“Una banda a quattro zampe” 4° Parte

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Un elicottero Agusta giunse a Castel S. Angelo. I reparti speciali avevano deciso di spostarsi via aria a causa della congestione del traffico. Così, due squadre dei N.O.C.S. si erano fatti trasportare nel piazzale più vicino, nascosti dai curiosi e dai giornalisti.

Le pale del velivolo giravano ancora, nubi di terra e polvere si alzavano mentre otto uomini uscivano e correvano chini verso le auto della polizia. Qualcuno li stava aspettando con ansia.

Squadre Alpha e Bravo a rapporto!” disse uno di questi appena giunto. Si erano messi al riparo quando l’elicottero ripartì sollevandosi. Adesso potevano anche abbassare il tono della voce.

Eravamo in pensiero! Ma finalmente siete arrivati!” disse un uomo che indossava la divisa della polizia di stato.

Com’è la situazione? Vorremmo gli ultimi aggiornamenti!” l’uomo fece un gesto con una mano, gli altri membri delle squadre si appostarono, ognuno con il compito già assegnato.

Sembra tutto tranquillo, per ora. Lo psicotico non dà segni aggressivi e pare che non abbia fatto del male agli ostaggi. Guardi, sono laggiù!”.

Alpha 1 seguì il graduato della polizia, appostandosi fra un albero e la ringhiera di ferro. Usò un binocolo per osservare il sequestratore e gli ostaggi. Come pensava, l’uomo usava gli ostaggi come scudi, facendoli stare fermi di fronte a lui. Nemmeno i reparti speciali potevano essere certi di colpire solo il sequestratore.

L’uomo parlò agli auricolari: “Alpha 2, cosa vedi dalla tua postazione?”.

Vedo il bersaglio, ma è parzialmente coperto dalla bambina! Sembra che la stringa fra le braccia. Il volto è scoperto e sembra contratto. Credo sia nervoso!”.

Alpha 1 indossava l’uniforme blu scuro – come gli altri membri delle squadre – e aveva il volto coperto dal passamontagna. Ma da come aveva chiuso le labbra, sembrò piuttosto riluttante a tentare la via dell’abbattimento del bersaglio.

Purtroppo dovevano ancora attendere ulteriori sviluppi, prima di decidere come muoversi.

Speravamo di liberare la famiglia prima di notte” disse l’uomo, “ma immagino che voi dobbiate avere la certezza di non colpire anche gli ostaggi.”.

Alpha 1 fece un segno di assenso. “Chi ci ha parlato?”.

Ho avuto io il piacere, ma non mi ha detto molto. Sembrava in attesa di qualcosa, come se non fosse stato il momento giusto per cominciare una trattativa.”.

Alpha 1 smise di guardare dal binocolo e si girò verso l’ufficiale al suo fianco. “Vorrei mandare Bravo 1 per cominciare a dialogare con lui. Ho in mente un piano ma, prima di agire, devo avere la certezza che gli ostaggi non corrano rischi inutili.”.

Faccia come vuole. La responsabilità, adesso, è caduta nelle vostre mani.”.

Bravo 1 superò la ringhiera scendendo fino alla zona dei giochi per bambini. La donna era certa che avrebbe avuto più successo del suo predecessore. Le trattative con i sequestratori non erano un campo facile per nessuno, ma lei era in grado di comprendere la psicologia di quelle persone. Ed ora si trovava di fronte ad un’altra prova, una delle tante, in cui non aveva ancora fallito. Intanto era certa che fosse un disoccupato.

Quando era giunta a una ventina di metri, il sequestratore si era messo in allarme. Si era alzato urlando verso la famiglia di mettersi in piedi. Aveva preso la bambina fra le sue braccia e, con una pistola puntata alla tempia, aveva urlato: “Se ti avvicini ancora, sarà la prima a cadere!”.

Bravo 1 si era fermata mostrando i palmi delle mani. “Sono venuta a portarti una delle nostre radio. Ci serve che tu ne tenga una e la usi per chiederci qualunque cosa. Dobbiamo sempre restare in contatto con te.”.

Sei venuta solo per questo? Pensavo volessi parlare un po’ con me per capire cosa voglio. Magari per distrarmi e piantarmi una pallottola in testa!”.

L’operatrice della squadra Bravo valutò cosa dirgli, non certo che gli avrebbe sparato volentieri alla prima occasione. “Non siamo qui per toglierti di mezzo. Se hai sequestrato quattro persone ci deve essere un motivo, giusto? Forse anche più di uno, dico bene Anonimo?”.

Come mai hanno mandato una donna dei reparti speciali?”.

Perché, al momento, sono la più preparata per affrontare crisi di questo genere!”.

L’uomo sorrise e lo vide anche Bravo 1.

Posso consegnarti questa radio?”.

Facciamo così, mando la piccola a prenderla. Tu non muovere un muscolo, oppure ammazzerò il fratellino, va bene?”.

La bambina, prima di uscire dal cancello, diede un’occhiata ai genitori. Scese i gradini voltandosi indietro più volte, cercando di vedere se il fratello stesse bene. Quando arrivò davanti alla donna in tuta blu e un passamontagna a coprirle il volto, prese la radio e corse indietro. La consegnò all’uomo che lasciò andare il bambino.

Sembrò ritornare la calma, una calma apparente.

Gli operatori del N.O.C.S. avevano osservato tutto attraverso binocoli, oppure i visori agganciati alle armi di precisione. Avevano anche ascoltato ogni singola parola che si erano detti. Ma chi diavolo era questo Anonimo? Cosa voleva?

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Max e Maya si fermarono in Via della Conciliazione: non avevano mai visto tante macchine ferme. Peter annusò l’angolo dell’incrocio e fece suo quel nuovo territorio.

Un altro passo, e batterò il record di distanza da casa! disse osservandoli.

Max si sgrullò l’umidità dal pelo e si mise seduto. Osservava la fila interminabile di auto, poi si girò verso il bassotto: ma se ti spingi tutti i giorni fino al castello!

Certo, ma ci vado sempre con la mamma!

Perché ti ostini a chiamarla mamma? Gli umani non hanno niente a che vedere con noi! ribatté Maya. Lei stava ferma sul marciapiede, a contemplare le macchine che avanzavano lentamente. Per tutti i San Bernardo della terra, deve essere successo qualcosa da queste parti. Chi vuole dare un’occhiata alzi la zampa!

Max si grattò un orecchio con la zampa posteriore e tornò a guardare l’amica: io la zampa non la alzo, però ti seguo!

Maya digrignò i denti, una sorta di sorriso, e disse: allora si va a vedere!

I due, senza attendere la decisione di Peter, avanzarono verso Castel S. Angelo procedendo sul marciapiede. Il bassotto rimase immobile, gli occhi sui due compagni che si allontanavano.

Ehi, aspettatemi! Cosa combinerete senza di me? e corse cercando di raggiungerli.

Giunsero nell’area del parcheggio di fronte agli ingressi del parco, ma non potevano proseguire oltre: l’area era transennata e decine di poliziotti non facevano passare nessuno. Maya annusò un paio di transenne e fece pipì. Sapeva di aver attirato lo sguardo degli uomini in divisa blu. Tre cani sciolti senza padroni che li seguissero avrebbero attirato la curiosità di chiunque.

Allora, come vogliamo procedere? Chiese Peter. Si mise a sedere guardando prima il labrador, poi lo York Shire.

Perché non passiamo sotto? Scendiamo sull’argine del fiume e usciamo dall’altra parte, propose Max.

E non sarà la stessa cosa dall’altra parte? Io dico di tornarcene a casa finché possiamo farlo! disse Peter. Alcuni poliziotti parlavano fra loro, forse chiedendosi cosa ci facessero tre cani senza guinzagli e padroni lì davanti.

Ma tutti i bassotti della terra sono fifoni come te? fece Maya. Muoviamoci, prima che gli umani decidano di catturarci! E il labrador proseguì lungo le transenne fino alle scalette che portavano al Tevere. Max e Peter la seguirono senza fare commenti.

Sotto il lungotevere, nell’argine sinistro, tirava molto vento. I peli di Max erano quelli che ne risentivano di più, rendendolo buffo. Hai le orecchie rovesciate! bofonchiò Peter.

Max scosse tutto il pelo e quasi sbandò finendo nel fiume. Si riprese quasi subito: Odio quando le orecchie mi si rovesciano. Odio quando piove e quando tira vento. Maya, sei sicura che qua sopra ci sia qualcosa che valga la pena vedere?

Il labrador si girò senza rallentare l’andatura, ogni tanto annusava l’asfalto. Ti dico che c’è qualcosa di interessante, lo sento da quando siamo arrivati alle transenne!

Sarà, ma secondo me faremmo meglio a tornare a casa, disse Peter.

Mandarono avanti il bassotto, che si affacciò quasi davanti all’ingresso di Castel S. Angelo. L’area era sgombra, nemmeno l’ombra di un umano.

Cosa vedi? chiese Max.

Tutto libero, rispose Peter.

Maya uscì allo scoperto annusando l’aria, procedendo lungo il muretto che sovrastava il fiume. A poche decine di metri c’erano altre transenne e qualche uomo che controllava l’ingresso del parco.

I tre cani si fermarono fissando l’entrata, le orecchie alzate a captare rumori, i tartufi si aprivano annusando l’aria pregna di nuovi odori.

Defiliamoci sulla sinistra, forse non ci noteranno, disse Maya.

Se lo dici tu, le rispose Max.

Mi scappa, devo farla, s’intromise Peter.

Maya si girò verso il bassotto e le uscì una specie di guaito: devi farla per la paura?

Peter la fissò per qualche istante, noi bassotti siamo i cani più coraggiosi, ricordalo, anche se… forse questa situazione mi ha stimolato un po’.

Seguitemi senza dare nell’occhio! Maya avanzò un passo dopo l’altro finché raggiunse le ultime transenne sulla sinistra. Max e Peter le correvano dietro, varcando il cancello in ferro.

Ehi, è stato facile, quasi come spaventare un gatto! esclamò il bassotto.

Maya digrignò i denti, come per ridere. Parli tu, che non spaventeresti nemmeno un cucciolo di gatto…

Max allargò la bocca in un sorriso: Già, un bassotto che spaventa i gatti, non credo si sia mai visto!

Cos’è una coalizione contro di me? Se continuate così, vi tolgo il saluto.

Uh, come siamo permalosi, ribatté Maya.

I tre cani si fermarono all’improvviso, uno vicino all’altro, e si misero ad annusare l’aria. A sinistra c’era una ringhiera e, sotto di essa, una stradina che conduceva verso il parco giochi per bambini: gli odori sembravano provenire da lì.

 

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