“Quando il sole muore” 1° Parte

 Glen Johnson uscì dallo store sulla Interstatale 46 e si avviò verso i parcheggi. Aveva preso un caffè tanto per combattere il sonno e proseguire il suo viaggio.

Raggiunse la sua auto, una Tuareg della Volkswagen tutta nera e super comfort, l’ideale per la vita che aveva scelto di vivere. Schiacciò il tasto del telecomando e l’auto emise due segnali acustici, le frecce lampeggiarono un paio di volte come a salutarlo.

Si sistemò i capelli (che gli arrivavano alle spalle) fissando il riflesso sul finestrino anteriore, si tolse un po’ di polvere dal giubbotto in pelle ed entrò in macchina.

L’auto si accese a comando vocale: “Jennifer!” e il computer di bordo verificò il timbro di voce e fece partire il motore. I led del cruscotto si accesero in successione e una voce femminile invase l’abitacolo: “La prossima destinazione, Glen?”.

Trovami un albergo per la notte.”.

Ho percepito del risentimento nel tono della voce, qualcosa ti turba?”.

Glen appoggiò le mani sul volante, stizzito. Si chiese perché mai Cooper gli avesse aggiornato il software della Tuareg. La preferiva prima, Jennifer, taciturna e senza voglia di fare colloqui.

Guardò dallo specchietto laterale e vide una coppia appena uscita dallo Store. Li aveva già osservati prima, mentre beveva quell’intruglio schifoso che chiamavano caffè, quasi da mandare al bagno appena ingurgitato. Lui era un grassone stempiato, indossava degli eleganti pantaloni scuri e una camicia grigia. La donna, invece, era bella, alta e bionda. Portava degli occhiali da sole, una gonna che le arrivava alle ginocchia e una camicia quasi trasparente.

Tornò con lo sguardo sul cruscotto e si chiese cosa ci trovasse in quell’uomo. Probabilmente era ricco da fare schifo, si rispose.

Indovina un po’ Jennifer? Aspettiamo a partire, devo prima vedere una cosa!”. Il computer non rispose, così Glen fissò la coppia dirigersi verso un camper, l’unico che avesse visto in miglia e miglia di viaggio.

Glen Johnson era un osservatore impeccabile. Una volta era stato agente del F.B.I. con molto successo, e non grazie ai colleghi che gli venivano affiancati di volta in volta. Qualcuno aveva affermato che fosse colpa del caratteraccio che si ritrovava, ma chi poteva dirlo con certezza? Certo, di lui non si poteva dire che avesse un comportamento espansivo. Forse poteva sembrare un orso, un solitario che preferiva rimanere per i fatti suoi piuttosto che socializzare con dozzine di rompi coglioni. Ecco, Glen li definiva proprio così.

Aveva una corporatura sopra la media e amava portare i capelli lunghi fino alle spalle. A volte dava l’impressione di appartenere a qualche banda di città, non certo alle forze di polizia. E questo, più molti altri piccoli aspetti, lo avevano aiutato a mischiarsi alla comune gente mortale. Non aveva mai avuto grosse difficoltà ad infiltrarsi durante qualche missione.

Ma tutto questo, adesso, non aveva alcun senso per Glen. Da quando aveva lasciato la divisione degli agenti speciali, Glen aveva pensato a rifarsi una vita, un nuovo obiettivo. Ci stava lavorando da un po’ di tempo, da quando le cose erano cambiate per il mondo intero.

Il motore della Tuareg si spense in uno sbuffo, la voce sensuale di Jennifer disse: “Ricevuto Glen, attendo!”. Le luci si spensero e Glen rimase immobile: soltanto lo specchietto elettrico laterale si mosse per mostrargli il camper e chi ci viaggiava sopra.

Attese osservando e vide la coppia entrare dalla porta laterale e richiudersela alle spalle. Le loro voci gli giungevano lontane, quasi ovattate: era probabile che stessero discutendo a voce alta.

C’era qualcosa che non gli tornava e, la curiosità, vinse sul buon senso. Glen aveva due opzioni da valutare: aspettare per vedere cosa combinava la coppia, oppure fottersene e proseguire per il suo viaggio. Aspettò.

Vide aprirsi la porta del camper e una terza figura scendere dai due gradini. Una ragazzina, avrà avuto dodici anni, cadde sull’asfalto del parcheggio.

Glen rimase senza fiato, come se avesse visto un colpo di scena che non si aspettava, ma non mosse un muscolo. Solo gli occhi neri fissavano quello che stava accadendo.

Il suo cervello valutò diverse opzioni. Intanto si chiese chi fosse la ragazzina: la figlia della coppia, oppure la nipote in viaggio con gli zii. Scartò entrambe le possibilità. Il suo intuito da detective gli sussurrava una terza possibilità.

La bambina si alzò sui gomiti, sulle ginocchia ferite per la caduta, e cercò di rimettersi in piedi. Le urla dell’uomo, adesso, erano più forti. “Riprendila, puttana! Non deve scappare!”.

La donna saltò giù dal camper, quasi fosse stata spinta, atterrando con poco equilibrio. Rimase in piedi mentre la ragazzina cominciava una fuga rocambolesca. C’erano poche auto parcheggiate nel piazzale e, la più vicina, era proprio la sua Tuareg.

Vide la bambina correre verso di lui, le guance rigate dalle lacrime, ma nessun suono riusciva ad emettere la sua gola, come se avesse perso la voce. Probabilmente era sotto shock. Zoppicava cercando di sfuggire all’inseguitrice.

Glen Johnson decise di intervenire. Aprì il cruscotto sul lato passeggero e afferrò la pistola automatica di ordinanza e il distintivo federale, anche se non era più in servizio. L’adrenalina, come succedeva sempre, iniziò a scorrergli nelle vene. Da quanto tempo non gli succedeva più? Non se lo ricordava, anche se era come andare in bicicletta: una volta imparato ad assecondare e bloccare le paure, si riusciva sempre a fare la cosa giusta, fino a quel momento.

Fece due respiri profondi, intanto controllava lo specchietto laterale. La bambina era arrivata a dieci metri dalla sua auto. La donna la stava raggiungendo, anche se aveva paura di attirare troppo l’attenzione, così si guardava intorno, soprattutto l’ingresso dello Store. Le diceva di fermarsi, che andava tutto bene e che non le avrebbe fatto niente di male.

Glen controllò il caricatore e lo inserì togliendo la sicura. Prima di agire disse a Jennifer: “Accendi il motore! Ma lascia il controllo manuale inserito!”.

Sei sicuro, Glen? C’è un strana inflessione nel tono della tua voce. Vuoi eseguire lo stress test?”.

Il motore della Tuareg si accese e Glen non rispose alla domanda del computer di bordo.

La ragazzina si accorse che c’era qualcuno, avendo sentito la macchina accendersi. Aumentò l’andatura dei passi mentre, dalle ginocchia bianche, le scendeva un rivolo di sangue per la ferita. Strinse le labbra in un ultimo sforzo: la probabile salvezza. Tentò di attirare l’attenzione, ma non le uscì un vero urlo, oppure un richiamo di aiuto.

Glen aprì lo sportello di guida e scese dall’auto. Un allarme debole suonò nell’abitacolo, segnalando uno sportello aperto mentre l’auto era accesa.

Corri!” gridò alla fuggiasca, mentre allungò le braccia sul tettino e il calcio della pistola ben salda fra le mani. “Polizia federale!” urlò verso la donna, che quasi si fermò per la sorpresa. L’inseguitrice si bloccò in mezzo al parcheggio e alzò lentamente le mani.

Il tizio del camper uscì attirato dalle grida, forse anche da quel termine che non doveva sentire: polizia federale. Scese i gradini di ferro imbracciando un fucile da caccia e si guardò intorno.

La bambina raggiunse Glen dal suo lato della macchina e si accasciò a terra appoggiando la schiena alla ruota posteriore. Era al sicuro, ora. Qualsiasi cosa le volessero fare quei due bastardi, adesso Glen l’avrebbe protetta.

Quei due non potevano essere i genitori, tantomeno dei tutori.

La sparatoria durò pochi secondi e, il primo a fare fuoco, fu il grassone armato di fucile. Forse era andato nel panico e aveva valutato male le conseguenze delle sue azioni. Non sapeva chi avesse di fronte.

Glen Johnson lasciò perdere la donna, accasciata sul piazzale. Si era messa a piangere per la paura, come se stesse pregando nel modo che fanno gli arabi.

Si concentrò sull’altro tizio, che aveva fatto fuoco nella sua direzione. Il proiettile era sibilato nelle vicinanze, colpendo la tettoia del parcheggio. Così, prendendo la mira, lui aveva fatto fuoco sulla ruota più vicina del camper. E l’uomo si era spaventato, fuggendo dietro al grosso mezzo. La gomma aveva ceduto, accasciando da una parte il camper.

Aveva un margine di tempo piuttosto ampio.

Si mise il distintivo nella tasca del giubbotto e guardò la ragazzina che non smetteva di piangere e singhiozzare. Provò un senso di pena e compassione, che durarono pochi istanti, poi prevalsero il giudizio e l’istinto di sopravvivenza.

Alzati, adesso sei al sicuro, ma dobbiamo andarcene da qui!”.

La ragazzina tirò su col naso, si asciugò le lacrime col dorso della mano e fu aiutata a tirarsi su. Glen la fece salire dalla sua parte, dicendole di sedersi sull’altro sedile.

Entrò e chiuse lo sportello e l’allarme cessò di suonare: l’abitacolo fu immerso dal silenzio.

La nuova destinazione, Glen?” chiese la voce di Jennifer.

La bambina si girò in cerca della persona che aveva parlato, mentre Glen faceva retromarcia e dopo inseriva la prima per lasciare il parcheggio.

Non aver paura” le disse, “è solo la voce del computer di bordo!”.

La nuova passeggera si rilassò. Aveva smesso di piangere ma restava in silenzio, forse ancora in preda allo shock di poco prima.

Corse per quasi cinque miglia raggiungendo la velocità di 130 miglia orarie, controllando lo specchietto. Nessuno li seguiva e nessuno li precedeva. Scese a 90 miglia percorrendo la corsia di destra. Il sole era ancora alto, l’orologio di bordo indicava che erano le tre del pomeriggio e avevano tutto il tempo di cercarsi un posto sicuro per passare la notte.

La ragazzina aveva chiuso gli occhi, forse dormiva profondamente. Glen decise di lasciarla stare, di attendere che si svegliasse da sola, solo dopo le avrebbe fatto alcune domande per capire chi fosse e il motivo del suo rapimento.

Già, quella coppia del camper non potevano che essere dei rapitori. Si ritrovò a sorridere all’idea: chi mai, in quel periodo che viveva il mondo intero, poteva solo progettare un rapimento? Era una cosa assurda, insensata.

Fra dieci miglia c’è un’area per la sosta, con un motel per passare la notte!” disse Jennifer interrompendo il silenzio. Glen non aveva scelta, né altre alternative se non dormire in quel posto, sperando che fosse preparato a proteggere qualsiasi persona fosse giunta lì.

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