“La fine di tutto?”

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Un giorno imprecisato di fine aprile 2011 – città di Abbottabad – Pakistan.

Diego Vorra era lucido e impaziente, come gli succedeva spesso durante le missioni che gli venivano assegnate. Aveva trentaquattro anni, molti dei quali passati fra soldati, colleghi ed esercitazioni al limite della fatica umana.

Cinque minuti all’arrivo dell’obiettivo, disse una voce agli auricolari.

Diego alzò il pollice in su, mentre sorrideva ai quattro uomini che gli sedevano vicino. Il Team Alpha era composto da cinque membri, tutti consci della missione che dovevano portare a termine e lui ne era stato messo a capo. Avevano un equipaggiamento standard per missioni notturne: una tuta elastica nera, rinforzata, un giubbotto in kevlar, un passamontagna per celarne i volti, visori notturni e fucili tattici automatici.

I Team Bravo e Charlie li seguivano su altre due jeep. Quindici uomini appartenenti alle forze di sicurezza stavano percorrendo il centro di Abbottabad, ad una cinquantina di chilometri dalla capitale Islamabad, spostandosi verso la periferia della città.

“Capo, fra quanto si staccheranno quelli del terzo team?” chiese il più giovane del gruppo.

Diego controllò la sicura del suo fucile e appoggiò il calcio in alluminio sul fondo dell’auto. Aveva dato ordine di rimanere in silenzio, per non farli deconcentrare: ne andava l’esito della missione più importante a cui avesse preso parte.

“E’ l’ultima volta che parli prima dell’inizio di una missione!” disse in tono secco. Si girò a guardare l’ultimo mezzo che li seguiva e vide che svoltava a destra, seguendo una strada sterrata in leggera pendenza.

Team Charlie si stacca dalla colonna! Procederà per il nuovo obiettivo! Buona fortuna, ragazzi, e attendete la Luce Verde!

Diego Vorra disse al microfono: “Resteremo in attesa!”. Fece altrettanto il capo Team Bravo.

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Le due jeep proseguirono verso l’obiettivo, mentre Diego ripassava a mente il piano messo a punto dai Servizi Segreti Vaticani in collaborazione con quelli italiani. Il nome in codice gli era sembrato strano: Angels or Devils. Gli avevano detto che aveva a che fare con la fine del mondo, o qualcosa del genere.

Ancora non riusciva a credere che stavano andando a trovare la Primula Rossa, il Principe del Terrore. Osama Bin Laden, il terrorista più ricercato al mondo. Le notti precedenti alla missione lo aveva sognato decine di volte, quasi fosse un’ossessione. E nel sogno si rivedeva a correre, appostarsi e poi a sparare decine di proiettili. Conosceva il compound quasi come casa sua. Aveva studiato per giorni ogni piccolo dettaglio, ogni stanza, qualsiasi angolo potesse nascondere delle minacce. Sapeva che non li avrebbero accolti a braccia aperte, ma Osama, in fondo, non era nemmeno il target principale della missione.

Sorrise, mentre le due jeep procedevano verso il punto di raccolta.

I mezzi si fermarono a cento metri dall’obbiettivo, nascosti all’interno di una magione occupata da agenti che controllavano la zona. Dalla parte opposta, nelle vicinanze, c’erano altri occidentali che facevano la stessa cosa. La C.I.A. aveva occupato un’altra costruzione e non sapeva nulla della loro presenza. Diego, durante uno degli ultimi briefing, l’aveva chiamato azzardo, ma lui non aveva nessuna voce in capitolo: doveva solo eseguire gli ordini e farli eseguire agli uomini del suo Team.

Trascorsero mezz’ora in silenzio, al buio e all’interno di una stanza spoglia in attesa di procedere. Erano quei momenti che davano fastidio a Diego. Le armi e l’equipaggiamento erano funzionali e pronti ma, più il tempo passava, più le squadre sembravano innervosirsi. L’adrenalina scorreva, mille congetture venivano formulate a mente. La debilitazione psicologica faceva il suo gioco.

Il silenzio venne rotto da una voce attraverso gli auricolari: Team Charlie in volo sull’edificio obiettivo!

La tensione montò ancora. Il terzo Team, usando dei deltaplani leggeri e silenziosi, doveva raggiungere il tetto e appostarsi in attesa dell’arrivo degli altri dieci uomini.

Diego si alzò in piedi e fece un gesto ai suoi. Finirono di prepararsi. Anche il Team Bravo fece lo stesso. I fucili vennero fissati al giubbotto, i caricatori messi nelle tasche, le armi sparavano colpi silenziati. Nessuno doveva sapere nulla di quello che stava per accadere, tantomeno gli americani.

Team Alpha e Bravo! Luce verde, ripeto: luce verde!

Le due squadre uscirono dalla porta e, correndo, si divisero lungo due percorsi differenti ma paralleli. Dovevano attraversare cento metri di campi, nascosti dall’oscurità della notte. I visori notturni amplificavano qualsiasi fioca luce, permettendogli di vedere quasi fosse giorno.

C’era uno strano silenzio, nessuna macchina girava da quelle parti, solo qualche cane che abbaiava in lontananza. Si mossero chini, fermandosi a tappe e controllando che nessuno li vedesse arrivare.

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Le luci, all’interno del compound, erano ancora accese al secondo e terzo piano. Un muro di cinta – alto quasi quattro metri – impediva di vedere cosa ci fosse dietro.

Diego si fermò a dieci metri dal muro di cinta e si mise in ginocchio, il mitra stretto nella mano destra e chiuse il pugno della sinistra. Gli altri quattro si dispiegarono e attesero il segnale del Team appostato sul tetto.

Lanciarono i rampini e allargarono le corde per salire.

Bersaglio verso di voi, ore 12, disse qualcuno del Team Charlie. Udirono una serie di sbuffi, poi un corpo cadde a terra. Erano ciechi, il muro perimetrale gli impediva di scorgere minacce, ma la terza squadra poteva proteggerli fino all’ingresso.

Diego non aspettò oltre: si arrampicò sulla scala di corda per recidere il filo spinato e aprire un varco per gli altri. Ci impiegarono quasi due minuti per circondare la parte oltre il muro di cinta.

Team Bravo penetrato nella parte ovest, nessuna minaccia in vista!

Il Team Alpha si avvicinò all’ingresso principale, chiuso. Avevano nascosto il cadavere della sentinella in un angolo morto e ora si apprestavano a fare ingresso dalla porta principale.

Forzarono la serratura e…

Mercoledì 11 maggio 2011 – Roma – quartiere Prati.

Osama Bin Laden era morto da oltre dieci giorni: la stampa internazionale aveva raccontato tutto sull’accaduto, oppure solo quello che il governo americano volesse far sapere ai cittadini del mondo. Ma la verità era un’altra cosa. L’agenzia non governativa denominata Angels, con i propri reparti speciali, aveva stanato il terrorista e lo aveva ucciso. Anche le persone che si trovavano all’interno avevano fatto la medesima fine, tutte eccetto tre donne.

Il Team Alpha, una volta eliminati tutti i bersagli, aveva frugato tutto il compound in cerca di un oggetto, una fiala per essere precisi, trovata all’interno del frigorifero situato al terzo piano. Tutto quello che avevano trovato (compresi computer e possibili appunti del terrorista) non gli interessava, lo avrebbero lasciato ai Navy Seals e agli uomini della C.I.A.

Domenico Gianti conosceva la verità, sapeva anche come si erano svolti i fatti. Faceva il giornalista per una rivista locale e doveva incontrarsi con Diego Vorra, per un’intervista.

La porta si aprì e Diego Vorra fece ingresso nello studio del giornalista.

“Buon giorno.” esordì Domenico alzandosi in piedi. Si strinsero la mano e lo fece accomodare dall’altra parte della scrivania.

“Sono felice che abbia accettato di rispondere a qualche domanda.”.

“E’ la prima volta che qualcuno mi vuole intervistare.”.

Il giornalista sistemò sul tavolo alcuni fogli, mise le penne dentro a un bicchiere ricoperto di cuoio. “Prima di cominciare, vuole un caffè, o dell’acqua?”.

“Un caffè lo accetterei volentieri.”.

Un’assistente entrò con un vassoio, infine uscì lasciandoli soli.

“Che lavoro svolge, signor Vorra?”.

“Sono appena entrato in pre-pensionamento, ma forse mi assumeranno come addestratore di reclute presso un’agenzia di sicurezza.”.

“Allora lei era un militare?”.

Diego non rispose subito alla domanda, gli sembrava troppo diretta: “Una specie. Forse il mio lavoro si avvicinava più ai contractor: ha presente quella specie di mercenari che lavorano in paesi medio orientali o africani?”.

“Capisco.”, gli sorrise, “E come va con i suoi colleghi della squadra Alpha?”.

Diego Vorra non riuscì a celare la sorpresa: come diavolo faceva a sapere del suo Team?

Si alzò dalla sedia, ma Domenico aggiunse: “Ha paura che voglia rivelare tutto quello che ha fatto nella sua carriera?”.

L’uomo lo guardò con disprezzo: “Quello che ho fatto durante la mia carriera, qualunque essa sia, non la riguarda.”.

“E della fiala che ha sottratto al cadavere di Bin Laden?”.

“Ma lei come….”.

“Lasci perdere, non le basterebbero dieci vite per capire chi io sia!”.

Diego Vorra si girò per uscire dall’ufficio, ma il giornalista gli afferrò una mano. Il contatto provocò qualcosa che Diego aveva provato per la prima volta in vita sua: un formicolio intenso per tutto il corpo. Aveva visto gli occhi del giornalista, qualcosa di inquietante. Erano neri e luccicavano. No, forse emanavano uno strano bagliore.

Prima di perdere i sensi, Diego Vorra credeva di averlo sentito ridere.

L’ufficio del giornalista rimase immerso nel silenzio per diversi minuti, finché Diego Vorra riprese coscienza e si alzò in piedi. Vide il corpo del giornalista, a terra e immobile. Sorrise e uscì dalla stanza.

Aveva tutte le informazioni che gli servivano per avviare quella catena di delitti che avrebbe annientato l’intera umanità. Si corresse, perché l’uomo sarebbe sopravvissuto vivendo l’inferno in terra. Quanto gli piaceva scegliere i nuovi corpi da possedere, quasi fossero dei vestiti alla moda.

Ora non gli rimaneva che impossessarsi della fiala – senza alcun antidoto – e spargere la nuova peste del ventunesimo secolo: il secolo del male.

Rise, avviandosi verso Via della Conciliazione, dove si trovavano gli uffici degli Angels, in cui custodivano la fiala. Erano al corrente che ci fosse gente in cerca di quel virus, ma non che qualche povero diavolo potesse usare i loro corpi per distruggere il mondo. E Diego Vorra possedeva tutte le schede magnetiche per accedervi.

Bin Laden possedeva un’arma di distruzione di massa, ma non aveva mai avuto il coraggio di usarla, ma lui si.

Il morbo – un batterio in grado di usare l’ossigeno per attaccare gli organismi – si sarebbe moltiplicato nel giro di pochi giorni. Le persone infettate sarebbero morte per la febbre alta, ma il corpo si sarebbe rialzato. Gli atti di cannibalismo si sarebbero moltiplicati, infettando il mondo nel giro di pochi mesi.

L’apocalisse stava per cominciare!

 

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