“Una banda a quattro zampe” 3° Parte

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I due rapinatori vennero ammanettati, fra alcuni turisti che si erano fermati incuriositi per la scena.

Il cielo, intanto, era diventato sereno, e un sole tiepido aveva iniziato ad asciugare le stradine del centro di Roma. E dei tre cani? Non c’era più traccia. Apparsi come tre spettri, così se ne erano andati chissà in quale altro luogo.

Ma quella domenica, la gente, difficilmente l’avrebbe dimenticata. Come mai? Intanto si erano alzati in volo due elicotteri, che sorvolavano la zona di Castel S. Angelo e il Lungo Tevere. Accadeva raramente e, quando succedeva, voleva dire che si era messo in moto l’apparato della sicurezza. Non c’erano manifestazioni quel giorno, tanto meno incidenti da richiedere l’intervento di due elicotteri.

Pattuglie della polizia di stato, dei carabinieri, guardia di finanza e vigili urbani stavano convogliando verso Castel S. Angelo. I due elicotteri controllavano la zona dall’alto. Le sirene dei mezzi squarciavano il silenzio di quella domenica pomeriggio, inducendo la gente ad affacciarsi alle finestre. Curiosità per quanti mezzi attraversassero Via della Conciliazione, il traffico bloccato, mentre molti agenti piazzavano transenne a formare un enorme perimetro intorno a quel monumento.

Il vallo esterno venne chiuso. Tutto il giardino esterno del castello non era più transitabile, nemmeno a piedi.

Qualche curioso si era avvicinato per chiedere, ma nessuno poté rispondere: quelli erano gli ordini. Un gruppo di giornalisti aveva piazzato il furgone nello spiazzo adiacente a Via della Conciliazione, altri ne sarebbero giunti presto. Qualcosa stava accadendo, qualcosa di sensazionale, che tutti i media avrebbero voluto raccontare all’Italia e al mondo intero.

Le auto pattuglie attraversarono il parco di Castel S. Angelo, fermandosi lungo la via alberata: i lampeggianti illuminavano parte dei tronchi d’albero. Gli agenti scendevano con le pistole in pugno, lasciando le portiere aperte e le radio che gracchiavano.

Il questore di Roma era giunto con un’auto blu, fermandosi ad osservare la zona riservata ai bambini, ora completamente sgombra.

Avete notizie dell’uomo?” chiese a uno degli agenti.

Il poliziotto lo salutò: “Non ancora, Signor Questore. Si è asserragliato laggiù e tiene in ostaggio quattro persone, una famiglia sembra, composta da padre, madre, un figlio e una figlia. Al momento non ci ha fatto pervenire nessuna richiesta!”.

Il questore prese un binocolo dalle mani del poliziotto, avanzò di due passi, osservò attraverso il binocolo tutto il parco. Si fermò quando vide alcune scalette e una rientranza. Un cancello sbarrava l’ingresso, non c’erano vie di fuga, per quel che ne poteva vedere.

Le alte sfere delle armi chiamate in causa si riunirono: ufficiali dei Carabinieri e della Polizia dovevano prendere alcune decisioni. Si misero in disparte per non intralciare gli uomini che dovevano tenere d’occhio la zona. Il rapitore veniva guardato a vista. Nessuno poteva muovere un solo dito senza un ordine diretto.

Un uomo in divisa scese nella zona sottostante, scivolando piano tra l’erba e terra, finché giunse su un sentiero sterrato. I suoi occhi erano fissi sul castello, sulla scalinata, su quella rientranza che finiva con una porta chiusa da molto tempo.

Intravide cinque persone, fra cui due bambini.

Alzò le mani e iniziò ad avanzare un passo dopo l’altro. Agganciata alla cinta c’era una radio portatile, nessuna traccia di armi.

Si fermò a dieci metri di distanza: “Ehi, sono disarmato e sono qui per avere un contatto con te!”.

Nessuno rispose e quelle cinque persone ferme sembravano sagome, oppure manichini.

Mi senti?” proseguì il poliziotto, “Ho bisogno che tu mi risponda, devo dare la conferma ai miei superiori che va tutto bene!”.

Non va bene un cazzo di niente!” urlò l’uomo.

L’agente stava per avanzare, ma ci ripensò: “Come sarebbe a dire? Hai quattro ostaggi lì con te, ma ti consiglio di non torcere un solo capello a quelle persone.”.

Stanno bene, per adesso! Ma tu che cazzo vuoi? Chi sei?”.

Sono solo il contatto, quasi un ambasciatore. Voglio solo farti qualche domanda e, se sei d’accordo, mi vorrei avvicinare!” fece un giro su se stesso alzando le braccia in alto. “Hai visto? Non porto armi con me!”.

Se fai un altro passo, giuro che li ammazzo, sbirro di merda!”.

Posso sapere almeno il tuo nome? Devo portare qualcosa ai miei capi, capisci? Devo far sapere che collaborerai e che non farai del male a nessuno!”. Abbassò le braccia e attese.

Non ho nomi, non ho patria, né una madre che mi sta aspettando a casa! Ti può bastare?”.

Il poliziotto osservò quelle sagome nascoste nell’ombra, “Ho capito” gli rispose, “allora ti chiamerò Anonimo, visto che non hai nomi da darmi.”.

L’agente fece ritorno dai superiori. Un capannello di ufficiali quasi lo aveva circondato e così disse: “Viene dal nord Italia, forse dal Veneto, per quel che ne ho capito. Non ha nome né cognome e ci siamo accordati per chiamarlo Anonimo, per ora.”.

Gli ostaggi stanno bene?” chiese qualcuno.

Fece un gesto di assenso. “Volete un mio parere? Fate intervenire i N.O.C.S, oppure il reparto dei G.I.S.” si accese una sigaretta e fece un paio di tiri. “C’è sufficiente spazio per ucciderlo con un colpo di precisione.”.

Ha fatto richieste?”.

Non ancora, potrebbe anche trattarsi di un invasato, di uno che non sa nemmeno quello che sta facendo…” fece una pausa, osservando quel buco in cui si era nascosto con i quattro ostaggi.

A pensarci bene, mi ha detto che non ha nomi, né una madre e nemmeno una patria. Quello che ha detto non ha una logica. Chiamate quei dannati reparti speciali e facciamo la finita prima di sera!”.

 

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