, sperava che non ricominciasse a piovere.

Mise un ginocchio sulla prima fila di tegole e si tirò fin sopra il tetto. Il sudore gli colava dalla fronte, anche se faceva piuttosto freddo. Si fermò a guardare il lucernario ancora aperto e intravide la scala di alluminio.

Rimase dieci secondi a fissare quel varco.

Amore, sono tornato!” e scese al piano inferiore. La moglie abbracciò Guido, chiedendogli dove fosse finito per tutto questo tempo. Era persino salita sui primi gradini della scala, ma ci aveva rinunciato pensando ad uno stupido scherzo.

Perché fai provare un po’ di ebbrezza a tua madre?” chiese con tono da angelo.

In che senso?”, Amanda rimase perplessa.

Dal tetto si vede un splendido panorama, credimi. E tua madre lo apprezzerà molto.”.

La figlia la convinse, così seguì tutti e due fino in mansarda: “Devi solo uscire e osservarti intorno.” le disse Guido.

La donna si convinse, dare una sbirciatina che male le avrebbe fatto? Uscì fuori dal lucernario, avvisando che aveva percepito una leggera scossa salendo sul tetto.

Guido chiuse la finestra mentre alcune gocce d’acqua stavano cadendo sul tetto, ma tanto la donna si era portata dietro un ombrello.

I coniugi Crispi denunciarono la scomparsa della donna due giorni dopo. Il suo corpo non fu mai ritrovato.

 

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