“Codice Rosso” 2° Parte

 

La vita per tutti scorreva normale, come se niente stesse per succedere, ma non per gli occupanti dei mezzi militari. Le vie del quartiere di Borgo, a Roma, brulicavano di persone, di turisti e residenti. C’erano molte attività aperte, un brulichio sommesso per le strade, mentre quattro jeep militari facevano ingresso in quella zona.

La gente si fermava e osservava incuriosita il passaggio di quelle jeep, con tanto di mitragliatrice montata sul tettino del mezzo. Qualcuno aveva azzardato che dovessero girare qualche scena di film in zona, magari un film d’azione che andavano per la maggiore.

Cristiano Cosimo, Alpha 2 nel Team Alpha, si occupava dell’armamento pesante e delle munizioni per gli altri membri della squadra. Era il più giovane del gruppo, ma in Pakistan, quando dovevano eliminare il bersaglio più importante della missione, non aveva avuto alcuna esitazione. Freddo e determinato, come dovevano essere tutti i membri del Team Alpha. Persino Angelo Comi ne era rimasto soddisfatto. Al capo Team Alpha gli piacevano le reclute che dimostravano coraggio e freddezza nella prima missione a cui partecipavano. Non che lo avesse preso sotto l’ala protettrice, questo no, ma era certo che Alpha 2 fosse salito due gradini sopra la scala di gradimento nei suoi confronti.

“Capo, ma davvero crede che succederà quello che hanno detto al breafing?” chiese Cristiano stringendo in mano la canna del mitra.

“Siamo qui per fermare qualsiasi tipo di contagio!” rispose il capo Team. La sua voce risultò fredda e determinata anche per il resto del gruppo, che si girò a fissarlo mentre auto parcheggiate e persone sfilavano ai lati della jeep.

Nessuno aggiunse nulla, mentre la radio di bordo gracchiava per la statica dopo un messaggio del comando centrale. A tutte le squadre, pronti all’ingaggio! Abbiamo la certezza assoluta che la fiala è stata rotta e il liquido ed il gas si sono sparsi nell’aria.

“Cazzo!” mormorò Angelo Comi.

David Dinolfi, Alpha 3, disse: “Quei coglioni si sono dimenticati di dirci quali sono le regole d’ingaggio!”.

Roberto Calvi, Alpha 4, estrasse il caricatore dal mitra, ne verificò il contenuto e lo rimise nell’alloggio. Era senza passamontagna ed elmetto ed il suo viso sbiancò all’istante, alcune gocce di sudore apparvero sulla fronte. “Ma come cazzo si fa, capo, Roma è piena di gente e…”.

“Tu pensa ad eseguire gli ordini del comando e quelli che ti darò io, per il resto non ti devi preoccupare. La gente se la caverà e, quando sentirà i primi spari, vedrai che si rifugeranno in qualche buco in attesa di istruzioni.” gli rispose senza guardarlo.

I quattro Humvee percorsero una via stretta e superarono un incrocio senza rallentare: un motorino quasi si schiantò su una macchina parcheggiata pur di evitarli. Giunsero davanti ad una piazza piccola e circoscritta: lì non c’erano vie di fuga se non quella stessa strada da cui erano venuti.

“Va bene, gli ordini sono di mettere i passamontagna, le maschere e gli elmetti! Presidiate la zona: che nessuno esca ed entri!” disse l’autista del mezzo.

Angelo Comi impartì di nuovo gli ordini ai suoi uomini, lasciando sul mezzo Alpha 5, al mitra piazzato sul tetto del mezzo. Così fecero anche le altre squadre.

Tutti gli uomini dei Team scesero dalle jeep, gli anfibi che toccavano i sampietrini producevano dei rumori sordi per via dell’eco della piazza, e la zona, stranamente, risultava troppo silenziosa.

Angelo Comi si guardò intorno, mentre stringeva in braccio l’arma carica ma in sicura. L’edificio principale aveva l’ingresso aperto, una bandiera italiana sventolava per la brezza della sera, i rami degli alberi si muovevano leggermente.

Si trovavano di fronte ad un’università cattolica.

Si dispiegarono lungo il perimetro della piazza, davanti a loro c’era una lunga siepe e, al centro di essa, una fontanella in marmo. Per accedervi c’erano due rampe di scale e il capo Team Alpha pensò subito di sfruttarlo a proprio vantaggio, ci avrebbe fatto montare un mitra con cartucce a nastro.

“E da lì” disse alla sua squadra, “avremo fuoco di soppressione in caso di problemi! Ci sono domande?”.

Nessuno ne fece, anche se miliardi di domande vorticavano nelle loro menti.

I capi squadra si riunirono dietro le jeep e vi rimasero per diversi minuti: c’erano le direttive del Comando che andavano fatte rispettare ad ogni costo. Alcuni uomini si erano spinti oltre la siepe, perché l’ingresso dell’università era aperto, ma non sembrava esserci movimento all’interno.

Qualcuno aveva gridato, ma il suono della voce era pervenuto agli auricolari dei soldati. “C’è un civile a terra!” aveva avvisato subito dopo. Il militare apparteneva al Team Charlie: si era inginocchiato al fianco del corpo, lo aveva voltato controllandogli il battito cardiaco.

“E’ morta!” disse ai colleghi. Si trattava di una ragazza, probabilmente una studentessa che si era seduta su una delle panchine in marmo. Ipotizzarono che fosse morta per un attacco cardiaco, o chissà cos’altro.

Angelo Comi controllò il cadavere e diede ordine di portarlo via ai suoi uomini, in attesa di un’unità militare che lo prendesse in consegna. Erano le 18:13 quando iniziò a degenerare tutto in caos e orrore.

Gli occhi della ragazza si aprirono, le braccia si mossero in uno spasmo, poi le gambe come se avesse un attacco di convulsioni. Il capo Team Alpha cadde a terra per lo spavento.

Fu tutto così veloce ed imprevedibile.

La donna si mise seduta, indossava jeans e una camicetta bianca, un reggiseno nero si vedeva attraverso il tessuto della camicia. Aveva un viso bello, lo aveva avuto prima del decesso, ma ora era pallida come un cadavere e gli occhi… gli occhi avevano perso il colore naturale, adesso erano opachi.

“Ma come cazzo fa…” disse qualcuno alle spalle di Angelo Comi, aveva parlato nel microfono messo all’interno della maschera.

Angelo Comi fu aiutato a rialzarsi, mentre la ragazza stava ancora seduta a terra e cominciava a guardarsi attorno. Posava lo sguardo su di lui, poi sui colleghi che gli stavano vicino.

Cristiano Cosimo, il più giovane della squadra, si affiancò al capo Team: “Ma non era morta?”.

Lui si voltò verso l’interlocutore, s’intravedevano appena gli occhi dalla maschera, “Quella ragazza è morta!”.

“E allora che cazzo ci fa seduta?”.

Il capo Team Alpha non gli rispose, tolse la sicura dal suo mitra M4A1 e lo puntò sulla ragazza, mirando alla testa.

Qualcuno tentò di fermarlo parlandogli via radio. Nessuno era certo che fosse morta e adesso tutto sembrava tranne che priva di vita.

Udirono delle urla provenire dall’edificio dell’università, così tutta l’attenzione si spostò verso l’ingresso aperto. “E adesso?” disse qualcuno. Si misero tutti in allarme, caricando le armi concentrandosi sul nuovo problema.

La ragazza si mise in ginocchio muovendosi adagio, come se tastasse il terreno sotto di lei, fissò un soldato che gli voltava le spalle e si mosse nella sua direzione. Le mani afferrarono una gamba e strinsero forte finché la bocca arrivò al polpaccio.

L’urlo del soldato giunse in tutti gli auricolari, nessuno lo avrebbe dimenticato per un pezzo, era un misto di sorpresa, dolore e paura.

Angelo Comi reagì subito. Colpì la donna con il calcio dell’arma, proprio sulla guancia sinistra, scaraventandola ad un paio di metri dal soldato. Aveva la bocca sporca di sangue e una ferita al viso, forse anche qualche frattura. Aveva perso qualche dente che giaceva sui sampietrini della piazza.

Non esitò più e le sparò due colpi al petto. Altro sangue uscì dalla nuova ferita, ma la donna non rimase a terra immobile, tutt’altro. Il suo sguardo si posò su Angelo Comi e digrignò i denti sputando altro sangue sulla camicia già macchiata.

“Sparate alla testa!” urlò qualcuno.

Angelo Comi appoggiò il calcio dell’arma alla spalla e prese la mira. Sparò un solo colpo colpendola in fronte. La donna si adagiò a terra e rimase immobile. Una chiazza di sangue si allargò sul pavimento della piazza.

Calò un silenzio surreale per alcuni attimi, poi ci fu movimento all’ingresso dell’università. Le luci pubbliche si accesero provocando un ronzio sommesso e la piazza fu inondata da una luce arancione. Decine di ombre apparvero sulle pareti interne del landrone, poi udirono dei lamenti misti a ringhi. Videro decine e decine di persone accalcarsi verso l’uscita, ma c’era qualcosa che non andava.

 

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2 thoughts on ““Codice Rosso” 2° Parte

    • Ciao e grazie per il commento! Spero la storia ti piaccia, anche se non è ancora finita. Verrò a leggere volentieri il tuo/vostro blog, sono curioso di leggerlo. Buona serata!

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