“Orrore a Dale”

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La città di Dale sembrava abbandonata, priva di vita. Oh, ma Dale, fino a poche ore prima, godeva di ottima salute – se così si può dire – e c’era molta gente a calpestare l’asfalto delle strade.

Adesso è notte, il cielo illuminato da migliaia di stelle e regna un insolito silenzio: nessun rumore di auto, non si sente nemmeno la musica che, di solito, proviene dai locali notturni. Cazzo, eppure è sabato sera!

La cittadina Dale si trova sulla costa. Ci vivono 4.500 anime, o, forse, potremmo dire che ci vivevano.

Tutto iniziò nel pomeriggio di un sabato di gennaio.

Un’auto, un suv della Volkswagen, stava percorrendo la Beach Dale: il lungo mare della città. Ad ogni semaforo rosso rallentava per far passare i pedoni. Non erano molti, ma anche a gennaio c’era gente che si recava sulle spiagge quasi deserte. A Dale cosa potevi visitare se non la costa?

Kenny Thomson era alla guida dell’auto mentre, al suo fianco, c’era Elisabeth Roody. Stavano insieme da due anni, anche se entrambi vivevano con i propri genitori. Prima o poi avrebbero preso quella fatidica decisione: andare a convivere insieme.

La ragazza sedeva in silenzio, mentre il lungo mare le sfilava di lato. Non aveva detto una sola parola da quando era salita: si sentiva a disagio. Infine disse: “Bob lo sa che gli hai fregato la macchina?”.

Il suv rallentò, si fermò all’ennesimo semaforo rosso, e una madre con due bambini al seguito attraversarono la strada a due corsie, dirigendosi verso la spiaggia.

Kenny Thomson sorrise, le mani ferme sul volante: “Oh, non l’ho fregata! L’ho solo presa in prestito. E comunque mi aspettavo che mi salutassi, almeno.”.

Elisabeth si sforzò di sorridergli, si scambiarono un bacio sulla bocca mentre il semaforo diventava verde. Qualcuno, dietro di loro, aveva suonato un breve colpo di clacson, così il suv riprese a muoversi.

“E poi, mio padre, non era in grado di intendere e volere!” volle precisare Kenny.

“Un’altra volta sbronzo?”.

Kenny le diede una risposta affermativa muovendo il capo: non c’era bisogno di aggiungere altro. La madre, probabilmente, era uscita per andare a trovare qualche amica. Kenny soffriva a vedere la propria famiglia disgregarsi in questo modo. Si sentiva impotente.

Restarono in silenzio mentre l’auto procedeva verso il porto di Dale.

“Senti” fece Kenny, “cosa ne dici di una capatina al faro?”. Senza aspettare una risposta, girò il volante a sinistra e il suv entrò nel parcheggio esterno. Erano quasi le cinque di pomeriggio e il sole stava tramontando: Kenny aveva un piano per superare quella che avrebbe definito una delle peggiori giornate della sua vita. Lui l’avrebbe chiamata proprio Una giornata di merda!

Passeggiarono passando sotto i portici, dando una sbirciata alle vetrine dei negozi. Elisabeth lavorava proprio in uno di questi, soltanto che si trattava del bar del porto.

Kenny mise un braccio sulle sue spalle, mentre proseguivano. A lei non diede fastidio, anzi le strappò un sorriso. Così proseguirono verso il molo che conduceva al faro. La parte esterna, quella che si affacciava sul mare, era composta da lastroni di cemento misti a massi di cava. Le onde s’infrangevano e l’acqua giungeva quasi fino all’apice di quella muraglia. Il vento sibilava.

I due ragazzi salirono su un camminamento costruito alla base del faro, il sole stava tramontando. Furono avvolti dal colore rosso acceso. Si tennero abbracciati a fissare quello spettacolo che dura pochi minuti al giorno, sempre che non fosse nuvoloso.

Kenny stava meditando a come dare la notizia del giorno: decise di essere diretto, senza fare giri di parole.

“Quando torniamo verso il parcheggio, ti dispiace se passo due minuti da Susan al bar? Giuro che ci metto solo due minuti.” disse Elisabeth.

“Va bene, ma prima ti devo dire una cosa.”, Kenny si appoggiò con i gomiti alla ringhiera, voltandosi verso di lei.

“Oggi, al canile, sono stato licenziato.”.

Una scia bianca attraversò il cielo, passando davanti al campo visivo della ragazza: entrambi rimasero interdetti, fissando quell’oggetto finché scomparve alla loro vista.

“Che diavolo era?” chiese Elisabeth. Il vento si alzò all’improvviso, come se fosse stato a causa di quella cosa.

Kenny abbozzò un’ipotesi: “Potrebbe essere un meteorite. Anzi, ne sono certo.”.

Tornarono verso la struttura in pietra, verso i portici e tutti i negozi che si susseguivano. Il mare sembrava crescere di forza: alcune onde increspate penetrarono nel porto, il vento fischiava sugli alberi, sulle sartie e sugli ormeggi. Elisabeth si abbottonò il giaccone.

La campanella della porta del bar tintinnò, Kenny ed Elisabeth entrarono nel locale.

Susan se ne stava dietro il bancone, intenta ad asciugare alcuni bicchieri prima di riporli alle sue spalle. “Ma che bella sorpresa! Cosa posso offrirvi, ragazzi.”.

Elisabeth sfoderò un sorriso, almeno sperava di farlo sembrare tale, Kenny si mise seduto su uno sgabello al banco. Entrambi i ragazzi non avevano un’espressione felice.

Ordinarono un succo d’arancia per lei e un caffè per Kenny.

“Diamine, ragazzi, avete due facce da funerale!”.

“E’ solo che Kenny oggi ha perso il lavoro al canile.”.

Susan fissò la faccia di Kenny, poi gli sorrise: “Ma non sarà mica la fine del mondo! E che diamine. Come si dice da noi? Perso un lavoro se ne trova un altro.”.

Kenny le sorrise, infondo non aveva tutti i torti: gli abitanti di Dale dicevano proprio così. La mattina dopo si sarebbe recato al molo e avrebbe trovato posto su uno dei pescherecci. Amava pescare e già aveva fatto quell’esperienza.

Susan portò al banco le ordinazioni e attese che si servissero.

La campanella dell’ingresso tintinnò di nuovo, i due ragazzi si girarono per vedere chi fosse entrato. Mark Barry, lo sceriffo di Dale, si tolse il cappello. La divisa blu scuro sembrava stropicciata e, in effetti, non aveva un bell’aspetto nemmeno lui.

“Avete visto anche voi quella strana luce in cielo?” esordì Mark. Aveva quasi una sessantina d’anni, ma se li era sempre portati bene, dimostrandone molti di meno. Aveva una corporatura robusta, una tempra forte, che lo avevano sempre aiutato a mantenersi in forma. Ma ora c’era qualcosa che non andava in lui.

“Si tratta solo di un meteorite.” disse Kenny in tono apatico. Posò la tazzina sul bancone e si pulì la bocca con un tovagliolo.

Lo sceriffo diede una sistemata alla divisa, poggiò il cappello sul bancone ed esclamò: “Susan, una limonata per favore.”. Si voltò verso la coppia, appoggiandosi con un gomito al banco.

“Meno male che sei qui, Kenny. Sono successe un po’ di cose…bizzarre da quando è comparso quel meteorite, come lo hai definito tu!”.

L’argomento incuriosì il ragazzo, almeno non avrebbe pensato alla sua notizia del giorno.

“E quali sono queste cose bizzarre?” incalzò Kenny.

“Intanto abbiamo avuto problemi al canile. Sembra che tutte quelle bestie siano impazzite…”.

Susan portò un bicchiere di limonata allo sceriffo, che lui bevve avidamente. Posò il bicchiere vuoto sul banco e si pulì i baffi bianchi con un tovagliolo. “Non c’è niente di meglio di una limonata preparata da Susan!”.

“Grazie Mark, sei troppo buono.”.

Lo sceriffo si girò a fissare di nuovo Kenny, poi Elisabeth.

“Il canile è una cosa che non mi riguarda più. Che si fottano quelli del municipio!”. Kenny scese dallo sgabello, Elisabeth fece per seguirlo verso l’uscita.

“So tutto, Kenny. Mi dispiace per il tuo lavoro. Eri anche il migliore con tutti quei randagi. ma…”, Mark Barry si voltò verso i ragazzi. Kenny aprì la porta ma non uscì dal bar, si limitò a girarsi verso lo sceriffo di Dale.

“Ma?”.

“Sansone è riuscito a fuggire dalla sua gabbia. Sembra che siano scomparsi anche altri cani.”. Kenny cambiò espressione del viso: da semplice curiosità si fece seria, preoccupata.

“Cosa vuole che faccia? Che mi metta a cercare tutti i cani che sono fuggiti dai box?”.

“Ma è ridicolo!” sbottò Elisabeth, “L’hanno appena licenziato, che diritto avete di…”. Lo sceriffo zittì la ragazza con un gesto della mano.

“Non mi frega un cazzo di quelli del municipio, nemmeno delle loro scelte, Kenny. Ti chiedo di venire con me. Prendila come un’assunzione forzata, almeno finché non avremo ristabilito l’ordine.”.

Kenny non rispose subito, stava valutando la sua offerta. Pensò anche che, finito quel problema, forse lo avrebbero ripreso al canile municipale. Sarebbe stato fantastico!

* * *

La cattedrale di Dale – il St. Antony Church – era gremita di gente. Costruita su un’estesa piazza, che era il fulcro della cittadina, una sola via l’attraversava: Liberty Street.

Le cose erano degenerate in poco tempo e, a notte fonda, erano rimaste poche persone.

Mark Barry salì sul pulpito e agguantò il microfono, sul quale diede un paio di colpi con l’indice, le casse amplificarono quel rumore. “Nessuno deve uscire da questa chiesa, questo è un ordine esplicito!”.

Centinaia di persone si ammutolirono, gli occhi fissi sullo sceriffo di Dale. Qualcuno chiese spiegazioni: era stato costretto ad abbandonare casa, senza ricevere alcuna risposta in merito.

Lo sceriffo, prima di proseguire, valutò attentamente quali notizie dare: aveva paura di spaventare la folla, di infondere un panico inarrestabile.

“E’ cominciato tutto quando è comparsa quella luce nel cielo! Non siamo riusciti a trovare il punto d’impatto. Pensiamo sia stato un meteorite!”.

“L’ho vista anche io quella luce!” urlò qualcuno dal fondo della chiesa. Molti si girarono verso le porte d’ingresso. “Il mio cane è come se fosse impazzito. Ha cominciato a ringhiare e poi…ne ho perso le tracce!”.

Si levò un mormorio generale, che lo sceriffo fece subito smettere: “I nostri cani” disse in tono cupo, “sono proprio uno dei motivi per i quali ho deciso di attuare l’evacuazione!”.

“Che cosa sta succedendo ai nostri cani?” chiese qualcuno.

“Non lo sappiamo. Abbiamo solo capito che hanno modificato il loro comportamento: aggressività, paura…” fece una pausa di qualche secondo, cercando di vedere dove si fosse cacciato Kenny Thomson con Elisabeth.

“…abbiamo riscontrato attacchi sempre più frequenti verso gli uomini. E’ come…se fossero impazziti!”.

Kenny Thomson se ne stava seduto su una panca, i gomiti appoggiati alle ginocchia, le mani a coprire il viso. Non parlava da un po’ di tempo, nonostante Elisabeth lo incoraggiasse a rivelarle quello che aveva visto. Oh, lui sapeva più degli altri, perché lo aveva visto con i suoi occhi. I cani…

“State zitti!” urlò un tizio vicino all’uscita di emergenza, “C’è qualcuno qua fuori!”. Nessuno fiatò. Sentirono le grida di aiuto, Kenny trasalì e si alzò in piedi. Elisabeth lo vide spingere tra la folla per cercare di arrivare all’uscita di emergenza. Anche lo sceriffo giunse ai maniglioni anti panico.

Mark Barry tirò fuori la pistola di ordinanza e fece un cenno al ragazzo. Le porte si aprirono verso l’esterno e uscirono entrambi osservandosi intorno. Qualcuno richiuse le due ante senza tanti complimenti.

“Non c’è nessuno, qua!”. Dale sembrava una città fantasma, illuminata solo dai lampioni lungo Liberty Street. Decine di auto erano state abbandonate sulle strade limitrofe, gli sportelli ancora aperti e, qualcuna, aveva ancora i fari accesi. Sembrava un grande set cinematografico per un film post apocalittico.

Udirono gemere. Forse proveniva da dietro la jeep Cherokee. Si separarono muovendosi verso la fonte di quei lamenti e videro un pastore maremmano accucciato vicino al corpo di una donna. Quel cane e la donna erano in penombra, così lo sceriffo prese una torcia dalla tasca della giacca. L’accese puntando il fascio di luce sul cane: non riusciva a capire cosa stesse facendo.

“Cazzo!” urlò Mark Barry, indietreggiando di due passi. Riuscì a stento a non vomitare, anche se lo stomaco gli si era chiuso per quello che aveva visto.

Kenny, in un attimo, balzò sul cofano dell’auto, poi sul tetto, finché si sentì al sicuro. Ma non smise di guardare Rocky, il cane della signora Parkins, o quello che ne rimaneva del cane. A parte il pelo bianco, adesso intriso di sangue rappreso, il muso si era trasformato. Dalla bocca uscirono dei tentacoli. Gli occhi avevano le orbite vuote, con un inquietante scintillio. Rocky stava terminando il suo pasto: la signora Parkins, che giaceva a terra con l’addome squarciato.

Uno sparo echeggiò sui muri della chiesa, disperdendosi su tutta Dale. Rocky cadde a terra, i muscoli delle zampe si mossero in uno spasmo e, da lontano, risuonarono latrati di cani. Erano centinaia, forse di più, e si avvicinavano velocemente.

 

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