“Il contatto”

Image

Jeremy Dowson scese dal taxi quasi inciampando: non si era accorto che un piede gli fosse finito nella bretella dello zaino.

Pagò i cinque dollari per il servizio, imprecando sottovoce. Si specchiò dal finestrino del taxi, prima che partisse mescolandosi al traffico di New York.

Jeremy era un ragazzo come tanti, solo che cominciava a disprezzarsi. Oh, questo termine non gli sembrava il più adatto: odiarsi. Pensò che quel giorno fosse il più brutto della sua comune, inutile vita. E chi avrebbe potuto biasimarlo?

Fisicamente faceva schifo. Non curava molto il suo aspetto estetico e non aveva buoni gusti sul fatto di scegliere cosa indossare. Non ricordava neppure se qualche ragazza gli avesse sorriso, oppure lo avesse notato. Inoltre, era goffo nei movimenti.

Quel giorno era stato licenziato per negligenza. Così era stato all’agenzia di recapiti per prendere lo stipendio e quel poco di liquidazione che gli spettava. Per quanto sarebbe potuto andare avanti? Una settimana, forse. Giurò a sé stesso che si sarebbe dato una mossa.

Entrò al solito bar per mangiare: oggi non voleva nemmeno pensare al colesterolo, alla dieta che avrebbe dovuto cominciare, alla lista di collocamento per un nuovo lavoro. Decise che oggi si sarebbe preso un giorno di ferie. Avrebbe dato una smossa alla sua stupida vita, di quello ne era certo, ma non oggi. Avrebbe cominciato da domani.

Cosa ti servo, Jeremy?” chiese la ragazza oltre il bancone. Gli sorrise in attesa di una risposta.

Quel sandwich laggiù” le disse indicandolo, “e un caffè lungo, grazie!”. Aveva deciso di consumare al banco e pensò a quella ragazza. Che splendido sorriso che aveva! La osservò mentre dava il primo mozzico al sandwich, poi guardò altrove: non voleva sembrarle uno squilibrato.

Quando Jeremy Dowson aveva appetito e addentava qualcosa di commestibile, poteva cadergli addosso anche una bomba atomica. Per lui non avrebbe fatto alcuna differenza.

Il bar si riempì di persone, molti erano colletti bianchi in pausa e l’ambiente si fece quasi claustrofobico. Jeremy doveva combattere per tenersi stretto il suo posto al bancone.

Tra la calca notò un foglio scivolare dalla tasca di qualcuno, lo vide planare fra le sue gambe e si chinò a raccoglierlo. La tazza di caffè cadde in terra sporcandolo di liquido marrone.

Perfetto, pensò, continua a essere la solita giornata di merda!

Afferrò il foglio facendo fatica a rialzarsi e vide una mano allungarsi su di lui. Pensò che lo volesse aiutare, ma voleva solo riappropriarsi di ciò che era suo. Jeremy lo vide in tutta la sua statura, negli abiti firmati che indossava. Gli sembrò che il tizio gli avesse sorriso, ma forse era solo ottimismo: si trattava di una smorfia a causa della calca che spingeva.

Grazie, è mio!” disse l’uomo riprendendo il foglio. Lo rimise nella tasca interna della giacca scura e gli porse la mano in segno di ringraziamento. Forse, in quel foglio, c’era scritto qualcosa d’importante.

Si strinsero la mano come due vecchi conoscenti, la morsa ferrea aveva quasi stritolato quella di Jeremy, che ebbe un leggero giramento di testa, un formicolio per tutto il corpo, una specie di nausea. Gli sembrò anche di essere diventato più alto.

Spinse la gente cercando un varco, perché qualcosa di paranoico gli si era insinuato nella mente. Sentiva ancora quello strano malessere e voleva solo chiudersi nel bagno, respirare senza che nessuno lo soffocasse.

Si chinò sul lavandino e si accorse del colore diverso degli abiti, delle maniche scure di una giacca, di una camicia che non aveva mai indossato. Alzò la testa verso lo specchio e quasi svenne.

Che cazzo mi sta succedendo? Quello lì non sono io, perdio! Osservò il volto allo specchio, rimase fermo per dei minuti a guardarsi, mentre il cervello faceva milioni di domande. Quasi gli andava in fumo e sentì un leggero mal di testa cominciare a torturarlo.

Che dio mi aiuti!” disse alla sua immagine.

Gli venne l’idea più bella che avesse mai avuto: controllare i documenti del tizio e scoprire qualcosa, qualsiasi cosa. Sentiva il panico uscire da ogni poro della pelle. O forse era la pazzia.

Frugò nelle tasche interne e trovò un portadocumenti e lesse: Charles Smith di anni 38. Lesse avidamente gli altri dati sulla sua nuova identità.

Rimise a posto i documenti e poggiò le mani sul lavabo. Si specchiò in silenzio e si accorse di diventare più calmo e rilassato ogni istante che si specchiava.

Sono Smith, il signor Charles Smith!” disse ad alta voce al riflesso della sua immagine.

Sono un uomo rispettabile e di successo!” continuò a dirsi. Le mani strinsero la ceramica del lavandino e sul suo volto nacque un sorriso.

Jeremy Dowson, alias Charles Smith, uscì dal locale, impettito per la sua nuova identità. Non sapeva quanto sarebbe durato, ma si trovava benissimo in quei nuovi panni. Gli calzavano a pennello. Adorava persino il nuovo tono della voce: avrebbe voluto cantare a squarciagola per le vie di New York.

Girò a sinistra seguendo il marciapiede, schivando le gente con abilità, sentendosi un Dio sceso in terra. All’improvviso si bloccò vicino a un taxi. E infilò la mano in una delle tasche interne e ne estrasse un foglio. Lo lesse attentamente. Decise di recarsi a quell’appuntamento.

* * *

Giunse a Murray Street in perfetto orario, come aveva letto nel foglio. Si chiese con chi avrebbe avuto a che fare: con uomini di affari? Cazzo, quella via era nel pieno centro di Manhattan e, lui, cominciava a divertirsi da matti. Alzò la testa al cielo, oltre i grattaceli alti decine di piani, e cercò di ringraziare Dio – se mai ne fosse esistito uno – e promise che non avrebbe sprecato quell’occasione.

Rilesse quel foglio, in cui c’era scritto che doveva incontrare tre uomini a quell’indirizzo. Così attese che qualcuno si facesse vivo.

La gente, intanto, gli passava vicino pensando ai fatti propri.

Per passare il tempo, Charles Smith, si mise a fissare quella zona: si trovava di fronte alla filiale di una banca – la TD. Bank – con ben quattro vetrate che davano sulla via e, alcuni adesivi verdi e bianchi, ne coprivano parzialmente l’interno.

Dall’altra parte della strada notò un’altra banca: una delle filiali della Bank Of America. Se avesse fatto altri dieci passi, avrebbe percorso la Warren Street Broadway.

Smith si sentì ancora più eccitato. In quella zona di New York, fece mente locale, lui non ci aveva mai messo piede.

Un furgone grigio metallizzato gli passò davanti, suonò un paio di colpi di clacson prima di immettersi sulla Warren Street Broadway e fermarsi. Lo sportello laterale si aprì e qualcuno lo chiamò per nome.

Trattenne l’euforia, cercando di placarla. Non era un gran mezzo su cui poggiare il culo e gli abiti firmati che indossava.

Entrò e lo fecero accomodare sui sedili posteriori. Qualcuno chiuse lo sportello e il furgone ripartì in fretta.

Charles Smith si guardò intorno, cercando di sembrare il più normale possibile. Con lui c’erano altre tre persone e due lo stavano fissando con aria seria, concentrata.

Tutto a posto, capo?” gli chiese quello che gli sedeva vicino. Gli altri due stavano nei posti anteriori e, quello che guidava, osservò il nuovo arrivato dallo specchietto.

Ehi, non hai una bella cera oggi. Sei sicuro che vogliamo andare avanti con l’affare?”.

Charles Smith si portò entrambe le mani in faccia, stropicciandosela. Ma di cosa diavolo stanno parlando? si chiese. Cercò di prendere tempo. Si fece serio e strinse le labbra.

Ho solo un fottuto mal di testa che non se ne vuole andare! Mi sta distruggendo le meningi!”.

Il tizio seduto al suo fianco rise, poi smise subito quando Charles Smith lo fissò negli occhi: “Scusa, capo, è che non so nemmeno cosa siano quelle cazzo di meningi che blateri!”.

Charles Smith scosse la testa. Adesso doveva inventarsi qualcosa prima che cominciassero a dubitare di lui.

Se l’affare era previsto per oggi, lo faremo oggi!” disse in tono sicuro.

L’uomo alla guida del furgone girò a destra e parcheggiò il mezzo. Il tizio seduto dietro si era girato oltre i sedili posteriori, afferrando una scatola di legno. Gli sembrò pesante per come l’aveva presa e tirata a sé.

Charles Smith si fece curioso, avrebbe voluto saperne di più sul contenuto.

Finalmente si è riformata la banda Disney!” disse ridendo l’uomo alla guida. Quello seduto al suo fianco gli diede un ceffone: “Deficiente!” gli urlò, “Questa banda non è mai esistita! Si sta formando oggi!”. Agguantò la maschera che gli aveva passato il tizio seduto dietro e la indossò. Aveva il volto di Paperino.

Capo, tu sarai Zio Paperone!” e gli passarono la maschera. Gli altri indossarono quelle di altri due personaggi: Topolino e Pippo.

Ricordi cosa ci hai detto ieri, Zio Paperone?”.

Charles Smith, dietro quella maschera, iniziava a sudare. Prima di incontrare quei tre coglioni – si, così li aveva definiti mentre li ascoltava parlare ed insultarsi – si era fatto decine di domande. Pensando addirittura di essere diventato un ricco uomo di affari. E invece non era altro che un capo banda e rapinatore di banche. Che delusione.

Provò un brivido di eccitazione quando impugnò la pistola che gli avevano passato. Un’arma automatica con il caricatore già inserito. Controllò la sicura e tornò al presente.

Guardò i tre coglioni da dietro la maschera e disse in tono più che convinto: “Oggi rapineremo quella banca con stile!”.

Lo fissarono per una decina di secondi senza aprire bocca, finché, quello alla guida, disse: “Non avevi detto così, ma…questa frase è la cosa più bella che io abbia mai sentito!” e la ripetè due volte.

Zio Paperone fece mente locale: se il colpo dovesse andare a buon fine, in futuro avrebbe scelto altri soci per i suoi affari, soprattutto gente più sveglia! E ora doveva giocare d’astuzia con i tre coglioni!

Va bene, adesso ripetetemi il piano.” disse.

Topolino si girò: “Ma noi lo sappiamo a memoria.” si lamentò.

Pippo accese il furgone. “Per me è una fottuta perdita di tempo e la banca sta aspettando!”.

Zio Paperone tolse la sicura dall’arma e urlò: “Qui non si muove nessuno finché non mi avrete detto tutto dal principio!”.

Paperino rispose per primo: “Arriviamo davanti alla banca e posteggiamo il furgone in modo che copra la visuale. Pippo aspetterà con il motore acceso. Ci metteremo meno di cinque minuti e fileremo via col malloppo!”.

Pippo aspetterà sul furgone con la maschera in faccia?” chiese Zio Paperone.

Certo, siamo o non siamo una banda?” ribatté Topolino.

Zio Paperone fece mente locale: anche il vero Charles Smith era un coglione come il resto della banda!

Pippo aspetterà sul furgone ma senza la maschera!”.

Pippo si girò di scatto: “E perché? Cazzo! L’idea della banda Disney è stata la cosa più fica che mi sia mai capitata!”.

Zio Paperone sbuffò, puntò la pistola in testa a Pippo urlando: “Perché qui le decisioni le prendo io! Se aspetti con quella fottuta maschera in faccia, attirerai i passanti curiosi e poi ci ritroveremo gli sbirri dentro la banca!”.

Nessuno disse nulla, Pippo stava per inserire la retromarcia.

Quale banca rapineremo?” chiese Zio Paperone.

La filiale della Bank of America!” rispose Topolino.

Sbagliato! Rapineremo la TD Bank, quella dall’altra parte della strada.”.

Oh, andiamo Zio Paperone, ci stai facendo a pezzi l’intero piano!” disse Paperino.

Ho deciso così e non si replica!” Zio Paperone abbassò la pistola osservandola, infine tornò a guardare i tre complici: “Rapineremo la TD Bank perché avremo più successo, meno guardie all’interno e meno occhi sulla filiale.”.

Geniale!” disse Pippo, “Perché non ci hai detto dei cambiamenti ieri, quando ci siamo visti?”.

Zio Paperone non rispose, si limitò a fissare la strada che il furgone stava percorrendo.

Giunsero in Murray Street n° 25 e parcheggiarono il furgone davanti alle vetrate della banca.

Si, il piano poteva funzionare!

Pippo si tolse la maschera e attese con il motore acceso.

Zio Paperone, Topolino e Paperino entrarono in banca con le armi all’interno delle tasche e le maschere in mano. Una guardia giurata li fece entrare: Zio Paperone aveva spiegato a gesti che aveva una protesi in ferro all’interno del corpo. Fu un gioco da ragazzi. Le telecamere non avevano ancora ripreso i loro volti.

Si misero le maschere ed estrassero le armi. “Fermi tutti, questa è una rapina della banda Disney!” urlò Topolino.

Zio Paperone lo guardò e scosse la testa: “E’ proprio indispensabile sottolineare banda Disney?”.

Paperino aggiunse: “Certo! Come diavolo farebbero a capire il nome della banda? Noi vogliamo diventare famosi, oltre che ricchi!”.

La guardia giurata scoppiò a ridere, anche il direttore e alcune cassiere. Una cliente anziana cadde a terra svenuta.

Zio Paperone riprese in mano la situazione, ma prima si era sentito così umiliato…

Questa è sempre una fottuta rapina! E noi vogliamo che smettiate di ridere, prima che qualcuno si faccia veramente male!” e puntò la pistola alla testa del direttore. “Adesso verserete i contanti in alcune sacche. Banconote di piccolo taglio e che non siano consecutive: è tutto chiaro?”.

Il malloppo venne messo in due borse, così come gli era stato ordinato. Le persone, all’interno della filiale, si erano calmate – non ridevano più – e ora erano serie.

I tre rapinatori presero le sacche e fuggirono all’esterno.

Videro Pippo fuori dal furgone, con le mani bene in vista. Per l’occasione – per l’ultima – aveva indossato la maschera del suo personaggio preferito. I lampeggianti rossi e blu erano ovunque. Zio Paperone vide i poliziotti e gli agenti del F.B.I. che li avevano circondati: non esisteva via di fuga.

Vennero ammanettati davanti a una folla di curiosi, tutti escluso Zio Paperone.

E’ stata una mossa geniale, Agente Speciale Smith, quella di cambiare banca. Ma come ti è venuto in mente, collega?”.

Zio Paperone fece mente locale: anche gli agenti del F.B.I. e di tutti i distretti di New York erano dei gran coglioni. La lista si allungava a dismisura.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...