“La vendetta di Thomas Carter”

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Città di Dale – 10 dicembre.

Thomas Carter agguantò il giornale cittadino, lo aprì alla pagina dei necrologi e si diresse in cucina: doveva leggere se era tutto vero.

Spostò di lato una delle sedie, appoggiò il giornale sul tavolo e si chinò, mentre con l’indice scorreva i vari trafiletti scritti in neretto. Si fermò su un annuncio in particolare, il quale diceva:

Tutti i parenti e gli amici ne danno il triste annuncio. Thomas Jeffry Carter – di anni 33 – è deceduto in un incidente stradale. La madre e la sorella hanno deciso la data per il funerale fissato fra tre giorni – il 13 dicembre 2010 – appena verrà terminata l’autopsia sul corpo del defunto.

Thomas Carter cadde quasi sulla sedia, strabuzzando gli occhi. La mente non riusciva a concepire ciò che aveva appena letto.

Corse in bagno ed aprì il getto d’acqua sciacquandosi il viso più volte. Vide la sua immagine allo specchio, mentre il cervello elaborava ancora quelle poche righe.

Si stropicciò la faccia, valutando se non avesse avuto un semplice abbaglio.

Lo squillo del cellulare lo fece tornare alla realtà, ma non aveva fretta di rispondere. In verità nemmeno voleva farlo, così tornò alla pagina del giornale: si sedette sulla sedia lentamente, gli occhi fissi su quelle parole che lo davano per morto.

Chi cazzo è stato?” urlò. Nemmeno si sentiva incazzato, più che altro era ancora nella fase dell’incredulità.

Nel soggiorno tornò il silenzio, finché la suoneria del telefono avvisò dell’arrivo di un messaggio. Questa volta, Thomas, afferrò il cellulare dal davanzale della finestra e lesse a voce bassa.

Ho letto la notizia sul giornale, ma chi può essere stato? Hanno portato nostra madre in ospedale, ha avuto problemi di respirazione ed è svenuta. Si trova ricoverata nella stanza 451. Perché non la vai a trovare, quando te la senti?”.

Thomas pensò a sua sorella Jenny, a chissà cosa avesse pensato quando aveva letto il giornale quella mattina. Per quanto riguarda la madre, invece…

Si mise in divisa e prese il distintivo della Dale Security, mettendo la pistola Smith & Wesson calibro 22 all’interno della fondina. Ormai erano otto anni che lavorava nell’agenzia di sicurezza portuale.

* * *

Cazzo! Mia madre è in fin di vita, pensò mentre percorreva il corridoio dell’ospedale cittadino. Lungo il tragitto da casa sua aveva incrociato molte persone, conoscenti più che altro, e nessuno aveva avuto il coraggio di fargli una sola fottuta domanda. C’era da biasimarli? Molti, appena lo avevano visto, si erano persino girati dall’altra parte. Che storia assurda del cazzo, pensò.

Mentre camminava leggeva i numeri delle camere, finché giunse davanti alla stanza 451.

Si affacciò appena ed intravide un solo letto, così fece un respiro profondo sistemandosi i capelli. Era ansioso, irrequieto e forse anche irascibile.

Si prese ancora qualche secondo di tempo, bussò allo stipite in alluminio ed entrò nella stanza. Vide sua madre attaccata ad una flebo. Gli occhi chiusi in una fessura, le coperte le coprivano l’intero corpo fino al mento, i capelli bianchi sul cuscino. Vide delle macchine che registravano il respiro ed il battito cardiaco.

Thomas si sentì male, quasi smarrito.

Si portò al fianco del letto e sbirciò dalla finestra: non sapeva se provare a parlare a sua madre, oppure darle un bacio sulla fronte e andarsene al lavoro. Decise per la seconda opzione.

Si chinò sulla donna, gli occhi quasi bagnati per le lacrime, la mano gli tremava mentre si avvicinava alla sua fronte. Ma poi si paralizzò perché la madre si era risvegliata e i suoi occhi aperti lo stavano fissando.

Mamma, ti sei ripresa.” le disse con stupore.

La donna gli sorrise, poi mosse lo sguardo oltre, osservando il posto in cui si trovava.

Perché ci hai fatto questo stupido scherzo?” chiese con un filo di voce.

Thomas Carter rimase incredulo, immobile. Gli occhi fissi su quelli di lei. Tentò di comprendere: “Forse ho sentito male. Hai dato la colpa a me per tutto questo?”. Si chinò su di lei mentre, con una mano, afferrava la sua.

La donna fece un segno di assenso dicendo: “Certo che sei stato tu! Chissà come te la ridevi alle nostre spalle questa mattina!”. Spinse via la mano del figlio.

Ma come puoi solo pensare una cosa del genere?”. Il viso di Thomas si fece serio, inorridito al solo pensiero. Fece un passo indietro urtando con la schiena alla finestra.

In un solo istante, nella sua mente, passarono molti pensieri. Quanto avrebbe voluto agguantare il collo del tizio che gli aveva fatto quello scherzo. Oh, se solo lo avesse avuto di fronte!

Fece un respiro profondo.

* * *

Thomas Carter attese che il cancello elettrico si aprisse del tutto, mise la prima e sgommò con il suv nel piazzale. Parcheggiò la macchina vicino all’ingresso della palazzina e scese senza avere alcun dubbio. Si sentiva determinato.

Aspettò qualche secondo prima di aprire la porta degli uffici. Fece mente locale sul piano e su tutto ciò che gli servisse per attuarlo. Un paio di guanti in lattice, una latta di benzina, un piccolo registratore e tanto coraggio per affrontare quattro colleghi teste di cazzo.

Appena si sentì pronto, girò la maniglia ed entrò senza indugi. Udì le risate dei quattro colleghi di lavoro, che adesso gli risultavano più che fastidiosi: anni e anni di sopportazione…

Carter, sei arrivato in anticipo, non è mai successo in otto anni che ti conosco!” disse Alex Devis non appena lo vide. Gli altri risero, mentre Kris Tunner lo salutò con un sorriso tirato. Tutti e quattro erano seduti al tavolo della sala mensa. L’edificio, composto da quattro stanze e un bagno, era separato da pareti sottili e molte finestre di vetro scorrevoli. La luce del sole illuminava quasi tutti gli ambienti.

Thomas non li salutò nemmeno e tirò dritto verso il suo armadietto. Quegli stronzi cosa potevano fare se non giocare a poker? Lui se lo immaginava e così doveva essere.

Si fermò nell’ufficio dei computer e poggiò la latta vicino alla prima scrivania. Tornò indietro, facendo finta di essersi scordato qualcosa. Il lucchetto del suo armadietto non si apriva: c’era della colla nella serratura. C’era da stupirsene? Thomas si promise che quello era l’ultimo scherzo che Kris e la sua cricca gli avrebbero fatto.

Si mise i guanti in lattice, caricò il tamburo della pistola e tolse la sicura. Prima di muoversi accese il registratore e lo poggiò nella stanza adiacente.

Sentì altre risate provenire dalla sala mensa, mentre Charles Brook bestemmiava per una scala mancata. Era segno che non gli davano nessun peso. Perfetto.

Thomas pensò allo scherzo della sua morte, a sua madre, questo gli diede una forza che non aveva mai sentito dentro e se ne compiacque.

Entrò nella sala mensa con la pistola nascosta dietro la schiena. Alex Devis ancora rideva per i soldi che aveva vinto. Che pena che gli faceva.

Alex” disse Thomas fermandosi dietro di lui, “e tu hai puntato venti dollari con una sola coppia di nove? Li sai fottere i tuoi amici!”.

Alex si girò di scatto con aria incazzata: “E tu, di cosa cazzo t’impicci?”. Ma quando vide l’espressione di Thomas chiuse la bocca in una fessura. Aveva visto qualcosa in lui che non se lo seppe spiegare. Spregiudicatezza? Spavalderia?

Alex Devis sorrise: “Ho saputo che verrai sepolto fra tre giorni, così mi hanno detto!”.

Thomas rimase pietrificato, non si aspettava quella frase in quel frangente. Tanto aveva il registratore per la confessione che gli avrebbe estorto. Thomas sorrise.

Spero che verrai anche tu, al mio funerale!” gli rispose avvicinandosi ad un orecchio.

Il collega si girò nuovamente: “Certo che ci vengo, così potrò pisciarci sulla tua tomba!”. Risero alla battuta, tutti tranne Kris Tunner, il più giovane e forse il più ravveduto.

Kris Tunner mise il mazzo di carte sul tavolo: “Senti, Thomas, io non ci volevo entrare in questa stronzata, e lo dicevo che sarebbe stata troppo pesante”.

Stai zitto, frocetto di un pivello!” lo interruppe Alex.

Charles Brook e Sam Devoe non dissero una parola, uno si limitava a mischiare le carte, l’altro a fare la prima puntata. L’aria stava diventando pesante.

Thomas Carter è come se rilanciò puntando tutto sull’ultima mano.

Facciamo che adesso mi date tutti le vostre pistole, senza scherzi!” disse puntando l’arma.

I quattro colleghi lo fissarono, videro che indossava dei guanti in lattice e aveva lo sguardo serio, oltre che la pistola carica e senza sicura.

Charles Brook buttò le carte a terra: “E va bene, siamo stati noi a farti quello scherzo idiota!” aveva un’espressione spaventata, ma ancora non arrivava a piagnucolare. “Adesso rimetti via quell’arma, per favore.”.

Ho detto che voglio le vostre pistole qui, a terra e subito, oppure aprirò il cervello a qualcuno!”.

I colleghi si guardarono in faccia, uno a uno, e nessuno aveva il coraggio di ridere. L’ultimo a posare la pistola a terra fu Alex Devis e, mentre lo faceva, si girò a guardare Thomas negli occhi: “Me la pagherai cara, te lo giuro!”.

Thomas non gli rispose, se non solo con lo sguardo fisso nei suoi occhi. Sembrava freddo, deciso e convinto di quello che stava facendo.

Scusa, Thomas…” farfugliò Kris Tunner.

Thomas prese la pistola del ragazzo e mise la sua nella fondina.

Si chinò su Kris Tunner e disse a voce bassa: “Adesso tira fuori tutta la cocaina che hai e prepara quattro strisce”. Lo guardarono tutti senza dire nulla.

Ho detto di tirarla fuori e di prepararla!” urlò Thomas nel suo orecchio. Per incoraggiarlo, gli puntò la pistola alla testa.

Kris Tunner esitò, ma poi mise la mano nella tasca del giubbotto e tirò fuori una bustina di polvere bianca. Si girò a fissare Thomas, che gli fece un gesto con la canna della pistola.

Preparò le dosi sul tavolo.

Adesso sniffatela!”.

Si guardarono per un paio di secondi, qualcuno aveva detto a mezza bocca: “E’ fuori di testa! Ci ammazzerà tutti!”, forse l’aveva detto Sam Devoe.

Arrotolarono una banconota e, a turno, finirono le strisce di cocaina.

Possiamo riprenderci le pistole, adesso?” chiese Alex Devis. Sembrava euforico, ma quando si era girato verso Thomas, gli aveva digrignato i denti.

Thomas fece di no con la testa, puntando la pistola alla tempia di Alex Devis.

Ma cosa cazzo vuoi ancora!” sbottò lui, “Hai avuto una confessione in piena regola, ci hai disarmati tutti…” esitò, si leccò le labbra osservando gli altri tre, “mi hai umiliato davanti a quei tre coglioni!”.

Voglio che ti alzi, che vada all’armadietto a prendere quattro bicchieri e del buon whisky: dobbiamo brindare alla mia morte.”.

Alex Devis si alzò di scatto, scaraventando la sedia contro la parete. Thomas era indietreggiando di due passi, il braccio disteso e la pistola puntata verso di lui: “Corri a prendere quel fottuto Whisky, o giuro che adesso ti gambizzo!”. Abbassò la mira, lo sguardo era sicuro e convinto, irremovibile.

Qui sta andando tutto a puttane, Thomas, non hai più il controllo!” disse Charles Brook. “Che cosa vuoi da noi?”.

Thomas mosse la testa a guardare Charles, la pistola puntata ancora sull’altro: “Voglio che brindiate alla mia morte!”.

Alex Devis alzò le mani in segno di resa, quindi andò verso l’armadietto. Tornò con una bottiglia di Whisky e quattro bicchieri. Li riempì fissando Thomas negli occhi, covando rabbia per quando sarebbe tutto finito.

Bevete alla mia salute!” ordinò loro.

Ubbidirono. Al terzo giro, Thomas sorrise. Puntò la pistola di Kris Tunner e sparò ad Alex Devis, che cadde a terra, morto. Gli altri tre si alzarono e lui fece fuoco uccidendo Charles Brook. Buttò la pistola a terra afferrandone un’altra: quella di Alex Devis, con cui uccise Sam Devoe. Ne mancava solo uno: il giovane Kris Tunner, che era fuggito carponi fino all’ufficio dei computer. Ottima mossa, pensò Thomas, un ghigno si era formato sulla sua bocca.

Non mi uccidere, ti prego.” piagnucolò il ragazzo. Questa volta, le lacrime che vide, erano vere. “Verrai arrestato per omicidio!” deglutì a fatica, cercando un posto per scampare alla morte. “Ci sono le telecamere…” balbettò.

Thomas fece due passi verso di lui e sorrise: “E’ per questo che le latte di benzina non andrebbero portate all’interno degli uffici, sai, potrebbe scoppiare un incendio!”. Puntò la pistola e sparò due colpi. Kris Tunner morì pochi minuti dopo, mentre una latta di benzina esplodeva e bruciava gli hard disk che contenevano le immagini delle telecamere.

Attese qualche minuto all’esterno, lasciando le pistole vicino ai cadaveri. Chiamò il 911 avvisando che c’era un incendio nell’area portuale dell’agenzia, che aveva anche udito dei colpi di arma da fuoco e che avrebbe atteso i soccorsi.

Anche oggi era arrivato tardi al lavoro.

 

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